domenica 9 giugno 2013

pc 9 giugno - repressione stile genova g8 in turchia

Uno studente di un'università di Istanbul racconta le incredibili violenze subite da lui e da altri giovani arrestati durante le manifestazioni contro il regime dell'Akp. Una "Bolzaneto" all'ennesima potenza.

Più del 90% delle centinaia di migliaia di manifestanti anti-governativi in Turchia, rivela uno studio, é sceso in piazza per denunciare la svolta autoritaria di Recep Tayyip Erdogan e del suo governo, la deriva islamista del paese, e le feroci violenze della polizia contro le prime proteste. Da tutto il mondo sono piovute reazioni di sdegno e condanna davanti alle durissime immagini della repressione. Dall'inizio della protesta almeno tre manifestanti sono stati uccisi (fonti dell'opposizione fanno lievitare il numero delle vittime a 6), 5mila feriti.
Il quotidiano Hurriyet ora ha pubblicato la testimonianza di uno studente dell'università del Bosforo, che ha raccontato con la terribile esperienza del suo arresto a Istanbul. ''Ero alle nove di sera su Barbaros Sokak, a Besiktas. Non facevo niente, non gridavo slogan, non buttavo pietre. Appena mi hanno visto mi hanno afferrato. E sono scivolato nell'inferno'', racconta Erkan. ''Ogni poliziotto presente ha iniziato a prendermi a calci e pugni. Per 150 metri, fino al bus della polizia, tutti mi hanno picchiato, maledetto, insultato: 'puttana tua madre', 'figlio di puttana'. Non finivano mai. Stavano per mettermi nel bus, altri agenti hanno chiamato: 'portatecelo qui'. Mi hanno di nuovo picchiato dietro al bus. Ho saputo poi il perche': li' non potevano arrivare le telecamere''. ''All'interno le luci erano spente. Ho sentita la vocetta di una ragazza che supplicava: 'non ho fatto nulla, signore'. Continuavano a percuotermi, nel buio potevo solo cercare di proteggermi la testa''. ''Intanto picchiavano la ragazza, che stava soffocando. Un agente in borghese, di nome Ismail, le ha detto esattamente questo: 'ti sbatto per terra e ti violento, ora'. La risposta della ragazza, con un filo di voce, ci ha spezzato il cuore: 'si', signore' ''. ''Subito dopo ci hanno costretto, con altri tre arrestati, a gridare, tra una pioggia di botte: 'Amo la polizia! Amo il mio paese!'. Urlavano: 'piu' forte, piu' forte!', ci picchiavano, ci insultavano''. ''Hanno portato un altro ragazzo. Aveva il naso rotto. Mi ha detto che due lo tenevano mentre un terzo lo picchiava''. ''Poi é arrivato un altro giovane. Mustafa, dell'Università del Bosforo. Venti agenti lo avevano attaccato. Non stava in piedi. Nel bus lo hanno ancora colpito alla testa con un casco. Non bastava. Gli hanno sbattuto il capo contro il finestrino. Perdeva sangue dalla testa. Era ammanettato. Hanno continuato a picchiarlo''. Alla fine sono stati portati al commissariato, dove li attendevano gli avvocati mandati dagli altri manifestanti. ''I poliziotti hanno cominciato a parlarci educatamente''. La giornalista di Hurriyet Belgin Tan avverte. ''Sapete che cosa succedera' ora? Erkan sara' intimidito con una infinita' di denunce dei poliziotti, che diranno che lui li ha attaccati. Il procuratore dara' la priorita' alle loro denunce. Erkan e gli altri ragazzi del bus che confermeranno il suo racconto saranno dichiarati colpevoli e condannati''.
E' la prima volta che un quotidiano turco pubblica in maniera così dettagliate le minacce e le violenze subite da alcuni manifestanti caduti nelle maglie delle forze di sicurezza. Un tale comportamento è abituale da parte della polizia turca ed era adottato anche prima dell'esplosione della protesta popolare e di massa che da più di una settimana ha occupato le piazze turche. Solo che prima sia la stampa turca sia quella internazionale preferiva guardare da un'altra parte. Come quando la tv turca Cnn invece di trasmettere le immagini della violenta repressione contro i manifestanti nel centro di Istanbul, il fine settimana scorso, trasmise un documentario. Sui pinguini...
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pc 9 giugno - CON CARMELA NEL CUORE...

CON CARMELA NEL CUORE... PER OGNI DONNA UCCISA, STUPRATA E OFFESA SIAMO TUTTE PARTE LESA

Sit-in di solidarietà, denuncia e lotta 
Martedì 11 giugno ore 16,30 Via G. Magliocco (angolo via Ruggero Settimo) Palermo
Il prossimo Martedì 11 giugno inizierà il processo contro l'assassino di Carmela Petrucci, una ragazza di soli 18 anni che per difendere la sorella Lucia, di un anno più giovane, dall'ex fidanzato violento e persecutore, ha perso la vita in una violenta colluttazione nella portineria di casa in cui le due giovani, che ritornavano da scuola, hanno cercato coraggiosamente di pararsi dalle continue coltellate dell'assassino. 
Carmela è morta mentre la sorella gravemente ferita, dopo diversi giorni di ricovero in ospedale, si è salvata.
Alla luce di tale efferatezza, violenza, oggi la giustizia italiana potrebbe dare la possibilità al colpevole di un giudizio con rito abbreviato e con conseguente sconto di pena.
Questo femminicidio è avvenuto a Palermo ma dal nord al sud, quasi ogni giorno la vita di una donna viene distrutta, violentata, infine stroncata.
Il comune denominatore è quell'odio sessista, maschilista, reazionario degli uomini contro le donne che vorrebbero riscattare la propria vita, che decidono di liberarsi da situazioni difficili, pesanti, vedi i molteplici casi di donne incatenate da mariti, fidanzati, compagni "padre padroni"per i quali sono solo un possesso, una proprietà che non devono avere il diritto di ribellarsi.
Ma uomini che odiano le donne sono anche quelli che giustificano la violenza sessuale e fisica con la scusante dell'"abbigliamento provocante" , odio dei padri contro le figlie, odio dei padroni contro le lavoratrici che spesso subiscono discriminazioni e intimidazioni...
Gli uomini che odiano le donne sono impregnati di quell'humus maschilista e reazionario portato su un piatto d'argento da questa società in cui i governi, lo Stato con le loro politiche antiproletarie e antipopolari se attaccano in generale le masse popolari, doppiamente attaccano la maggioranza delle donne, uno Stato borghese la cui giustizia è quella che, al processo contro l'uccisore di Carmela Petrucci come successo anche in altri casi, permette la possibilità del rito abbreviato.
La vita di una donna in questo sistema non ha nessuna valenza, se non quella che questo sistema vuole imporre o "angelo del focolare" o appagatrice di desideri carnali e sessuali.
Per questo, come per tutte le altre donne uccise, ferite,violentate Martedì 11 giugno, esprimeremo ancora una volta solidarietà e denuncia scendendo in piazza con Carmela nel cuore, ma urleremo che in questa gravissima situazione di guerra contro le donne non si può continuare a far finta di niente, non si può continuare a non fare niente!
Collegandoci all'appello che a livello nazionale è stato lanciato dalle compagne Luigia e Concetta per una mobilitaziona a Roma il 6 luglio, diremo con forza che
"...Nessun governo, tantomeno questo, può “difendere le donne con la sua task force” come afferma Alfano, il delfino di Berlusconi, calpestatore della dignità delle donne. Nessun appello al governo, come pure quello di “ferite a morte”, per la convocazione degli Stati generali contro la violenza sulle donne, può fare arretrare la guerra alle donne, senza la guerra delle donne.
Ci vuole una mobilitazione nazionale delle donne, una risposta doverosa, urgente e ineludibile. Una risposta autonoma del movimento delle donne, fuori e contro l'azione che il nuovo governo dice di voler fare.
Le donne non vogliono e non possono fidarsi e delegare al governo e allo Stato!
Uno Stato, che sempre più fa una giustizia pro-stupratori (vedi i recenti processi per gli stupri di “Marinella” a Montalto di Castro e di “Rosa” a L’Aquila, nonché la rimessa in libertà, dopo un anno, dell’assassino reo-confesso di Tiziana Olivieri, per scadenza dei termini di custodia cautelare, ecc.) e ha forze dell'ordine strutturalmente impregnate di maschilismo, fascismo e sessismo, non può difendere le donne! Un governo che continuerà ad attaccare le condizioni di vita e di lavoro della maggioranza delle donne, non può difendere dai femminicidi e dagli stupri!
Siamo noi, parte offesa e ferita a morte da questa società, che dobbiamo riprenderci la vita, con rabbia e determinazione. Siamo noi donne, unite, che dobbiamo lottare per i nostri diritti e il nostro esistere, per difenderci dagli uomini che odiano le donne!..."
La piena condanna di Samuele Caruso, il femminicida di Carmela, è il minimo ma non basta! dobbiamo lavorare per scatenare la nostra rabbia e ribellione in una forte lotta , per scendere in piazza tutte e rivendicare la nostra autodeterminazione e che non accettiamo più di essere subalterne, mobilitarsi è necessario, al di là dei partiti ufficiali e istituzioni che non ci rappresentano, per difenderci dall'odio contro le donne, il frutto più marcio di questa società maschilista e patriarcale che vogliamo distruggere!

INVITIAMO TUTTE A PARTECIPARE

Sabina
per le compagne, donne del Movimento femminista proletario rivoluzionario Palermo

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Inizierà l’11 giugno prossimo davanti al gup Daniela Cardamone il processo a Samuele Caruso, il giovane di 23 anni che il 19 ottobre scorso uccise la diciottenne Carmela Petrucci e ferì gravemente la sorella della ragazza, Lucia, sua ex fidanzata, di un anno più giovane. Caruso ha chiesto il rito abbreviato sperando così di evitare la condanna all'ergastolo, grazie allo sconto di pena previsto per l'abbreviato.
 


PC 9 GIUGNO: affari criminali tra la regione lombardia e imprese israeliane



Smaltire 175mila tonnellate di reflui chimici in area urbana? In Lombardia forse si può
La Regione è chiamata a esprimersi sul progetto presentato dalla società israeliana Elcon, che intende trattare rifiuti farmaceutici e industriali "con un metodo innovativo", adeguando un impianto già esistente a Castellanza (Varese). Si mobilitano comitati di cittadini: "Non ci sono garanzie sulle emissioni, il fatto che l'area sia già inquinata non significa che si debba infierire". I Comuni della zona si oppongono, ma i partiti di centrodestra, che guidano la città e il Pirellone, restano freddi e non lo escludono
E’ a meno di venti chilometri dalla sede di Expo 2015, dove si discuterà di alimentazione sana, acqua potabile, prevenzione di malattie e stili di vita sostenibili. Eppure per Castellanza, cittadina al confine tra le province di Varese e Milano, il futuro si gioca molto prima. Entro un mese Regione Lombardia dovrà decidere se dare il definitivo via libera all’insediamento di un polo industriale pensato per smaltire reflui chimici e farmaceutici. Un’industria che accoglierà ogni anno 175mila tonnellate di rifiuti classificati come “pericolosi” prodotti nel nord Italia (ma il collegamento ferroviario già esistente con un interporto potrebbe allargare gli orizzonti) “restituendo all’ambiente circostante  - secondo chi si oppone al progetto – liquidi, fanghi, fumi derivanti dal processo di lavorazione”. In una zona, quella dell’altomilanese, già provata dalla presenza di inceneritori, discariche, concentrazioni di pm10 tra le più alte del paese. E pure un aeroporto internazionale (Malpensa) che crea non pochi problemi ecologici all’area del Ticino.
A proporre il progetto è Elcon Italy Srl, emanazione della Elcon Recycling, una società israeliana fondata ad Haifa nel 2003, che ha sviluppato una tecnologia per il trattamento e lo smaltimento chimico e fisico dei rifiuti liquidi (pericolosi e non), principalmente scarti di aziende chimiche e farmaceutiche. Attualmente l’unico impianto esistente è stato realizzato proprio ad Haifa, è funzionante dal 2004. Ma da allora, in tutto il mondo, la tecnologia proposta (che utilizza enormi volumi di acqua per i processi di raffreddamento) non ha trovato altre applicazioni. L’area scelta per realizzare l’impianto è quella dell’ex Montedison, già utilizzata negli ultimi vent’anni da altre aziende chimiche. Elcon propone di utilizzare circa 10mila metri quadrati dei circa 130mila dell’intera area. All’epoca in cui Montedison si insediò in questa zona gli impianti non si trovavano al centro dell’abitato. Negli anni l’espansione urbanistica ha finito per inglobare il polo chimico in un grande agglomerato di nove comuni (comprese le città di Busto Arsizio e Legnano) che conta 300mila abitanti (una zona classificata “A1″, cioé agglomerato ad alta densità abitativa). A opporsi sono diversi comitati di cittadini che hanno fatto campagne di informazione e raccolto migliaia di firme, convincendo i consigli comunali dei comuni limitrofi a dare parere contrario al progetto: “La valutazione negativa si impone ancor più se si considera che l’impianto si inserisce a ridosso, anzi all’interno, di un centro abitato. Ne è una dimostrazione il fatto che a poche decine di metri si trovano due scuole, due cliniche, una casa di riposo, un cimitero”, si legge nelle osservazioni che il comitato civico “Valle Olona respira” ha presentato in Regione come “controcanto” a quelle di Elcon. Documenti, obiezioni e manifestazioni, come quella indetta poche settimane fa dall’altro comitato, “Assemblea popolare No Elcon“:
QUALI TIPI DI RIFIUTI – Ma quali rifiuti entrerebbero nell’impianto di Castellanza per essere trattati e smaltiti? Nello studio di impatto ambientale curato da Bp Sec per Elcon e presentato a Regione e comuni interessati, viene spiegato il processo industriale dei reflui chimici: “L’impianto previsto ha come capacità massima annuale di trattamento dei rifiuti 175.000 tonnellate l’anno equivalenti a circa 500 al giorno. L’impianto riceverà rifiuti liquidi e solidi portati all’impianto con mezzi pesanti (prevalentemente autobotti). Le acque reflue in entrata possono essere di diversi tipi e derivanti da differenti tipologie di aziende, tipo: acque reflue farmaceutiche, acque reflue chimiche, acque reflue di industrie cosmetiche e di detergenti, acque reflue di industrie chimiche/veterinarie, acidi, basi e acque di lavaggio per la rifinitura e lavorazione di metalli, fanghi”. Alla fine del documento, in cui Elcon cita l’inquadramento ufficiale dell’area di intervento come A1 (agglomerato urbano) e precisa che si tratta di un’area esente dal vincolo ambientale del d.lgs 42/04 in cui è prevista la tutela dei fiumi, Bp Sec aggiunge un dettaglio che fa capire come il progetto, osteggiato da molti cittadini, non sia così malvisto dalle istituzioni: “Sono già in programma accordi con università del territorio, Liuc di Castellanza, per lo sviluppo di un Centro Ricerche in materia di gestione rifiuti presso l’impianto”. 
LE RAGIONI DEL “NO” – La tecnologia utilizzata da Elcon, secondo la relazione redatta dai comitati, “non garantirebbe l’abbattimento degli inquinanti e delle sostanze nocive immesse in atmosfera e in acqua”. Il volume di reflui che verranno trattati dalla Elcon Italy, secondo quanto dichiarato dalla stessa azienda, sarà di 175 mila tonnellate annue. Di questi gran parte è costituito da acqua (che dovrà a sua volta essere trattata da un depuratore prima di essere immessa nel fiume Olona), il 10% da residui organici, il rimanente 10% da residui inorganici che si traducono in 30 tonnellate al giorno di fanghi e sali nocivi da avviare allo smaltimento. “L’incompatibilità con il territorio è evidente”, spiega Stefano Catalano di Valle Olona Respira, che ricorda anche i problemi e i rischi legati alla viabilità: in una zona già congestionata circolerebbero 500 tonnellate al giorno di rifiuti pericolosi su una trentina di mezzi pesanti (secondo quanto dichiarato da Elcon. Almeno il doppio secondo gli ambientalisti) che dovrebbero raggiungere l’area industriale in pieno centro abitato.
LA PARTITA POLITICA: LEGA “ALLA FINESTRA” – L’attesa è tutta per il pronunciamento di Regione Lombardia, che completerà la fase istruttoria l’11 luglio (doveva essere l’11 maggio, ma i tecnici si sono presi altri 90 giorni). Solo allora si saprà se il progetto è approvato, sospeso o bocciato. Intanto la politica si muove. Sì, perché se a livello locale i comuni interessati si sono schierati contro (anche se proprio nella città destinata a ospitare l’impianto, Castellanza, l’amministrazione si è schierata contro il progetto solo pochi mesi fa e il sindaco Fabrizio Farisoglio, contattato dal Fatto, preferisce non parlare), non è ben chiara la linea dei partiti. E chi si aspetta una Lega Nord sulle barricate come avvenne quando si trattava di ospitare l’immondizia del Sud negli inceneritori lombardi, in questo caso resterà deluso. Il centrodestra si tiene lontano dalle proteste. Per questo il consigliere regionale Alessandro Alfieri (Pd) ha presentato una mozione con l’intento dichiarato di stanare eventuali posizioni a favore del nuovo insediamento: “Durante la campagna elettorale per le regionali tutte le forze politiche hanno espresso la loro posizione contraria al progetto. Vogliamo vedere chi veramente è contro e chi invece è a favore. Chiaramente il dubbio che la Lega stia facendo un altro gioco c’è perché non si è ancora interrotto l’Iter in regione”. Nella mozione, che verrà discussa martedì 11 giugno, Alfieri mira a impegnare direttamente la Giunta regionale “ad esprimere parere negativo nei confronti della richiesta di autorizzazione avanzata da Elcon”. Ilfattoquotidiano.it ha raggiunto anche il capogruppo della Lega Nord in Regione Lombardia, Massimiliano Romeo, chiedendogli di rispondere in anticipo alla mozione del Pd, sebbene sia indirizzata alla giunta e non al consiglio. Romeo risponde così: “Sul caso Elcon siamo allineati con la posizione dell’amministrazione comunale di Castellanza, che è sostenuta anche dalla Lega”. Il vicesindaco leghista di Castellanza Luca Galli, il 21 marzo 2012, parlava di “investimento che potrebbe portare grandi vantaggi” (video). Romeo non si sbilancia invece sulle voci che attribuiscono al suo partito o ad alcuni suoi esponenti, la volontà di portare in porto il progetto a tutti i costi: “Queste sono solo voci, ci sono strutture tecniche preposte che stabiliscono se un progetto è o non è ammissibile”.
Le “controdeduzioni” del comitato civico, invece, ruotano attorno al rischio ambientale di un’area provata e compromessa: “La giustificazione che l’impianto verrà insediato in una zona già industriale non convince. La semplice equazione che un’area già inquinata debba essere, necessariamente, il luogo maggiormente idoneo all’insediamento di nuove e più pericolose attività contrasta con il diritto dell’uomo a vivere in un ambiente salubre”. Solo dopo l’11 luglio si saprà se a essere considerate attendibili e documentate da Regione Lombardia saranno state le ragioni dei cittadini o quelle dell’aspirante investitore.

pc 9 giugno: FRANCA TI SAREBBE PIACIUTO: I GIOVANI HANNO MEMORIA

"Franca vive in ciò che ha fatto", e Dario inaugura il 'suo' murales
Milano, 9 giugno 2013 - Come un canovaccio o un testo teatrale, la vita di Franca continua a rivivere nelle affabulazioni di Dario Fo, a dieci giorni dalla scomparsa. Due giorni fa il Premio Nobel si è commosso davanti al murales dedicato alla moglie su una parete del liceo Agnesi dagli studenti coordinati dal «poeta urbano» Ivan Tresoldi. Con i giovani artisti, l’attore è ritornato a parlare di Franca, «una donna che non era per le parole ma per i fatti».
Dario Fo, anche i giovani rimpiangono Franca Rame…
«Quel murales mi fa grande tenerezza. Molti degli autori probabilmente non conoscono la sua storia, immensa di fatti. Mi sono commosso quando ho visto il ritratto, un’immagine abbastanza recente, tratta da una fotografia. Un murales realizzato con molta abilità e sapienza e poi con tutto quel discorso cromatico, le scritte. Vedere quel suo viso sorridente mi ha ridato una gioia straordinaria. Così come pensare che anche i giovani vengono coinvolti nella memoria di una donna quale Franca era ed è ancora per tanta gente alla quale si è fatta conoscere non tanto attraverso le parole ma i fatti».
Quali fatti ha ricordato a quei giovani?
«Che Franca ha partecipato alla nascita di centri per le donne, per i ragazzi, molti dei quali erano ammalati di quel morbo terribile che era, e ancora oggi è, la droga, e poi del suo lavoro nelle carceri. Franca era la persona forse più conosciuta in Italia dentro le carceri e fuori, dalle famiglie. In tutte le situazioni di disordini, di aggressività da parte delle guardie carcerarie, di massacri o pestaggi, lei aveva sempre il coraggio e la forza di arrivare a testimoniare quello che stava succedendo».
Come agiva?
«Franca aveva impiantato l’organizzazione “Soccorso rosso” che era composta da un centinaio di avvocati che intervenivano ad aiutare e difendere chi veniva arrestato per “atti di vandalismo”, come li chiamava la polizia. Questi “atti di vandalismo” altro non erano che le occupazioni delle fabbriche, delle scuole... erano le lotte per la dignità degli individui a portare queste persone in carcere. Qualche giorno prima che morisse, abbiamo fatto il calcolo: lei era stata dentro e aveva preso posizione su almeno 120 carceri italiane. Ed era riuscita a fare cacciare dei dirigenti di carceri che erano veri e propri criminali».
Il funerale ha suscitato molta partecipazione…
«Mi ha impressionato tutto questo affetto. Franca non parlava mai di queste esperienze che la gente ricorda nei minimi dettagli. Sono venuti gli operai della fabbrica di bicchieri fuori Milano, che avevano occupato perché i capi volevano chiuderla. E loro erano rimasti senza stipendio. Noi in quel periodo dovevamo recitare a Bologna e Franca voleva aiutarli. Uno di loro aveva comprato 10mila bicchieri a basso prezzo per mettersi in proprio. Franca glieli compra, li portiamo al Palazzetto dello Sport e lei spiega al pubblico la situazione. Alla fine del primo atto Franca esorta: “Chi ha comprato i bicchieri li sollevi davanti a sé”. Non si vedeva più il pubblico. Li avevamo venduti tutti e garantito qualche mese di stipendio a quegli operai. A salutare Franca sono venuti i licenziati dell’Alfa Romeo e le mamme del Rubattino. Dopo un appello di Franca su Radio Popolare per le famiglie Rom sgomberate da via Rubattino, erano accorsi molti cittadini con i materassi sui tetti delle auto. Franca diceva sempre: “Toglietemi il libretto degli assegni o non lasciate denaro in giro che sennò lo adopero subito per chi ne ha bisogno”».


pc 9 giugno - la fascistizzazione delle rappresentanze sindacali imposte dall'accordo padroni- sindacati confederali , deve avere una risposta di lotta- lo slai cobas per il sindacato di classe propone una giornata di lotta in giugno a tutto il sindacalismo di base e di classe

ACCORDO SULLA RAPPRESENTANZA SINDACALE: USB, VOGLIAMO UN LEGGE A GARANZIA DEI DIRITTI DI MILIONI DI LAVORATRICI E LAVORATO


Nazionale – mercoledì, 05 giugno 2013
Si è svolta questa mattina a Roma la conferenza stampa indetta dall’Unione Sindacale di Base che ha sviscerato i contenuti dell'accordo in materia di rappresentanza e rappresentatività, sottoscritto il 31 maggio scorso da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, e le sue conseguenze sul mondo del lavoro.



“Un accordo fra le parti che pretende di normare la vita e i diritti democratici di milioni di lavoratori e lavoratrici del settore privato – ha esordito Pierpaolo Leonardi, dell’Esecutivo Confederale USB – e si arroga il diritto di sostituirsi alla regolamentazione per legge dell’articolo 39 della nostra Costituzione”.



“In questo modo, anche il Parlamento viene scippato delle sue prerogative”, ha evidenziato Leonardi, che ha chiesto ai Parlamentari presenti e a tutte le forze politiche di farsi portatori di “una legge democratica, che consenta la partecipazione dei lavoratori alla vita sindacale”.



A questo proposito, l’USB ha consegnato il testo della proposta di legge di iniziativa popolare, elaborata unitamente ai giuslavoristi ed avvocati del Forum Diritti/Lavoro, incentrata sul principio che i diritti sindacali sono in capo ai lavoratori e alle lavoratrici e non alle organizzazioni sindacali (vedi proposta in allegato). Un principio diametralmente opposto a quanto previsto dall’accordo del 31 maggio, che porta ad una “privatizzazione della rappresentanza”, assicurandone il monopolio a Cigl Cisl Uil.



“Molte inesattezze e vere e proprie falsità sono state dette su questo accordo”, ha dichiarato Fabrizio Tomaselli, dell’Esecutivo Confederale USB, che ha affrontato una dettagliata analisi dei concreti cambiamenti apportati dal protocollo (vedi scheda tecnica in allegato).



“È errato sostenere che questo accordo sia improntato sulla legge che norma la rappresentanza nel Pubblico Impiego – ha precisato Tomaselli – basti pensare al fatto che, nel privato, le deleghe in busta paga sono obbligatorie solo verso i sindacati firmatari del contratto nazionale e questo accordo prevede che la rappresentatività venga proprio misurata anche sulla base delle deleghe e per i soli sindacati firmatari dell'accordo stesso”.



“Un altro elemento pesantissimo – ha aggiunto Tomaselli – è che le RSU potranno essere attivate congiuntamente solo dalle organizzazioni sindacali firmatarie e che i diritti sindacali non sono più in capo al singolo RSU, eletto dai lavoratori, ma alle organizzazioni firmatarie dell'accordo del 31 maggio. Se a seguito di contrasti con la propria organizzazione un RSU decidesse di aderire ad un altro sindacato, decadrebbe dalla carica e gli succederebbe il primo non eletto della precedente organizzazione, vanificando così la libera espressione di voto dei lavoratori”.



“Per ultimo ci preme sottolineare che se a Pomigliano fosse già stato in vigore questo accordo, la Fiom non avrebbe potuto scioperare contro l’accordo con Marchionne firmato da CISL, UIL e Fismic, eppure oggi la FIOM ritiene che questo sia un buon accordo ”, ha sintetizzato il dirigente USB.



“L’obbiettivo vero di questo accordo, è quello di svolgere un’azione preventiva contro il conflitto da parte dei lavoratori, che sta crescendo in tutto il Paese, e di disarmare quelle organizzazioni sindacali che sostengono questo conflitto. Noi metteremo in campo tutte le iniziative possibili, di mobilitazione, legali, sindacali, ed in tutte le possibili sedi, per contrastare questo accordo della vergogna”, ha concluso Leonardi.

pc 9 giugno - E dopo Taranto Gela, una indagine del l'Espresso" - la rete nazionale per la sicurezza e salute sui posti di lavoro e sul territorio è l'unica arma che hanno i lavoratori e i cittadini per collegare la lotta in queste due realtà rafforziamola !

E dopo Taranto Gela, una indagine del l'Espresso"

E dopo Taranto Gela
Nell''area del petrolchimico allarme malattie e tumori. Ecco in esclusiva i dati del disastro. Nel mirino dei magistrati

Angela Averna vive e lavora a Gela, profonda Sicilia, e fa la pediatra. Durante l'intervista la raffineria dell'Eni non la nomina mai. La chiama, semplicemente, "il Mostro". Racconta: "Mio figlio va alle elementari. Durante una visita guidata al Mostro hanno chiesto a tutta la classe se sapessero perché il simbolo dell'Agip è un cane a sei zampe. Lui ha alzato la mano e ha risposto: "Perché è un cane malformato!". Ho capito che devo stare attenta a non portarmi il lavoro anche a casa". Anche se per lei non è affatto facile: il medico, su circa mille pazienti sotto i 14 anni, conta una cinquantina di bimbi malformati. Percentuale pazzesca, perfettamente in linea con lo studio pubblicato dagli esperti del Cnr insieme al genetista Sebastiano Bianca nel 2002.

La pediatra sorride, amara. "Non abbiamo ancora né un registro sui malformati né uno sui tumori. Perché ai malati di ipospadie, una deformazione degli organi genitali maschili, e a chi nasce senza braccia e senza gambe vanno aggiunti i bambini e le bambine malati di cancro e altri morbi assortiti". Spulciando i casi dell'ambulatorio dell'Averna sembra che a Gela ogni famiglia abbia un parente malato, e spesso è un minore. "Negli ultimi 12 mesi ho incontrato una leucemia fulminante, poi un tumore rarissimo al pancreas. Se l'è beccato la figlio di mia sorella. Secondo il chirurgo che l'ha operata mia nipote è stata la 619 nel mondo, ma in città non è l'unica: abbiamo altri due casi identici.". L'elenco della pediatra non è finito: "Ho avuto anche un neonato morto per una malformazione cardiaca a sette mesi mentre qualche tempo fa il figlio del mio consulente del lavoro s'è ammalato di un tumore al cervello". Il piccolo ha solo quattro anni: "Un'altra tragedia, ma scommetto quello che vuole che ne seguiranno altre".

A Gela morte e malattia risparmiano poche, fortunate famiglie. Non si salva nessuno: operai, impiegati, avvocati, casalinghe o professionisti, le malattie sono democratiche e se ne fregano delle classi sociali. L'inquinamento diffuso sembra ormai un dato acquisito, così come le sue conseguenze sulla salute della popolazione. L'area della città, insieme a Niscemi e Butera (108 mila abitanti) è uno dei siti d'interesse nazionale ad alto rischio. La devastazione di acque, terra e aria è stata causata secondo esperti e ambientalisti dal polo industriale che come si legge in un report dell'Istituto superiore di sanità pubblicato nel 2009, "ha comportato nel corso degli anni una progressiva contaminazione di diverse matrici ambientali, nelle quali sono stati rilevati livelli estremamente elevati di inquinanti chimici con caratteristiche di tossicità, persistenza e bioaccumulo". Traducendo, l'Eni ha sparpagliato i veleni in lungo e largo per decenni. Anche i dati epidemiologici "hanno evidenziato" ragiona l'Iss "la presenza di patologie in eccesso rispetto alle aree limitrofe e alla regione." Eppure il nesso causa-effetto tra inquinamento industriale e malattie non è stato ancora provato, né in sede scientifica né in quella giudiziaria: le norme e le leggi italiane sono spesso inefficaci, così l'Eni finora se l'è cavata alla grande.

Presto, però, la musica potrebbe cambiare. Se a Taranto nel mirino della procura è finita l'Ilva e i Riva di Milano, anche nella punta orientale dell'isola di Leonardo Sciascia ("Il petrolio? Mi creda, se lo succhiano, se lo succhiano. È così che finisce col petrolio: una canna lunga da Gela a Milano, e se lo succhiano", scriveva lo scrittore in un racconto del 1966) i magistrati sembrano aver messo il turbo. In pochi mesi i pm guidati da Lucia Lotti hanno aperto varie inchieste, e oggi sono 14 i processi istruiti per reati gravissimi, da quelli ambientali all'omicidio colposo. Sotto accusa sono finiti dirigenti ed ex quadri di aziende dell'Eni, il colosso statale che controlla il petrolchimico nato per volontà di Enrico Mattei nel 1965.

Qualcuno in città spera che nei confronti dello stabilimento siano prese misure draconiane, che i pm facciano un salto di qualità sequestrando la raffineria, come avvenuto per il siderurgico pugliese. Da un punto di vista economico, sarebbe uno choc: nella sola raffineria – una delle più grandi e strategiche d'Europa – lavorano circa 1100 persone, altre 500 nell'indotto, ma a questi vanno aggiunti altre migliaia di operai delle ditte esterne. Non solo. A Gela vengono lavorati ogni anno circa 5 milioni di tonnellate di greggio pesante e semilavorati proveniente dai pozzi di Gela, Ragusa, Egitto, Libia e Iran, che in Sicilia viene trasformato in benzina, cherosene, gasolio, gas e gpl. Un blocco della produzione rischierebbe di mettere in ginocchio l'azienda amministrata da Paolo Scaroni, mentre alle ripercussioni sociali si sommerebbero quelle finanziare a Piazza Affari.

Comune, Regione e ministero dell'ambiente, infatti, sembrano voler puntare – per ridurre i danni all'ambiente e alla salute – sugli investimenti di recente "imposti" all'Eni. Lo scorso gennaio la raffineria ha finalmente ottenuto l'autorizzazione di impatto ambientale che prevede il rispetto di 200 adempimenti, "In ambito emissivo" spiegano dalla Raffineria "sono stati prescritti limiti particolarmente restrittivi, il 50 per cento in meno rispetto alle precedenti autorizzazioni". L'Eni puntualizza che nell'ultimo decennio sono stati comunque effettuati "una serie d'interventi migliorativi in campo ambientale, con un investimento che si aggira sui 300 milioni: abbiamo realizzato un impianto di trattamento dei fumi della centrale con la migliore tecnologia esistente, i doppi fondi sui serbatoi di stoccaggio, la copertura del parco coke."

Sarà. Ma i nuovi dati epidemiologici che "l'Espresso" ha consultato in esclusiva fotografano una situazione ancora drammatica. Lo studio dell'Osservatorio epidemiologico della Regione Sicilia ancora inedito è intitolato "Stato di salute della popolazione residente nel sito di interesse nazionale per le bonifiche di Gela", e consegna – ancora una volta – risultati agghiaccianti. Anche perché le analisi della mortalità e delle malattie sono state fatte su serie storiche assai recenti, "che confermano di fatto" ragiona Fabrizio Bianchi, studioso del Cnr, "il perdurante cattivo stato di salute della popolazione". Le cifre sulla mortalità comprendono il periodo 2004-2011, mentre quella sui ricoveri e le dimissioni ospedaliere va dal 2007 al 2011.

Secondo gli studiosi il rischio degli uomini di Gela di morire rispetto a coloro che vivono nei Comuni vicini è più alto del 6,8 per cento, mentre per le donne l'eccesso è statisticamente significativo sia sul confronto locale (più 12,3 per cento) sia rispetto ai dati regionali (più 8,2 per cento). L'analisi delle tabelle sulla "mortalità" in alcuni casi sono persino peggiori rispetto a quelle di Taranto. Rispetto alle città più vicine, a Gela i maschi muoiono di più per tutti i tipi di tumore (più 18,3 per cento), per il cancro infantile (più 159,2 per cento), per il tumore allo stomaco (più 47,5 per cento), alla pleura (più 67,3 per cento) alla vescica (più 9,6 per cento), per non parlare dell'incidenza del morbo di Hodgkin (più 72,4 per cento), del mieloma multiplo (più 31,8 per cento) e delle malattie del sistema circolatorio (più 14,2 per cento). Alto lo "spread" anche nei confronti delle statistiche regionali: a Gela l'incidenza dei tumori degli under 14 è maggiore del 68,1 per cento, più decessi anche per i tumori al fegato (più 20,9 per cento), alle ossa (32,8 per cento), al testicolo (più 209,4 per cento) e per le malattie cerebrovascolari (più 36,6 per cento).

Sono centinaia gli operai che hanno lavorato al petrolchimico ad esser finiti dentro i nosocomi sparsi nella provincia di Caltanissetta. Molti di loro hanno lavorato all'ex impianto Clorosoda, chiuso a metà degli anni '90. Un reparto foderato d'amianto con 52 celle piene zeppe di mercurio, usato per produrre soda caustica e idrogeno: secondo le testimonianze delle tute blu, il metallo veniva raccolto con secchi e mestoli. Il genetista Bianca, perito di parte della procura gelese che ha aperto un'inchiesta su 13 decessi sospetti indagando 17 dirigenti ed ex dirigenti delle società dell'Eni che hanno gestito negli anni il Clorosoda (le accuse vanno dall'omicidio colposo alle lesioni personali gravi), ha certificato le presenze di tumori ai polmoni, all'esofago e alla tiroide, senza parlare delle malattie cardiovascolari e all'apparato respiratorio. Gli operai sopravvissuti oggi perdono unghie e capelli, ad alcuni si sono sbriciolati i denti, probabilmente a causa dell'esposizione prolungata al mercurio.
I padri di famiglia impiegati al petrolchimico, però, non sonno le uniche (e per ora presunte) vittime del "Mostro". Centinaia di figli maschi dei gelesi sono infatti nati malformati, colpiti in particolare dall'ipospadia, che secondo Bianchi a Gela "risulta tra le più alte mai viste al mondo". Ma anche le donne che non hanno mai messo piede all'Eni hanno probabilità record di ammalarsi. Secondo le tabelle dell'Osservatorio, oggi anziane, quarantenni e ragazze gelesi finiscono in ospedale per tumori allo stomaco (più 25,1 per cento rispetto a chi risiede nei comuni vicini), alle ossa (più 28 per cento), alla tiroide (più 30), al sistema nervoso centrale (più 100,6 per cento), all'utero (più 52,6 per cento) e via elencando.

Per quanto riguarda la mortalità, impressionanti risultano i numeri sul tumore alla vescica (più 81,2 per cento), quelli sugli avvelenamenti (più 146 per cento) e del morbo di Hodgkin: in questo caso la percentuale è più alta del 907,3 per cento. "Non sono dati ancora pubblici, preferisco non commentarli nel dettaglio", premette Bianchi. "Ma di certo la situazione ambientale è pesante. Come a Taranto, anche a Gela servono investimenti importanti per attenuare l'inquinamento. Oggi per motivi di congiuntura la raffineria sta producendo di meno, ma non basta. bisogna fare di più". Per ripulire la zona dai veleni, spiegava una ricerca su costi-benefici pubblicata sulla rivista internazionale Environmental Health nel 2011, a Gela "i costi della bonifica ammonterebbero a circa 6,6 miliardi di euro. Una cifra molto più alta, dunque, dei fondi allocati per bonificare il sito". L'Eni e lo Stato, in pratica, dovrebbero sganciare altri 6 miliardi se volessero ripulire il territorio.

Anche Legambiente spara a zero sull'Eni e le istituzioni. Pietro Lorefice, ex presidente della sezione di Gela che da sempre segue le vicende della raffineria, spiega che le sorgenti inquinanti in passato sono state tante e hanno devastato tutto. "Il polo produceva concimi chimici e polimeri, da poco hanno completato la bonifica dei fosfogessi, sostanze tossiche e radioattive che temo siano state in passato sversate anche a mare: l'Eni ha da poco tombato 6 milioni di metri cubi di rifiuti, che formano una collina alta una cinquantina di metri. Paradossalmente, invece di fargli piantare un po' di alberi, hanno permesso all'azienda di costruire sopra un nuovo impianto fotovoltaico. Peccato che nemmeno un chilowatt dell'energia prodotta andrà a vantaggio dei gelesi". Secondo Lorefice, però, è soprattutto l'uso del pet-coke ad essere ancora pericoloso: "Si tratta di un carbone prodotto come residuo della raffinazione, che viene usato come combustibile per la vecchia centrale termoelettrica costruita vicino alla raffineria. La procura nel 2002 vietò l'uso del pet per la presenza nel carbone di zolfo in eccesso bloccando di fatto tutto il complesso industriale, ma un decreto del governo Berlusconi ha risolto il braccio di ferro decidendo che il pet va classificato come "combustibile". A tutt'oggi lo bruciano ancora, visto che da un punto di vista economico è molto conveniente". E visto che – come ricorda l'Eni – la Corte di Giustizia europea ha sancito che l'uso del pet-coke è del tutto lecito.

Legambiente se la prende anche con chi avrebbe dovuto controllare e difendere il territorio_ "L'Arpa Sicilia ha messo qualche centralina, niente di più. Comune e regione si sono sistematicamente girati dall'altra parte. Rosario Crocetta? È stato sindaco per due mandati, ma ha fatto solo chiacchiere. Spero che i pm ora vadano fino in fondo, perché gli episodi su cui lavorano sono puntuali, ma circoscritti."

A parte ambientalisti e medici dell'ambiente, rispetto ai tarantini i gelesi sembrano meno reattivi davanti al Mostro. Se contro l'Ilva sono nate decine di associazioni combattive, in Sicilia trionfa la rassegnazione. "Eppure", sospira la pediatra, "noi e i nostri figli continuiamo ad ammalarci. Non solo malformazioni al palato e microcefalie, ma scopriamo di continuo casi di diabete infantile e carenze dell'ormone della crescita. Per non parlare di aborti spontanei e infertilità". La rabbia un sentimento che scatta di rado: "Le coppie interiorizzano il dramma, si colpevolizzano, infine si isolano: qualcuno ha nascosto i figli malformati persino ai nonni".
Mentre per settembre si aspettano i risultati delle nuove analisi sull'arsenico (tre anni fa il Cnr scoprì che il sangue del 20 per cento del campione dei gelesi era pieno di veleni, con livelli di metallo superiori anche del 1600 per cento al tasso limite: i nuovi esami – da quanto risulta a "l'Espresso" – proveranno la presenza dell'arsenico inorganico 3 e 5, quello più cancerogeno), e molti non mangiano più il pesce e le vongole pescate sulla costa, tutti guardano alle prossime mosse della procura. Che ha deciso, cosa assai rara, di essere parte nel processo civile che un comitato di genitori di bimbi malati ha intentato contro l'Eni.

Non sarà semplice ottenere i danni, visto che la connessione tra veleni e la singola malformazione è molto difficile da dimostrare. Qualche anno fa ci provarono in sede penale i pm di Siracusa che indagavano sul petrolchimico di Priolo, ma prima dell'inizio del processo per avvelenamento fu deciso di archiviare tutto. Dopo qualche mese, però, la stessa procura annunciò che la Sindyal aveva offerto 16,5 milioni di euro da girare a 180 famiglie di bimbi nati con malformazioni cerebrali e altre anomalie. Anche se nessuno glielo impone, l'azienda apre il portafoglio e paga come fosse direttamente responsabile. La cifra – anche se alta – paragonata al fatturato totale dell'Eni è irrisoria: nel 2006 l'utile superò i 9,2 miliardi di euro. In Sicilia nessun dirigente del gruppo è mai finito in prigione.


L'Espresso 6 giugno 2013