domenica 19 luglio 2026

«Muoiono al posto nostro»

di Carlo Soricelli (*)

Gentile Natalia Aspesi,

ho letto la sua riflessione nell’ultimo numero de Il Venerdì di Repubblica e vorrei rispondere alla sua domanda su cosa temono davvero quegli italiani. Spesso si teme l’immigrato per via di una narrazione distorta legata alla delinquenza, ma la realtà dei fatti e dei numeri ci racconta una storia completamente diversa, eppure drammaticamente invisibile. Sì, anche tra di loro ci sono alcuni delinquenti, come tra gli italiani. E allora? Vediamo la realtà.

Ci conosciamo ormai da anni: lei stessa ha pubblicato più volte all’interno della sua rubrica le mie considerazioni sui morti sul lavoro, e ospita periodicamente i report e le situazioni che racconto attraverso la mia attività di monitoraggio.

Proprio per questo, da Bologna, continuo a portare avanti da diciannove anni questo osservatorio indipendente: registro ogni singola vittima, giorno dopo giorno. Se in questi giorni si sfogliano i registri dei morti sul lavoroi, si incontra un’infinità di nomi marocchini, tunisini, albanesi, rumeni. Sono soprattutto ragazzi arabi e dell’Est Europa, giovanissimi, mandati allo sbaraglio senza alcuna

formazione o preparazione. Ma c’è di più: lavorano incastrati nella giungla del subappalto, del sub-subappalto, una catena senza fine alimentata da leggi orrende che hanno praticamente legalizzato lo schiavismo. È proprio questa frammentazione estrema che ha fatto impennare la strage di lavoratori, costringendo questi poveri stranieri ad ammazzarsi di fatica e a venire uccisi nei cantieri, nelle fabbriche e nei campi, dappertutto, facendo i lavori più umili e pericolosi. Muoiono al posto nostro, muoiono il triplo rispetto ai lavoratori italiani.

Fa rabbia, e per certi versi fa persino sorridere, sentire ancora oggi una retorica che vorrebbe un’Italia senza immigrazione. A volte penso che mi piacerebbe vedere cosa succederebbe se, per un solo giorno, tutti i lavoratori stranieri decidessero di andarsene contemporaneamente. Questo Paese si bloccherebbe all’istante, e saremmo noi a dover correre loro dietro, perché una parte consistente della ricchezza degli italiani e della nostra quotidianità si regge interamente sulle loro braccia.

C’è una crudeltà profonda che si sta facendo strada, e l’episodio che più mi ha turbato recentemente è accaduto in Veneto, che – lo ricordo – è la Regione con più morti sul lavoro.  Tre giovani braccianti  marocchini   Abdelghani Gari, 33 anni, El Arbi Saifi, 36, e Yassin Mazi, 28  sono morti all’alba, volando in un canale con il furgone che li portava al lavoro. La CGIL aveva posto una lapide per ricordare il loro sacrificio e la loro dignità. Ebbene, quella targa è stata prima vandalizzata e poi asportata, rubata, solo perché ricordava lavoratori immigrati.

Cancellare il ricordo di chi è morto lavorando per noi è un atto di una miseria culturale e umana sconsolante. Chi invoca certe chiusure dimentica che stiamo parlando di persone che pagano con la vita il benessere del nostro Paese. Continuare a monitorare, a fare memoria e a dare dignità a questi ragazzi è l’unico modo che abbiamo per restare umani.

Un cordiale saluto, Carlo Soricelli

Nota drammatica a margine: A rendere tutto ancora più turbante e urgente sono i dati del mio osservatorio. In questi giorni abbiamo purtroppo superato i 600 morti registrati direttamente sui luoghi di lavoro, una cifra spaventosa che, se sommata agli infortuni mortali in itinere, supera i 750 decessi. Siamo di fronte a una strage mai vista. 

(*) curatore dell’osservatorio di Bologna: cadutisullavoro.blogspot.com

 

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