Marco Rubio e il fallimento dell'anticomunismo
Nikos Mottas * | idcommunism.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
19/07/2026
Il 16 luglio, nel corso della riunione ministeriale sul risorgere del terrorismo politico organizzata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il Segretario di Stato Marco Rubio ha pronunciato uno dei discorsi più apertamente anticomunisti mai tenuti da un alto funzionario statunitense negli ultimi anni.
Rivolgendosi ai rappresentanti di oltre sessanta paesi, Rubio ha dichiarato che il comunismo immagina «un mondo senza coraggio, senza creatività né ambizione, senza eroi né gloria… senza Dio». Si è spinto ancora oltre, descrivendo i rivoluzionari marxisti come alleati ideologici dei terroristi e sollecitando una rinnovata campagna internazionale contro ciò che ha definito «terrorismo politico di estrema sinistra».
Non c'era nulla di particolarmente originale nel discorso di Rubio. Ogni accusa è stata ripetuta dalla propaganda anticomunista per oltre un secolo. Dalla repressione della Comune di Parigi nel 1871 alla Guerra Fredda, l'anticomunismo ha fatto ripetutamente ricorso allo stesso vocabolario della paura, adattandolo semplicemente alle esigenze politiche di ciascuna epoca. Tuttavia, le sue osservazioni meritano attenzione perché rivelano qualcosa di più profondo dell'ostilità verso il comunismo. Esse rivelano la bancarotta intellettuale dell'anticomunismo stesso. Rubio immagina di descrivere il marxismo. In realtà, sta descrivendo i valori del capitalismo per poi condannare il comunismo perché si rifiuta di accettarli.
Il responsabile della politica estera degli Stati Uniti sostiene che il comunismo immagini un mondo «senza eroi». Nulla potrebbe illustrare meglio la povertà del pensiero anticomunista. Il capitalismo ha sempre avuto bisogno di eroi perché non si è mai fidato della gente comune. La sua storia è popolata da presidenti, miliardari, generali e imprenditori: i «grandi uomini» che si suppone siano responsabili di ogni balzo in avanti della civiltà. Il resto dell'umanità è ridotto al ruolo di spettatori, dai quali ci si aspetta che ammirino coloro che governano piuttosto che riconoscere il proprio potere di plasmare la storia.
Il marxismo ha ribaltato l'intera mitologia. Ha commesso il crimine imperdonabile di dire ai lavoratori che sono loro - e non i presidenti, i miliardari o i re - gli artefici della storia. Questa è l'unica lezione che ogni classe dominante teme più di ogni altra. Una società convinta che la storia appartenga a individui straordinari aspetterà sempre un altro salvatore. Una classe operaia che scopre di poter diventare soggetto della storia anziché suo oggetto non chiede più il permesso di cambiare il mondo. Il comunismo non abolisce l'eroismo; lo trasferisce dai pochi ai molti.
Rubio accusa inoltre il comunismo di spegnere l'ambizione. Ma ciò dipende interamente da quale sia l'oggetto dell'ambizione. Nell'universo morale del capitalismo, ambizione significa elevarsi al di sopra degli altri: accumulare ricchezza, possedere più beni, controllare le società, dominare i mercati e, alla fine, intere nazioni. Il successo non si misura in base a ciò che si contribuisce alla società, ma in base a quanto si possiede. Un sistema fondato sulla concorrenza non può concepire l'ambizione se non come la ricerca incessante del tornaconto personale.
Il marxismo propone un criterio radicalmente diverso. Non nutre alcuna ammirazione per l'ambizione di arricchirsi grazie al lavoro altrui o di costruire fortune basate sullo sfruttamento. La sua ambizione è collettiva piuttosto che individuale: abolire la povertà invece di trarne profitto, eliminare lo sfruttamento invece di gestirlo e porre la ricchezza creata dalla società sotto il controllo della società stessa. Rubio confonde il rifiuto dell'avidità con il rifiuto dell'ambizione. Così facendo, mette a nudo uno dei presupposti più profondi dell'anticomunismo: che senza disuguaglianza, agli esseri umani non rimarrebbe nulla per cui lottare.
Il Segretario di Stato degli Stati Uniti sostiene che il comunismo sia un mondo «privo di creatività». Tale accusa si fonda su una delle più antiche illusioni del capitalismo: la convinzione che chi possiede sia la stessa persona che crea. Nell'immaginario capitalista, la creatività si misura in termini di brevetti, marchi registrati e successo aziendale. Se un'invenzione porta il nome di una multinazionale, viene celebrata come innovazione. Se rende un miliardario ancora più ricco, diventa la prova del genio individuale.
La realtà racconta una storia diversa. Ogni ponte, ferrovia, ospedale, centrale elettrica, fabbrica e laboratorio di ricerca è il prodotto del lavoro collettivo dell'umanità. Gli scienziati fanno scoperte, gli ingegneri trasformano le idee in realtà, i lavoratori costruiscono il mondo con le proprie mani e gli insegnanti educano le generazioni che rendono possibili ulteriori progressi. Eppure, una volta completato il lavoro, il capitale interviene per rivendicarne la proprietà, registrare il brevetto e incassare il profitto. Il capitalismo ha perfezionato l'arte di appropriarsi della creatività, convincendo al contempo la società di esserne l'artefice.
Il marxismo parte dalla premessa opposta. La creatività non è un privilegio degli investitori o degli azionisti; è la capacità collettiva dell'umanità di trasformare la natura, ampliare la conoscenza e rimodellare la società stessa. La vera domanda, quindi, non è se il comunismo valorizzi la creatività, ma perché il capitalismo insista nel confondere la creazione con la proprietà.
Rubio lamenta che il comunismo immagini un mondo «senza Dio». Eppure la sua critica solleva una questione più fondamentale: può una società esistere veramente senza qualcosa che considera assoluto? Il capitalismo ha risposto a questa domanda molto tempo fa. Non ha abolito la religione; ne ha semplicemente sostituito l'oggetto. La mano invisibile è diventata una forza infallibile, il mercato il suo giudice supremo, il profitto il suo principio morale più alto. Ciò che non può essere giustificato eticamente viene dichiarato economicamente necessario, come se il verdetto del mercato fosse al di là del giudizio umano.
Ogni religione ha preteso sacrifici. Il capitalismo non fa eccezione. Le sue vittime non vengono offerte su altari di pietra, ma sfruttate attraverso la disoccupazione, l'austerità, la povertà e la guerra. I lavoratori perdono i propri mezzi di sussistenza, i pensionati la propria dignità e intere nazioni la propria sovranità, il tutto in nome del ripristino della «fiducia nel mercato». Le istituzioni finanziarie emettono i verdetti, i governi li applicano e alla società viene detto che non esiste alcuna alternativa. Tale è la teologia del capitale.
Il marxismo respinge tale fatalismo. Esso insiste sul fatto che i mercati sono istituzioni umane, non leggi naturali, e che i sistemi economici dovrebbero servire le persone anziché comandarle. Il Segretario di Stato degli Stati Uniti considera questo rifiuto di inchinarsi davanti al capitale come ostilità verso la religione. In realtà, ciò che il marxismo rifiuta è l'elevazione di qualsiasi ordine sociale allo status di sacralità e al di là di ogni contestazione. È proprio per questo che rimane intollerabile per coloro il cui potere dipende dal convincere l'umanità che il capitalismo non è semplicemente un sistema economico, ma il destino stesso.
Tra i numerosi cliché di Rubio, forse nessuno è più rivelatore della sua affermazione secondo cui il comunismo è «grigio». Si è tentati di chiedere: rispetto a cosa? Rispetto allo spettacolo abbagliante del capitalismo consumistico, dove ogni cartellone pubblicitario promette felicità, ogni schermo richiede attenzione e ogni desiderio viene istantaneamente trasformato in un'altra merce? Rubio confonde il colore con il consumo perché gli è stato insegnato che l'abbondanza si misura in base a ciò che riempie le vetrine dei negozi piuttosto che a ciò che arricchisce la vita umana.
Se esiste una civiltà veramente grigia, è quella in cui milioni di persone trascorrono decenni all'interno di grattacieli di vetro producendo ricchezza di cui non saranno mai proprietari. È un mondo in cui l'amicizia cede il passo al networking, l'istruzione diventa un investimento, l'assistenza sanitaria un business, la cultura una strategia di marketing e persino la solitudine un'altra opportunità commerciale. I colori possono essere più vivaci, le pubblicità più dilaganti e i prodotti più abbondanti, ma dietro lo spettacolo si nasconde una realtà monotona: ogni aspetto della vita è in definitiva ridotta al suo valore di scambio.
Il comunismo non ha mai promesso una società traboccante di merci. Ha promesso qualcosa di ben più radicale: una società in cui gli esseri umani non sarebbero più stati trattati essi stessi come merci. È questa la distinzione che il Segretario di Stato americano non riesce a cogliere. Avendo confuso la libertà con il consumo, scambia l'assenza di shopping sfrenato per l'assenza della vita stessa.
Il tentativo di Rubio di equiparare il marxismo al terrorismo non merita né indignazione né stupore. Ogni classe dominante finisce per sviluppare un vocabolario attraverso il quale l'opposizione viene spogliata del suo carattere politico e riconsiderata come criminale. Le etichette cambiano con il tempo, ma il meccanismo rimane straordinariamente coerente. Coloro che sfidavano l'autorità religiosa venivano bollati come eretici. Coloro che minacciavano la monarchia diventavano traditori. I sindacalisti venivano denunciati come agitatori, i socialisti come sovversivi, i movimenti anticoloniali come terroristi.
Lo scopo non è mai stato quello di descrivere la realtà politica, bensì di negare l'esistenza di qualsiasi forma di resistenza legittima all'ordine esistente.
La stessa logica opera ancora oggi. Una volta che ogni rivoluzionario viene definito terrorista, non vi è più alcuna necessità di esaminare le condizioni che hanno generato la rivolta. Lo sfruttamento scompare dal dibattito, il dominio imperiale si trasforma in stabilità internazionale e la resistenza stessa viene riclassificata come la principale minaccia alla civiltà. Il conflitto politico viene ridotto a una questione di legalità borghese, mentre coloro che esercitano la violenza attraverso la guerra, l'occupazione o la coercizione economica sono opportunamente esentati dalle etichette che riservano ai propri avversari.
Non c'è nulla di originale in questa retorica. Si tratta di uno dei più antichi espedienti ideologici della storia: criminalizzare la resistenza, santificare l'ordine esistente e definire il risultato «pace». Il discorso di Marco Rubio ci dice sorprendentemente poco sul comunismo. Ci dice invece molto sull'anticomunismo.
Nel corso del suo intervento, il comunismo non appare così come è stato inteso dai suoi sostenitori o dai suoi critici, ma come una proiezione dei presupposti stessi del capitalismo. L'eroismo è ridotto a individui eccezionali, l'ambizione all'accumulazione privata, la creatività al successo commerciale, la libertà alla scelta del consumatore. Tutto ciò che esula da tali categorie diventa non solo indesiderabile, ma letteralmente inimmaginabile. La critica di Rubio rivela quindi meno sul marxismo che sui limiti ideologici del sistema da cui parla.
Questa è la vera povertà dell'anticomunismo contemporaneo. Esso non si confronta più con il socialismo in quanto teoria politica o esperienza storica, con tutte le sue conquiste, contraddizioni e fallimenti. Al contrario, si oppone a una caricatura talmente distaccata dalla realtà da rivelare, in ultima analisi, più sul suo creatore che sul suo bersaglio. Avendo accettato il capitalismo come orizzonte naturale della civiltà umana, l'anticomunismo ha perso la capacità di concepire che le persone possano organizzare la società secondo principi fondamentalmente diversi.
Questo esaurimento intellettuale diventa più evidente con il susseguirsi delle crisi. Man mano che le disuguaglianze si aggravano, le guerre si moltiplicano, le istituzioni pubbliche si indeboliscono e la distruzione ecologica accelera, la promessa secondo cui il capitalismo rappresenterebbe lo stadio finale del progresso umano diventa sempre più difficile da sostenere. In tali circostanze, l'anticomunismo cessa di funzionare come argomento politico convincente e comincia ad assomigliare a qualcos'altro: una riaffermazione rituale di convinzioni il cui potere persuasivo sta costantemente diminuendo.
Karl Marx scrisse in Il diciottesimo brumaio di Luigi Bonaparte che «Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione». Rubio parla come se la storia avesse già emesso il suo verdetto definitivo sia sul capitalismo che sul socialismo. Non è così. La storia rimane incompiuta - e lo stesso vale per la lotta dell'umanità volta a costruire una società libera dallo sfruttamento.
* Nikos Mottas è caporedattore di In Defense of Communism
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
19/07/2026
Il 16 luglio, nel corso della riunione ministeriale sul risorgere del terrorismo politico organizzata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il Segretario di Stato Marco Rubio ha pronunciato uno dei discorsi più apertamente anticomunisti mai tenuti da un alto funzionario statunitense negli ultimi anni.
Rivolgendosi ai rappresentanti di oltre sessanta paesi, Rubio ha dichiarato che il comunismo immagina «un mondo senza coraggio, senza creatività né ambizione, senza eroi né gloria… senza Dio». Si è spinto ancora oltre, descrivendo i rivoluzionari marxisti come alleati ideologici dei terroristi e sollecitando una rinnovata campagna internazionale contro ciò che ha definito «terrorismo politico di estrema sinistra».
Non c'era nulla di particolarmente originale nel discorso di Rubio. Ogni accusa è stata ripetuta dalla propaganda anticomunista per oltre un secolo. Dalla repressione della Comune di Parigi nel 1871 alla Guerra Fredda, l'anticomunismo ha fatto ripetutamente ricorso allo stesso vocabolario della paura, adattandolo semplicemente alle esigenze politiche di ciascuna epoca. Tuttavia, le sue osservazioni meritano attenzione perché rivelano qualcosa di più profondo dell'ostilità verso il comunismo. Esse rivelano la bancarotta intellettuale dell'anticomunismo stesso. Rubio immagina di descrivere il marxismo. In realtà, sta descrivendo i valori del capitalismo per poi condannare il comunismo perché si rifiuta di accettarli.
Il responsabile della politica estera degli Stati Uniti sostiene che il comunismo immagini un mondo «senza eroi». Nulla potrebbe illustrare meglio la povertà del pensiero anticomunista. Il capitalismo ha sempre avuto bisogno di eroi perché non si è mai fidato della gente comune. La sua storia è popolata da presidenti, miliardari, generali e imprenditori: i «grandi uomini» che si suppone siano responsabili di ogni balzo in avanti della civiltà. Il resto dell'umanità è ridotto al ruolo di spettatori, dai quali ci si aspetta che ammirino coloro che governano piuttosto che riconoscere il proprio potere di plasmare la storia.
Il marxismo ha ribaltato l'intera mitologia. Ha commesso il crimine imperdonabile di dire ai lavoratori che sono loro - e non i presidenti, i miliardari o i re - gli artefici della storia. Questa è l'unica lezione che ogni classe dominante teme più di ogni altra. Una società convinta che la storia appartenga a individui straordinari aspetterà sempre un altro salvatore. Una classe operaia che scopre di poter diventare soggetto della storia anziché suo oggetto non chiede più il permesso di cambiare il mondo. Il comunismo non abolisce l'eroismo; lo trasferisce dai pochi ai molti.
Rubio accusa inoltre il comunismo di spegnere l'ambizione. Ma ciò dipende interamente da quale sia l'oggetto dell'ambizione. Nell'universo morale del capitalismo, ambizione significa elevarsi al di sopra degli altri: accumulare ricchezza, possedere più beni, controllare le società, dominare i mercati e, alla fine, intere nazioni. Il successo non si misura in base a ciò che si contribuisce alla società, ma in base a quanto si possiede. Un sistema fondato sulla concorrenza non può concepire l'ambizione se non come la ricerca incessante del tornaconto personale.
Il marxismo propone un criterio radicalmente diverso. Non nutre alcuna ammirazione per l'ambizione di arricchirsi grazie al lavoro altrui o di costruire fortune basate sullo sfruttamento. La sua ambizione è collettiva piuttosto che individuale: abolire la povertà invece di trarne profitto, eliminare lo sfruttamento invece di gestirlo e porre la ricchezza creata dalla società sotto il controllo della società stessa. Rubio confonde il rifiuto dell'avidità con il rifiuto dell'ambizione. Così facendo, mette a nudo uno dei presupposti più profondi dell'anticomunismo: che senza disuguaglianza, agli esseri umani non rimarrebbe nulla per cui lottare.
Il Segretario di Stato degli Stati Uniti sostiene che il comunismo sia un mondo «privo di creatività». Tale accusa si fonda su una delle più antiche illusioni del capitalismo: la convinzione che chi possiede sia la stessa persona che crea. Nell'immaginario capitalista, la creatività si misura in termini di brevetti, marchi registrati e successo aziendale. Se un'invenzione porta il nome di una multinazionale, viene celebrata come innovazione. Se rende un miliardario ancora più ricco, diventa la prova del genio individuale.
La realtà racconta una storia diversa. Ogni ponte, ferrovia, ospedale, centrale elettrica, fabbrica e laboratorio di ricerca è il prodotto del lavoro collettivo dell'umanità. Gli scienziati fanno scoperte, gli ingegneri trasformano le idee in realtà, i lavoratori costruiscono il mondo con le proprie mani e gli insegnanti educano le generazioni che rendono possibili ulteriori progressi. Eppure, una volta completato il lavoro, il capitale interviene per rivendicarne la proprietà, registrare il brevetto e incassare il profitto. Il capitalismo ha perfezionato l'arte di appropriarsi della creatività, convincendo al contempo la società di esserne l'artefice.
Il marxismo parte dalla premessa opposta. La creatività non è un privilegio degli investitori o degli azionisti; è la capacità collettiva dell'umanità di trasformare la natura, ampliare la conoscenza e rimodellare la società stessa. La vera domanda, quindi, non è se il comunismo valorizzi la creatività, ma perché il capitalismo insista nel confondere la creazione con la proprietà.
Rubio lamenta che il comunismo immagini un mondo «senza Dio». Eppure la sua critica solleva una questione più fondamentale: può una società esistere veramente senza qualcosa che considera assoluto? Il capitalismo ha risposto a questa domanda molto tempo fa. Non ha abolito la religione; ne ha semplicemente sostituito l'oggetto. La mano invisibile è diventata una forza infallibile, il mercato il suo giudice supremo, il profitto il suo principio morale più alto. Ciò che non può essere giustificato eticamente viene dichiarato economicamente necessario, come se il verdetto del mercato fosse al di là del giudizio umano.
Ogni religione ha preteso sacrifici. Il capitalismo non fa eccezione. Le sue vittime non vengono offerte su altari di pietra, ma sfruttate attraverso la disoccupazione, l'austerità, la povertà e la guerra. I lavoratori perdono i propri mezzi di sussistenza, i pensionati la propria dignità e intere nazioni la propria sovranità, il tutto in nome del ripristino della «fiducia nel mercato». Le istituzioni finanziarie emettono i verdetti, i governi li applicano e alla società viene detto che non esiste alcuna alternativa. Tale è la teologia del capitale.
Il marxismo respinge tale fatalismo. Esso insiste sul fatto che i mercati sono istituzioni umane, non leggi naturali, e che i sistemi economici dovrebbero servire le persone anziché comandarle. Il Segretario di Stato degli Stati Uniti considera questo rifiuto di inchinarsi davanti al capitale come ostilità verso la religione. In realtà, ciò che il marxismo rifiuta è l'elevazione di qualsiasi ordine sociale allo status di sacralità e al di là di ogni contestazione. È proprio per questo che rimane intollerabile per coloro il cui potere dipende dal convincere l'umanità che il capitalismo non è semplicemente un sistema economico, ma il destino stesso.
Tra i numerosi cliché di Rubio, forse nessuno è più rivelatore della sua affermazione secondo cui il comunismo è «grigio». Si è tentati di chiedere: rispetto a cosa? Rispetto allo spettacolo abbagliante del capitalismo consumistico, dove ogni cartellone pubblicitario promette felicità, ogni schermo richiede attenzione e ogni desiderio viene istantaneamente trasformato in un'altra merce? Rubio confonde il colore con il consumo perché gli è stato insegnato che l'abbondanza si misura in base a ciò che riempie le vetrine dei negozi piuttosto che a ciò che arricchisce la vita umana.
Se esiste una civiltà veramente grigia, è quella in cui milioni di persone trascorrono decenni all'interno di grattacieli di vetro producendo ricchezza di cui non saranno mai proprietari. È un mondo in cui l'amicizia cede il passo al networking, l'istruzione diventa un investimento, l'assistenza sanitaria un business, la cultura una strategia di marketing e persino la solitudine un'altra opportunità commerciale. I colori possono essere più vivaci, le pubblicità più dilaganti e i prodotti più abbondanti, ma dietro lo spettacolo si nasconde una realtà monotona: ogni aspetto della vita è in definitiva ridotta al suo valore di scambio.
Il comunismo non ha mai promesso una società traboccante di merci. Ha promesso qualcosa di ben più radicale: una società in cui gli esseri umani non sarebbero più stati trattati essi stessi come merci. È questa la distinzione che il Segretario di Stato americano non riesce a cogliere. Avendo confuso la libertà con il consumo, scambia l'assenza di shopping sfrenato per l'assenza della vita stessa.
Il tentativo di Rubio di equiparare il marxismo al terrorismo non merita né indignazione né stupore. Ogni classe dominante finisce per sviluppare un vocabolario attraverso il quale l'opposizione viene spogliata del suo carattere politico e riconsiderata come criminale. Le etichette cambiano con il tempo, ma il meccanismo rimane straordinariamente coerente. Coloro che sfidavano l'autorità religiosa venivano bollati come eretici. Coloro che minacciavano la monarchia diventavano traditori. I sindacalisti venivano denunciati come agitatori, i socialisti come sovversivi, i movimenti anticoloniali come terroristi.
Lo scopo non è mai stato quello di descrivere la realtà politica, bensì di negare l'esistenza di qualsiasi forma di resistenza legittima all'ordine esistente.
La stessa logica opera ancora oggi. Una volta che ogni rivoluzionario viene definito terrorista, non vi è più alcuna necessità di esaminare le condizioni che hanno generato la rivolta. Lo sfruttamento scompare dal dibattito, il dominio imperiale si trasforma in stabilità internazionale e la resistenza stessa viene riclassificata come la principale minaccia alla civiltà. Il conflitto politico viene ridotto a una questione di legalità borghese, mentre coloro che esercitano la violenza attraverso la guerra, l'occupazione o la coercizione economica sono opportunamente esentati dalle etichette che riservano ai propri avversari.
Non c'è nulla di originale in questa retorica. Si tratta di uno dei più antichi espedienti ideologici della storia: criminalizzare la resistenza, santificare l'ordine esistente e definire il risultato «pace». Il discorso di Marco Rubio ci dice sorprendentemente poco sul comunismo. Ci dice invece molto sull'anticomunismo.
Nel corso del suo intervento, il comunismo non appare così come è stato inteso dai suoi sostenitori o dai suoi critici, ma come una proiezione dei presupposti stessi del capitalismo. L'eroismo è ridotto a individui eccezionali, l'ambizione all'accumulazione privata, la creatività al successo commerciale, la libertà alla scelta del consumatore. Tutto ciò che esula da tali categorie diventa non solo indesiderabile, ma letteralmente inimmaginabile. La critica di Rubio rivela quindi meno sul marxismo che sui limiti ideologici del sistema da cui parla.
Questa è la vera povertà dell'anticomunismo contemporaneo. Esso non si confronta più con il socialismo in quanto teoria politica o esperienza storica, con tutte le sue conquiste, contraddizioni e fallimenti. Al contrario, si oppone a una caricatura talmente distaccata dalla realtà da rivelare, in ultima analisi, più sul suo creatore che sul suo bersaglio. Avendo accettato il capitalismo come orizzonte naturale della civiltà umana, l'anticomunismo ha perso la capacità di concepire che le persone possano organizzare la società secondo principi fondamentalmente diversi.
Questo esaurimento intellettuale diventa più evidente con il susseguirsi delle crisi. Man mano che le disuguaglianze si aggravano, le guerre si moltiplicano, le istituzioni pubbliche si indeboliscono e la distruzione ecologica accelera, la promessa secondo cui il capitalismo rappresenterebbe lo stadio finale del progresso umano diventa sempre più difficile da sostenere. In tali circostanze, l'anticomunismo cessa di funzionare come argomento politico convincente e comincia ad assomigliare a qualcos'altro: una riaffermazione rituale di convinzioni il cui potere persuasivo sta costantemente diminuendo.
Karl Marx scrisse in Il diciottesimo brumaio di Luigi Bonaparte che «Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione». Rubio parla come se la storia avesse già emesso il suo verdetto definitivo sia sul capitalismo che sul socialismo. Non è così. La storia rimane incompiuta - e lo stesso vale per la lotta dell'umanità volta a costruire una società libera dallo sfruttamento.
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