Il 3 luglio scorso a Palermo è stato presentato su iniziativa dell’Agenzia di stampa internazionale Pressenza il libro di Turi Palidda sul G8 dal titolo: “A 25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860”. Erano presenti una trentina di compagne e compagni riuniti nel locale dell’associazione di promozione sociale Stardust”.
Naturalmente questo che presentiamo qui è un resoconto nostro, che riporta le considerazioni espresse durante l’incontro dall’autore e dai presenti e che aggiunge considerazioni e valutazioni proprie.
Il libro in sé già presenta molti spunti per analisi, commenti e osservazioni, così come gli interventi che si sono succeduti, in questa occasione ci occupiamo soltanto di quello che riguarda il filo conduttore, la tesi del libro, e della relazione di Palidda. Le sottolineature sono nostre.
L’introduzione è stata fatta dal compagno di Pressenza, che ha dapprima presentato Palidda come sociologo che si è formato in Francia e insegnato all’Università di Genova, e poi, ha detto Abbinanti, con questo libro che cade proprio nel Venticinquesimo anniversario dei fatti di Genova, Turi ci propone un excursus di quella che è stata storicamente l'utilizzo delle forze di polizia nella storia del nostro paese come strumento repressivo, come strumento per il controllo da parte delle classi dominanti delle classi subalterne. C'è una lettura dei fatti di Genova, accaduti 25 anni fa, aggiunge il compagno, secondo la quale è stato sì, da un certo punto di vista, un evento eccezionale, brutale e tremendo, quello che si è manifestato, la macelleria messicana della Diaz, oltre ai fatti avvenuti durante le manifestazioni con la morte tra l'altro di Carlo Giuliani, ma lui (Palidda) traccia un percorso storico attraverso il quale vuole dimostrare che in qualche modo c'è in realtà un continuo, una sorta di filo rosso, anzi filo nero in questo caso, che lega l'elemento repressivo che è tipico del sistema, che si è affermato attraverso il dominio capitalistico, già a partire, con un excursus storico che inizia dal 1860, che all'inizio era un'attività repressiva nei confronti del brigantaggio, nei confronti di tutto quello che era avvenuto in quel periodo, passando anche attraverso le fasi finali del diciannovesimo secolo e dei primi del 900, quando c'erano le repressioni alla Bava Beccaris, e che continua in maniera molto forte e significativa col fascismo e che ha trovato una sua continuità anche nel fatto che dopo la Resistenza e l'affermazione dello Stato repubblicano non c'è stato poi un vero e proprio cambiamento nelle strutture di controllo della società, le strutture di polizia.
Dunque, continua l’introduzione, Genova nel 2001 è sì, un forte punto di rottura rispetto ai poteri internazionali che volevano in qualche modo mettere la museruola ai movimenti no Global che si andavano affermando in quel periodo, ma allo stesso tempo un punto d'arrivo e un punto di partenza di questo excursus storico e che arriva dopo una serie di eventi storici che sono quelli che in qualche modo sono stati brevemente riepilogati. E che davanti a sé ne porta degli altri, perché di fatto non è che non è importante che noi in qualche modo ricordiamo ciò che è avvenuto a Genova 25 anni fa, ma è anche altrettanto vero che da 25 anni a questa parte di episodi di questo tipo ne sono successi, magari in maniera meno concentrata, possiamo dire, rispetto a quello che è accaduto a Genova, ma in maniera più diffusa rispetto a fenomeni repressivi, quelli che avvengono in questo ultimo periodo con quella tendenza alla criminalizzazione del dissenso che si è un po' determinata da quando c'è tutta la questione relativa alla formazione del potere di Trump in America, di Netanyahu in Israele e dei movimenti per la difesa del popolo palestinese che ha subito la repressione non solo in Italia, per la verità, ma anche in altri paesi europei e non solo. Quindi il concetto fondamentale che Palidda vuole esprimere è che c’è una costante che si era già realizzata prima e che continua in qualche modo a realizzarsi.
Infine, ha detto, bisogna vedere se è un’idea che può essere condivisa oppure no e si vedrà dagli altri interventi, aggiungendo che dal testo si evince anche che tra le tante forme di contrasto alla repressione come costante nel nostro Paese, si possono annoverare alcuni processi di democratizzazione delle forze di polizia che in alcuni periodi della nostra storia sono stati avviati e che poi magari non hanno avuto gli esiti che avrebbero dovuto. Uno per tutti, per esempio, ha aggiunto il compagno, anche se è arrivato dopo tanti anni dai fatti di Genova, è l'introduzione nel sistema penale del reato di tortura, qualcosa che è stata fortemente osteggiata dagli stessi operatori del settore che hanno resistito a questo e che solo di fronte alle azioni della Corte europea poi hanno dovuto in qualche modo accettare l'introduzione del reato.
È così passata la parola agli altri interventi programmati.
Ketty Giannilivigni di Pressenza ha letto alcuni brani del libro per sottolineare l’importanza dell’elenco
delle stragi dello Stato italiano nelle sue varie fasi storiche a partire appunto dal 1848 in tutta Italia e poi in Sicilia e durante il colonialismo in Africa continuato nel fascismo. Nella lettura si evince, ha detto, come l’irreggimentazione voluta dal regime fascista si avvicini sempre più al tentativo di irreggimentazione non solo nelle forze armate ma anche nella scuola di oggi portato avanti dal governo.Per avvicinarci progressivamente all’oggi, Gianni Livigni ha citato Scelba che inventa la Celere, le stragi di Stato come Piazza Fontana e quella della stazione di Bologna, e, per mano fascista, anche il sequestro e lo stupro di Franca Rame, impegnata in Soccorso Rosso assieme al marito Dario Fo. Notizia dello stupro che fu accolta nelle caserme con entusiasmo, per esempio dal generale Palumbo comandante della divisione Pastrengo… in questo senso la compagna ha denunciato gli stupri di donne come una costante e nel libro viene assolutamente dettagliato tutto quello che avviene anche in Africa. E oggi dobbiamo guardare a ciò che sta succedendo in Palestina e non soltanto sulle donne, ma lo usano proprio come arma anche sugli uomini, sui bambini, sulle bambine.
Rispetto al G8 ciò che ha colpito in maniera grave, ha detto, non è stata solo la violenza contro tutti, ma l'assassinio di Carlo Giuliani, riportando la deposizione del magistrato Enrico Zucca, pubblico ministero nel processo contro gli alti dirigenti della pubblica sicurezza: “Decine di episodi di violenza contro manifestanti pacifici e disarmati sono stati ignorati, così come atti di violenza e intimidazione all'interno degli ospedali perpetrati contro i feriti, sia quelli in arrivo che quelli già ricoverati, dove gli agenti di polizia si aggiravano liberamente anche all'interno delle strutture sanitarie, aggredendo le vittime nel momento di maggiore vulnerabilità.” Gli altri fatti, ha continuato, purtroppo li conosciamo, quelli della caserma Diaz e tutto quanto poi succede sul processo ai 25, ci tiene a segnalare Turi, tutti italiani e nessun Black Block straniero. Zucca scrive: “concepito per punire in modo essenziale responsabili delle rivolte di Genova, il nucleo dell'accusa fu ribaltato dalle sentenze. Esse stabilirono che il catalizzatore dei disordini più gravi fu l'assalto indiscriminato della polizia a una manifestazione pacifica e autorizzata. Di fatto, per circa metà degli imputati, i tribunali hanno riconosciuto una circostanza attenuante’. E questa frase la mette in neretto. “Le loro azioni erano una reazione alla condanna arbitraria dei pubblici ufficiali”, che è quello che vediamo oggi nelle piazze, ha aggiunto, nelle piazze per la Palestina o nelle piazze prima ancora del G8 e tutto questo teniamolo sempre a mente quando dicono che ci sono i violenti nelle piazze. E ancora Zucca: “Si trattava di una rivolta giustificata, un caso unico nella storia giudiziaria italiana”, sempre in neretto. I giudici hanno inoltre condannato l'uso di violenza spropositata, ritorsiva e persino maligna contro i manifestanti, compreso l'uso di manganelli non regolamentari, spranghe di ferro e bastoni di legno che hanno causato le lesioni più gravi. Pensiamo, ha continuato, alla sequenza che ci fanno vedere sempre di Carlo Giuliani che lancia e pensiamo a cosa era successo prima che non ci fanno vedere. Aggiunge infine, con una nota personale, che ha ripreso a seguire i movimenti grazie ai figli, alle generazioni che hanno ripreso a essere una coscienza, che chiedono un mondo più pulito, più giusto e che rivendicano la giustizia sociale e una possibilità di vivere, di realizzarsi. Turi, conclude, non ha, non ci dà una ricetta, ci racconta degli avvenimenti, quello che noi possiamo fare è proseguire nel confronto, scendere nelle piazze quando c'è da fare e pensare a un nuovo mondo, ma soprattutto dare la voce alle giovani generazioni e comprendere quali sono le loro necessità. Perché il discorso, per esempio, sull'ambiente è qualcosa che sono stati loro che ci hanno riportato, che hanno riportato all'attenzione e che in verità porta assieme tutti i temi che sono appunto, dell'ambiente, la salvezza della terra, cosa a cui dovremmo in qualche modo tenere tutti.
È intervenuto poi Alliata del cobas scuola che ha voluto mettere l’accento sulla repressione che si sviluppa sempre più nel mondo della scuola, non solo con la repressione del pensiero attraverso la riscrittura dei programmi, la riscrittura della storia, ma con la presenza fisica di vigili urbani, militari, polizia, carabinieri, guardia di finanza. Il compagno, ricordando che la repressione si sviluppa ovunque - e qui ha riportato un evento repressivo nei confronti di alcuni esponenti dei cobas scuola perfino in occasione di una pacifica manifestazione antimafia del 23 maggio - è stato colpito, ha detto, dalla parte finale del libro dove si parla della proposta di destinare le risorse non alla polizia ma al sociale. Ha voluto ricordare inoltre, citando il libro, che prima di Genova c’era stata la feroce repressione alla manifestazione di Napoli, e che pensando a come si sviluppa la repressione oggi possiamo parlare di israelizzazione della società italiana.
Innanzi tutto il compagno si è soffermato su alcuni episodi della violenza poliziesca vissuti direttamente a Genova solo per ribadire che è importante ricordare gli avvenimenti, perché la memoria è una di quelle cose che il sistema tende a cancellare costantemente ogni giorno. Sottolineando che nonostante le cariche e la caccia all’uomo del giorno precedente, c’era l’entusiasmo che muoveva i 300.000 manifestanti che il 21 luglio si misero in marcia, e che il proprio gruppo sfilava appena dietro ad un'enorme spezzone della CGIL che era blindato di fatto e non permetteva a nessuno né di entrare né di uscire.
Per tutto questo, ha continuato il compagno, abbiamo considerato il G8 di Genova una ferita aperta, e ha citato brevemente anche una lettera aperta di Haidi Giuliani mandata al movimento qualche giorno fa. “Sembra normale” - dice - adesso che tornare da una manifestazione con le ossa rotte, con la testa rotta, eccetera eccetera, sia diventato una normalità”. È infatti questa normalità che cerca il sistema. Ai nostri occhi questa cosa appare quando ci colpisce o quando, come in questo momento, per esempio, ci riflettiamo insieme. Ma questa è l'edificazione di una cosa che mentre si costruisce è come se non la si vedesse, perché passo dopo passo rompe un tabù dopo l'altro e quindi la borghesia tasta il polso e ogni volta che non c'è una reazione uguale e contraria alla repressione del sistema per la borghesia è un passo avanti. Ci provano e lo fanno, alzano l'asticella … "ogni ribellione - dice ancora Giuliani - per loro è “devianza”. Anche questi sono concetti che entrano nella testa. Piano piano tutto diventa devianza e quindi se è devianza c'è bisogno dell'ordine pubblico e quindi la risposta del governo diventa legittima e normale.
E ancora, Giuliani parla di violenze di diverso tipo, la violenza, scrive, è dappertutto, in tutte le forme, a parte quella economica, per poi arrivare alle altre. E scrive ancora: “scrivo questa lettera affinché non si ripetano le stesse cose”.
Ecco, ha detto il compagno, questo lo abbiamo preso in parola. È detto in senso generale, però quello che manca, sperando che anche il libro sia da spunto, è il bilancio di queste esperienze: abbiamo fatto l'analisi dell'imperialismo, tutte le fasi di passaggio, stiamo guardando uno dopo l'altro i governi che si succedono e come avanzano verso un fascismo aperto - oramai così lo chiamano tutti: in America Trump viene definito fascista da chiunque e in Italia abbiamo la fascista Meloni - bisogna inquadrare il concetto nel mondo di oggi dove siamo in uno stato di guerra permanente. Cioè ogni giorno abbiamo davanti agli occhi la guerra, la distruzione, il genocidio e dobbiamo sorbirci la notizia confermata oggi che 21.000 bambini a Gaza sono stati uccisi, come se fosse una notizia che può passare così, senza conseguenze. Ecco questo bilancio tocca a noi, noi come movimento in generale, e non un movimento di massa in senso generico, ma l’avanguardia e chi si organizza, chi lotta, chi scende in piazza e chi combatte e si becca la repressione da ogni punto di vista. Sono ferite aperte, da quella importantissima di Genova fino a questo momento.
È un appello, ha detto il compagno, che si fa a tutto il movimento: che significa il bilancio, perché lo dobbiamo fare, perché dobbiamo subire, se continuare a subire, abbiamo imparato in questi anni come agisce l'avversario e lo stiamo vedendo molto, ma molto bene come agisce… perché noi non abbiamo la stessa capacità di rispondere? Qualcuno ha parlato delle grandi manifestazioni che ci sono state in questi ultimi anni, il milione di Roma, quelle che ci sono state prima, ma è come se il giorno dopo questa marea che si oppone alle vergogne allucinanti dell'imperialismo, gli assassini, scompaia. È necessaria questa riflessione sul come, su cosa ci manca, cosa dobbiamo fare.
E a proposito di violenza, qualcuno ha detto quello che è successo a Torino, è stato in piccolo quello che è successo a Genova. Questo è logico però. I meccanismi, il modo in cui agisce la polizia, l'immunità che cercano, lo scudo penale, le falsificazioni cretine di quella foto del poliziotto preso a calci che voleva aumentare l'enfasi per conquistare mente e cuore dell'opinione pubblica, li rendono ridicoli, naturalmente, ma è una ridicolaggine che fa male.
Per andare su qualcosa di concreto e immediato, il compagno ha ricordato la proposta fatta al movimento in generale, ma che purtroppo fino a questo momento non ha avuto risposta, della necessità di una assemblea nazionale di tutti sulla repressione, perché l'aspetto principale che ci sta colpendo, all’interno dell'insieme delle argomentazioni che sono state fatte, è la repressione che ci tocca come militanti che si oppongono a questo sistema. E rispetto all’opposizione, ha detto il compagno, per fortuna, abbiamo nel tempo trovato tanti giuristi, avvocati, costituzionalisti che hanno scritto cose veramente ottime, criticando l'attuale governo e tutto l'insieme delle iniziative anticostituzionali, perché la base di questa cosa è anticostituzionale, tant'è che l'attacco del governo italiano era proprio alla Costituzione, così la togliamo di mezzo, hanno pensato, ed è quello che ha detto Trump anche in America: gli hanno bocciato una delle sue iniziative, e lui ha detto che bisogna cambiare la Costituzione.
La proposta concreta, dunque, ha ribadito il compagno, è una riunione nazionale contro la repressione e la creazione di un collegio di avvocati che sono bravi, ottimi, si mettono al servizio, ma purtroppo sono sparsi; serve un collegio, come si fa già in altri paesi dove il fascismo è all’ordine del giorno, e ne cita solo uno, la Turchia, dove ci sono gruppi di avvocati perché devono difendere, tra virgolette, anche se stessi dalla repressione. Fra un po' l'avvocato non potrà fare nemmeno più il suo lavoro, come stavano provando con i magistrati, perché tutto deve essere sotto il tallone della repressione.
È stata poi la volta di un lungo intervento di Palidda che ha ringraziato per l'invito, e ha tenuto a dire che in questo libro rende onore alla Sicilia, che è la regione che storicamente ha subito più massacri, più attacchi violenti e massacri giganteschi da subito dopo lo sbarco di Garibaldi e dopo Bronte, e qui proprio a Palermo durante quella famosa rivolta del 7 e 1/2, ma che, e fa una piccola parentesi, purtroppo nella storiografia ufficiale non appare, perché la storiografia ufficiale è fatta da nord-centrici. Invita perciò a sollecitare questa attenzione a rafforzare, sviluppare, sensibilizzare rispetto alla storia siciliana delle lotte popolari, operaie, contadine e via dicendo che purtroppo sono state abbandonate.
Poi è tornato al G8 di Genova sottolineando che per lui due cose sono principali: una è il movimento, o movimento dei movimenti come è stato anche definito, o addirittura con il termine che oggi viene “di moda è intersezionalismo, cioè l'incontro, la convergenza di centinaia e centinaia di resistenze passive e attive, totalmente pacifiche e di quelle che volete, questa è la cosa importante, anzi fondamentale altrimenti il movimento non potrà mai raggiungere quei livelli.” Aggiunge che tra suore, preti, pacifisti… c’erano proprio tutti e tutti andavano rispettati come i ragazzi genovesi che hanno fatto resistenza attiva e che siccome erano genovesi, vedi caso non sono stati presi tra i 25, quelli no, perché questo bisogna imparare, cioè il territorio bisogna conoscerlo… A Piazza Paolo di Novi i Cobas furono massacrati – ha detto alzando la voce verso il compagno di proletari comunisti - perché? Che cosa è successo allora? “Tu parli di bilancio - sempre rivolgendosi al compagno di proletari comunisti - scusami, ma fatelo sto bilancio voi, e cacchio, perché lì avete fatto fesserie, perché vi siete fatti incastrare e massacrare” [Palidda qui ha fatto prima confusione con i cobas e l’organizzazione proletari comunisti, ma non solo, la sua osservazione non c’entrava affatto con l’argomento “bilancio”, perché questo riguarda tutto quello che è successo, si stava parlando di una manifestazione gigantesca repressa in maniera brutale e di masse in movimento che allora per il livello di organizzazione non poteva “conoscere il territorio”, ndr], senza dare la colpa ai black bloc, continua Palidda, perché lì la questione fu abbastanza complessa… i fatti di Genova, ha detto, restano il fatto più importante a livello internazionale e questo è il motivo per cui si scatenò la violenza degli 8 potenti del mondo, in cui erano coinvolti tutti i servizi segreti, non solo degli Stati Uniti, citando la designazione di De Gennaro a capo della polizia come uomo fidato anche degli americani, aggiungendo che è dal 1943, che l'Italia è un paese totalmente subalterno. Questa è una delle questioni chiave, dice, anche da capire.
La decisione del “massacro” di Genova, secondo Turi era una lezione necessaria, una volta per tutte, perché in realtà il movimento aveva suscitato la simpatia a livello mondiale. Per questo la scelta fu quella della controrivoluzione liberista che comincia negli anni '70 per appunto massacrare, “cancellare tutte le conquiste operaie popolari che erano state non solo l'aborto e il divorzio, lo statuto dei lavoratori, la sanità pubblica gratuita per tutti, la legge Basaglia… vi ricordate queste cose? La scuola che aveva avuto un bellissimo sviluppo dopo il '68... E perché? … Come dice un grande maestro delle scienze sociali francese, ha aggiunto, ‘C'è stato un intreccio di tre rivoluzioni: la rivoluzione tecnologica, la rivoluzione finanziaria e la rivoluzione degli affari militari e degli affari di polizia. [Anche qui, come in altri casi, la parola rivoluzione viene usata a sproposito, mentre il suo significato è di “cambiamento di sistema sociale”, ndr]. Tutti parlavano di RMA, Revolutionary Military Affair, una fusione, una convergenza nel concetto del militare che era cominciata già col neocolonialismo, anche della lingua italiana. Ho ripreso la storia della Somalia, ha detto, perché è emblematica, e non a caso questi signori torturatori che erano in Somalia li troviamo a Piazza Alimonda.
Poi Palidda fa una serie di considerazioni sui vari elementi delle istituzioni coinvolte nella repressione per dire quindi che parlare di continuità significa parlare della controrivoluzione liberista e in particolare con i fatti di Genova, è il trionfo, ha detto, di quello che giustamente oggi si chiama il dispotismo sfrenato [questa frase non aiuta la comprensione del processo in corso che porta la borghesia verso il moderno fascismo, ndr]. Emblematico quello di Trump, di Netanyahu e che vorrebbe imitare la signora Meloni. Qual è la particolarità di questo dispotismo di oggi? Che è al servizio dell'interesse privato in maniera assoluta. [L’appropriazione privata è la normalità del sistema imperialista, non è una particolarità di questo “dispotismo”, ndr].
E che cosa è il neocolonialismo in Italia?, ha aggiunto Palidda passando ad un altro concetto per legarlo alla copertura istituzionale della corruzione. È il super sfruttamento non solo degli immigrati, ha detto, ma anche degli italiani che non hanno tutela. Perché? La polizia corrotta, aggiunge, protegge il caporalato, gli evasori fiscali… Se le istituzioni volessero davvero combattere l’evasione fiscale dovrebbero ridurre di tre quarti i bilanci delle forze di polizia e aumentare di tre quarti quelli degli ispettorati del lavoro. Questa lotta non c’è, anzi, a fronte delle chiacchiere Meloni e Salvini così come prima Berlusconi invocano la pace fiscale. Altro che riforma della polizia, dice, la riforma è stata una riforma infame. “La riforma del 1981, ne parlo nel libro, è stata una riforma infame, perché non ha assolutamente democratizzato le polizie, non ha minimamente razionalizzato, anche dal punto di vista moderato… sulla polizia corrotta, violenta e criminale ci sarebbe da fare libri.” E perché questa criminalità? continua Palidda, quando c'è la collusione con l'interesse privato, fare i soldi, allora c'è poco da fare. Il potere e i soldi corrompono chiunque. È per questo che Palidda dice che bisogna battersi per definanziare le polizie, per sostenere l'aumento dei fondi per l’ispettorato del lavoro, e soprattutto sostenere tutte le battaglie contro il lavoro nero, il caporalato e l'evasione fiscale, che è una cosa incredibile.
E Palidda dà anche delle cifre sull’evasione, che contrastano con quelle del governo, in realtà, ha detto, sono 508 miliardi rispetto ai 100 del governo. “L'Istat dice che in Italia il lavoro nero è dell’11% e quei coglioni, scusate l'espressione, ha detto, della CGIL, che ci credono: sono almeno 8 milioni di persone che oscillano tra semi nero e nero totale e le donne sono quelle che subiscono violenze, molestie sessuali, violenze sessuali e via dicendo, perché fa parte del dominio. Il dominio maschile è intrecciato col dominio capitalista. Da sempre è stato così, quindi è ovvio che è così e oggi è spalleggiato da queste forze di polizia. C'è una continuità in cui le classi dominanti, per dire, ancora oggi nei libri di storia fanno passare Cavour come un grande uomo di Stato.”
Oggi, ha continuato Palidda, si fanno soldi facendo le guerre e le guerre permanenti, che cominciano con la guerra del Golfo, sono diventate sempre più permanenti e diventano la fonte principale, perché, tra l'altro, tutto è intrecciato: la lobby militare non è una lobby a sé stante. È una lobby intrecciata con quelle finanziarie, con quelle tecnologiche. Ora si fanno la guerra coi droni, ha aggiunto, si fanno le guerre con sistemi di comunicazione iper sofisticati, la videosorveglianza nelle città, la sicurezza nelle città, l'allarme sicurezza, tutto perché? Per sostenere più spese per la videosorveglianza intelligente che non è più la semplice telecamera. No, adesso c'è il riconoscimento facciale, il riconoscimento vocale… siamo tutti schedati, altro che Grande Fratello del post moderno. Ma detto ciò, aggiunge Palidda, “ce ne possiamo fregare perché alla fine in parte implode questo sistema, in parte implode perché c'hanno troppi dati e non sanno che fare. Però che cosa succede? Che se vogliono massacrare me o lei e via dicendo, possono farlo in ogni modo, sicuramente, tranquillamente”, non solo come faceva il vecchio poliziotto che metteva la bustina di droga in tasca al ragazzo che aveva arrestato, ma perché oggi, ha detto, si costruisce con l'intelligenza artificiale, si può costruire tutto. Ripetiamo allora, aggiunge ancora Palidda, questo significa che la critica radicale delle forze di polizia, del governo della sicurezza è una questione cruciale. Questa, secondo lui è la questione che dobbiamo capire. E chiude dicendo che “il bilancio è questo: bisogna lavorare su queste cose. Bisogna capire come smontare e decostruire, disarticolare questo sistema, questo dominio.”
Per concludere: alcune osservazioni di Palidda, a proposito dei tanti e svariati argomenti trattati, le abbiamo fatte mettendole tra parentesi quadre, perché le consideriamo posizioni teoricamente sbagliate. Aggiungiamo che a fronte della fortissima denuncia della repressione e della continuità militaresca della sicurezza che percorre tutto il libro, la proposta di Palidda, ribadita nel suo intervento, di una battaglia per il definanziamento della polizia e dello spostamento delle risorse verso ispettori del lavoro ecc., è una proposta di riforma, illusoria, che non ha nessuna possibilità di riuscita.
Nessun commento:
Posta un commento