Dal blog tarantocontro
Prima di pubblicare l'intervento del presidente Osservatorio nazionale amianto, pubblichiamo una risposta allo Slai cobas dell'Usi e una nota dello Slai cobas Taranto:
USI: "Grazie per il contributo, compagni. Ricordo la prima grande
manifestazione nazionale che organizzammo con la Rete nazionale salute e
sicurezza sul lavoro e sui territori, a Taranto nel 2005 e le tante
testimonianze di operai e delle loro famiglie, non ci stava persona a
Taranto che non avesse parenti o familiari che lavoravano lì o
nell'indotto e che non avesse persone ammalate e i tanti convegni,
seminari, assemblee, iniziative di lotta e di contro informazione, con
la tenacia di compagne e compagni di mille battaglie, per tenere viva
l'attenzione non solo sull'aspetto importante, dell'occupazione ma anche
dalle salute e della salute negli ambienti di lavoro e sui territori
inquinati e devastati, in nome del profitto e dello sfruttamento.
Una
battaglia che alcuni di noi proseguono con la rete nazionale lavoro
sicuro, tenendo una continuità di intervento e si prova a dare strumenti
e informazioni, del sapere operaio, per le giovani generazioni..."
Lo Slai cobas Ilva e appalto, poco dopo che venne Riva, all'inizio con operai di Ditte dell'appalto, in particolare gli operai della Nuova Siet, e poi con tanti operai diretti fece una forte e vasta battaglia contro la presenza dell'amianto (allora veramente c'era dappertutto e in grande quantità) e per benefici/prepensionamenti amianto. Questa lotta contro Riva - che all'inizio per non pagare sanzioni e premi all'Inail negava la presenza d'amianto in tutta l'Ilva e rilasciava certificazioni solo a una minima parte di operai perchè potesserio avere i benifici pensionistici -; ma subito contro l'Inail, arrivò a Roma al governo; l'allora sottosegratario Caron venne a Taranto, venne in fabbrica ad incontrare gli operai. Questa lotta, con scioperi, manifestazioni, presidi all'Inail, Ispettorato del lavoro, Tribunale, assemblee, ecc. vinse una tappa importante, portò al riconoscimento per migliaia e migliaia di operai Ilva/appalto dei benefici amianto, e all'intervento dell'Ispettorato del lavoro, dell'Inail. Questa battaglia portò, per la prima volta, a livello nazionale, al riconoscimento di "esposizione amianto" in forme molto larghe rispetto ai criteri restrittivi della legge esistente, e portò all'Ilva a prepensionamenti per più di 5mila operai e all'entrata di quasi 8mila giovani, prima in formazione lavoro.
Questa battaglia importante, ma difficile, lo Slai cobas la dovette fare da solo. Con i sindacati confederali contro e che cercavano di frenare la lotta degli operai; e con gli "ambientalisti" che non dissero una parola e non fecero nulla per sostenere la lotta degli operai (compreso Marescotti - che noi rispettiamo -, benchè anche allora, anche più di oggi, i morti, i malati dentro e fuori la fabbrica c'erano).
Questa battaglia lo Slai cobas la fece e la vinse non mettendo al centro la magistratura, ma mettendo al centro la lotta, il protagonismo degli operai delle ditte e dell'Ilva.
Questo dimostra che anche oggi, sulla questione "amianto", "polveri sottili pericolose", o la battaglia si fa con gli operai, o non ci saranno giudici di Milano e associazioni ambientaliste antioperaie che la potranno affrontare e dare soluzione.
Da Osservatorio nazionale amianto
Duemila chilogrammi di amianto avvelenano tutta la “area a caldo” dell’ex-Ilva di Taranto: fibre killer
si trovano nelle tubazioni, nelle pareti interne degli altiforni e in decine di guarnizioni. «Per gli operai è impossibile azzerare il rischio di intossicazione, anche se indossano la maschera» spiega ad Avvenire l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto (Ona), mentre prepara la difesa di un ex dipendente Ilva morto per cancro ai polmoni. Per tutelare operai e cittadini di Taranto, i giudici milanesi ieri hanno imposto la chiusura delle attività siderurgiche entro 90 giorni.Avvocato, è possibile una bonifica in extremis nei prossimi tre mesi?
Servirebbe
un miracolo. O, meglio, una improvvisa assunzione di responsabilità che
manca da decenni da parte di Governi di ogni colore. L’amianto è stato
messo al bando nel 1992: significa che in 34 anni nessun esecutivo ha
impedito che le fibre continuassero a uccidere. Non riesco a pensare che
gli altoforni saranno sostituiti in così poco tempo.
Cosa prevede esattamente il lavoro di bonifica dell’ex-Ilva?
Nell’acciaieria
si trovano altoforni realizzati negli anni Sessanta, colmi di amianto.
All’epoca il minerale era stato impiegato in quasi tutti i macchinari e
nelle tubature perché è isolante, quindi permette di sostenere
temperature che sfiorano anche i duemila gradi. Ora servirebbe
sostituire ogni parte in amianto con un materiale ignifugo privo di
“fibre killer”. In sostanza, si tratta di sostituire quasi del tutto gli
altiforni. Se non succede, vuol dire che per i prossimi cinquant’anni -
il tempo di latenza del mesotelioma (il tumore “sentinella”
dell’intossicazione da amianto, ndr) - conteremo malati e morti.
Il vostro osservatorio ha misurato i danni dell’amianto a Taranto?
Certo.
E le vittime non sono solo operai: inalano fibre anche i familiari e
chiunque entri a contatto con i vestiti dei dipendenti dell’acciaieria.
Basta un grammo di amianto per inquinare un intero campo da calcio: due
tonnellate possono avvelenare una città intera. Negli ultimi anni, sono
morti anche molti cittadini di Taranto che non lavoravano nell’ex-Ilva,
perché sono entrati in contatto con la “fibra killer” o con altri
veleni. Hanno perso la vita anche molti bambini. A noi risulta un
incremento del 400% dei mesoteliomi in tutta la città. Il quartiere più
esposto è quello di Tamburi.
Se la presenza di amianto è nota da almeno trent’anni, perché siamo arrivati solo oggi a questa sentenza?
Non
è un problema che avrebbe dovuto risolvere la magistratura, perché i
tribunali non hanno il potere di bonificare. Quella della bonifica è una
responsabilità che i Governi non si sono mai presi negli ultimi
trent’anni. La presenza dell’amianto è stata sempre nascosta e negata.
Sono stati presentati dei piani di lavoro, ma le fibre sono rimaste in
acciaieria. Ora mi auguro che eseguano una volta per tutte il
provvedimento della magistratura milanese.
L’obbligo di
bonifica potrebbe avere un impatto anche nella trattativa per la
cessione con il fondo statunitense Flacks Group o con il gruppo indiano
Jindal Steel?
La bonifica deve essere una priorità anche per chi
subentra. Nella trattativa, lo Stato italiano potrebbe abbassare il
prezzo di acquisto per chiedere un investimento nella bonifica
all’acquirente. Il nostro osservatorio ha calcolato che converrebbe
anche ai conti pubblici: le spese sanitarie per la cura delle patologie
tumorali sono molto più elevate dei costi di bonifica. Senza contare le
vittime.
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