lunedì 15 luglio 2013

pc 15 luglio- Riunione del Comitato Centrale del Partito Comunista del Nepal-Maoista: "Un passo avanti" di Rishi Raj Baral

La riunione del Comitato Centrale del Partito Comunista del Nepal-Maoista, è concluso. 149 membri del Comitato Centrale e 51 membri del comitato consultivo hanno partecipato alla riunione.
La riunione lunga 4 giorni che si è svolta dal 29 giugno al 2 luglio ha passato il documento presentato dal compagno Kiran, il compagno Badal e compagno Biplav.
Il tema principale della riunione del CC era quello del boicottaggio delle elezioni dell'Assemblea Costituente prevista per il 19 novembre e la preparazione per la rivolta popolare sulla Fondazione della Guerra Popolare- la linea del 7° Congresso Nazionale.

Prima della riunione del CC, ad alcuni dei membri anziani, che erano soliti collocarsi vicino al Segretario Generale è stato chiesto di partecipare alle elezioni dell'Assemblea Costituente.
Coloro a cui è stato chiesto di partecipare alle elezioni dell'Assemblea Costituente, sono usciti dalla caverna buia.
Questo incontro li ha portati alla luce del giorno. Nessuno dovrebbe essere confuso su questo tema.
Questa decisione ha fatto un grande danno anche per loro, che erano nella posizione di registrare il  partito nella Commissione elettorale. Non solo questo, il gioco sporco della riunificazione del partito a porte chiuse, è terminato. I rivoluzionari hanno ottenuto la vittoria su tali cattive tendenze.
L'incontro ha deciso di boicottare le elezioni dell'AC attivamente e fortemente. Non importa, l'elezione dell'AC deve essere distrutta.

Infatti, la riunione del Comitato Centrale ha preso il boicottaggio dell'elezione dell'AC come la prova generale della rivolta popolare. Durante la campagna anti-elettorale nella prima fase, le file e i ranghi del partito verranno inviati nei villaggi e città per sollecitare le persone ad astenersi dal voto. Poi la campagna anti-elettorale sarà il passo successivo. L'alleanza dei 33 partiti inoltre si unirà alla campagna anti-elettorale. E nella terza e ultima fase, una squadra militante si unirà con la squadra di propaganda e dei volontari, con tutto il partito e le sue organizzazioni sorelle, per boicottare l'elezione.
Sappiamo che la campagna di boicottaggio elettorale non sara 'pacifica'. Il governo reazionario uscirà con la sua intera macchina statale per sedare la campagna anti-elettorale. Non c'è un altro modo di protestare con la forza armata.
Significa che, dopo il cosiddetto processo di pace, per la prima volta il PCN-maoista sta per introdurre la sua forza armata per evitare lo scrutinio elettorale. I quadri rivoluzionari sono molto entusiasti di questa decisione.
Non solo i quadri, anche i capi rivoluzionari, dediti allo spirito del 7 ° Congresso Nazionale sembrano molto entusiasti di questa decisione.
Boicottare le elezioni significa spostarsi in avanti dalla fase preliminare. Boicottare in sé non produce alcuna rivolta popolare, ma sarà la preparazione pratica per la rivolta dei popoli. Prima priorità del partito è la Rivolta popolare a suo modo.
Ma se non può essere raggiunto, non c'è un'altra alternativa per andare avanti nella via della guerra popolare di lunga durata. E' lo spirito e la decisione della riunione del CC. Per la prima volta il partito ha presentato una tabella di marcia ben definita per andare avanti nella via della Rivoluzione di Nuova Democrazia. Abbiamo già un Team di "giovani volontari del popolo" guidato dal compagno Udaya Chalaune 'Deepak' allora vice comandante della divisione del PLA. Ora la riorganizzazione del PLA inizierà in un modo nuovo e in una nuova formazione. Questa è la decisione di un grande significato. In realtà, è il nucleo di tutta la decisione, redatta in occasione della riunione del Comitato Centrale.
Sappiamo tutti che, come il compagno Mao ha detto, senza un esercito del popolo, il popolo non ha nulla.
La riunione del comitato centrale ha assunto anche le delibere riguardanti le questioni internazionali.
Ha respinto la posizione di Bov Avakin della 'nuova sintesi' e ha deciso di costruire un nuovo centro basato sul marxismo-leninismo-maoismo. La 'Nuova sintesi' ha sollevato la questione sul Marxismo-Leninismo-Maoismo  e chiede che si vada oltre il Maoismo. Non vi è alcuna possibilità di riorganizzare il Movimento Rivoluzionario Internazionalista in base alla 'nuova sintesi'. Invece della riorganizzazione del MRI, vi è la possibilità di costruire un nuovo centro, dove il ruolo del PCN-maoista, del Partito Comunista dell'India (maoista) e del Partito Comunista delle Filippine sarà decisivo.
La riunione del comitato ha approvato la risoluzione contro il governo reazionario indiano. Ha denunciato il terrore di stato, la guerra contro il popolo oppresso dell'India.
La riunione del comitato ha chiesto immediato ritiro delle forze armate dalle zone rurali, in particolare dalle aree adivasi, in nome dell'operazione in corso dell'Oppressione 'Green Hunt'. Allo stesso modo, la riunione del comitato ha approvato la risoluzione di solidarietà con il popolo turco e la loro lotta in corso.
Vorrei qui citare qualche parola in più per quanto riguarda la questione internazionale.
Noi maoisti siamo i veri seguaci dell'internazionalismo proletario. Denunciamo sempre il ruolo dell'imperialismo contro i popoli oppressi del mondo. Nel contesto sud-asiatico, denunciamo sempre l'espansionismo indiano. Come internazionalisti,  sosteniamo sempre la lotta di classe e del movimento di massa lanciato dai popoli oppressi del mondo. È il problema del valore universale.
Il problema del popolo oppresso dell'India e il ruolo del PCI (maoista) è un caso diverso, non dovrebbe essere presa in senso stretto e solo in formalità. Il popolo dell'India è in lotta tra la vita e la morte contro la classe dirigente, la classe reazionaria in India. La guerra popolare in India non è solo un problema del PCI (maoista) e del popolo indiano. Ha un grande significato nel movimento proletario mondiale. Come rivoluzionari internazionalisti, dobbiamo sostenere la guerra popolare in India. Chiedere soltanto il ritiro delle forze armate governative non è sufficiente. Le organizzazioni dei diritti umani fanno questo tipo di operazioni.
Dobbiamo essere in prima linea a sostegno della guerra popolare in India.
In ogni caso, per la prima volta siamo in modo di cogliere lo spirito del nostro 7 ° Congresso Nazionale. Stiamo per riorganizzare il PLA. Abbiamo preso la questione del Movimento Comunista Internazionale sul serio e abbiamo affrontato la questione della guerra popolare in India.
In conclusione, vorrei ricordare che il governo reazionario ha dichiarato guerra al popolo nepalese in nome delle elezioni dell'AC. E sappiamo che boicottare le elezioni dell'AC è solo un primo passo, l'obiettivo principale della nostra rivoluzione è la Rivoluzione di Nuova Democrazia nella Fondazione della Guerra Popolare.
Si tratta di uno ed un solo modo per andare avanti.

pc 15 Luglio- il PC india maoista chiama allo sciopero generale nella regione Andhra Orisha per il 21 luglio - manifestazione di massa unitaria per la morte del dirigente del Fronte democratico rivoluzionario

Il Partito Comunista dell'India (Maoista) Comitato Speciale di Zona AOB (Andhra Orissa border n.d.t.) ha indetto uno sciopero in quelle aree il 21 Luglio per protestare contro l'uccisione di Ganti Prasadam dalla polizia SIB il 4 Luglio. In un comunicato stampa, Giovedì Jagabandhu il rappresentante del Comitato speciale politico di zona del PCI (M) AOB ha esortato il popolo ad osservare una protesta di una settimana dal 15 Luglio e un bandh il 21 Luglio. Il popolo osserverà un programma di protesta ogni giorno della settimana, ha detto. Ha chiesto al popolo e alle forze democratiche dello stato di partecipare ai programmi di protesta in maniera massiccia, Jagabandhu ha avvertito il governo di Kiran Kumar Reddy di essere stato responsabile dell'uccisione di Ganti Prasadam che affronterà l'ira del popolo.
Jagabandhu ha aggiunto che l'assassinio di Prasadam è stato parte dei tentativi sia dei governi di stato che centrale di schiacciare le agitazioni e le lotte rivoluzionarie del popolo nel nome dell'Operazione Green Hunt.
Ha detto che la polizia SIB ha ucciso Ganti Prasadam e poi ha sostenuto che lo hanno ucciso persone non identificate.
Jagabandhu ha anche chiarito che Ganti Prasadam non era un ex maoista come dichiarato dalla polizia SIB.
Prasadam era un leader maoista fino a quando è stato ucciso, ha aggiunto.
"l'omicidio di Ganti Prasadam è stato parte della tendenza dei governi fascisti", che sono sofferenti della crescente scontentezza tra il popolo e anche verso la crescente risposta del movimento popolare in Dandakaranyam," il capo del comitato di zona speciale AOB ha detto nel comunicato stampa. "Prasadam sosteneva pubblicamente la filosofia maoista. La Corte Suprema ha stabilito che non era un crimine sostenere l'ideologia maoista. Eppure lo stato lo ha ucciso," ha detto.

pc 15 luglio - Aria viziata ormai a Taranto e all'Ilva per il lurido bastardo Bondi

BONDI SE NE DEVE ANDARE!

Comunicato dello Slai cobas per il sindacato di classe

Le ignobili e gravissimi atti, testi e dichiarazioni del commissario Bondi sono un insulto agli operai, ai cittadini, ai morti, ai malati. Sono un aperto e irridente attacco ai magistrati, agli organi di controllo. Una messa in luce di quanta ipocrisia si celi dietro le dichiarazioni e le leggi
Bisogna reagire subito!
Il commissario Bondi se ne deve andare e deve essere immediatamente rimosso!
Tutte le istituzioni locali hanno il dovere di avere un sussulto di dignità!
La magistratura deve verificare tutte le ipotesi di reato che si possono celare dietro l'azione di questo ignobile, lurido, spregevole gran commis di padron Riva, lautamente pagato ora anche dai noi cittadini.
Ma naturalmente facciamo appello agli operai e ai cittadini con le loro organizzazioni sindacali e comitati perchè reagiscano subito e duramente.
Noi da parte nostra diciamo chiaro anche agli organi di polizia che la presenza di Bondi è incompatibile con questa città e con questa fabbrica e metteremo in atto tutte le azioni possibili per rendere pratico questo bando.


Slai cobas per il sindacato di classe ILVA Taranto
slaicobasta@gmail.com3475301704
14 luglio 2013

pc 15 luglio - ILVA TARANTO - Bondi un cinico bastardo gran commis del capitale al servizio di RIVA - ora Basta !

"Tumori per le sigarette", bufera su Bondi

In un documento inviato alla Regione contesta il collegamento tra inquinamento del siderurgico e malattie.


"E' noto che a Taranto, città portuale, la disponibilità di sigarette era in passato piu alta rispetto ad altre aree del Sud Italia dove per ragioni economiche il fumo di sigaretta era ridotto fino agli anni '70". Hanno subito creato una bufera polemica le affermazioni contenute in una lettera che il commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, ha inviato al presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, nonché all'Arpa Puglia, all'Ares Puglia e all'Asl di Taranto, con la quale contesta sia il collegamento fra inquinamento del siderurgico e casi di tumore a Taranto - relazione evidenziata nelle relazioni consegnate dai periti alla magistratura - sia l'introduzione della Valutazione del danno sanitario nell'Aia, l'autorizzazione integrata ambientale dell'Ilva.

Il Ministro dell'Ambiente Andrea Orlando avrebbe già convocato il commissario dell'Ilva Bondi per un chiarimento immediato. Il ministro ha anche provveduto a scegliere i tre esperti che contribuiranno a redigere il piano di risanamento e riqualificazione dello stabilimento Ilva di Taranto. Si tratta di Marco Lupo, commissario all'emergenza rifiuti della regione siciliana e già dirigente del ministero dell'Ambiente; Giuseppe Genon, docente di ingegneria dell'ambiente al Politecnico di Torino; e Lucia Bisceglia, medico epidemiologo, dirigente dell'Arpa Puglia.

Gli "argomenti di Bondi sono inaccettabili",
tuona il governatore Nichi Vendola dopo aver letto del legame causa effetto ipotizzato con il contrabbando. "I dati dell'Arpa sui danni salute sono chiari e precisi. Si confermano  - aggiunge - tutti i miei dubbi sull'affidare il ruolo di commissario all'amministratore delegato dell'azienda. Mi sarei aspettato dal commissario una più netta presa di distanza dall'approccio negazionista che l'Ilva ha tenuto negli ultimi vent'anni". Bondi nella sua lettera sposa le contestazioni portate avanti in passato dalla famiglia Riva e demolisce le conclusioni cui nel tempo sono arrivati gli studi sull'impatto delle emissioni compiuti dall'Arpa, dai consulenti del tribunale di Taranto e dagli esperti del ministero della Salute. Per il commissario straordinario nominato dal governo Letta - si legge nel contenuto del documento riportato da alcuni giornali - "i criteri adottati e Ia procedura valutativa seguita dall’Arpa e dalla Regione Puglia nel rapporto sulla valutazione del danno sanitario dello stabilimento Ilva di Taranto presentano numerosi profili critici, sia sotto il profilo dell'attendibilita scientifica, sia sotto il profilo delle conclusioni raggiunte".

"Siamo abituati - lamenta l'assessore regionale all'Ambiente, Lorenzo Nicastro - a un atteggiamento aziendale che non accetta controllo e che è insofferente a qualunque meccanismo di garanzia rispetto a tutela dell'ambiente e della salute dei tarantini. E' grave, tuttavia, che lo stesso atteggiamento del privato e della proprietà si riverberino oggi nelle parole e nelle azioni di un manager nominato dal governo che, nei fatti, ha una mandato pubblico volto a dirimere una questione di importanza nazionale, sulla cui urgenza non ci sono dubbi".

La strage silenziosa dell'Ilva
in tredici anni 386 i morti

E' del gennaio 2012 la relazione degli esperti nominati dal tribunale che ha stabilito una connessione tra i decessi, le malattie e le emissioni dell'acciaieria

TARANTO - Trent' anni fa la prima inchiesta partì grazie a una casalinga: esasperata dalla polvere rosa che ogni giorno era costretta a raccogliere sul suo balcone in una casa popolare del quartiere Tamburi, il quartiere degli operai, chiese alla Pretura chi e perché faceva arrivare in quelle case tutto quel minerale. Vent' anni dopo si è scoperto che dietro quella polvere non si nascondevano solo fastidio o sporcizia. Ma una strage.

In 13 anni (dal 1998 al 2010) sono morte a Taranto 386 persone per colpa delle emissioni industriali. Negli ultimi sette anni 174 soltanto per colpa del Pm 10. I bambini si sono ammalati più di quanto avrebbero dovuto. Sono morti. Gli operai hanno avuto tumori allo stomaco o all'ulcera, i cittadini di serie B, quelli che abitavano i quartieri popolari a ridosso dello stabilimento siderurgico, condannati a vite brevi dalla geografia.

I dati sono contenuti nella relazione che tre epidemiologi di fama (i professori Annibale Biggeri, Maria Triassi e Francesco Forastiere) hanno consegnato a gennaio 2012 al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Taranto, Patrizia Todisco, che ha sul suo tavolo gli atti di un'inchiesta a carico dei dirigenti dello stabilimento siderurgico Ilva. Poco prima era stata depositata una perizia chimica che raccontava come gran parte dell'inquinamento industriale di Taranto fosse riconducibile all'Ilva. Così i medici per la prima volta hanno stabilito una connessione tra le malattie, le morti causate da tumori e l'inquinamento prodotto dalle emissioni
dagli impianti industriali.

I periti scrivono che "nei 13 anni di osservazione sono attribuibili alle emissioni industriali 386 decessi totali (30 per anno). Negli ultimi sette anni 178 sono stati sono stati i morti soltanto per colpa del pm 10. Novantuno abitavano i quartieri Borgo e Tamburi, quelli più vicini allo stabilimento siderurgico Ilva insieme con il Paolo VI. Proprio in questa zona è stato riscontrato un più 27 per cento di mortalità rispetto alle stime effettuate sui dati messi a disposizione dell'Organizzazione mondiale della Sanità con un incremento nella popolazione maschile del 42 per cento per i tumori maligni e del 64, addirittura, per le malattie dell'apparato respiratorio.

Al Tamburi invece si ammalano particolarmente le donne (+ 46) di malattie ischemiche del cuore e +24 di malattie cardiache. I più colpiti sono stati i dipendenti dell'Ilva. Novantotto le morti da inquinamento in 10 anni. Gli operai che hanno lavorato negli anni ' 70-' 90 hanno mostrato, si legge nella relazione , "un eccesso di mortalità per patologia tumorale (+11%) in particolare per tumore dello stomaco (+107%), della pleura (+71%), della prostata (+50%) e della vescica (+69%). Tra le malattie non tumorali sono risultate in eccesso le malattie neurologiche (+64%) e quelle cardiache (+14%)".

Non soltanto gli operai. "I lavoratori con la qualifica di impiegato hanno presentato eccessi di mortalità per tumore della pleura (+153%) e dell'encefalo (+111%)". "Ci troviamo di fronte - scrivono i periti nelle conclusioni della loro relazione - a un effetto statisticamente significativo per i ricoveri ospedalieri per cause respiratorie e un effetto al limite della significatività statistica per i tumori in età pediatrica".
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pc 15 luglio - STRAGE DI VIAREGGIO: "...NON E' UN INCIDENTE SUL LAVORO..."

STRAGE DI VIAREGGIO: Resoconto udienza e considerazioni sull'udienza preliminare da Assemblea 29 giugno

VIAREGGIO 14 LUGLIO 2013: Anche ieri abbiamo udito, da parte loro, aberrazioni e stupidaggini…
Dal loro inqualificabile e squalificato repertorio: “si è trattato di un fatto occasionale, non è un incidente sul lavoro perché i macchinisti sono vivi, se quel treno-bomba avesse viaggiato ad una velocità ridotta le conseguenze sarebbero state le medesime (anzi peggiori), una barriere protettiva tra i binari e le abitazioni non sarebbe stata di alcuna utilità", e via di questo passo.
Questi “signori” e queste “signorine”, oltre a difendere l’indifendibile (e sappiamo perché lo fanno: per il vil danaro), negano la realtà e continuano sprezzantemente a calpestare il dolore dei familiari delle Vittime. La verità è scritta: STRAGE FERROVIARIA ANNUNCIATA. Disgraziati coloro che parlano di disgrazia, vigliacchi quanti vogliono fuggire dal processo, pusillanime chi dice che essendo i macchinisti vivi non si è trattato di incidente sul lavoro. Ma sanno di cosa stanno parlando? Sanno che a Viareggio per l’incidente ferroviario (trasformato nel disastro che ha prodotto la strage) di quella notte hanno perso la vita 32 persone, tra cui bambini e ragazze, bruciate vive. Sanno che i macchinisti sono stati in cura per mesi e mesi e poi non sono più potuti salire su un locomotore. Pazzo chi pensa che proprietari, manager ed amministratori delegati delle società responsabili di questa immane tragedia non debbano essere rinviati a giudizio. I fatti hanno la testa dura!
In ferrovia non si muove foglia che Moretti non voglia … fino al punto che, nelle massime cariche Fs, si è sempre contornato di gattini ciechi. Questi debbono essere ubbidienti ai suoi ordini ed alle sue volontà, altrimenti gli saltano poltrone e sgabelli… d’oro. Famosa la sua frase di alcuni anni fa in risposta ad un ferroviere che gli aveva detto, lei ha fatto licenziar…: “No, io non faccio licenziare, io licenzio!”.
Il suo problema è che in questi anni ha trovato duro tra i ferrovieri che si sono battuti, si battono e si batteranno, per la sicurezza, per la salute ed affinché stragi come quella del 29 giugno 2009 non siano dimenticate, non rimangano impunite e non abbiamo a ripetersi. Il suo dramma è di non essere riuscito a comprare la coscienza e la dignità di tutti i ferrovieri. Non ha capito che tutto non è in vendita e che la dignità non sta sul mercato. Il traditore è colui che rinnega il suo passato, il vigliacco è colui che fugge dalle proprie responsabilità. Moretti è stato segretario nazionale della Filt-Cgil ed oggi pretende di fuggire dal processo che lo vede imputato per le 32 Vittime della strage ferroviaria (annunciata) di Viareggio, tra l’altro lasciando e/o mettendo nelle peste i “suoi ciechi gattini”.
A Piazza della Croce rossa, sede monumentale delle ferrovie, c’è forte agitazione e preoccupazione per l’udienza preliminare in corso (giovedì 18 luglio è annunciata la decisione sui rinvii a giudizio). Il gioco dello scaricabarile è iniziato con il fatto che tutta la colpa era della Gatx & soci, poi è proseguito con gli avvocati di Moretti che hanno sostenuto che lui, Ad della holding, non c’entra e non c’entrava niente (!) ed infine come ha detto un avvocato di imputati “a ciascuno il suo …”. Tradotto: io difendo il mio e degli altri chi se ne frega. Si è, quindi, scatenata la “guerra” anche tra le società del Gruppo Fs. Moretti & company cominciano, adesso, a rendersi conto che tutto si gioca all’insegna del ‘vita mia, morte tua’. Continuano a giocare sulla vita di 32 bambini, ragazze, uomini e donne. In questa ‘guerra’ tra imputati e tra imputati e clienti assistiti, è proprio il caso di dire: ne vedremo delle belle.

pc 15 luglio - Usa .Caso Trayvon 'in questo Paese c'è giustizia solo per i bianchi'







Un'ondata di manifestazioni già dalla notte e dalle prime ore del mattino sta interessando tutto il Paese: da Sanford, dove sono avvenuti i tragici fatti, a New York, Washington, Tampa, Philadelphia, San Francisco. Per il momento si tratta di proteste pacifiche e non si registra alcun arresto. I manifestanti - non solo afroamericani - lanciano accuse di razzismo e lo slogan più diffuso è "in questo Paese c'è giustizia solo per i bianchi". 

Decine di migliaia di persone sono scese in piazza a New York - come in moltissime altre città d'America - per chiedere giustizia per Trayvon Martin.

Per le strade della Grande Mela hanno gridato tutta la loro rabbia per l'assoluzione di George Zimmerman, urlando slogan come "No justice, no peace", oppure 'Who is guilty? All system is guilty (Chi è colpevole? Tutto il sistema è colpevole).


Un corteo pacifico è partito da Union Square per dirigersi verso Times Square: un corteo pieno di persone di tutte le età - molti i bambini - e multirazziale, composto non solo da afroamericani, ma da ispanici, asiatici, indiani. Arrivati nella piazza simbolo di Manhattan, i manifestanti l'hanno occupata sedendosi in terra e inscenando un sit in. Un cartello mostrava le immagini di un Trayvon bianco e di uno Zimmerman di colore. Sotto la scritta: 'Il verdetto sarebbe stato lo stesso?. Tutto intorno il traffico paralizzato, anche se molti degli automobilisti hanno solidarizzato con la protesta, unendosi agli slogan e suonando i clacson. Parecchi gli agenti di polizia dislocati lungo il percorso della manifestazione, ma loro presenza è stata discreta, nonostante la folla enorme che alla fine si è ritrovata radunata sotto le luci di Times Square.



Incidenti invece a Los Angeles, dove la manifestazione è degenerata in scontri con la polizia. Gli agenti hanno fatto uso di lacrimogeni e proiettili di gomma.

pc 15 luglio - un'analisi dell'accordo fascista sulla rappresentanza firmato da padroni e sindacati confederali CGIL compresa e appoggiato dalla Fiom di Landini a cura di ClashCity Workers Napoli

“Guerra preventiva” al conflitto. Un’analisi dell’accordo sulla rappresentanza del 31 maggio

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L’accordo sulla rappresentanza sindacale, firmato lo scorso 31 maggio da Confindustria e CGIL-CISL-UIL, è stato definito un accordo “storico”1, una “svolta”2, un “avvenimento di prima grandezza per il Paese”3. Può essere l’inizio di “una nuova era”, si è affrettato a dire Bonanni, segretario generale della CISL4, facendo eco alla “stagione nuova” auspicata dalla pari grado della CGIL.
Ma perché tutta quest’enfasi? La solita retorica ed i soliti titoli ad effetto dei quotidiani, oppure c’è qualcosa di più? Vai mai a vedere che ci dobbiamo accodare al “Bravi, bravi, davvero bravi” del presidente del Consiglio, Enrico Letta?5
Cerchiamo innanzitutto di capire perché a questo protocollo venga accordata tutta quest’importanza. Confindustria non le manda certo a dire; per bocca del suo vicepresidente per le relazioni industriali, Stefano Dolcetta, si esprime con chiarezza cristallina: “l’obiettivo a cui tendere è la prevenzione del conflitto”6. Sta qui il punto fondamentale di tutto l’accordo, quello intorno al quale si sono stretti in un incesto neocorporativo associazione degli industriali, associazioni dei lavoratori e governo. L’elogio di Letta va preso in esame sotto questa luce ed inserito nella cornice della mission che questo governo si è dato, ricalcando le orme di quello Monti: migliorare il grado di attrattività dell’Italia in modo da catalizzare investimenti. Un accordo sulla rappresentanza che riduca o addirittura prevenga il conflitto sui posti di lavoro, affiancato alla riforma delle pensioni ed a quella del mercato del lavoro (che sarà probabilmente ritoccata, anche perché si è mostrata per certi versi ancora inadeguata), è un ottimo incentivo perché costituisce la promessa di un paese senza conflitti sui posti di lavoro. Almeno questo è ciò che i neocorporativi nostrani si auspicano e cercano di vendere all’estero.
Non a caso il protocollo del 31 maggio dà ampio rilievo alla “esigibilità” dell’accordo; i firmatari, cioè, “si impegnano a dare piena applicazione e a non promuovere iniziative di contrasto agli accordi […]sottoscritti formalmente dalle Organizzazioni sindacali (OO. SS.) che rappresentino almeno il 50% + 1 della rappresentanza”.

Il conflitto lo si vuole prevenire sì a valle, ma anche a monte.


La prevenzione del conflitto a monte: l’esclusione del sindacalismo di base
A chi si applica questo accordo?
L’accordo costituisce un colpo inferto innanzitutto contro il sindacalismo di base, con lo scopo di marginalizzarlo ed isolarlo ulteriormente. Difatti richiama il patto del 28 giugno 2011, il quale all'articolo 1 prevede che possano sedersi al tavolo delle trattative di comparto quelle OO. SS. che abbiano “una rappresentatività non inferiore al 5%, considerando a tale fine la media tra il dato associativo (percentuale delle iscrizioni certificate) e il dato elettorale (percentuale voti ottenuti su voti espressi).”
Le OO. SS. devono rispettare però un altro requisito implicito: essere firmatarie dell’accordo del 31 maggio. Questo si configura infatti come un accordo tra privati e conseguentemente non espleta i suoi effetti se non su chi lo sottoscriva7. A differenza di quanto scritto nei precedenti patti interconfederali, l'accordo del 31 maggio abilita al calcolo della rappresentatività e quindi all'accesso alla contrattazione nazionale le sole organizzazioni firmatarie, non le aderenti. La differenza, a prima vista sottile, è in realtà un abisso giuridico che si apre tra le due diciture: i soggetti firmatari sono infatti quelli che hanno direttamente contribuito alla stesura ed all'approvazione dell'accordo (n questo caso CGIL-CISL-UIL e Confindustria), mentre gli aderenti sono coloro che decidono di accettarne il contenuto in un secondo momento, con le più svariate motivazioni. Attualmente l’unico modo affinché esso possa avere effetti erga omnes (validi per tutti) sarebbe la sua trasposizione in legge dello stato, possibilità, questa, guardata con estremo favore dal segretario generale della FIOM, Maurizio Landini8.

Quali sono le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative?
Se il problema della firma da apporre all'accordo fosse l'unico “neo” dell'intesa, dovremmo concordare con Landini. Ma come c'era da aspettarsi questo è solo il primo di una lunga serie di ostacoli posti lungo il cammino del sindacalismo di base. Un secondo è legato alla certificazione della rappresentatività dei sindacati. L'accordo in questo punto ricalca l'art. 43 comma 1 del TU sul Pubblico Impiego del 2001, l'unica legge che attualmente definisce un calcolo della rappresentatività in un settore lavorativo specifico, quello delle amministrazioni pubbliche.
Per quanto riguarda il settore privato, non esistono attualmente criteri stabiliti per la partecipazione alle trattative nazionali. Sono le associazioni datoriali a decidere chi è ammesso, a prescindere dalla rappresentatività ed in base ai rapporti di forza esistenti: il sindacalismo di base, con il suo portato di conflittualità, ne è dunque sempre stato escluso.
Il nuovo accordo prevede per tutti i settori l'incrocio del dato associativo e del dato elettorale. Come? Per il secondo l’operazione è più facile: basta determinare la percentuale dei voti che i diversi sindacati hanno raccolto sui voti espressi in occasione delle elezioni delle Rappresentanze Sindacali Unitarie (RSU). Il problema sorge però laddove non c’è questa forma di rappresentanza. In diversi settori esistono infatti, al posto delle RSU, le Rappresentanze Sindacali Aziendali (RSA)9. In altri poi, a dire il vero, non esiste nemmeno una rappresentanza, qualsiasi essa possa essere. In questi casi, in assenza del dato elettorale, la soglia dovrebbe essere quella del 5% del solo dato associativo10.
Ma qui altri nodi vengono al pettine. Il dato associativo si calcola infatti sulla base delle ritenute in busta paga11, operazione cui spesso i padroni si oppongono, soprattutto se in presenza di sindacati non firmatari di contratto nazionale, come le organizzazioni di base. Stanti così le cose, sindacati come USB o Cobas sarebbero esclusi dal conteggio, a prescindere dal numero di adesioni che hanno raccolto. La situazione è in realtà più complessa, e si configura come un mosaico di soluzioni opposte. La trattenuta sindacale sembra per ora costituire un diritto esigibile da tutte le organizzazioni sindacali, stante a quanto afferma la Corte di Cassazione nella sentenza n°2314 del 17/02/2012.
[…] i datori di lavoro (ivi comprese le strutture sanitarie) saranno ancora tenuti, in caso di notifica della cessione del credito e nonostante l’applicazione ai dipendenti privati del D.P.R. n. 180/50, ad effettuare le trattenute sulle buste paga ai fini del pagamento delle quote associative sindacali, a prescindere dall’appartenenza o meno del lavoratore all’associazione firmataria del ccnl applicato, pena il risarcimento derivante dall’ingiustificato inadempimento e la commissione di comportamenti valutabili come antisindacali [...]
Il risultato è che in alcuni settori i sindacati di base partecipano effettivamente alle trattenute sindacali, in altri faticano ancora ad imporre questo loro diritto.


…e a valle: una cappa di restrizioni e sanzioni per chi voglia protestare

Come si approva il CCNL?
L’esclusione aprioristica dei soggetti potenzialmente più combattivi non esaurisce la “guerra preventiva” al conflitto lanciata da industriali e sindacalismo concertativo.
In primo luogo, i contratti nazionali per diventare efficaci devono essere validati dai lavoratori.
1.3 I contratti collettivi nazionali di lavoro sottoscritti formalmente dalle Organizzazioni Sindacali che rappresentino almeno il 50% +1 della rappresentanza, come sopra determinata, previa consultazione certificata delle lavoratrici e dei lavoratori, a maggioranza semplice – le cui modalità saranno stabilite dalle categorie per ogni singolo contratto – saranno efficaci ed esigibili. La sottoscrizione formale dell’accordo, come sopra descritta, costituirà l’atto vincolante per entrambe le Parti.
Solo che il patto del 31 maggio non prevede una forma specifica, demandando invece alle singole categorie la determinazione delle modalità. Ciò significa che non è affatto detto che i lavoratori saranno chiamati ad esprimere la propria preferenza con un referendum a scrutinio segreto. Potrebbe accadere, ed è il metodo per il quale sta spingendo ad esempio la CISL, che siano chiamati ad un voto palese per alzata di mano, strumento che aumenta a dismisura il potere di ricatto delle organizzazioni sindacali e riduce ulteriormente le libertà del lavoratore.

Rinuncia al conflitto nei luoghi di lavoro
Chi firma l’accordo rinuncia poi a qualsiasi possibilità di protesta.
1.4 Il rispetto delle procedure sopra definite comporta, infatti, oltre l’applicazione degli accordi all’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici, la piena esigibilità per tutte le organizzazioni aderenti alle parti firmatarie della presente intesa. Conseguentemente le Parti firmatarie e le rispettive Federazioni si impegnano a dare piena applicazione e a non promuovere iniziative di contrasto agli accordi così definiti.
Nel testo è scritto a chiare lettere ed è ribadito con forza – se proprio qualcuno non avesse inteso o non volesse intendere – ancora da Dolcetta: “quando la maggioranza ha deciso, la minoranza non ha possibilità di promuovere iniziative, di qualunque genere, a contrasto dell’accordo”12. Lo sciopero, quindi. Ma non solo. Laddove si parla di procedure di raffreddamento e di sanzioni (la cui specificazione è rimandata ai singoli contratti di categoria) si intende sì limitare il diritto allo sciopero, ma si guarda anche ad altre forme di lotta, comprese le cause legali. Per i padroni, sono le espressioni del conflitto a 360° a dover essere circoscritte e ristrette fino a – sperano loro – scomparire.

Disciplina sulle RSU
Per raggiungere quest’obiettivo, i sindacati si fanno carico dell’infame ruolo del controllo della forza lavoro, ben più di quanto non abbiano fatto finora. Alcuni dei diritti individuali dei lavoratori, pur restando formalmente tali – individuali – vengono in realtà catturati dalle organizzazioni sindacali.
1. In primo luogo le nuove RSU, anziché rappresentare gli interessi dei lavoratori, saranno legate a doppio filo all’organizzazione sindacale di cui sono espressione, configurandosi così come qualcosa di molto simile alle RSA. Il nuovo accordo prevede infatti che il cambiamento di appartenenza sindacale da parte di un RSU determini la decadenza dalla carica e la sostituzione con il primo dei non eletti della stessa lista sindacale.
1.6 [...] il cambiamento di appartenenza sindacale da parte di un componente la RSU ne determina la decadenza dalla carica e la sostituzione con il primo dei non eletti della lista di originaria appartenenza del sostituito.
Cancellate con un colpo di spugna la libertà individuale e il diritto al dissenso, le nuove RSU sarebbero rappresentanti non dei lavoratori bensì dei sindacati, e saranno pronte ad impegnarsi a giurare fedeltà alla propria organizzazione di provenienza. Non è un caso che con il nuovo accordo i diritti sindacali passino dall'essere in capo al singolo RSU, all'essere in capo alle sole organizzazioni firmatarie dell'accordo. Come spiega bene Giorgio Cremaschi: “Se per caso a un delegato RSU Cgil venisse in mente di proclamare uno sciopero, ad esempio sui sabati, in presenza di un accordo siglato dal suo sindacato di appartenenza, verrebbe dimesso da delegato e lo sciopero ritirato”13.

2. L'indizione di nuove elezioni per il rinnovo delle RSU, se prima poteva essere fatta anche da soggetti non firmatari dell'accordo del 1993, ora è una prerogativa specifica dei firmatari dell'accordo, in questo caso CGIL-CISL-UIL. Perdipiù l'indizione può avvenire solo se definita unitariamente da tutti e tre i sindacati.
1.6 In ragione della struttura attuale della rappresentanza, che vede la presenza di RSU o RSA, il passaggio alle elezioni delle RSU potrà avvenire solo se definito unitariamente dalle Federazioni aderenti alle Confederazioni firmatarie il presente accordo.
Il nuovo accordo prevede inoltre che la partecipazione alle elezioni per le RSU preveda l'adesione totale ai punti contenuti nell'accordo del 31 maggio, compreso l'impegno a non dissentire su accordi firmati dalla maggioranza delle RSU e ad accettare limitazioni al diritto di sciopero ed eventuali sanzioni previste dal CCNL.
1.6 [...] viene confermato il principio stabilito nell’Accordo Interconfederale del 20 dicembre 1993, ossia che le organizzazioni sindacali aderenti alle Confederazioni firmatarie della presente intesa, o che comunque ad essa aderiscano, partecipando alla procedura di elezione delle RSU, rinunciano formalmente ed espressamente a costituire RSA ai sensi della legge n. 300/70.
3. Si parla dunque, in terza battuta, di misure volte a garantire che l’impegno affinché le “articolazioni a livello territoriale ed aziendale si attengano a quanto concordato nel presente accordo” non rimanga un mero pronunciamento su carta. I singoli contratti collettivi nazionali di categoria avranno infatti il compito di prevedere procedure di raffreddamento14, col fine di prevenire il conflitto, e sanzioni, cui sarà invece demandato il compito di punire i dissenzienti15.
1.5 I contratti collettivi nazionali di categoria, approvati alle condizioni di cui sopra, dovranno definire clausole e/o procedure di raffreddamento finalizzate a garantire, per tutte le parti, l’esigibilità degli impegni assunti e le conseguenze di eventuali inadempimenti sulla base dei principi stabiliti con la presente intesa.
Ma a chi sono dirette queste clausole e queste sanzioni? Se è vero che alcuni adombrano il rischio che possano esser fatte valere contro i singoli lavoratori, la giurisprudenza è stata finora unanime nel ritenere che tali provvedimenti investono sostanzialmente le rappresentanze sindacali. Ciò non toglie nulla alla gravità delle previsioni dell’accordo. Si va infatti a delineare, sempre più chiaramente, un ruolo del sindacato ben diverso da quello di cui tanti lavoratori avrebbero un disperato bisogno: CGIL, CISL e UIL si impegnano ad influire sui lavoratori affinché rispettino la disciplina associativa, i dettami degli accordi e affinché non mettano in campo alcuna forma di lotta, sciopero in primis.
Ma perché i sindacati concertativi hanno firmato un accordo del genere? Cosa ci guadagnano?
Se CISL e UIL sembrano semplicemente fare un passo in avanti sulla strada che si son spianati già da tempo, diverso è il discorso per la CGIL e – soprattutto – per la FIOM. La firma del principale sindacato dei metalmeccanici non è un atto scellerato, frutto dell’incapacità di comprenderne le possibili conseguenze. Se si considera in termini corporativi, ovvero per il ‘bene’ della federazione e non di quello dei metalmeccanici, l’accordo del 31 maggio presenta una serie di vantaggi. L’organizzazione rappresentata oggi da Landini potrà infatti far valere il suo peso, e potrà peraltro godere dei proventi delle ritenute sindacali, oggi invece sospese alla FIAT e ovunque non sia firmataria di accordo. Potrà ritornare a sedere ai tavoli di trattativa, cercando di metter fine ad un’emorragia di iscritti che l’ha colpita laddove la sua posizione non è stata quella di chinare la testa dinanzi alla controparte.
Come potrà però difendere gli interessi dei lavoratori, oltre che quelli propri di ‘parrocchia’, è un mistero di non facile soluzione, visto che ha deposto le armi dinanzi ad un nemico che ha intenti tutt’altro che pacifici16.


Possibili scenari futuri

L’accordo non entrerà in vigore immediatamente. Secondo Dolcetta potrà essere effettivo solo a partire dal 201417. Da quel momento esso dispiegherà tutti i suoi effetti.
Allora come possiamo muoverci per affrontare questo attacco?
La forza d’urto del nemico è enorme e non bisogna nascondersi che non sarà facile portare a casa il risultato. Ma, malgrado tutto, l’accordo, apparentemente blindato e granitico, può risultare assai fragile. Tutta la sua forza deriverà infatti dalla capacità delle centrali sindacali di irreggimentare i lavoratori, riposando dunque sulle capacità di controllo e di cattura di CGIL-CISL-UIL. Allo stesso tempo, però, proprio questo potrebbe costituire il suo tallone d’Achille. Innanzitutto è probabile che si farà maggiore chiarezza, con una demarcazione sempre più profonda tra sindacati “complici” e sindacati “conflittuali”. Alla CGIL e alla FIOM risulterà assai più difficile giocare al contempo il ruolo di sindacato “di lotta e di governo”. O di qua, o di là. L’accordo parla chiaro.
E, proprio per questo motivo, avendo barattato il diritto alla protesta con la partecipazione alla gestione del sistema delle relazioni industriali, queste OO. SS. potrebbero avere difficoltà a controllare quei settori di lavoratori cui, anche a causa dell’acuirsi della crisi, non sono destinate più neanche le briciole. Il conflitto rimane infatti insopprimibile e non può bastare un accordo per cancellare con un tratto di penna e con un regime repressivo sui posti di lavoro il malcontento, la frustrazione, la rabbia dei lavoratori. Ancora e ancora questi troveranno modo di esprimersi. Forse attraverso forme di lotta più sotterranee e non facilmente generalizzabili, le “armi dei deboli”: quelle forme di conflitto strisciante, di resistenza quotidiana che perseguono obiettivi fattuali immediati. Giusto per fare alcuni esempi, tra di esse figurano i rallentamenti, lo scarso impegno sul lavoro, i piccoli sabotaggi, l’assenteismo, i finti incidenti. Si tratta di forme che, rimanendo nella maggior parte dei casi nascoste, non sono facili da carpire e valutare. Ciò nulla toglie all’importanza di essere capaci di scorgerle, di sostenerle e di contribuire alla loro immissione in una cornice che punti alla trasformazione dello stato di cose presenti.
Anche grazie alla più marcata demarcazione tra “complici” e “conflittuali”, i lavoratori potrebbero poi trovare una sponda importante in quegli attori che avranno la responsabilità di poter accogliere e dare spazio alle loro voci: i sindacati di base che, non essendosi legati le mani con quest’accordo, hanno dinanzi a sé la possibilità di sostenere il conflitto sui posti di lavoro.
Infine, l’accordo sulla rappresentanza chiama in causa questioni di carattere politico più generale. In ballo ci sono non solo il diritto alla protesta, ma anche al più semplice dissenso. Diritti e prerogative che interessano tutte e tutti, chi è al lavoro e chi è disoccupato. Capire che il dispositivo che stanno preparando per inibire il conflitto sui posti di lavoro avrà ripercussioni a cascata anche negli altri ambiti della società, che è una delle misure per “uscire dalla crisi” e “rilanciare la crescita”, deve essere la premessa per un suo inglobamento in quell’agenda politica che deve avere l’ambizione di mettere in discussione, rallentare ed invertire la rotta decisa da governo, imprenditori ed istituzioni internazionali.



note
1. Vedi le dichiarazioni di Susanna Camusso, segretario generale della CGIL o quelle di Squinzi, presidente di Confindustria, o ancora Il Sole 24 Ore, 1 giugno 2013, Picchio Nicoletta e Pogliotti Giorgio, “Rappresentanza, accordo storico. Trovata l’intesa sulla rappresentanza”.
2. Il Sole 24 Ore, 2 giugno 2013, p.7.
3. Così l’ha definito il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, Il Sole 24 Ore, 2 giugno 2013, p.7.
4. Il Messaggero, 2 giugno 2013, p.19.
5. Il Sole 24 Ore, 2 giugno 2013, p.7.
6. Ibidem.
7. È bene chiarire che vale esclusivamente, per parte padronale, per le aziende associate in Confindustria. Non si applica, per fare solo l’esempio più famoso, alla FIAT. Lo fanno notare qui alcune organizzazioni datoriali minori.
8. Corsera, 2 giugno 2013, p.13.
9. Dal 1970 (anno di entrata in vigore dello Statuto dei Lavoratori) la rappresentanza nei luoghi di lavoro era affidata alle Rappresentanze Sindacali Aziendali (R.S.A.). Queste, a partire dal 1995 (in seguito ad un referendum che modificò sostanzialmente il testo dell’art. 19 dello Statuto), potevano essere costituite dell’ambito di qualsiasi organizzazione sindacale, purché firmataria di un contratto collettivo di qualsiasi livello (nazionale, provinciale o aziendale) applicato nell’unità produttiva.
Caratteristica determinante, le RSA sono elette (o più frequentemente designate) tra i soli iscritta ad una sigla sindacale. Esse hanno perciò il solo onere di difendere i diritti dei lavoratori iscritti al proprio sindacato di riferimento.
La situazione cambia con l’Accordo interconfederale del 23 luglio del 1993 e quello del 20 dicembre del 1993, che istituiscono le Rappresentanze Sindacali Unitarie (R.S.U.) e ne regolano composizione, funzioni, diritti e tutele.
Le RSU sono composte per 2/3 da membri eletti da parte di tutti i lavoratori e per 1/3 da membri designati o eletti dalle organizzazioni stipulanti il CCNL in proporzione ai voti ottenuti. In sostanza, se si riconosce “d’ufficio” un terzo della rappresentanza alle centrali sindacali confederali, si garantisce altresì la presenza delle organizzazioni sindacali minoritarie presenti in azienda.
A differenza delle RSA, le RSU sono elette da tutti i lavoratori, a prescindere dall’appartenenza sindacale. Partecipano conseguentemente alla contrattazione aziendale in nome di tutti i lavoratori.
10. Su quest’aspetto non c’è unanimità di vedute, considerato che alcuni “addetti ai lavori” sostengono che tale soglia dovrebbe essere innalzata al 10%.
11. La quota che il lavoratore cede al sindacato, già oggi, non è riscossa direttamente da quest’organizzazione, ma tramite l’intermediazione dell’azienda. L’ente che dovrà certificare il dato associativo è l’INPS che successivamente lo trasmetterà al CNEL.
12. Il Sole 24 Ore, 2 giugno 2013, p.7.
13. Intervista a Giorgio Cremaschi.
14. Le procedure di raffreddamento sono generalmente previste per limitare la conflittualità in azienda, attraverso il rafforzamento di obblighi informativi reciproci con la previsione di periodi di valutazione e di confronto, nei quali i sindacati si impegnano a non proclamare lo sciopero e le imprese a non mettere immediatamente in atto decisioni organizzative che ledano gli interessi dei lavoratori.
15. Non stiamo parlando di un futuro così lontano, anzi! Nel caso del CCNL nel settore dell'igiene ambientale, su cui è stato raggiunto un accordo lo scorso 24 maggio, parliamo addirittura del recente passato! Qui il regolamento per entrare nella RSU è cambiato rispetto al CCNL del 2008, prima con il verbale del 18 Aprile, poi con la firma del contratto nazionale il 24 Maggio, determinando un innalzamento delle barriere d'accesso alla rappresentanza. Per candidarsi bisogna raccogliere il 5% di firme accompagnate da un documento di identità, accettare il ccnl, gli accordi interconfederali, il regolamento delle rsu e soprattutto una regolamentazione stringente del diritto di sciopero. Per qualsiasi lavoratore o sindacato accedere alla contrattazione di secondo livello in un'azienda del settore comporta, oltre all'assenso verso tutti gli accordi precedentemente firmati, anche l'accettazione in partenza tutti gli accordi votati dalla maggioranza della RSU! Come se non bastasse questo “nuovo” CCNL blinda ulteriormente la presenza sindacale triconfederale nel settore, prevedendo un patto di solidarietà tra CGIL-CISL-UIL: nell’assegnazione dei seggi, se una di queste tre organizzazioni non dovesse raggiungere il quorum, in nome del patto le viene assegnato comunque un seggio.
16. Lo stesso discorso si può fare anche per la CGIL, escludendo però l’apparente contrasto tra una fase di ‘lotta’ degli ultimi anni e la capitolazione di questi giorni, visto che già da lungo tempo il principale sindacato italiano si è mostrato più che disponibile ad andare incontro alle esigenze di padroni e governo.
17. Il Sole 24 Ore, 2 giugno 2013, p.7.

pc 15 luglio - persecuzioni della Procura di Caselli a Torino - Frank libero subito !


altProsegue l'azione di accanimento della Procura torinese nei confronti dei militanti impegnati quotidianamente nelle lotte, in particolare contro quanti partecipano e supportano la lotta No Tav, ormai vero e proprio spauracchio della Procura contro cui viene indirizzato ogni sforzo giudiziario nel tentativo di criminalizzare il movimento.
E' il caso di Frank, arrestato e sottoposto ad arresti domiciliari nel mese di dicembre per aver partecipato al corteo torinese del 1 maggio 2012, quando lo spezzone sociale della manifestazione giunse sotto il Comune per portare solidarietà ai detenuti No Tav coinvolti nella maxi operazione di alcuni mesi prima e fu più volte caricato dalla polizia.
Il castello giudiziario costruito dal pm Rinaudo era stato però ridimensionato piuttosto in fretta e la misura dei domiciliari era stata tramutata in obbligo di dimora a Torino al quale però il Pm chiese di aggiungere un'ulteriore restrizione, trovando l'appoggio del giudice Salerno, disposto ad assecondare ogni assurda richiesta e capriccio della Procura: a Frank viene infatti imposto di non allontanarsi da una porzione delimitata del quartiere in cui abita, Barriera di Milano, mentre gli viene esplicitamente interdetto l'accesso al quartiere Vanchiglia per impedirgli di partecipare a cortei nel centro di Torino.
Frank viene dunque costretto all'interno di un vero e proprio recinto di pochi isolati che ne limita fortemente la libertà di poter portare avanti le proprie battaglie e lo impedisce anche nei più elementari spostamenti quotidiani.
Una condizione evidentemente insostenibile e protrattasi per molti mesi ma nella quale la Procura ha deciso di dare nuovo sfogo al proprio accanimento: ieri sera Frank è stato infatti arrestato e portato al carcere delle Vallette con l'accusa di aver violato più volte le restrizioni a cui era sottoposto. Anche in questo caso la ritorsione e l'inasprimento richiesto dai Pm ha trovato l'approvazione del giudice Salerno che ha firmato l'ordinanza e autorizzato l'arresto.
Ora sarà il Tribunale delle libertà a decidere nelle prossime settimane se mantenere l'arresto in carcere o meno.
Contro i piani della Procura che vorrebbe rinchiudere la determinazione di chi lotta all'interno di un recinto, la nostra solidarietà va a Frank con l'augurio che torni presto libero.

pc 15 luglio - a Bergamo, per i carabinieri c'è licenza di uccidere

Bergamo. Le verità nascoste: nessun processo per l’uccisione di Aziz Amiri

  • altBergamo – Solo la lettura delle motivazioni, dopo l’estate, potrà dirci se davvero la decisione del gip bergamasco è la pietra tombale sulle speranze di verità e giustizia.
    La Procura di Bergamo ha infatti deciso, a 3 anni e 5 mesi da quel 6 febbraio del 2010, di archiviare il procedimento che vedeva indagato il carabiniere che sparò il proiettile mortale contro il diciottenne marocchino. Innumerevoli sono le incongruenze e i dubbi emersi dalla ricostruzione degli unici testimoni di quella serata a Mornico, i due militari dell’Arma intervenuti per  fermare una Peugeot 206. L’auto era parcheggiata e vi sedevano i due fratelli Amiri, entrambi disarmati con alcuni grammi di cocaina. Aziz, appena arrivato in Italia, morì freddato da un colpo sparato dall’interno dell’abitacolo, mentre il fratello maggiore riuscì misteriosamente a sfuggire ai carabinieri che gli puntavano le loro pistole da entrambi i lati dell’auto. Aziz non si era nemmeno mosso dal sedile passeggero dell’auto. Una vicenda piena di stranezze che solo un processo avrebbe forse potuto aiutare a chiarire.
    Perchè il carabiniere che ha ammazzato Aziz impugnava la propria pistola personale invece di quella d’ordinanza? Aveva problemi d’udito l’abitante di Mornico che il giorno dopo l’omicidio ha dichiarato di aver sentito 3 spari e non uno? Perchè nelle indagini questo e gli altri abitanti che avrebbero potuto fornire indizi sull’accaduto non sono mai stati ascoltati? Perchè la Peugeot prima di essere analizzata è stata portata nella caserma dove era in servizio il militare che ha ucciso Aziz? Com’è possibile che non sia stato rinvenuto il bossolo del proiettile che ha ammazzato Aziz? Se il carabiniere si trovava all’esterno dell’auto con un ginocchio a terra quando è partito il proiettile, perche l’esame balistico dei RIS mette in luce che il colpo è stato sparato dall’interno dell’abitacolo, dal’altezza dello specchietto retrovisore?
    Anche per Hilary Clinton, a cui è giunta l’eco del caso, la morte del giovane Aziz Amiri è ritenuta “un omicidio controverso” e viene inserita nel capitolo del rapporto annuale sui diritti umani intitolato “privazione arbitraria o illegale della vita”.
    La serie degli interrogativi che non troveranno risposta potrebbe continuare, ma ha senso soffermarsi su una sola grandecertezza. In Italia se sei un clandestino non conti praticamente nulla. Non conti nulla se vai a lavorare perchè puoi farlo solo in nero, non conti nulla se devi curarti perchè non hai diritto all’assistenza sanitaria, non conta nulla la tua vita perchè da un momento all’altro puoi essere fermato, ricevere un foglio di via, essere rinchiuso o espulso. Se per caso poi sei vittima di un abuso non ti conviene dire nulla, perchè l’irregolare sei tu che sei entrato in Italia senza avere le carte in regola. E’ difficile per chiunque difendersi da un abuso in questo paese, figuriamoci per chi è appena arrivato e dopo 43 giorni ha già smesso di respirare.
    La redazione è disponibile a presentare la propria inchiesta a chiunque fosse interessato a non far cadere nell’oblio la morte di questo ragazzo, ma soprattutto a chi individua in questa storia gli spunti per riflettere su diritti, libertà e disuguaglianze…
    Per contatti: bgreport@autistici.orgQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

    pc 15 luglio - in Turchia il regime fascista-islamista di Erdogan attacca quotidianamente i manifestanti - riprendiamo ne nostro paese denuncia e manifestazioni


    Nuova manifestazione attaccata ad Istanbul con lacrimogeni e idranti. La polizia sostituirà i vigilantes nei campus universitari, mentre le famiglie dei giovani uccisi durante le proteste denunciano l’uso delle squadracce di picchiatori e l’impunità totale che protegge gli agenti violenti.

    Per l’ennesima volta ieri sera il centro di Istanbul è stato trasformato dalla Polizia in un vero e proprio campo di battaglia. Da una parte i reparti antisommossa bardati di tutto punto, coadiuvati dai Toma, e dall’altra alcune migliaia di manifestanti che si erano dati appuntamento alle 17,30 nel viale Istiklal con l’intenzione di marciare verso piazza Taksim e raggiungere così Gezi Park. L’intenzione era quella di protestare contro una nuova legge sui progetti di sviluppo urbano, approvata a metà settimana, che concede piena autorità in materia al Ministero per l'Ambiente e la Progettazione Urbana, eliminando la supervisione finora obbligatoria esercitata dall’Ordine degli architetti e degli ingegneri (Tmmob), molti dei quali sono tra i più determinati avversari dei progetti di cementificazione di Erdogan e del sindaco di Istanbul. Dopo essersi concentrate ad alcune centinaia di metri da Piazza Taksim la folla ha cominciato a muoversi scandendo slogan contro la speculazione edilizia e le grandi opere come "no al terzo ponte, no al canale Istanbul, no ai progetti folli". Ma idranti e lacrimogeni hanno creato un muro che i manifestanti non sono riusciti a superare e per alcune ore nelle vie adiacenti a Istiklal si sono ripetuti i rastrellamenti a caccia di dimostranti da arrestare o da colpire con i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Diversi gli arresti e i feriti.

    A chiarire che il regime dell’Akp non ha nessuna intenzione di fare un passo indietro, ieri, la diffusione della notizia che la polizia sostituirà i vigilantes privati finora incaricati di garantire la sicurezza nei campus universitari. ''Non vogliamo vedere giovani andare in giro con bottiglie incendiarie o machete'' ha affermato lo stesso premier Erdogan ieri. ''Metteremo nelle università di stato la polizia di stato al posto della sicurezza privata''.

    Il riferimento del premier ai ‘giovani con machete’ suona come una vera e propria provocazione, visto che gli attivisti dell’opposizione e la stampa turca da giorni denunciano la crescita di aggressioni contro manifestanti e giornalisti da parte di uomini in borghese armati di machete o di mazze da baseball, in alcuni casi membri del partito governativo e in altri esponenti dei servizi di sicurezza. Vere e proprie squadracce dedite ad affiancare i reparti antisommossa durante la repressione delle manifestazioni di piazza o ad aggredire fisicamente ed intimidire gli attivisti durante le assemblee convocate dai comitati locali di ‘Taksim Solidarietà’ nei diversi quartieri e parchi della città. E’ ad una di queste squadracce che si deve la morte di uno studente diciannovenne, Ali Ismail Korkmaz, morto mercoledì dopo più di un mese di coma causato dal pestaggio al quale era stato sottoposto all’inizio di giugno durante una manifestazione antigovernativa a Eskisehir, nel sud della Turchia. Un testimone ha raccontato l’agguato e il pestaggio, denunciando la complicita' fra agenti in uniforme e aggressori. ''E' stato gettato a terra, colpito più volte alla testa, al torace, sulla schiena, ha perso coscienza''. Il quotidiano di sinistra Radikal pubblica sul proprio sito alcuni video di diversi pestaggi. Ma 18 minuti delle registrazioni delle telecamere di sicurezza della strada in cui é stato mortalmente picchiato Korkmaz sono ‘inspiegabilmente’ scomparsi. Aggressioni simili contro i dimostranti sono state segnalate anche ad Ankara, Istanbul, Smirne, Antiochia.

    Da parte sua la famiglia del giovane manifestante Ethem Sarisuluk, ucciso ad Ankara da un colpo alla testa sparato a bruciapelo da un agente durante le proteste del primo giugno, ha denunciato di avere subito minacce da parte della polizia per avere chiesto che la giustizia punisca il colpevole. Secondo la stessa stampa turca – sottoposta ad una rigida censura - il comando della polizia di Ankara ha tardato settimane a comunicare alla procura il nome dell'agente responsabile dell'uccisione di Sarisuluk, un operaio alawita di 26 anni. Un giudice di Ankara ha poi deciso di lasciarlo a piede libero considerando che avrebbe agito per 'auto-difesa'. Le immagini dell'episodio diffuse da Halk Tv mostrano che l'agente ha prima preso a calci un manifestante poi ha estratto la pistola e esploso almeno tre colpi, mentre Sarisuluk crollava a terra. La decisione del magistrato ha suscitato indignate proteste di manifestanti anti-governativi e stampa di opposizione, che hanno denunciato la 'impunita'' garantita ai poliziotti responsabili della feroce repressione delle manifestazioni delle ultime settimane. Secondo la stampa la polizia ha addirittura arrestato un manifestante testimone dell'omicidio. La famiglia di Sarisuluk si é costituita parte civile e il fratello e la nuora del giovane ucciso hanno riferito, scrive Hurriyet, che la polizia ha perquisito le abitazioni di diversi membri della famiglia, a scopo puramente intimidatorio. Gli agenti hanno fra l'altro detto a una zia di Mustafa Sarisuluk di avvertirlo che "lo arresteremo non appena lo troviamo, perché parla troppo".


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    domenica 14 luglio 2013

    pc 14 luglio - DAL CIRCOLO DI TARANTO: CHE FARE? ARMA PER LA COSTRUZIONE DEL PARTITO COMUNISTA RIVOLUZIONARIO

    Lo studio iniziato nel Circolo proletari comunisti di Taranto del Che fare? di Lenin ha in questa fase, legata alla situazione oggettiva e soggettiva della lotta di classe, lo scopo di mettere al centro i compiti politici rivoluzionari degli operai, lavoratori, proletari e proletarie d'avanguardia. Tra questi, oggi il principale è la costruzione del partito comunista di tipo nuovo.
    Per portare avanti questo compito fondamentale, è decisiva la lotta interna ed esterna contro tutte le teorie, le politiche, le ideologie - che chiaramente guidano le pratiche - che invece vogliono deviare dalla costruzione dell'organizzazione centrale che permette ai proletari di essere autonomi, indipendenti dalla borghesia, dal riformismo e da tutte le varianti delle teorie e prassi borghesi e piccolo borghesi, e di portare avanti la lotta rivoluzionaria per il potere proletario.
    Soprattutto all'esterno è prioritaria una dura e continua critica a tutte quelle teorie, politiche e pratiche che vogliono sempre, al di là delle parole che possono usare, mantenere la lotta nell'ambito di questo sistema “migliorandolo”, spesso per entrarci dalla porta principale o secondaria nel sistema di potere capitalista; che vogliono mantenere i lavoratori, i giovani, le donne legati e limitati alla sola denuncia, con qualche esplosione di ribellione una tantum, alla sola lotta rivendicativa economica o sociale; che vogliono fare della lotta per il potere, della battaglia rivoluzionaria bene che vada degli slogan o temi di seminari e convegni.
    La costruzione del partito comunista rivoluzionario è quindi una “guerra” e frutto di una guerra per liberarsi e sgomberare il campo da tutti gli ostacoli o freni, di una delimitazione da tutti coloro che vogliono attirare nel “pantano”. “Senza distruzione non c'è costruzione”.
    In questo, come si sta ancora una volta verificando nello studio del circolo di proletari comunisti, il Che Fare? di Lenin è un'arma fondamentale. Per affermare e praticare la teoria, l'ideologia e la politica del proletariato bisogna fare piazza pulita di tutte le altre tendenze, anche delle loro “sfumature”, impedire che si affermino tra i settori avanzati delle masse.
    In questo senso, possiamo dire: Qual'è il compito fondamentale del circolo di proletari comunisti nella strada per costruire il partito? Lottare apertamente contro le altre posizioni e fare propaganda rivoluzionaria.
    E, ancora, in questo senso, nello studio i compagni del circolo non hanno il problema di riferirsi, riportare immediatamente alla pratica, allo loro pratica, di tradurre meccanicamente ciò che leggono in pratica del giorno dopo; ma hanno il compito di afferrare la teoria, di restare sul piano principale oggi nel lavoro per la costruzione del partito e l'applicazione ragionata e attuale dei principi marxisti-leninisti-maoisti frutto della lunga storia del proletariato, della battaglia teorica, perchè come dice Engels e riprende Lenin nel libro: “senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario”, ma solo - diciamo noi - movimentismo cieco che lascia gli operai, i lavoratori, le lavoratrici sempre e solo legati, come schiavi, alla loro buia realtà.

    Studiando questo testo – per ora il 1° capitolo “Dogmatismo e “libertà di critica” - i compagni e le compagne del circolo stanno vedendo come sia molto moderno e attuale.
    Sembra che parli della situazione di oggi, sia nazionale, ma anche locale di Taranto. Dai riformisti e opportunisti che vogliono limitare le masse alla lotta difensiva, sindacale, rivendicativa, alla lotta “possibile”, anche quando si chiamano “comunisti”, e che ai proletari danno, a volte in maniera demagogica, la “minestra riscaldata”, senza elevare mai la coscienza con teoria e propaganda rivoluzionaria; agli esponenti di oggi della “libertà di critica”, i vari “liberi e pensanti” di oggi (parolette molto alla moda) che dicono che parlare di lotta di classe, di partito, di teoria del proletariato, di rivoluzione, di “bandiere” è roba sorpassata e negativa, perchè oggi si deve parlare di “movimenti”, in cui tutti siano sullo stesso livello, dagli operai alla media borghesia, dai disoccupati a imprenditori, commercianti, professionisti, ecc. Questi signori rivolgono la loro “libertà di critica” per criticare non le teorie borghesi, ma la storia, la teoria marxista-leninista-maoista del proletariato, il partito e la via rivoluzionaria; questi riciclano per “nuove idee” luoghi comuni, interclassisti: il concetto e la parola “libertà” è stata sempre ed è tuttora usata dai padroni, ma per parlare della “loro libertà” di poter fare profitti come vogliono schiacciando la minima libertà di vita delle masse popolari e dei lavoratori, pure quella di “vendersi ed essere pagati come forza-lavoro”, o viene usata dai partiti borghesi, vedi PdL. A dimostrazione di come sia equivoca e fondamentalmente di destra parlare genericamente di “libertà”, di “pensiero” senza dire quale e per chi.

    Riportiamo un pezzo di questo 1° capitolo del Che Fare? che sintetizza la battaglia che abbiamo da fare e che ha molto emozionato i compagni:

    “Piccolo gruppo compatto, noi camminiamo per una strada ripida e difficile tenendoci con forza per mano. Siamo da ogni parte circondati da nemici e dobbiamo quasi sempre marciare sotto il fuoco. Ci siamo uniti, in virtú di una decisione liberamente presa, allo scopo di combattere i nostri nemici e di non sdrucciolare nel vicino pantano, i cui abitanti, fin dal primo momento, ci hanno biasimato per aver costituito un gruppo a parte e preferito la via della lotta alla via della conciliazione. Ed ecco che taluni dei nostri si mettono a gridare: " Andiamo nel pantano! ". E, se si incomincia a confonderli, ribattono: " Che gente arretrata siete! Non vi vergognate di negarci la libertà d’invitarvi a seguire una via migliore? ". Oh, sí, signori, voi siete liberi non soltanto di invitarci, ma di andare voi stessi dove volete, anche nel pantano; del resto pensiamo che il vostro posto è proprio nel pantano e siamo pronti a darvi il nostro aiuto per trasportarvi i vostri penati. Ma lasciate la nostra mano, non aggrappatevi a noi e non insozzate la nostra grande parola della libertà, perché anche noi siamo " liberi " di andare dove vogliamo, liberi di combattere non solo contro il pantano, ma anche contro coloro che si incamminano verso di esso...”.  

    pc 14 luglio - Ilva Taranto: Bondi il commissario di Riva e del governo, peggio di Riva e del governo

    Bondi scrive a Vendola
    «Sbagliati i dati sull'Ilva»
    I tumori... per le sigarette


    Enrico Bondi come Emilio Riva. Cambiano le governance all’Ilva, sotto la spinta di provvedimenti della magistratura e decreti del governo, ma non muta l’approccio al nocciolo della questione, ovvero il disastro ambientale a Taranto provocato per anni e anni da impianti ritenuti fonti di malattie e morte per operai e cittadini. Ieri i consulenti del patron Emilio Riva, agli arresti domiciliari dal 26 luglio scorso, definivano Taranto una delle città meno inquinate d’Italia, oggi il commissario straordinario nominato dal governo Letta mette nero su bianco che «i criteri adottati e la procedura valutativa seguita dall’Arpa e dalla Regione Puglia nel rapporto sulla valutazione del danno sanitario dello stabilimento Ilva di Taranto presentano numerosi profili critici, sia sotto il profilo dell'attendibilità scientifica, sia sotto il profilo delle conclusioni raggiunte».

    La lettera, della quale la Gazzetta è venuta in possesso, è stata inviata da Bondi all’Arpa, all’Ares, all’Asl di Taranto e al presidente Vendola alla fine di giugno e contiene un vero e proprio ultimatum alla Giunta regionale. Bondi chiede che «tali profili critici siano compiutamente e specificatamente esaminati e considerati, prima della sottoposizione del rapporto alla Giunta regionale prima della presa d’atto».
    Ma non solo. Il commissario straordinario, contro la cui nomina il presidente Vendola si è peraltro speso ben prima della lettera in questione, segnala inoltre che «il rapporto di valutazione del danno sanitario si sovrappone ad altre valutazioni nella stessa materia, attribuite ad autorità di vigilanza nazionali, previste dalla legge statale, sia in sede di disciplina generale, sia in relazione alle norme recentemente dettate specificatamente per lo stabilimento Ilva di Taranto. Questa sovrapposizione e duplicazione, che inevitabilmente crea incertezza e non consente un ordinato e corretto svolgimento dell'attività dell'impresa, sarà oggetto di apposita segnalazione al Ministero dell'ambiente per le opportune valutazioni e determinazioni».

    Bondi ha allegato alla sua lettera un dossier di 44 pagine, firmato dai consulenti Ilva Paolo Boffetta, Carlo La Vecchia, Marcello Lotti e Angelo Moretti, con il quale vengono demoliti gli studi scientifici sull’impatto delle emissioni dell’Ilva compiuti dall’Arpa, dai consulenti del gip Patrizia Todisco e dagli esperti del Ministero della Salute autori dello studio «Sentieri». I consulenti di Bondi ripescano tesi già utilizzate in passato dall’Ilva e dalla famiglia Riva, la più singolare - e che però fa capire bene quale sia il livello dello scontro - riguarda la diffusione del tumore al polmone tra i tarantini. Diffusione, secondo gli esperti di parte, non dovuta agli effetti dei fumi prodotti dall’acciaieria più grande d’Europa ma agli stili di vita dei tarantini perché «è noto che a Taranto, città portuale, la disponibilità di sigarette era in passato piu alta rispetto ad altre aree del Sud Italia dove per ragioni economiche il fumo di sigaretta era ridotto fino agli anni '70». Conclusioni che lasciano davvero senza parole. La Regione cosa farà? Le armi sembrano spuntate, visto che nella conversione in legge del decreto Letta è stato stabilito che nemmeno la Valutazione del danno sanitario potrà modificare le prescrizioni Aia e che la Regione potrà al limite chiedere il riesame della stessa Aia. Ma una risposta a Bondi, oltre che ai tarantini e ai funzionari dell’Arpa così duramente criticati, è d’obbligo.

    pc 14 luglio - USA centro degli stati di polizia assassini e razzisti - Obama il più ipocritapresidente della storia USA








    Usa: caso Trayvon, Zimmerman non colpevole

    Nel febbraio 2012 George Zimmerman aveva ucciso con un colpo di pistola il diciassettenne afroamericanoTraynon Martin, disarmato. Si era appellato alla legittima difesa e aveva rifiutato ogni motivazione razziale
    NEW YORK - George Zimmerman non è colpevole della morte del giovane afroamericano Trayvon Martin. Lo hanno deciso i giurati dopo sedici ore di camera di consiglio al termine del processo in Florida.

    "Lei non ha più nulla a che fare con questa corte, è libero, può andare": con queste parole il giudice ha posto fine ad uno dei processi più appassionanti degli ultimi decenni di storia americana, seguito per settimane da milioni di persone in diretta Tv.

     Zimmerman - che la notte del 26 febbraio 2012 a Sanford, in Florida, uccise con un colpo di pistola il diciassettenne Trayvon Martin, che era disarmato - ha sempre proclamato la sua innocenza, dicendo di aver sparato per legittima difesa dopo essere stato aggredito, negando ogni movente di tipo razziale. I giurati gli hanno creduto ed è stato assolto da tutte le accuse.

    In aula Zimmerman, visibilmente teso al momento della lettura del verdetto, ha accolto la decisione rimanendo impassibile. I genitori di Trayvon, sempre presenti durante le udienze del processo, non erano stavolta presenti.

    Fuori dal tribunale la folla radunata per chiedere giustizia per Trayvon ha cominciato a protestare. Sul caso intervenne anche il presidente americano, Barack Obama, dicendo che se avesse avuto un figlio sarebbe stato come Trayvon.


    pc 14 luglio - DIETRO L'ESPULSIONE SHALABAYEVA? AFFARI E PROFITTI DI STATO!

    CASO KAZAKISTAN - Espulsione o rendition?
    Giallo Ablyazov a sei zampe di Alessandro De Pascale, Emanuele Giordana

    "Il rimpatrio di Alma e sua figlia, intreccio di interessi su cui indaga la magistratura... il 31 maggio scorso le autorità italiane, che le avevano fatte prelevare dalla loro abitazione romana due giorni prima, lasciarono che fossero caricate su un aereo privato, probabilmente fornito dal Kazakistan...
    ...Dietro alla pasticciata espulsione spunta ben altro: intrecci kazako-italiani, rapporti tra il presidente-dittatore Nazarbaiev e il suo attivo entorurage affaristico con l'Eni, il colosso energetico italiano che in Kazakistan ha molti interessi. Ci sono infatti più elementi che riconducono al colosso a sei zampe e a un intreccio oscuro di affari, tangenti, pressioni... Un sistema al centro delle inchieste della procura di Milano... che coinvolgono il gigante controllato dallo Stato e quinto gruppo petrolifero mondiale. Negli atti si legge che l'indagine riguarda un «gruppo affaristico», formato da «dirigenti del gruppo Eni e faccendieri», il cui scopo è «influire illecitamente nell'aggiudicazione di gare d'appalto» in Iraq, Kuwait e per l'appunto in Kazakistan...
    Già a metà giugno a un'interrogazione 5stelle sulla presunta corruzione internazionale... il governo aveva risposto col viceministro Stefano Fassina secondo cui l'esecutivo «non è al corrente delle attività gestionali» dell'Eni, nonostante il 30 per cento delle quote sia in mano al Tesoro.
    Accanto all'inchiesta italiana ci sono anche le preoccupazioni degli Stati uniti emerse nei cable di Wikileaks. Anche qui spunta l'Eni e fa capolino Ablyazov. Un cable «confidenziale», scritto il 29 gennaio 2010 da Pamela Spratlen, l'allora ambasciatrice Usa ad Astana, riferisce di un suo colloquio con Dan Houser, vice presidente per Europa e Asia centrale della McDermott, compagnia statunitense attiva nel settore energetico dal 1923 che si occupa della costruzione di piattaforme off-shore. Per Houser il primo problema incontrato dalla sua società in Kazakistan è stato «identificare la struttura proprietaria di partner e concorrenti», perché in «assenza di trasparenza» è «difficile capire chi possiede cosa». Houser spiega che «tutti i concorrenti della McDermott che operano nella regione hanno potenti sponsor politici ed efficaci lobbisti. Ad esempio, l'italiana Saipem e il Lancaster Group - presieduto da Nurlan Kapparov, ex vice ministro dell'Energia e delle Risorse minerali, già numero uno della Kazakh Oil, poi diventata KazMunaiGas (ex Kmg) - hanno creato la joint-venture Ersai».
    Houser rivela poi che «quando l'italiana Eni è diventata il principale operatore del progetto Kashagan», giacimento di gas naturale su cui ora indaga la magistratura di Milano, «per gli appaltatori statunitensi è stato difficile ricevere un trattamento onesto», a causa «dell'arrivo della società di servizi petroliferi Saipem, controllata al 40% da Eni». L'ultimo aspetto interessante della conversazione tra l'ex ambasciatrice Usa ad Astana e il vice presidente della McDermott, riguarda proprio la rinegoziazione del contratti. In Kazakistan, secondo Houser, non sarebbe il governo locale a chiedere le modifiche, come avvenuto in Iraq, ma «le compagnie estere, che cercano di rinegoziare un accordo quando si rendono conto di avere fatto una promessa che non sono in grado di mantenere»...
    ...La domanda legittima cui si dovrebbe rispondere è se dietro alla rapidissima consegna di Alma ai kazaki non vi siano state pressioni dirette o indirette dell'Eni e se non si tratti di uno scambio di favori per ingraziarsi Nazarbaiev e il suo entourage per mettere le mani sul tesoro energetico kazako...".

    A questo articolo ieri L'ENI risponde, come stanno rispondendo Alfano, la Bonino, lo stesso Letta: "io non sapevo, io non centro... se ci sono responsabilità la colpa è degli altri... anzi pretendiamo i nomi e puniamoli... ma noi restiamo!" 

    Ma sia questi luridi e squallidi personaggi, servitori e rappresentanti politici dell'imperialismo italiano, sia l'Eni, nello smentire, di fatto confermano - scrive il vice presidente Media Relation dell'ENI:

    "...NOn entriamo nelle inchieste citate che riguardano Eni... ma teniamo a precisare che Eni non era in alcun modo a conoscenza nè della vicenda, nè delle persone coinvolte nell'estradizione. In merito al giacimento di Kashagan, Eni ha avuto un ruolo di leader tecnico nella realizzazione del progetto e i contratti, la qualifica dei fornitori e le gare d'appalto venivano e vengono decise in modo collegiale dall'intero consorzio dedicato allo sviluppo delle attività. Inoltre la fase di approvazione da parte del Ministero Kazako competente viene gestita dalla società operatrice del progetto(partecipata da KazMunaiGas, ENI, Shell, Exxon-Mobil, Total, ConocoPhillips eInpex, che da fine 2008 ha il ruolo di interfacciarsi con leistituzioni del Paese...".