Nella lotta di classe quotidiana è facile infognarsi nelle inevitabili e inprescindibili battaglie specifiche e dimenticare che la costruzione del Partito è il compito più importante
da Pillole comuniste - 2
1-12-2013
giovedì 19 febbraio 2015
pc 19 febbraio - Perù - E' morta Margi Clavo - Camarada 'Nancy' -
La prigioniera politica peruviana arrestata nel marzo '95 come dirigente del PCP e della guerra popolare in Perù muore di cancro in prigione - dove scontava la pena di 25 anni
mercoledì 18 febbraio 2015
pc 18 febbraio - I secondini aguzzini sono la lurida feccia fascista prodotta da questo Stato
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| commenti sbirri |
Carcere: atroci commenti di agenti su Fb a riguardo un detenuto suicida: “Uno di meno”
“Uno di meno”, “Consiglio di mettere a disposizione più corde e sapone”, “Un rumeno in meno”, “Mi chiedo cosa aspettino gli altri a seguirne l’esempio”: queste alcune delle frasi postate su fb da agenti di polizia penitenziaria sulla pagina dell’Aslippe, sindacato delle guardie carcerarie, dopo il suicidio di un detenuto. Tra gli autori dei commenti anche alcuni rappresentanti sindacali.
Gabriel Barbuta, condannato nel 2013 per un omicidio avvenuto nel 2007, stava scontando l’ergastolo e si è tolto la vita nel carcere di Opera, a Milano. Il sindacato di polizia Sappe ha allora rilasciato dichiarazioni alla stampa in merito, sostenendo che le guardie carcerarie italiane sono “attente alle difficoltà di tutti i detenuti, indipendentemente dalle condizioni sociali o dalla gravità del reato commesso”. Peccato che, una volta che l’articolo contenente queste parole è stato postato sulla pagina fb dell’Aslippe, gli agenti hanno vomitato nei commenti tutte le nefandezze di cui erano capaci.
Ora, mentre il Pd finge di accorgersi che i detenuti sono in mano a individui che si augurano pubblicamente e senza pudore la loro morte (annunciando “interrogazioni parlamentari”), la direzione dell’amministrazione penitenziaria (organismo tristemente famoso per aver coordinato, giustificato e coperto da sempre ogni genere di tortura o sopruso nelle carceri italiane) annuncia una (possiamo immaginare quanto severa e risolutiva!) “inchiesta interna”.
Le decine di morti più che sospette, o di palesi omicidi da parte di guardie carcerarie, avvenute negli ultimi anni (si pensi al caso di Stefano Cucchi), associate all’altissimo numero di suicidi, sono terribile testimonianza di un inferno dove migliaia di persone vivono ammassate alla mercé dei loro carcerieri come oggetti di ogni violenza e di ogni arbitrio e sopruso, per permettere a politicanti e giornalisti (che solo una volta ogni tanto rispolverano un po’ di “buona coscienza” per fare notizia) di mettere al sicuro la loro retorica sulla “sicurezza” all’unico scopo di produrre disinformazione, strumentalizzazione delle tensioni sociali e controllo.
I commentatori della pagina dell’Aslippe non fanno quindi che dimostrare ciò che chiunque sia informato sulle condizioni carcerarie o sia passato dal carcere sa sul conto degli agenti di custodia: come ha scritto uno di loro tra i commenti, “per fare questo lavoro devi avere il core nero”.
da InfoAut
pc 18 febbraio - Renzi, pagliaccio! Contestato a Torino. Dopo le genuflessioni a Mirafiori dove afferma: "Sono gasatissimo dai progetti di Marchionne", partono le contestazioni al Politecnico
Ma si deve fare di più, a partire da un vero sciopero generale che lo faccia cadere!
Matteo Renzi al Politecnico si è fatto attendere. È arrivato con un po’ di ritardo, anche alla luce delle contestazioni che lo aspettavano, ragione per la quale al premier non è stato affatto possibile fare il suo ingresso su un tappeto rosso srotolato lungo la porta principale di corso Duca degli Abruzzi. Il presidente del Consiglio ha partecipato all’Inaugurazione dell’anno accademico del celebrato Politecnico. Davanti all’ateneo una nutrita presenza di contestatori: innanzitutto studenti, ma anche sindacalisti e operai.
Il presidio ha atteso l’arrivo del premier davanti al Politecnico, sotto gli occhi vigili di un corposo schieramento di forze dell’ordine, dopodiché si è trasformato in corteo ed è andato a bloccare l’incrocio tra corso Einaudi e corso Duca degli Abruzzi, poi quello fra corso Stati Uniti e la via dell’Università. Un presidio è rimasto stabile davanti all’ingresso del Politecnico, luogo nel quale è tornato il corteo, prima di sciogliersi.
All’interno dell’ateneo, nell’aula magna, Renzi ha riproposto le sue formulette sui saperi, sempre i primi ad esser decantati dalla politica ma anche i primi ad esser colpiti da tagli e svalutazioni. Emblematiche le parole del premier sul sistema Università: «Negare che vi siano diverse qualità nell’università è ridicolo. Ci sono università di serie A e B nei fatti e rifiutare la logica del merito e la valutazione dentro l’università e pensare che tutte possano essere uguali è antidemocratico, non solo antimeritocratico». Nel tempio universitario dell’eccellenza, il Politecnico, la legge della meritocrazia secondo il premier.
La contestazione è arrivata anche in aula, appena Renzi ha terminato il suo discorso. Un rappresentante degli studenti ha disapprovato il premier con un mano in cappello: «Contro questo capolavoro di retorica mi prendo la responsabilità di consegnarle questo cappello da giullare». I cappelli da giullare sono destinati ad andar sulla testa dei buffoni. Ognuno interpreti come ritiene. Lo studente è stato subito allontanato dalla sicurezza.
Matteo Renzi al Politecnico si è fatto attendere. È arrivato con un po’ di ritardo, anche alla luce delle contestazioni che lo aspettavano, ragione per la quale al premier non è stato affatto possibile fare il suo ingresso su un tappeto rosso srotolato lungo la porta principale di corso Duca degli Abruzzi. Il presidente del Consiglio ha partecipato all’Inaugurazione dell’anno accademico del celebrato Politecnico. Davanti all’ateneo una nutrita presenza di contestatori: innanzitutto studenti, ma anche sindacalisti e operai.
Il presidio ha atteso l’arrivo del premier davanti al Politecnico, sotto gli occhi vigili di un corposo schieramento di forze dell’ordine, dopodiché si è trasformato in corteo ed è andato a bloccare l’incrocio tra corso Einaudi e corso Duca degli Abruzzi, poi quello fra corso Stati Uniti e la via dell’Università. Un presidio è rimasto stabile davanti all’ingresso del Politecnico, luogo nel quale è tornato il corteo, prima di sciogliersi.
All’interno dell’ateneo, nell’aula magna, Renzi ha riproposto le sue formulette sui saperi, sempre i primi ad esser decantati dalla politica ma anche i primi ad esser colpiti da tagli e svalutazioni. Emblematiche le parole del premier sul sistema Università: «Negare che vi siano diverse qualità nell’università è ridicolo. Ci sono università di serie A e B nei fatti e rifiutare la logica del merito e la valutazione dentro l’università e pensare che tutte possano essere uguali è antidemocratico, non solo antimeritocratico». Nel tempio universitario dell’eccellenza, il Politecnico, la legge della meritocrazia secondo il premier.
La contestazione è arrivata anche in aula, appena Renzi ha terminato il suo discorso. Un rappresentante degli studenti ha disapprovato il premier con un mano in cappello: «Contro questo capolavoro di retorica mi prendo la responsabilità di consegnarle questo cappello da giullare». I cappelli da giullare sono destinati ad andar sulla testa dei buffoni. Ognuno interpreti come ritiene. Lo studente è stato subito allontanato dalla sicurezza.
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| Un cappello da giullare per il buffone al governo |
pc 18 gennaio - il governo renzi protegge i padroni inquinatori e assassini
in Parlamento viene inserita la non punibilità per i responsabili di inquinamento 'se si ripara il danno'.
Il danno della devastazione ambientale?
Il dramma dei morti di tumori?
In realtà è un colpo di spugna che trasforma la legge in una sanatoria che attacca anche sentenze e processi in corso.
Dall'Ilva al Petrolchimico di Brindisi e Porto Marghera, dalla Fincantieri alla discarica industriale di Bussi, al polo di Gela..
bisogna far sentire la protesta di lavoratori, familiari, associazioni nelle piazze e nei tribunali
giovedì 19 in occasione del processo ilva a taranto
slai cobas per il sindacato di classe - parte civile in questo processo e rete nazionale per la sicurezza e salute sui posti di lavoro e sul territorio da sempre impegnata su questo fronte
faranno sentire la protesta e avvieranno la costruzione di una nuova iniziativa nazionale;
ma è necessario inserire la lotta contro questa norma nella piattaforma dello sciopero generale nazionale che è necessario fare in primavera per la caduta del governo antioperaio e antipopolare di Renzi
Il danno della devastazione ambientale?
Il dramma dei morti di tumori?
In realtà è un colpo di spugna che trasforma la legge in una sanatoria che attacca anche sentenze e processi in corso.
Dall'Ilva al Petrolchimico di Brindisi e Porto Marghera, dalla Fincantieri alla discarica industriale di Bussi, al polo di Gela..
bisogna far sentire la protesta di lavoratori, familiari, associazioni nelle piazze e nei tribunali
giovedì 19 in occasione del processo ilva a taranto
slai cobas per il sindacato di classe - parte civile in questo processo e rete nazionale per la sicurezza e salute sui posti di lavoro e sul territorio da sempre impegnata su questo fronte
faranno sentire la protesta e avvieranno la costruzione di una nuova iniziativa nazionale;
ma è necessario inserire la lotta contro questa norma nella piattaforma dello sciopero generale nazionale che è necessario fare in primavera per la caduta del governo antioperaio e antipopolare di Renzi
pc 18 febbraio - Gorizia tu sia maledetta... o almeno maledetti siano i magistrati e i padroni assassini per l'amianto
Gorizia, vittime dell’amianto da 16 mesi senza sentenza “Non avremo mai giustizia”
Italcantieri di Monfalcone, il giudice
non ha ancora scritto le motivazioni Insorgono i familiari degli 85
morti di tumore: “Così si rischia la prescrizione”
SANDRO DE RICCARDIS,
LA GIUSTIZIA si è fermata dopo un processo
lungo tre anni, 94 udienze, una condanna in primo grado, le lacrime in
aula di vedove e parenti. È il 15 ottobre 2013 quando il giudice Matteo
Trotta infligge 13 condanne per omicidio colposo per la morte di 85
operai dell’Italcantieri di Monfalcone, il cantiere navale in provincia
di Gorizia, uccisi dall’asbestosi tra il ‘92 e il 2005.
Da allora, da 16 mesi, le loro famiglie
aspettano il deposito delle motivazioni di una sentenza che ha inflitto
pene per un totale di oltre 56 anni di reclusione. Ritenuti
responsabili, tra gli altri, dei decessi per asbestosi — malattia dei
polmoni legata all’inalazione di fibre di amianto — Vittorio Fanfani, 94
anni e Manlio Lippi, 93, ex direttori di Italcantieri (sette anni e sei
mesi), e Corrado Antonini, 81, ex direttore generale Italcantieri
(quattro anni e quattro mesi).
Quel giorno, vedove e orfani degli operai,
sindacati e associazioni di difesa delle vittime dell’amianto,
istituzioni e semplici cittadini hanno ascoltato per mezz’ora la lettura
di una sentenza che era il primo riconoscimento di una giustizia attesa
per troppi anni, dai primi decessi di una strage cominciata negli anni
‘90. Da allora però tutto si è fermato. Le motivazioni, che dovevano
essere depositate «entro novanta giorni», non sono mai arrivate. E
cronici problemi di amministrazione della giustizia in un piccolo
tribunale di provincia, con una decina di magistrati, si sono aggiunti
alla circostanza che il giudice Trotta è stato trasferito, nell’ottobre
2013, a Trieste come presidente del tribunale. Mese dopo
mese, l’attesa per i familiari delle vittime si è fatta insostenibile.
Con la conta delle settimane e dei giorni, e lo spettro della
prescrizione che ha già coperto la tragedia di alcuni operai e si
prepara a travolgerne sempre di più.
il legale della fiom giustifica il ritardo
«La sentenza è stata molto
complessa per il numero degli imputati e delle persone offese», ammette
anche Francesco Donolato, legale della Fiom, parte civile per la
provincia di Gorizia. D’altronde, la storia giudiziaria dei morti per
asbestosi al cantiere di Monfalcone, ricostruita in questo processo dai
pm Valentina Bossi e Luigi Leghissa, parte dai primi anni ‘90 e si
conclude nel 2005. È la storia di saldatori, falegnami, carpentieri,
tubisti. Artigiani che hanno trascorso tutta la loro vita nei cantieri
navali respirando senza saperlo quelle fibre assassine, finché un
mesotelioma o un carcinoma non li ha portati via.
Già a fine anni ’80 i decessi si susseguivano
uno all’altro, ma esposti e denunce rimbalzavano contro un muro di gomma
impenetrabile. C’erano le prime segnalazioni dell’anatomopatologo
dell’ospedale locale, il professore Claudio Bianchi, poi quelle
dell’associazione Esposti amianto di Monfalcone. Ma per avere
un’inchiesta e poi un processo, partito nel 2008 e arrivato a sentenza
nel 2003, le famiglie hanno dovuto scrivere al Presidente della
Repubblica e al Csm, fino a ottenere l’avocazione di una trentina di
fascicoli da parte della procura generale. I parenti scendevano in
piazza, i sindacalisti denunciavano, artisti e scrittori come Massimo
Carlotto organizzavano spettacoli per tenere alta l’attenzione su morti
apparentemente scollegate. «Donne sessantenni che non avevano mai visto
la piazza come un luogo di rivendicazione, iniziavano a manifestare —
ricorda oggi Chiara Paternoster, dell’associazione Esposti amianto
Monfalcone — La sentenza è stata vissuta come un grande successo, questo
rallentamento è ora un trauma ulteriore, che svilisce tante lotte.
Molti vorrebbero che il processo finisse per chiudere una parentesi e
non rivivere a ogni udienza l’agonia dei loro cari. La nostra è stata la
più grande strage civile in tempo di pace, quasi duemila vittime
d’amianto tra Trieste e Gorizia».
pc 18 febbraio - La dama di servizio degli USA, Pinotti: avanti con gli F35! Che fine ha fatto il movimento di lotta sul territorio di Novara?
Pinotti e il Pentagono: l’Italia va avanti sugli F35. Il Parlamento chiede di dimezzare la spesa
Un tweet del ministro: «Nè conferme nè
disdette. Il numero di 90 stabilito dal precedente Governo». Obiettivo: tutelare
la manutenzione affidata a Cameri
18/02/2015
Dunque si va avanti secondo i piani originari anche se, viene ripetuto, il programma potrebbe essere ridefinito alla luce delle risultanze del Libro Bianco della Difesa, che sarebbe dovuto essere pronto entro la fine del 2014 e che invece non è stato ancora completato. Nel frattempo, però, tutto resta com’è: il numero di 90 allo stato non si tocca, anche perché si rischierebbe di perdere la manutenzione in Italia, a Cameri, nel Novarese, di tutti gli F35 europei.
Il programma dovrebbe costare all’Italia quasi 14 miliardi (di cui parte del Parlamento ha chiesto il dimezzamento). Somma già ridotta dopo che la Difesa stessa, durante il Governo Monti, ha deciso un ridimensionamento del programma, passando dagli iniziali 131 velivoli agli attuali 90. In attesa delle risultanze del Libro Bianco gli ordini sono stati sospesi, ma nelle more di questa eventuale ridefinizione del programma è stato nei mesi scorsi firmato l’impegno relativo all’anno 2014 per la produzione di un lotto di due velivoli, che si aggiungono ai sei per i quali i contratti sono già stati firmati e sono operanti, con consegne previste tra il 2015 e il 2016.
Sui cacciabombardieri, l’Italia ha già investito 2 miliardi e mezzo e realizzato a Cameri, in provincia di Novara, lo stabilimento dove verranno costruite le ali e il blocco centrale della fusoliera e che oggi è stato designato come unico centro di manutenzione in Europa. Il primo cassone alare prodotto in Italia dovrebbe uscire dallo stabilimento di Cameri il prossimo mese di marzo.
pc 18 febbraio - COME IN INDIA COSI IN PALESTINA... I GOVERNI IMPERIALISTI FASCISTI HANNO UN MINIMO COMUN DENOMINATORE: L'OPPRESSIONE DEI POPOLI!!
I GOVERNI BORGHESI ED IMPERIALISTI,COME QUELLO DI RENZI,QUELLO FRANCESE, USA, ECC. APPOGGIANO QUESTO SCHIFO DI STATO DI ISRAELE CHE CONTINUA LA SUA SETE DI SANGUE NEI CONFRONTI DEL POPOLO PALESTINESE, ANCORA UNA VOLTA, COME MOSTRA QUESTO VIDEO, DEGLI ABUSI NEI CONFRONTI DI DONNE E BAMBINI!!
(LINK FACEBOOK DEL VIDEO)
https://www.facebook.com/video.php?v=541940215928818
TUTTO QUESTO IN PALESTINA COME IN INDIA, DOVE IL GOVERNO FASCISTA DI MODI PORTA AVANTI UNA LOTTA CONTRO IL PROPRIO POPOLO, SOLO PER I FINI CAPITALISTICI BORGHESI!!
SOLO LA GUERRA POPOLARE STA CONTRASTANDO LE BARBARIE CHE AVVENGONO OGNI GIORNO DALLE FORESTE ALLE CITTADINE UNIVERSITARIE DELLE METROPOLI, IL TUTTO PERO' LASCIATO ALLO SCURO E FUORI DA OGNI TIPO DI INFORMAZIONE UTILE QUANTO MENO A DARE UN SENSO DI SDEGNO ALL'OPINIONE PUBBLICA!
(LINK FACEBOOK DEL VIDEO)
https://www.facebook.com/video.php?v=541940215928818
TUTTO QUESTO IN PALESTINA COME IN INDIA, DOVE IL GOVERNO FASCISTA DI MODI PORTA AVANTI UNA LOTTA CONTRO IL PROPRIO POPOLO, SOLO PER I FINI CAPITALISTICI BORGHESI!!
SOLO LA GUERRA POPOLARE STA CONTRASTANDO LE BARBARIE CHE AVVENGONO OGNI GIORNO DALLE FORESTE ALLE CITTADINE UNIVERSITARIE DELLE METROPOLI, IL TUTTO PERO' LASCIATO ALLO SCURO E FUORI DA OGNI TIPO DI INFORMAZIONE UTILE QUANTO MENO A DARE UN SENSO DI SDEGNO ALL'OPINIONE PUBBLICA!
APPOGGIARE IN TUTTI I MODI LA GUERRA POPOLARE IN INDIA!!!
APPOGGIARE LA GUERRA DI LIBERAZIONE DEL POPOLO PALESTINESE DALL'OPPRESSIONE DELLO STATO DI ISRAELE!
CONTRO L'IMPERIALISMO!!
pc 18 febbraio - Intervento del MFPR al congresso dell donne turche di "Donna Nuova" 7-8 febbraio Francoforte - l'interessante documento congressuale YENI KADIN è leggibile in italiano presso il blog femminismorivoluzionario
Come Movimento femminista proletario rivoluzionario Italia vogliamo ringraziarvi per l’invito a questo congresso in cui portiamo con gioia il saluto delle donne lavoratrici, precarie, disoccupate, giovani che nel nostro paese lottano, organizzate con noi.
In
questo sistema capitalistico i governi, sia in Europa che nel mondo,
scagliano attacchi sempre più reazionari verso le masse popolari
che si accentuano soprattutto nella crisi; per la maggioranza delle
donne i peggioramenti alle condizioni di vita e di lavoro si legano
sempre ad un aumento dell’oppressione, nei posti di lavoro, nella
vita in generale, in famiglia, con incremento della violenza sessuale
fino ai femminicidi.
Ma
vediamo come nel mondo, seppur in diverse forme, le masse popolari si
ribellano, tante donne, compagne, proletarie lottano, sfidando con
coraggio e determinazione la pesante repressione degli Stati, dalle
donne di Gaza/Palestina che resistono ai feroci attacchi dello Stato
nazisionista di Israele alle donne in lotta nelle cittadelle
imperialiste verso cui la repressione poliziesca di Stato assume
anche odiosi aspetti sessisti e maschilisti.
Ma
dalle donne combattenti Curde a Rojava e Kobane alle donne
combattenti nella guerra popolare in India abbiamo oggi un esempio
luminoso della doppia/tripla lotta che le donne mettono in campo
ribellandosi ad un sistema che fa della doppia/tripla oppressione
delle donne una sua base.
Nel
nostro paese il fronte di lotta principale del Movimento
femminista proletario rivoluzionario sono
la condizione di vita e di lavoro delle donne proletarie. Diverse
lotte abbiamo fatto e guidato negli anni, tutte inserite nel
quadro dell’attacco complessivo che governi sempre più reazionari,
padroni e Stato sferrano contro le donne, in quello che noi chiamiamo
moderno fascismo e moderno medioevo che avanzano.
Le
lotte con le lavoratrici (l’Italia è uno dei paesi europei con un
tasso di occupazione femminile tra i più bassi (46,6%)), le
inchieste tra le operaie in alcune grandi fabbriche come la Fiat, le
iniziative contro la violenza sessuale e i femminicidi in costante
aumento, vera e propria guerra di bassa intensità contro le donne,
le mobilitazioni contro l’attacco al diritto di aborto, e le
campagne ideologiche sulla “sacra famiglia” delle Istituzioni
fiancheggiate attivamente dalla Chiesa cattolica, sono alcune delle
battaglie che ci vede maggiormente impegnate.
Tutte
queste lotte hanno portato, tappa dopo tappa, alla costruzione dello
Sciopero delle donne,
il 25 novembre 2013, giornata internazionale contro la violenza sulle
donne, un vero e proprio evento storico nel nostro paese.
Uno
sciopero di avanguardia, non solo sindacale, perché partendo dalle
condizioni delle lavoratrici, dall'attacco ai loro diritti e dalla
questione dei femminicidi e della violenza sessuale, faccia moderna
dell’imperialismo, si è allargato a tutti gli aspetti di
oppressione della maggioranza delle donne, dall’ambito sociale, a
quello ideologico, familiare, sessuale; mettendo al centro
l’intreccio della questione di classe con la questione di genere.
Uno
sciopero che ha visto l'adesione di piu’ di 20.000 donne, tra
operaie, lavoratrici, precarie, disoccupate, migranti, studentesse e
che abbiamo definito una
scintilla che ha
illuminato il sentiero di lotta delle donne, delle proletarie che non
hanno nulla da perdere in questo sistema capitalistico se non le
doppie catene dell’oppressione e che devono essere protagoniste
nella lotta rivoluzionaria per rovesciare questo sistema.
Uno
sciopero che è stata anche una battaglia pratica e teorica verso le
realtà sindacali o femministe borghesi e piccolo borghesi
filo-istituzionali con la loro linea di boicottare o deviare lo
sciopero su una via riformista e in una logica della delega delle
donne al governo.
Traendo
un bilancio dall'esperienza, nel nuovo anno di lotta riteniamo
necessario lavorare perchè la linea/concezione/lotta rivoluzionaria
che si è concretizzata nello Sciopero delle donne, si estenda e si
consolidi. Importante in questa fase è la battaglia teorica al
servizio della pratica,
su questo abbiamo fatto anche degli opuscoli, di cui ne abbiamo
portato qui alcuni.
In
queste lotte, battaglie, le compagne del Mfpr e in particolare le
donne proletarie mentre sono in prima fila nell’organizzazione di
esse trasformano il loro modo di pensare, agire e anche di vivere
avanzando nell’assumere un ruolo di direzione in tutti i campi, nel
movimento sindacale, nel movimento delle donne e nella lotta generale
per la trasformazione rivoluzionaria del nostro paese… una parola
d’ordine dice “scatenare
la ribellione delle donne come forza poderosa della rivoluzione”
In
questo senso le parole che compongono la nostra sigla hanno ognuna un
significato specifico. Diciamo femminismo
perché facciamo
nostra tutta la ribellione delle donne che lottano e vengono
attaccate, represse, criminalizzate dal sistema borghese, per
valorizzare il protagonismo spontaneo delle donne, il loro ruolo e
radicalità nella lotta contro doppio sfruttamento e oppressione;
diciamo femminismo
proletario come
espressione della maggioranza delle donne che sono le proletarie,
lavoratrici, precarie…, che si contrappone in maniera irriducibile
e lotta contro il femminismo borghese e piccolo borghese che nella
sostanza vuole “abbellire” il dominio della borghesia
accontentandosi di qualche privilegio o riforma ma sempre per le
donne della propria classe; diciamo femminismo
proletario rivoluzionario
perché dall’insieme di tutti i vari aspetti di oppressione,
violenza contro le donne emerge tutta la violenza “sistemica” di
questa società che deve essere rovesciata, e perchè le donne siano
il cuore impetuoso di una rivoluzione che vada in fondo, una
rivoluzione nella rivoluzione che trasformi il cielo e la terra.
Nelle
lotte che portiamo avanti siamo saldamente legate con le donne che
lottano nei paesi oppressi. Guardare a tali esperienze non può che
arricchirci e rafforzarci nella solidarietà internazionale, come voi
stesse avete scritto nell’invito per questo congresso.
In
questo senso abbiamo fatto delle iniziative di solidarietà concreta
verso le donne Curde come andare all’ambasciata Turca a Roma con
un grande striscione il 25 novembre 2014, sfidando la polizia, e da
anni abbiamo posto un “ ponte” con le tante donne che lottano
nella guerra popolare in India, vero e proprio cuore pulsante della
rivoluzione nella rivoluzione in questa guerra di popolo.
L’Mfpr
per rafforzare questo ponte parteciperà alla delegazione
internazionale che si recherà in India contro l'operazione Green
Hunt, genocida del popolo indiano ad opera del governo fascista Modi.
Il
cammino di noi donne proletarie contro lo sfruttamento e
l’oppressione di questo sistema non è certamente facile ma è
sicuramente entusiasmante perché l’obiettivo è luminoso: “tutta
la nostra vita deve cambiare!”
Movimento femminista proletario rivoluzionario Italia
pc 18 febbraio - Lotte operaie e partito maoista un intreccio fecondo in India - sostieni le campagne internazionaliste del comitato di sostegno alla guerra popolare in India e quella di solidarietà operaia indetta dallo slai cobas per il sindacato di classe che prevede uno scambio di delegazioni - info csgpindia@gmail.com - info slaicobasta@gmail.com
-India: Il PCI (Maoista) annuncia un bandh (sciopero generale)
il 20 febbraio in cinque stati
Il Partito Comunista dell'India (Maoista) ha indettto per il
20 febbraio un bandh (sciopero generale) in cinque stati, tra cui Andhra
Pradesh, Telangana, Chhattisgarh, Odisha e Maharashtra per protestare contro le
attività antipopolari dei governi centrali e degli stati, come viene riportato
da vari media in India.
In un comunicato stampa inviato a The Times of India,
l'Ufficio centrale regionale del PCI (Maoista) firmato dal suo portavoce Pratap,
accusa il primo ministro Narendra Modi, il primo ministro dell'Andhra Pradesh N.
Chandrabubu Naidu e del Telengana CM K Chandkrasekhar, così come i capi di
governo degli stati di Chhattisgarh, Odisha e Maharashtra di attuare politiche
distruttive e antipopolari e chiama ad uno sciopero generale di 24 ore. Il
comunicato recita: "I progetti idrografici, le strade a otto corsie,
piantagioni, le zone economiche speciali (SEZ), i corridoi industriali, le
centrali nucleari e gli altri sono solo politiche distruttive. Sebbene il popolo
si stia mobilitando per i propri bisogni essenziali, i governi si stanno
concentrando solo sul settore delle imprese in nome dello 'sviluppo'." La
dichiarazione accusa Naidu di fomentare gli agenti immobiliari attraverso la
pianificazione per impossessarsi di 30.000 ettari di terreno agricolo alla
periferia di Hyderabad per le imprese multinazionali. Ha aggiunto: "Il governo
di Naidu sta violando le foreste, l'ambiente e le leggi tribali come il Pesa
(Pianificazione per le aree forestali), 1/70, Programmi V e VI per le riserve
minerarie di bauxite dello stato modificando le leggi senza il consenso del
popolo." La dichiarazione denuncia anche l'azienda KCR per i suoi piani di
prospezione mineraria nelle miniere a cielo aperto di Kavvala ad Adilabad e
critica anche il progetto Polavaram di essere una minaccia per l'ambiente e le
decine di migliaia di persone che vivono in 480 villaggi che perderebbero i
mezzi di sostentamento. La dichiarazione dice anche che l'obiettivo principale
del progetto è quello di fornire acqua al corridoio industriale
Srikakulam-Kakinada e irrigare un terzo raccolto nel delta del Krisha, accusando
il governo centrale e di questi cinque Stati di espellere le persone dalle loro
case nei villaggi e foreste accelerando la terza fase dell'operazione Green
Hunt. "Questo non è altro che sviluppo distruttivo. Quando la gente di questi
stati ha iniziato a mobilitarsi contro questo sviluppo, i partiti al potere lo
sospesero temporaneamente, ma stanno di nuovo cercando di far rivivere i loro
sforzi attraverso le forze paramilitari e la polizia locale. Tutti questi
governi hanno cercato di utilizzare le forze di sicurezza per ottenere il
dominio nelle aree in cui si trovano miniere e dove sono previsti progetti",
segnala inoltre la dichiarazione del PCI (Maoista).
Intanto il sito del quotidiano The Hindu riferisce che si è
accresciuta la campagna di propaganda del PCI (Maoista) che invita al bandh
(sciopero generale) per il prossimo 20 febbraio negli stati di Telangana, Andhra
Pradesh, Chhattisgarh, Odisha e Maharashtra contro e le politiche antipopolari e
a favore delle imprese centrali da parte dei governi centrale e statali. Ad
esempio, manifesti e opuscoli firmati dal Comitato Centrale del PCI (Maoista)
sono apparsi sabato 14 lungo un fiume vicino gli uffici comunali del Comune di
Venkatapuram nella divisione di Bhadrachalam, Andhra Pradesh. Secondo varie
fonti i manifesti contenevano slogan contro il progetto Polavaram e i progetti
minerari a cielo aperto vicino al Corridoio costiero, miniere di bauxite e altri
progetti in corso per le “grandi imprese" nello stato. I Maoisti chiamano tutti
i settori del popolo a sostenere il bandh.
Sindacato degli operai Maruti SuzukiReg. No. 1923IMT Manesar, GurgaonPer chiedere la liberazione di 147 lavoratori della Maruti Suzuki in carcere da 2 anni e mezzoe in solidarietà con i lavoratori in lotta nelle fabbriche dell'area industriale di Gurgaon-BawalCONVEGNO DEI LAVORATORI27 febbraio 2015Parshuram Vatika, GurgaonCari compagni,Siete consapevoli che la lotta, che i lavoratori della Maruti Suzuki di Manesar stanno portando avanti per i nostri diritti sindacali dal giugno del 2011, ha dovuto affrontare la spietata repressione congiunta della gestione aziendale e dell'amministrazione statale negli ultimi 3 anni. Siete anche a conoscenza del fatto che il 18 luglio 2012, siamo stati messi con le spalle al muro da una cospirazione della direzione aziendale. Durante un incontro tra lavoratori e azienda per un contenzioso sorto a causa degli anni di sfruttamento e della decisione immediata della sospensione ingiusta di un operaio in quel giorno, un funzionario aziendale è morto e l'intera colpa, senza alcuna inchiesta, è stata scaricata sui lavoratori. Fino a oggi, da allora, abbiamo continuato a subire la repressione della polizia. 147 lavoratori sono in carcere da più di due anni e mezzo. In questo contesto, è di nuovo di una chiarezza cristallina per noi che la magistratura del paese lavora al servizio degli interessi dei capitalisti.Usando il bastone dell'incidente del 18 luglio 2012, la società ha messo fine al lavoro di 546 operai permanenti e praticanti, nonché di 1800 lavoratori a contratto. Stiamo ancora instancabilmente conducendo la lotta contro questa ingiustizia. Ma sia che si tratti del precedente governo del Congresso o dell'attuale governo BJP, entrambi ballano alla musica della direzione della Maruti e continuano con il regno della repressione per loro conto.Mentre continua il movimento dei lavoratori della Maruti contro questa ingiustizia e sfruttamento, gli operai di varie fabbriche (Shriram Piston, Bajaj Motors, Minda Group, Posco IDPC, Talbrose, Autofit, Baxter, Munjal Kiriu, Asti, ecc.) dall'area di Gurgaon a quella di Bawal, continuano a lottare contro questo regime di sfruttamento congiunto da parte di azienda-amministrazione-polizia.Tutte queste lotte e altre in questa area si trovano ad affrontare la repressione, vengono sconfitte e ricominciano di nuovo. Negli ultimi 4 anni, sono proprio queste forti azioni di lotta degli operai in tutta l'area industriale che ha agito come la principale fonte di ispirazione per noi. Oggi, tutte queste lotte e il movimento dei lavoratori della Maruti Suzuki stanno forgiando una maggiore unità.Per stare ben fermi di fronte alla lotta intensa tra la classe dei capitalisti e dei lavoratori oggi, e anche per dare forza ai nostri 147 compagni della Maruti che sono dietro le sbarre con la sincerità e la perseveranza della lotta, vogliamo fare un altro passo avanti. Per andare avanti in questo percorso, dobbiamo lottare per una più forte unità tra i lavoratori in lotta in tutto il paese. Abbiamo bisogno di solidarietà da parte degli studenti e della gioventù progressista e dalla gran parte delle masse lavoratrici che sono in lotta su varie questioni democratiche.Come passo in questa direzione, invitiamo tutti i rappresentanti degli operai in lotta amanti della giustizia e quelli dei movimenti di massa a partecipare al CONVEGNO DEI LAVORATORI organizzato per il 27 febbraio il 2015.Venite, in questi tempi di repressione, cerchiamo di costruire i nostri passi insieme e affrontare questo nesso di padroni-direzione-amministrazione-polizia con la nostra unità di lotta!Chiediamo la liberazione di tutti i 147 lavoratori della Maruti Suzuki in prigione da 2 anni e mezzo, e solidarizziamo con i lavoratori in lotta in tutte le fabbriche dell'area industriale di Gurgaon-Bawal.
Comitato di lavoro provvisorioMaruti Suzuki Workers Union,IMT Manesar, Gurgaon
pc 18 febbraio - APPELLO PER LA PARTECIPAZIONE E SOLIDARIETÀ CON LA DELEGAZIONE INTERNAZIONALE CONTRO LA GUERRA AL POPOLO IN INDIA!
Il governo
capeggiato dalla NDA (National Democratic Alliance) di Modi sta
portando avanti le stesse politiche pro-imperialismo e
pro-multinazionali dei governi precedenti ma in modo ancora più
aggressivo. Il governo Modi sta svendendo ancora di più il paese
agli imperialisti, in nome di cosiddetti progetti di sviluppo, come
nel settore della ferrovia. Ma la svendita non si limita solo a
settori economici. La svendita principale è quella delle popolazioni
oppresse dell’India. Le riforme antioperaie delle leggi sul lavoro,
sull’educazione, contro tutte le forze progressiste, democratiche e
rivoluzionarie sono state portate a un livello superiore dal nuovo
regime e riflettono il contenuto filo imperialista delle sue
politiche. Alcune delle tante leggi riformate in materia economica,
politica, sociale, culturale e ambientale, che fino ad ora
garantivano in parte alcuni diritti del popolo, sono state
cancellate. Questo è un uso fascista del potere contro il popolo, in
continuità con le misure anti-popolari dei precedenti regimi.
L’agenda degli
imperialisti e delle classi dominanti indiane non è cambiata con la
salita al potere di Modi. Ma l’accelerazione è evidente e supera
qualsiasi precedente. Gli imperialisti, nello sforzo di superare la
loro crisi economica, e le classi dominanti indiane, nel tentativo di
proseguire le loro politiche espansioniste, chiedono al regime di
intensificare la repressione e la cancellazione di ogni opposizione
nel paese. Per questo hanno bisogno di spazzare via tutta
l’opposizione democratica, progressista e rivoluzionaria e i loro
movimenti. La crescita di aggressività nell’attuazione di queste
politiche, l’acuirsi delle brutalità contro questi movimenti e
settori popolari non ha precedenti. In questo contesto, si può
parlare di Operazione Green Hunt (OGH) Terza Fase. La OGH non è
altro che una guerra scatenata dalle classi dominanti indiane contro
il loro stesso popolo. Questa feroce offensiva nazionale contro la
resistenza popolare, che colpisce in particolare il movimento
maoista, continua ininterrottamente dal 2009. La Terza Fase della OGH
(guerra al popolo) prosegue ora a ritmo serrato al comando del regime
Modi.
Per elevare la
conoscenza e coscienza collettiva e denunciare l’incessante guerra
contro il popolo dell’India, organizzazioni in tutto il mondo già
impegnate su questo fronte si sono unite e hanno deciso di formare e
inviare una Delegazione Internazionale. Noi siamo pienamente
consapevoli del fatto che la coscienza e il sostegno internazionale è
di grande importanza per il successo della Delegazione
internazionale. Il primo obiettivo della Delegazione Internazionale è
denunciare le politiche del regime di Modi contro il popolo, i suoi
aggressivi attacchi a ogni solidarietà internazionale con la lotta
rivoluzionaria in India.
La Delegazione
internazionale denuncerà principalmente i barbari crimini del regime
indiano e in alcuni eventi e occasioni domanderà la fine di questi.
Un altro importante compito della Delegazione sarà la richiesta di
liberare il Prof. GN Saibaba e altri prigionieri politici. Dichiarerà
apertamente il suo sostegno a tutti gli oppressi e domanderà i
diritti negati dei contadini, adivasi, dalit, lavoratori, donne,
progressisti e di tutti coloro che soffrono il regime repressivo
fascista del regime Modi. Dichiarerà anche la sua solidarietà con
tutti i movimenti progressisti e rivoluzionari.
La Delegazione
Internazionale sarà formata da rappresentanti provenienti da circa
10 paesi, da attivisti internazionali ben noti al popolo,
intellettuali, difensori dei diritti umani, ecc.
Facciamo appello a
tutte le forze e organizzazioni democratiche, rivoluzionarie,
collettive e individuali e alle masse del mondo a sostenere e unirsi
alla Delegazione Internazionale contro la guerra al popolo in India
da parte del regime brahminico fascista indù dell’antipopolare e
regressivo governo Modi.
Facciamo appello a tutti a costruire il sostegno e la solidarietà con le masse oppresse dell'India.
Chi vuole unirsi
alla Delegazione e richiedere più informazioni, contatti il comitato
organizzatore:
id.nowaronpeopleindia@gmail.com
pc 18 febbraio - No alla guerra in Libia - da Taranto si comincia la protesta
LAVORO NON GUERRA!
Questo
governo con i suoi improbabili ministri Gentiloni Pinotti si prepara a trascinarci in una guerra imperialista e
neocoloniale in Libia, per gli interessi dell'ENI, del petrolio,
dei mercanti d'armi...
L'Italia va in Libia a parteggiare nella guerra tra bande in corso creata dall'intervento precedente delle potenze occidentali, Italia compresa, contro Gheddafi.
L'Italia va in Libia a parteggiare nella guerra tra bande in corso creata dall'intervento precedente delle potenze occidentali, Italia compresa, contro Gheddafi.
Questo governo, questo parlamento non hanno nessun diritto di trascinarci in guerra in spregio dell'art.11 della Costituzione.
Siamo in crisi, la gente non ha lavoro, nè soldi e loro ci trascinano in guerra a buttare e fare soldi.
Una massa di migranti sfugge da miseria, fame e guerre e approdano, se riescono a non morire annegati, sulle nostre coste e il governo va ad alimentare la spirale di queste guerre che ne alimenterà l'immane flusso.
Non un soldo, non un soldato alla loro sporca guerra!
Lavoro non guerra!
Diritto alla vita, salute, non morte sotto le bombe!
Soldi per vivere e non per spese militari e armamenti!
Slai cobas per il sindacato di classe Taranto
via rintone 22 Taranto
slaicobasta@gmail.com
info 3471102638
info 3471102638
circolo proletari comunisti Taranto
pcro.red@gmail.com
16 febbraio 2015
16 febbraio 2015
leggi il blog
tarantocontro.blogspot.com
martedì 17 febbraio 2015
pc 17 febbraio- Basta CIE! E' ora di chiudere questi lager di Stato! Mentre prepara una nuova guerra, la borghesia imperialista italiana dimostra come sempre il suo totale disprezzo per la vita umana. E proprio per questo che il mostro imperialista dev'essere spazzato via!
Cie di Roma: casi di scabbia, i migranti si tagliano le vene e ingoiano ferro e lamette
Sono centri semivuoti ma costano milioni di euro. A Roma 73 migranti su 364 posti. A Torino sono 20 i reclusi. Gabriella Guido (LasciateCIEntrare): "ormai ci sono più agenti e operatori che migranti". Restano l'autolesionismo e le condizioni sanitarie drammatiche
di RAFFAELLA COSENTINO
16 febbraio 2015
ROMA - Ibrahim si è tagliato le vene all'altezza dell'incavo interno del gomito del braccio destro. Mostra la ferita sanguinante con grossi punti che la ricuciono. Ricorda le bocche cucite, la protesta che circa un anno fa portò alla ribalta nazionale le drammatiche condizioni del Centro di identificazione ed espulsione più grande d'Italia, quello di Ponte Galeria, a Roma. Un ammasso di ferro e cemento che si trova accanto alla Nuova Fiera di Roma, vicino all'aeroporto di Fiumicino. Ibrahim ha solo 19 anni e viene dal carcere, dove ha interamente scontato la sua pena, come tutti gli ex detenuti passati allo status di "trattenuti", cioè "ospiti" non più reclusi, formalmente. Devono essere identificati e rimpatriati. Nella metà dei casi questo non avviene.
Giovani vite bruciate. Rachid ha vent'anni, è marocchino. Anche lui si è tagliato le vene nello stesso punto. Poi ha ingoiato due pezzi di lametta. Lo dice con noncuranza. Mostra lo stomaco: "ce li ho ancora qui", dice. Arrivato in Italia all'età di tredici, scappò da una comunità di accoglienza per minori di Agrigento. Aveva creduto ai suoi connazionali che, per telefono, gli raccontavano di una vita ricca e bella nel Nord Italia e lo spinsero a fuggire. Ma arrivato a Modena, è finito come migliaia e migliaia di altri minori soli, nella tratta di minori a fini di spaccio di droga. Ha fatto il carcere. Ora è nel Cie. A soli vent'anni il futuro appare bruciato, più di quella frontiera che bruciò da piccolo (da harraga come si dice in arabo).
Autolesionismo, scabbia e disagi psichici. Mohammed invece ha mangiato un pezzo di ferro grande quanto l'indice e il pollice insieme. Ce l'ha dentro da una settimana. "Mi hanno detto che devo andare in bagno e buttarlo fuori, ma niente". Arrivato meno di due anni fa, non ha avuto guai con la giustizia. Lavorava in nero per un egiziano che ha un autolavaggio sulla Magliana. L'hanno preso e buttato in gabbia. Il suo sfruttatore è libero e impunito. Un altro ragazzo mostra una cartella clinica di pronto soccorso dell'ospedale Vannini del 3 febbraio, in cui c'è scritto che il 118 l'ha soccorso per trauma cranico mentre era in stato di fermo all'ufficio immigrazione. Un altro ancora mostra una diagnosi di psicosi che lo affligge. Un giovane che sostiene di avere 17 anni parla solo francese. È rinchiuso con altri sette uomini in una cella. Sono in isolamento per sospetta scabbia, perché condividevano la gabbia con altri due trattenuti che l'hanno effettivamente avuta. Materassi per terra. Lenzuola di carta lacere. Riscaldamenti rotti. Bagni allagati. Mura ammuffite. Gabbie ancora annerite dalla rivolta del febbraio 2013. Scene di vita quotidiana nei Cie. Una vita da 29 euro al giorno a persona, pagati dallo Stato alla cooperativa che lo gestisce. A un anno dalle bocche cucite, dalle lettere al Papa e al presidente della Repubblica, niente sembra essere cambiato a Ponte Galeria. Anche se il trattenimento massimo è diminuito da un anno e mezzo a tre mesi.
Sono centri semivuoti ma costano milioni di euro. A Roma 73 migranti su 364 posti. A Torino sono 20 i reclusi. Gabriella Guido (LasciateCIEntrare): "ormai ci sono più agenti e operatori che migranti". Restano l'autolesionismo e le condizioni sanitarie drammatiche
di RAFFAELLA COSENTINO
16 febbraio 2015
ROMA - Ibrahim si è tagliato le vene all'altezza dell'incavo interno del gomito del braccio destro. Mostra la ferita sanguinante con grossi punti che la ricuciono. Ricorda le bocche cucite, la protesta che circa un anno fa portò alla ribalta nazionale le drammatiche condizioni del Centro di identificazione ed espulsione più grande d'Italia, quello di Ponte Galeria, a Roma. Un ammasso di ferro e cemento che si trova accanto alla Nuova Fiera di Roma, vicino all'aeroporto di Fiumicino. Ibrahim ha solo 19 anni e viene dal carcere, dove ha interamente scontato la sua pena, come tutti gli ex detenuti passati allo status di "trattenuti", cioè "ospiti" non più reclusi, formalmente. Devono essere identificati e rimpatriati. Nella metà dei casi questo non avviene.
Giovani vite bruciate. Rachid ha vent'anni, è marocchino. Anche lui si è tagliato le vene nello stesso punto. Poi ha ingoiato due pezzi di lametta. Lo dice con noncuranza. Mostra lo stomaco: "ce li ho ancora qui", dice. Arrivato in Italia all'età di tredici, scappò da una comunità di accoglienza per minori di Agrigento. Aveva creduto ai suoi connazionali che, per telefono, gli raccontavano di una vita ricca e bella nel Nord Italia e lo spinsero a fuggire. Ma arrivato a Modena, è finito come migliaia e migliaia di altri minori soli, nella tratta di minori a fini di spaccio di droga. Ha fatto il carcere. Ora è nel Cie. A soli vent'anni il futuro appare bruciato, più di quella frontiera che bruciò da piccolo (da harraga come si dice in arabo).
Autolesionismo, scabbia e disagi psichici. Mohammed invece ha mangiato un pezzo di ferro grande quanto l'indice e il pollice insieme. Ce l'ha dentro da una settimana. "Mi hanno detto che devo andare in bagno e buttarlo fuori, ma niente". Arrivato meno di due anni fa, non ha avuto guai con la giustizia. Lavorava in nero per un egiziano che ha un autolavaggio sulla Magliana. L'hanno preso e buttato in gabbia. Il suo sfruttatore è libero e impunito. Un altro ragazzo mostra una cartella clinica di pronto soccorso dell'ospedale Vannini del 3 febbraio, in cui c'è scritto che il 118 l'ha soccorso per trauma cranico mentre era in stato di fermo all'ufficio immigrazione. Un altro ancora mostra una diagnosi di psicosi che lo affligge. Un giovane che sostiene di avere 17 anni parla solo francese. È rinchiuso con altri sette uomini in una cella. Sono in isolamento per sospetta scabbia, perché condividevano la gabbia con altri due trattenuti che l'hanno effettivamente avuta. Materassi per terra. Lenzuola di carta lacere. Riscaldamenti rotti. Bagni allagati. Mura ammuffite. Gabbie ancora annerite dalla rivolta del febbraio 2013. Scene di vita quotidiana nei Cie. Una vita da 29 euro al giorno a persona, pagati dallo Stato alla cooperativa che lo gestisce. A un anno dalle bocche cucite, dalle lettere al Papa e al presidente della Repubblica, niente sembra essere cambiato a Ponte Galeria. Anche se il trattenimento massimo è diminuito da un anno e mezzo a tre mesi.
pc 17 febbraio - Lo sciopero degli straordinari alla Fiat di Pomigliano di sabato scorso non è riuscito... resta uno sciopero giusto, quella che non è giusta è la FIOM - serve il sindacalismo di classe, serve la formazione operaia, serve la guerra di classe - proletari comunisti-PCm Italia
Abbiamo scioperato in cinque della FIOM
Per noi che abbiamo avuto la sfortuna di restare in produzione, salari da fame.
Per oltre 2000 ancora più salari da fame
I sindacalisti del padrone cantino poco
Occorre tentare di ribellarsi. Un giorno ci riusciremo i servi della FIAT smetteranno di cantare
Un operaio della FIOM
(dal corriere)
Lo sciopero negli stabilimenti di Pomigliano d’Arco di Fiat Chrysler Automobiles, indetto dalla Fiom, ha registrato cinque adesioni su 1478 lavoratori e scatenato le polemiche tra i sindacati. «Tanto rumore per nulla: allo sciopero indetto dalla Fiom hanno aderito solo cinque lavoratori appartenenti ai metalmeccanici della Cgil», attacca Giovanni Sgambati, segretario generale della Uilm Campania, sostenendo che allo sciopero indetto dalle tute blu della Cgil per il primo dei tre sabati di straordinario nello stabilimento Fiat Chrysler di Pomigliano d’Arco. «Eravamo convinti – ha aggiunto Sgambati – che i lavoratori avrebbero risposto positivamente alla richiesta di lavoro straordinario. Così come avevano fatto l’anno scorso, in occasione di altri sabati di produzione, e con tensioni molto più forti, quando gli operai non si erano lasciati intimidire. Questa è la dimostrazione che il Vico vuole continuare a fare auto di qualità e nei tempi previsti, come è stato consolidato negli ultimi due anni con il riconoscimento della medaglia oro nel Wcm. È il miglior viatico per poter richiedere produzioni aggiuntive che possano permettere la saturazione dello stabilimento, con il rientro di tutti».
Gli altri sindacati al servizio della
FIAT cantano vittoria. Vittoria di chi? Della FIAT?
Intanto 2000 operai restano fuori dalla FIAT di Pomigliano.Per noi che abbiamo avuto la sfortuna di restare in produzione, salari da fame.
Per oltre 2000 ancora più salari da fame
I sindacalisti del padrone cantino poco
Occorre tentare di ribellarsi. Un giorno ci riusciremo i servi della FIAT smetteranno di cantare
Un operaio della FIOM
(dal corriere)
Lo sciopero negli stabilimenti di Pomigliano d’Arco di Fiat Chrysler Automobiles, indetto dalla Fiom, ha registrato cinque adesioni su 1478 lavoratori e scatenato le polemiche tra i sindacati. «Tanto rumore per nulla: allo sciopero indetto dalla Fiom hanno aderito solo cinque lavoratori appartenenti ai metalmeccanici della Cgil», attacca Giovanni Sgambati, segretario generale della Uilm Campania, sostenendo che allo sciopero indetto dalle tute blu della Cgil per il primo dei tre sabati di straordinario nello stabilimento Fiat Chrysler di Pomigliano d’Arco. «Eravamo convinti – ha aggiunto Sgambati – che i lavoratori avrebbero risposto positivamente alla richiesta di lavoro straordinario. Così come avevano fatto l’anno scorso, in occasione di altri sabati di produzione, e con tensioni molto più forti, quando gli operai non si erano lasciati intimidire. Questa è la dimostrazione che il Vico vuole continuare a fare auto di qualità e nei tempi previsti, come è stato consolidato negli ultimi due anni con il riconoscimento della medaglia oro nel Wcm. È il miglior viatico per poter richiedere produzioni aggiuntive che possano permettere la saturazione dello stabilimento, con il rientro di tutti».
Per il segretario nazionale della Fim Cisl, Ferdinando Uliano,
«dopo gli scioperi indetti da Fiom nelle altre fabbriche del Gruppo
Fca: Sevel, Melfi, Vm, oggi (sabato, ndr) Pomigliano. E come è
avvenuto in tutti gli altri stabilimenti le percentuali di adesioni
all’iniziativa Fiom sono fallimentari, prossime allo zero. Sta
ripartendo timidamente il lavoro e riparte una conflittualità senza
senso, senza alcun obiettivo sindacale in una logica puramente di
testimonianza politica. Mi chiedo se può, un sindacato continuare a
non considerare nelle sue scelte né la situazione di crisi, né il
consenso e la partecipazione dei lavoratori – conclude Uliano –
trasformandosi in una sorta di centro sociale? Credo che nessun
sindacato, possa permettersi questi errori e leggerezze, in
particolare in questo drammatico contesto economico».
«Un grande errore»: così definisce la dichiarazione di sciopero da parte della Fiom il segretario generale della Fismic Campania, Felice Mercogliano: «Gli operai hanno dimostrato con la loro massiccia presenza al lavoro che non vogliono seguire la strada che i metalmeccanici della Cgil continuano a percorrere continuando a sbagliare». «Abbiamo avuto una commessa di tremila vetture – ha aggiunto Mercogliano – che ha consentito di annullare la giornata di cassa integrazione del 23 febbraio, e di onorare gli ordini con i tre sabato di straordinari. È chiaro che se l’aumento delle vendite sarà strutturale, come ci auguriamo, chiederemo all’azienda di utilizzare altri strumenti per far fronte agli aumenti di produzione».
pc 17 febbraio - Un altro legame India-Italia: l'amianto!
Dal fatto quotidiano
L’amianto è fuori legge da oltre 20 anni, ma l’Italia è tra i primi importatori di asbesto dall’India.
A scriverlo sono tre riviste internazionali e ora 9 senatori del Pd – guidati da Felice Casson – hanno presentato un atto di sindacato ispettivorivolto ai ministri dell’Ambiente e della Salute per verificare le notizie secondo le quali l’Italia è stato importatore di ingenti quantità di amianto tra il 2011 e il 2012, nonostante questo sia “fuori legge dal 1992”. Addirittura il report sulle esportazioni di minerali estratti in India (Indian Minerals Yearbook 2012, disponibile dal febbraio 2014) attesta l’Italia come primo acquirente di asbesto indiano al mondo: in quei due anni ha importato 1040 tonnellate di fibre d’amianto per un importo di circa 26mila euro. Ma non finisce qui perché l’Italia importa l’asbesto anche dagli Stati Uniti: il “2013 Minerals Yearbook”, pubblicato dal Us Geological Surveys del governo statunitense, ci cita infatti insieme all’India quali unici importatori di fibre d’amianto prodotte negli Usa, per circa 16mila dollari di export certificato e, sostengono i senatori Pd “tra il 2011 e il 2012 l’Italia ha importato dagli Stati Uniti d’America anche 342 manufatticontenenti asbesto”.
L’amianto è fuori legge da oltre 20 anni, ma l’Italia è tra i primi importatori di asbesto dall’India.
A scriverlo sono tre riviste internazionali e ora 9 senatori del Pd – guidati da Felice Casson – hanno presentato un atto di sindacato ispettivorivolto ai ministri dell’Ambiente e della Salute per verificare le notizie secondo le quali l’Italia è stato importatore di ingenti quantità di amianto tra il 2011 e il 2012, nonostante questo sia “fuori legge dal 1992”. Addirittura il report sulle esportazioni di minerali estratti in India (Indian Minerals Yearbook 2012, disponibile dal febbraio 2014) attesta l’Italia come primo acquirente di asbesto indiano al mondo: in quei due anni ha importato 1040 tonnellate di fibre d’amianto per un importo di circa 26mila euro. Ma non finisce qui perché l’Italia importa l’asbesto anche dagli Stati Uniti: il “2013 Minerals Yearbook”, pubblicato dal Us Geological Surveys del governo statunitense, ci cita infatti insieme all’India quali unici importatori di fibre d’amianto prodotte negli Usa, per circa 16mila dollari di export certificato e, sostengono i senatori Pd “tra il 2011 e il 2012 l’Italia ha importato dagli Stati Uniti d’America anche 342 manufatticontenenti asbesto”.
Ad imbeccare Casson e i suoi colleghi è statol’Osservatorio nazionale amianto che, in una lettera del 13 gennaio scorso, indirizzata a Maurizio Sacconi (Ncd)
e agli altri membri della commissione Lavoro del Senato, aveva
riportato lo stralcio della pubblicazione indiana insieme ad alcune note
sui tre disegni di legge intorno al tema amianto e sue vittime,
attualmente giacenti in Parlamento. Ma a cosa serve questo amiantoillegalmente importato? In larga parte potrebbe rifornire ilcomparto edile
e in particolare quella componente di questo legata alle organizzazioni
criminali – capaci di gestire anche il commercio illegale delle fibre
d’asbesto da e per l’Italia – come emerso da ultimo nel caso di Finale Emilia, dove i magistrati stanno indagando su una ditta costruttrice, in odore di ‘ndrangheta, che portava materiale contaminato d’amianto nei cantieri delle scuole costruite dopo il sisma del 2012.
Ai ministri Gianluca Galletti e Beatrice Lorenzin i senatori del Pd chiedono “per quali ragioni non siano stati fatti i dovuti controlli e l’amianto non sia stato rinviato al mittente” ma soprattutto “se non intendano prendere le dovute misure finalizzate ad eliminare l’amianto importato a spese dei suoi importatori e a determinare se, soprattutto nei porti, transitino merci contenenti amianto (che possono contaminare chiunque a qualunque titolo venga a contatto con loro), vigilando affinché simili fatti delittuosi non avvengano più”.
Nel frattempo il pm Raffaele Guariniello ha aperto da un mese un’inchiesta esplorativa sulla notizia di reato, ulteriore filone d’indagine che affiancherà all’attuale sui circa 2mila omicidi imputabili a Eternit – soprattutto nella città piemontese di Casale Monferrato – già oggetto di un primo procedimento concluso a novembre con l’annullamento in Cassazione, per intervenuta prescrizione, delle condanne per disastro ambientale inflitte in primo e secondo grado ai vertici aziendali. Chissà cosa ne penserà di questo ritorno, seppur illegale, dell’amianto importato il simbolo della lotta contro Eternit, Romana Blasotti Pavesi, che si è dimessa da presidente dell’Associazione Familiari e Vittime d’Amianto dopo la sentenza della Suprema Corte.
Ai ministri Gianluca Galletti e Beatrice Lorenzin i senatori del Pd chiedono “per quali ragioni non siano stati fatti i dovuti controlli e l’amianto non sia stato rinviato al mittente” ma soprattutto “se non intendano prendere le dovute misure finalizzate ad eliminare l’amianto importato a spese dei suoi importatori e a determinare se, soprattutto nei porti, transitino merci contenenti amianto (che possono contaminare chiunque a qualunque titolo venga a contatto con loro), vigilando affinché simili fatti delittuosi non avvengano più”.
Nel frattempo il pm Raffaele Guariniello ha aperto da un mese un’inchiesta esplorativa sulla notizia di reato, ulteriore filone d’indagine che affiancherà all’attuale sui circa 2mila omicidi imputabili a Eternit – soprattutto nella città piemontese di Casale Monferrato – già oggetto di un primo procedimento concluso a novembre con l’annullamento in Cassazione, per intervenuta prescrizione, delle condanne per disastro ambientale inflitte in primo e secondo grado ai vertici aziendali. Chissà cosa ne penserà di questo ritorno, seppur illegale, dell’amianto importato il simbolo della lotta contro Eternit, Romana Blasotti Pavesi, che si è dimessa da presidente dell’Associazione Familiari e Vittime d’Amianto dopo la sentenza della Suprema Corte.
pc 17 febbraio - Roma - Seminari di approfondimento e discussione sul Jobs Act / "La Sapienza" Roma
Il
governo Renzi è all'attacco finale dei diritti dei lavoratori: dopo venti anni di riforme all'insegna della precarietà per tanti e della
crescita per pochi, gli ultimi provvedimenti in materia di mercato del
lavoro vanno verso il definitivo affossamento di diritti conquistati con
anni di lotte.
-Cosa prevede realmente il cosiddetto "Jobs Act"?
-Quali saranno le sue conseguenze?
-Come possiamo combatterlo?
Due Venerdì di approfondimento e discussione:
Facoltà di Fisica - Università "La Sapienza", aula Conversi
Venerdì 13 Febbraio - ore 17
TUTTI I PUNTI DEL JOBS ACT: dalla riforma dei contratti agli ammortizzatori sociali, il demansionamento, la cancellazione dell'articolo 18 ecc.
Incontro/seminario con:
Giovanni De Francesco - avvocato del lavoro
Venerdì 20 Febbraio - ore 17
LA POLITICA ECONOMICA DEL JOBS ACT: I numeri ci dicono che la flessibilità non genera occupazione, allora quale economia
il Governo Renzi ha in mente per l'Italia? e cosa gli opponiamo noi?
Incontro/seminario con:
Francesco Schettino - economista
Organizza: Clash City Workers
-Quali saranno le sue conseguenze?
-Come possiamo combatterlo?
Due Venerdì di approfondimento e discussione:
Facoltà di Fisica - Università "La Sapienza", aula Conversi
Venerdì 13 Febbraio - ore 17
TUTTI I PUNTI DEL JOBS ACT: dalla riforma dei contratti agli ammortizzatori sociali, il demansionamento, la cancellazione dell'articolo 18 ecc.
Incontro/seminario con:
Giovanni De Francesco - avvocato del lavoro
Venerdì 20 Febbraio - ore 17
LA POLITICA ECONOMICA DEL JOBS ACT: I numeri ci dicono che la flessibilità non genera occupazione, allora quale economia
Incontro/seminario con:
Francesco Schettino - economista
Organizza: Clash City Workers
pc 17 febbraio - Fascismo di Stato in Spagna contro gli internazionalisti di ASKAPENA
Madrid: fuori legge gli internazionalisti baschi di Askapena
Nuovo
colpo dello Stato Spagnolo e dei suoi apparati repressivi contro la
sinistra basca. Nel mirino questa volta è finita Askapena,
l’organizzazione dedita alla solidarietà internazionalista e
all’interno della quale tradizionalmente lavorano alcuni dei
settori più coerenti e radicali della Izquierda Abertzale basca.
Sabato, nel corso di una conferenza stampa, un centinaio di arrivisti
e attiviste hanno espresso fisicamente la propria solidarietà nei
confronti di cinque dirigenti di Askapena, arrestati nel 2010 dopo
una retata della polizia e per i quali la Procura generale dello
Stato spagnolo chiede sei anni di carcere accusandoli di fatto di
lavorare per conto dell’ETA. Nel corso del loro intervento a
Donostia i cinque attivisti - Walter Wendelin, Gabi Basañez, David
Soto, Aritz Ganboa e Unai Vázquez – hanno respinto l’ennesimo
tentativo di criminalizzare le organizzazioni della sinistra popolare
basca ed hanno riaffermato il proprio impegno al fianco dei popoli in
lotta. La questione è seria, perché la Procura non solo pretende la
condanna dei cinque dirigenti internazionalisti, ma anche la messa
fuori legge della loro organizzazione – Askapena – e di altri
collettivi legati alla solidarietà con le lotte dei popoli come
Askapeña (organizzazione popolare attiva nella festa estiva di
Bilbao), Elkar Truke (coordinamento per il commercio
equo e solidale) ed Herriak Aske. Realtà che in alcuni casi da
decenni, in altri da pochi anni, coordinano e stimolano la
solidarietà della sinistra basca con le lotte del popolo curdo o
palestinese, con la resistenza di Cuba, con le rivoluzioni
democratiche e socialiste del Venezuela o della Bolivia, in alcuni
casi con il Donbass antifascista.
In particolare Askapena (“Liberazione”) è nata nel 1987 con l’obiettivo di lavorare nella solidarietà su un doppio binario: organizzare quella della sinistra basca nei confronti delle lotte di liberazione sparse nel pianeta e stimolare e coordinare la solidarietà internazionalista nei confronti del movimento basco. Sulla base del ragionamento, ribadito durante la conferenza stampa di sabato, che “non è possibile una liberazione del nostro popolo senza una lavoro di solidarietà con i popoli in lotta contro l’imperialismo. I popoli hanno bisogno di collaborazione e tenerezza reciproca: la solidarietà ha due direzioni”.
Negli ultimi anni Askapena è stata anche il punto di riferimento dei comitati di solidarietà con la lotta del popolo basco nati in diversi paesi europei, Italia compresa.
In particolare Askapena (“Liberazione”) è nata nel 1987 con l’obiettivo di lavorare nella solidarietà su un doppio binario: organizzare quella della sinistra basca nei confronti delle lotte di liberazione sparse nel pianeta e stimolare e coordinare la solidarietà internazionalista nei confronti del movimento basco. Sulla base del ragionamento, ribadito durante la conferenza stampa di sabato, che “non è possibile una liberazione del nostro popolo senza una lavoro di solidarietà con i popoli in lotta contro l’imperialismo. I popoli hanno bisogno di collaborazione e tenerezza reciproca: la solidarietà ha due direzioni”.
Negli ultimi anni Askapena è stata anche il punto di riferimento dei comitati di solidarietà con la lotta del popolo basco nati in diversi paesi europei, Italia compresa.
“E’ inammissibile. Risulta evidente
a tutti che lo Stato Spagnolo continua a perseguire un’offensiva
contro il nostro popolo (…) contro coloro che difendono un progetto
internazionalista per il nostro popolo” hanno affermato a Donosti i
dirigenti finiti nel mirino della magistratura. A far loro compagnia
ci sono anche alcuni attivisti e attiviste dell’organizzazione
giovanile Ernai, di cui i media spagnoli più reazionari chiedono la
testa denunciando fantasmagoriche attività illecite.
Un segnale, l’ennesimo, che la sinistra basca non dovrebbe sottovalutare, a riprova che gli apparati di Madrid non hanno nessuna intenzione di rinunciare all’annichilimento del movimento popolare basco nonostante la tregua definitiva di Eta, l’accettazione da parte di Sortu di una legalità che Herri Batasuna e Batasuna hanno a lungo contrastato. In molti, nella sinistra basca, si chiedono come sia possibile pensare di voler fare la pace a tutti i costi con una controparte che continua a fare la guerra e che senso abbia continuare ad assicurare un basso livello di conflittualità politica e sociale in un clima di crisi economica nera e di delegittimazione crescente del quadro istituzionale scaturito dall’autoriforma del franchismo.
Tornando alla vicenda specifica, le realtà di cui la Procura chiede la messa fuori legge hanno annunciato una serie di manifestazioni e mobilitazioni di protesta per i prossimi giorni e le prossime settimane. “Non ammettiamo che qualcuno frapponga dei limiti alla nostra militanza politica – hanno affermato Wendelin, Basañez, Soto, Ganboa e Vázquez – Come parte del movimento popolare quali siamo, e come membri della sinistra indipendentista basca, continueremo ad essere uno strumento per bloccare la strategia dello Stato”.
Un segnale, l’ennesimo, che la sinistra basca non dovrebbe sottovalutare, a riprova che gli apparati di Madrid non hanno nessuna intenzione di rinunciare all’annichilimento del movimento popolare basco nonostante la tregua definitiva di Eta, l’accettazione da parte di Sortu di una legalità che Herri Batasuna e Batasuna hanno a lungo contrastato. In molti, nella sinistra basca, si chiedono come sia possibile pensare di voler fare la pace a tutti i costi con una controparte che continua a fare la guerra e che senso abbia continuare ad assicurare un basso livello di conflittualità politica e sociale in un clima di crisi economica nera e di delegittimazione crescente del quadro istituzionale scaturito dall’autoriforma del franchismo.
Tornando alla vicenda specifica, le realtà di cui la Procura chiede la messa fuori legge hanno annunciato una serie di manifestazioni e mobilitazioni di protesta per i prossimi giorni e le prossime settimane. “Non ammettiamo che qualcuno frapponga dei limiti alla nostra militanza politica – hanno affermato Wendelin, Basañez, Soto, Ganboa e Vázquez – Come parte del movimento popolare quali siamo, e come membri della sinistra indipendentista basca, continueremo ad essere uno strumento per bloccare la strategia dello Stato”.
pc 17 febbraio - L'IMPERIALISMO E' GUERRA... DA PILLOLE COMUNISTE
L'imperialismo è guerra, chi non comprende questo concetto scientificamente, ideologicamente, teoricamente, economicamente, culturalmente, praticamente, non può combattere realmente la guerra, ma solo denunciarne aspetti, effetti.
E' a partire da questa comprensione che è possibile utilizzare tutte le forze, unire tutte le forme di lotta per condurre questa battaglia e vincerla. Si può vincere perchè come dice Mao "l'imperialismo è una tigre di carta".
da Pillole comuniste - 2
11.9.2013
E' a partire da questa comprensione che è possibile utilizzare tutte le forze, unire tutte le forme di lotta per condurre questa battaglia e vincerla. Si può vincere perchè come dice Mao "l'imperialismo è una tigre di carta".
da Pillole comuniste - 2
11.9.2013
pc 17 febbraio - Dopo la tre giorni internazionale di azione, report e indicazioni del Comitato internazionale di sostegno alla guerra popolare in India
Il
Comitato internazionale di sostegno alla guerra popolare in India
saluta tutte le iniziative che si sono sviluppate in diversi paesi
del mondo nella 3 giorni internazionale di azione del 29-30-31
gennaio 2015.
Tutte
queste azioni grandi e piccole che stiamo debitamente raccogliendo
sono il segno della solidarietà dei proletari e dei popoli con le
masse indiane in lotta e in marcia verso la loro liberazione
dall'imperialismo, dalla borghesia compradora e dal feudalesimo,
nella lunga epopea della rivolta iniziata a Naxalbari nel 1967 che
arriva impetuosa fino ai giorni nostri.
Sono
tutte iniziative di grande denuncia del regime fascista indù di Modi
che prosegue nella politica antiproletaria e antipopolare e nella
terza fase dell'operazione Green Hunt, con la quale si vogliono
cancellare le lotte e le rivolte delle masse indiane, i diritti e i
bisogni delle popolazioni adivasi, tutte le forme di organizzazione
del movimento di massa nelle università, nei differenti paesi
dell'India, allo scopo di affermare in forma totalitaria gli
interessi della borghesia indiana e dell'imperialismo.
All'insegna
dell'internazionalismo proletario, rappresentanti di partiti,
organizzazioni, comitati, associazioni, esponenti democratici e
difensori dei diritti umani e dei popoli hanno voluto unire la loro
voce e azione agli eroici combattenti del popolo indiano e alla loro
valorosa avanguardia maoista; masse combattenti e avanguardie che
stanno dando un grande contributo di sangue e di sacrifici alla causa
della lotta di liberazione del popolo indiano e alla lotta degli
sfruttati e oppressi di tutto il mondo.
Nella
3 giorni ognuno ha dato quello che poteva dare, da organizzazioni più
grandi a singoli compagni, da forze maoiste a realtà
antimperialiste, a realtà solidali, intellettuali, femminili e
giovanili.
La
3 giorni non è che una tappa che viene dal cammino intrapreso dal
Comitato internazionale di sostegno alla gp in India che è passato
da altre giornate internazionali, dalla grande conferenza
internazionale di Amburgo, organizzata insieme alla Lega
antimperialista di Amburgo e che ha visto una forte partecipazione,
alla giornata internazionale per i prigionieri politici del 25
gennaio 2014 con cui si è raccontata l'India come “prigione del
movimento popolare” e si è richiesta la liberazione dei 10mila
prigionieri politici nelle carceri indiane, al meeting internazionale
del 27-28 novembre 2014 che ha celebrato, fatto conoscere, analizzato
i risultati e le conquiste dei 10 anni del Partito Comunista
dell'India maoista alla guida della lotta di liberazione del suo
popolo.
Il
Comitato internazionale con questa sua attività che ha toccato
complessivamente nell'arco di questi anni 60 paesi, ha mostrato le
grandi potenzialità del movimento di sostegno alla gp in India, le
energie esistenti per contribuire a combattere l'operazione Green
Hunt e la più generale repressione del governo e degli Stati indiani
e infine per diffondere l'importanza della lotta delle masse indiane,
della gp diretta dal PCIm per cambiare i rapporti di forza nel mondo
tra imperialismo e masse oppresse. Naturalmente nella piena
comprensione che queste battaglie sono solo una parte dell'insieme
del movimento.
La
tre giorni ha un significato particolare in questo contesto, di
contribuire ad articolare i temi di quella che è, e non può non
essere, una campagna prolungata che non si esaurisce in una o più
giornate ma che attraversa i prossimi mesi e anni e che si riallaccia
alle grandi epopee della solidarietà internazionale e
internazionalista, come è stata quella in occasione della guerra del
Vietnam, come lo sono state e lo sono le campagne a sostegno della gp
in Perù, Filippine, Nepal, Turchia, Manipur, e che con una
comunicazione solidale si collega alle odierne campagne
antimperialiste, dalla Palestina a Kobane.
In
questo senso tra le iniziative segnaliamo l'importanza della tre
giorni avvenuta in Svezia, dove una piccola dimostrazione
all'ambasciata ha evidenziato la necessità... Saibaba, Hem, e altri
intellettuali, progressisti perseguitati dal governo indiano; le
iniziative in Italia che hanno toccato fabbriche siderurgiche,
lavoratori dei Cantieri, dei settori della logistica del nord e sud,
per far conoscere e spiegare alla classe operaia il ruolo delle
multinazionali indiane, da Mittal a Tata, ecc., che sfruttano gli
operai indiani e sono gli ispiratori e i beneficiari dell'operazione
Green Hunt, della cacciata e deportazione degli Adivasi; queste
multinazionali sono legate all'imperialismo e per conto di esso sono
nemici comuni degli operai italiani ed europei e degli operai e masse
in armi in India; così come è importante l'iniziativa in Francia
dove la campagna è stata l'esordio di un neo nato organismo,
Collettivo internazionalista, che ha unito comitati e associazioni di
diversi paesi della Francia, che ha rilanciato l'internazionalismo e
ha affermato con forza l'intenzione di una campagna prolungata.
Queste
le novità in questa campagna che delineano la traccia dei futuri
impegni del Comitato
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