giovedì 30 gennaio 2014

pc 30 gennaio - arresti e perquisizioni degli antifascisti a barcellona

Barcellona, arresti e perquisizioni contro gli antifascisti

  • Questa mattina la polizia ha fatto irruzione all'interno del centro sociale Can Vies di Barcellona per effettuare alcune perquisizioni.
    L'operazione sembra legata agli arresti scattati ieri nei confronti di sei antifascisti, accusati di aver partecipato agli scontri che scoppiarono lo scorso 12 ottobre nel quartiere Sants contro la presenza di militanti dell'estrema destra. Secondo la polizia, infatti, l'assalto ai fascisti sarebbe partito dal Can Vies e il Tribunale ha quindi ordinato l'irruzione di questa mattina per cercare indizi.
    L'operazione è scattata alle prime ore del giorno con la completa militarizzazione dell'area attorno al centro sociale mentre le forze dell'ordine sfondavano la porta del Can Vies e costringevano le persone presenti all'interno a rimanere bloccate per diverse ore senza poter comunicare con l'esterno, dove nel frattempo si sono radunati moltissimi solidali e abitanti del quartiere.
    All'interno del centro sociale c'erano però persone che nulla hanno a che fare con i fatti di ottobre e sia gli occupanti che i residenti della zona hanno denunciato il dispiego spropositato di agenti di polizia e l'accanimento poliziesco e giudiziario che viene riservato al Can Vies.

    pc 30 gennaio - imperialismo europeo in action in Africa

    Repubblica Centrafricana: arriva l’Esercito Europeo

    • Redazione Contropiano
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    Repubblica Centrafricana: arriva l’Esercito Europeo
    Via libera dal Consiglio di sicurezza dell’Onu a una missione militare dell’Unione Europea (Ue) che formalmente avrà il compito di presidiare l’aeroporto di Bangui e proteggere i circa 100.000 civili rifugiati nell’area dello scalo.
    Nel testo approvato al Palazzo di Vetro di New York si sottolinea che i militari europei affiancheranno i circa 5600 soldati già inviati nel quadro della missione dell’Unione Africana “Misca” e di quella francese “Sangaris”. La forza europea, si sottolinea nella risoluzione, “potrà adottare tutte le misure necessarie per difendere e proteggere i civili”.
    Il contingente dell’Ue dovrebbe poter contare su 500 o 600 effettivi, messi a disposizione da Spagna, Belgio, Repubblica ceca, Estonia e Polonia. Come ha sottolineato l’ambasciatore francese presso l’Onu, Gérard Araud, la forza costituirà solo una piccola parte di un contingente internazionale che per il Palazzo di Vetro dovrebbe contare su almeno 10.000 soldati. Un’esigenza, questa del rafforzamento del dispositivo militare nella Repubblica centrafricana, sottolineata anche dalla presidente di transizione della Repubblica Centrafricana, Catherine Samba Panza.
    Il Consiglio di sicurezza chiede che la transizione avviata a Bangui dopo le dimissioni del presidente Michael Djotodia porti a elezioni entro un anno, “se possibile” già nel secondo semestre del 2014. Un altro punto riguarda la possibilità di sanzioni nei confronti di “tutti coloro che minaccino la pace nella Repubblica centrafricana, ostacolino il processo politico di transizione, violino i diritti umani o blocchino gli aiuti umanitari”. Le misure ipotizzate prevedono divieti di ingresso in paesi stranieri e il congelamento di beni e conti bancari.
    Il nuovo governo è costituito da 20 ministri, di cui sette donne, sotto la guida dell’economista André Nzapayeke. Si tratta di un esecutivo che include varie componenti politiche, ex generali delle forze armate ma anche rappresentanti dell’ex ribellione Seleka e un esponente delle milizie di autodifesa Anti-Balaka.
    La formazione del nuovo esecutivo non è stata esente da critiche. La direzione degli Anti-Balaka ha denunciato uno “squilibrio evidente” a sfavore delle milizie di autodifesa, poco rappresentate nella transizione, vittime di una “vittoria rubata”. L’ex opposizione democratica riunita nell’Alleanza delle forze democratiche di transizione (Afdt) ha invece contestato la nomina del nuovo primo ministro, considerata “una violazione con gli accordi di pace di Libreville (firmati nel gennaio 2013, ndr)”, decidendo di conseguenza di non voler partecipare all’esecutivo.
    Intanto la situazione sul terreno non accenna a migliorare. A Bangui la Croce Rossa locale ha rinvenuto 13 corpi senza vita in alcuni quartieri più ‘caldi’ della capitale. Secondo l’Alto commissario Onu per i Diritti umani, Navi Pillay, “i civili musulmani sono ora le persone più vulnerabili. Molti di loro sono stati costretti a lasciare il paese, al seguito degli ex Seleka, e si sono rifugiati soprattutto in Ciad”. 

    pc 30 gennaio - Il metodo Electrolux è nato in Puglia e con tanto di accordi di Cgil, Cisl e Uil!


    La Puglia ha fatto da battistrada del metodo Electrolux, dalla Bridgestone agli appalti sulle pulizie delle scuole, dagli ospedali privati alle industrie tessili e agli alberghi.

    MIULLI - l'Ente ecclesiastico che governa l'ospedale di Acquaviva delle Fonti per i debiti l'azienda ha ottenuto il concordato preventivo. La conseguenza per i 1200 lavoratori sono pesanti tagli agli stipendi: 100 euro in meno sugli incentivi e tagliati i buoni pasto.
    BRIDGESTON - Prima la minaccia di chiusura, poi l'accordo capestro con i sindacati confederali, che ha portato ad una riduzione degli stipendi di circa 400 euro al mese per i 900 operai.
    SHERATON HOTEL - l'azienda aveva proposto ai 95 dipendenti: riduzione del 10% della busta paga, 50% dei superminimi, eliminazione dei permessi e congelamento degli scatti di anzianità; in totale una riduzione dello stipendio da 250 a 500 euro al mese.
    NATUZZI - a fronte di 1726 esuberi dichiarati dall'azienda, vi è un accordo sindacale a Roma che scongiura i licenziamenti ma taglia salari e aumenta produttività, attraverso la riduzione del costo per ora lavorata da 92 a 56 centesimi, e una riduzione delle pause.

    INFINE LA DUSSMANN, CHE E' L'ESEMPIO PIU' SCANDALOSO, VISTO CHE SI TRATTA DI APPALTI STATALI - La ditta per aggiudicarsi l'appalto delle pulizie nelle scuole statali, con 3500 lavoratori (in Puglia, più migliaia di altri da Napoli fino alla Sicilia), ha fatto un'offerta al ribasso del 60%, scaricandone le conseguenze sui lavoratori, con un taglio del 60% su orari e stipendi già ridotti, fino a portare a Taranto ad un orario di 45 minuti al giorno e 150 euro di stipendio al mese, o per coloro che erano a 36 ore settimanali a 18 ore - I sindacati confederali si preparano proprio venerdì a fare un accordo a Roma che non tocca gli sporchi interessi dell'azienda - anche in questo caso una grande multinazionale- e invece di impedire questi vergognosi tagli, si prepara ad accettare la cassintegrazione in deroga o il suo aumento di ore per i lavoratori che già la prendevano.

    Quindi, di che parliamo!? Per i lavoratori dell'Electrolux non potranno essere certo i sindacati confederali e il governo a difendere i salari e le condizioni di lavoro e a impedire che questa multinazionale aumenti i suoi profitti sfruttando al massimo i lavoratori.
    Anche perchè cgil, cisl,uil hanno loro spianato la strada a questi metodi, con il patto del 28 giugno 2011 che permette ai padroni di derogare ai contratti nazionali di lavoro.
    Ora, per un pò, faranno grida indignate, ora parlano di "massacro", ma per fare poi un altro accordo svendita?

    SOLO UNA LOTTA DURA DEGLI OPERAI E OPERAIE PUO' CONTRASTARE QUESTA TRAGICA SCENEGGIATA!
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    pc 30 gennaio - il piano elettrolux

    da slai cobas alfaromeo

    il-piano-elettrolux.jpg

    pc 30 gennaio - operai in lotta LD Vignate - oggi sotto la Prefettura milano alle 18

    Prosegue la mobilitazione dei lavoratori della cooperativa Logicservice di Vignate (MI),
    che dal 25 gennaio, si sono ritrovati senza lavoro, col pretesto di un trasferimento
    dell’attività logistica LDD da Vignate a Trezzo d’Adda.
    Si tratta di 120 lavoratori, con alle spalle diversi anni di attività (8/15/18) presso lo stesso committente LD (gruppo Lombardini) ed ora LDD (gruppo MD LILLO) licenziati senza motivo,
    considerato che l’attività che solo pochi giorni fa svolgevano nel magazzino di Vignate,
    ora è affidata ad un’altra cooperativa, in un magazzino a pochi km di distanza.
    Stesso discorso vale per i 40 colleghi del magazzino LDD di Capriate, che a breve verrà chiuso
    e che per questo motivo partecipano alla protesta.
    Dopo gli scioperi, i blocchi e i presidi della scorsa settimana,
     30 GENNAIO ALLE 18, I LAVORATORI SARANNO IN PRESIDIO SOTTO LA PREFETTURA DI MILANO,
    mentre ia delegazione del sindacato Slai Cobas psc parteciperà ad un incontro
    col Prefetto al quale è stato chiesto di intervenire in merito a questa vicenda,
    affinché si apra al più presto un tavolo tra le parti con l’obiettivo di salvaguardare l’occupazione per tutti….

    Slai Cobas per il sindacato di Classe
    Per info S. Lamera 3355244902

     Presidio a Vignate  - Picchettaggio davanti ai cancelli a Vignate e protesta sindacale a oltranza, organizzata dallo Slai Cobas da mercoledì, per 130 lavoratori che si occupano della logistica per LD, il marchio discount attivo in tutta Italia, con una piattaforma logistica a Vignate e una a Capriate. Il timore è che non venga rinnovato il contratto in occasione del trasferimento in una nuova sede a Trezzo sull’Adda. Sindacati e lavoratori chiedono garanzie scritte alla direzione, che, finora, non sono arrivate (Leila Codecasa, foto Newpress)

    22 gennaio
    23 gennaio 
     Da circa 12 ore i lavoratori del polo logistico LD di Vignate, sulla Cassanese, bloccano completamente l’attività del magazzino.
    Lo sciopero è iniziato spontaneamente alle 10 circa di stamattina (mercoledì 22/01) per sollecitare delle garanzie riguardo al futuro occupazionale dei soci/lavoratori della cooperativa Logikservice poiché tra poche settimane è previsto che il magazzino LD di Vignate verrà trasferito a Trezzo d’Adda (Bg).
    Al momento l’adesione è pressoché totale, i lavoratori bloccano i cancelli, nulla entra e nulla esce e
    l’intenzione è quella di continuare ad oltranza.
    Nel magazzino sono impiegati circa 120 soci/lavoratori, per la gran parte stranieri che, come i colleghi di varie parti d’Italia oramai da diversi anni ci stanno dimostrando con coraggio che lottare si può e si deve.
    NESSUN POSTO DI LAVORO DEV’ESSERE PERDUTO, TUTTI A TREZZO!!!!
    DIRITTI E DIGNITA’ - LAVORATORI NON SCHIAVI
    I lavoratori sono determinati e ma la notte è lunga, facciamo appello a tutte/i a partecipare al picchetto. Grazie
      
    Slai COBAS per il sindacato di classe
    Sede regionale: Dalmine Viale Marconi ,1 24044 (Bergamo)
    Cell. 335/5244902 Fax 035/19968666 cobasdalmine@infinito.it

    mercoledì 29 gennaio 2014

    pc 29 gennaio - Laura Boldrini lurida fascista al servizio del provvedimento pro banche - lacchè e servetta del capitale e del suo governo

    Tagliati tutti gli interventi per riuscire a convertire in legge il dl che regala 4 miliardi alle banche
    Opposizioni sulle barricate. quelli del M5S occupano l'Aula
    Imu-Bankitalia, ghigliottina della Boldrini
    La presidente della Camera Laura Boldrini ha applicato la cosiddetta “ghigliottina” sul decreto Imu-Bankitalia, ponendolo direttamente in votazione, interrompendo il dibattito. E mettendo così fine all'ostruzionismo del M5S. E’ la prima volta che viene applicata questa formula, che non esiste nei regolamenti della Camera. Il provvedimento è stato poi approvato dall’assemblea di Montecitorio: i sì sono stati 236, i no 209. Una deputata M5S: "Ho preso uno schiaffo da un questore montiano".

    L'ignobile gruppo di deputati Sel, mentre sostengono la fascista Boldrini, infangano, cantandola, Bella ciao.

    Dl Imu-Bankitalia: ecco perché il decreto del governo è un regalo alle banche

    Grazie al provvedimento sponsorizzato da Saccomanni, rivalutazione contabile più moneta sonante in arrivo per Unicredit e Intesa, che si presenteranno così agli esami della Bce dotati di un comodo cuscinetto

    Dl Imu-Bankitalia, ecco perché il decreto del governo è un regalo alle banche
    Tanto tuonò che piovve. Il governo Letta ha ottenuto con l’estrema ratio della fiducia il via libera della Camera alla discussa rivalutazione del capitale di Bankitalia: 335 i sì, 144 i no, nonostante l’interruzione senza precedenti causata dal sit-in dei 5 Stelle che hanno cercato invano di impedire il voto. La palla ora passa al Senato che dovrà esprimersi entro martedì 28, visto che il decreto scade il 29. Nel primo passaggio, intanto, sono però valsi a poco emendamenti, petizioni e iniziative di protesta tutt’ora in corso. Del resto il regalo alle banche azioniste dell’istituto – Intesa e Unicredit in testa, che dal provvedimento incasseranno un guadagno compreso fra i 2,7 e i 4 miliardi – s’aveva da fare a tutti i costi e prima possibile. Lo dimostra tutto l’iter della normativa varata in fretta e furia dal consiglio dei ministri il 27 novembre scorso
    Un provvedimento al quale era seguita un’assemblea straordinaria della banca centrale convocata alla velocità della luce e a porte chiuse l’antivigilia di Natale, per adeguare lo statuto di via Nazionale alla normativa non ancora vagliata dal Parlamento. Poco dopo Capodanno, poi, gli emendamenti di affinamento, come quello governativo annunciato dai relatori Andrea Fornaro e Andrea Oliviero, entrambi in quota Partito Democratico, per rendere l’operazione retroattiva e, quindi, permettere agli azionisti di Bankitalia di mettere in bilancio il guadagno sulla rivalutazione fin dal 2013 e non dal 2014, anno di entrata in vigore del decreto.
    “La proposta di modifica, che sarà presentata nell’aula di palazzo Madama, si rende necessaria perché il provvedimento è stato pubblicato nella gazzetta ufficiale del 31 dicembre e quindi, entrando in vigore il giorno successivo, si correva il rischio di poter applicare la misura solo a partire da quest’anno”, avevano spiegato i due senatori. Ammettendo quindi che le banche alle prese con un’enorme mole di crediti di difficile riscossione, la crisi del mattone e gli esami comunitari, non si potevano permettere un tale rischio. Poco prima della fiducia, poi, lo stesso ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, cioè secondo il governatore di Bankitalia il vero motore della riforma, aveva dichiarato che “una modifica al provvedimento ora genererebbe incertezze” pur sostenendo che il governo non stava facendo alcun regalo alle banche.
    Che sia voluto o meno dall’esecutivo e, in particolare dall’ex direttore generale della Banca Centrale, è tuttavia un dato di fatto che il provvedimento – che ha irritato perfino la Bce di Mario Draghi - darà ottimi motivi per festeggiare agli azionisti dell’istituto. Prima di tutto, appunto, per la generosa rivalutazione del capitale che hanno in mano: con un colpo di penna, infatti, si passa da una valutazione complessiva di 156mila euro a quella nuova di 7,5 miliardi di euro, cioè il valore massimo della forchetta stabilita dal collegio di esperti nomitati per questo scopo dopo l’estate. L’operazione verrà concretizzata tramite una ricapitalizzazione di Bankitalia a carico delle riserve dell’istituto che sono composte prevalentemente d’oro, metallo prezioso le cui quotazioni sono ultimamente in netta discesa.
    Ma non finisce qui. Il governo ha stabilito che nessun azionista potrà possedere più del 3% della Banca Centrale (5% il tetto inizialmente previsto). E così Intesa e Unicredit, che insieme hanno in mano più del 64% del capitale, oltre a rivalutare contabilmente le loro quote, che erano iscritte in bilancio a un valore inferiore di quattro-cinque volte, dovranno metterle sul mercato. E se nessuno si farà avanti per comprarle, non c’è problema. Il governo Letta ha infatti dato facoltà alla stessa Banca d’Italia di ricomprarle e tenerle temporaneamente in mano fino all’arrivo di nuovi e adeguati compratori. Dunque rivalutazione contabile più moneta sonante in arrivo per i due istituti, che si presenteranno così agli esami della Bce dotati di un comodo cuscinetto. Sconto, poi, sulle uscite che dovranno sostenere: le tasse sulla pluvalenza a carico degli azionisti sono state fissate al 12%, contro il tradizionale 20% e il 16% inizialmente previsto, che significa un gettito inferiore di circa 370 milioni.
    Infine il tema dei dividendi. Con le nuove regole gli azionisti di Bankitalia, a parità di utili, incasseranno un dividendo potenziale pari a sei volte quanto ricevuto negli anni passati: 450 milioni di euro contro i circa 70 degli anni scorsi secondo calcoli del M5S che stima una perdita per lo Stato di quasi 400 milioni. In cambio però a tutte le banche italiane, non solo a quelle azioniste di via Nazionale, è stato imposto di farsi tassare per coprire parte del buco creato con l’abolizione dell’Imu sulla prima casa. Sarà forse per questo che la rivalutazione di Bankitalia è stata inserita nel decreto d’urgenza sull’imposta immobiliare. Per ironia della sorte, approvato dalla Camera nello stesso giorno della scadenza della mini Imu.

    pc 29 gennaio - Grillo contro gli operai e a fianco dei padroni Electrolux

    Dal blog di grillo: Electrolux e lo Stato pappone

    "...La svedese Electrolux, che produce elettrodomestici, avrebbe chiesto un taglio dello stipendio dei suoi dipendenti da 1.400 euro a 800. In caso di rifiuto trasferirà la produzione in Polonia e in Ungheria. In seguito è stato comunicato che il sacrificio è di minore entità. L'Electrolux ha 3.900 dipendenti in quattro stabilimenti: Solaro, Forlì, Susegana e Porcia. Quest'ultimo, vicino a Pordenone, sarà chiuso in ogni caso e le 1.200 maestranze licenziate. E' subito partita la canea dei sindacati, dei "ricatti occupazionali", del "comportamento inaccettabile", ma anche della "dittatura dei mercati" e della "Europa matrigna". Un pianto unico, lacrime di coccodrillo.....L'Electrolux leva le tende e taglia i salari e nessuno si chiede il perché....Perché un'azienda straniera dovrebbe venire, o restare, in Italia?  Se altrove il costo del lavoro è più basso, l'azienda andrà in Polonia, in Irlanda, in Romania, in Spagna e perfino in Germania. Quasi ovunque in Europa il costo del lavoro e le tasse sono minori.. Sarebbe bene che lo Stato non spolpasse le aziende e i lavoratori..”

    pc 29 gennaio - A Prato sfruttamento e omertà cinese e di Stato vogliono cancellare la strage operaia - La Rete nazionale a sostegno dei parenti delle vittime verso una iniziativa nazionale

    (Dal reportage de LA STAMPA)

    “Italiano, vattene via di qui”
    Così a Prato è tornata l’omertà

    Gli operai cinesi lavorano a ritmi folli e senza diritti
    A due mesi dalla tragedia non è cambiato nulla

    Nei laboratori clandestini non si rispetta alcuna regola. Per poche centinaia di euro al mese si lavora senza sosta
    Due mesi dopo, tutto quello che sappiamo di Dong Wenqiu è che viveva in un loculo di cartongesso ed è morto cercando di scappare dalle fiamme. Confezionava pronto moda. Guadagnava 700 euro per diciotto ore di lavoro al giorno. La sua stanza da letto erano due metri quadrati senza finestre, ricavati sul retro del laboratorio, dietro l’ennesima porta segreta di Prato. La moglie Lin ha voluto rose bianche per il funerale. I suoi resti sono stati spediti in Cina il 21 gennaio. Da Firenze a Francoforte, per Shanghai, poi Wenzhou, fino a un paese talmente piccolo e remoto, da non essere neppure segnato sui documenti di viaggio. Davanti al laboratorio distrutto dall’incendio, restano bottoni, attaccapanni e orchidee marce. Nessuna certezza che la tragedia del 1° dicembre 2013 - quando al Macrolotto con Dong Wenqiu morirono altri sei operai ancora in attesa di sepoltura - possa servire da lezione. «Purtroppo potrebbe capitare un’altra volta questa notte stessa», dice il procuratore capo di Prato Piero Tony.
    Al terzo piano di un piccolo Palazzo di Giustizia, ha un ufficio con vista sulla trasformazione. Quello che una volta era un tranquillo sobborgo di Firenze, da dieci anni è il primo polo tessile italiano. Qui, 4830 imprese cinesi producono vestiti per un valore di 2,3 miliardi all’anno. Diciottomila addetti ufficiali, più migliaia di clandestini nascosti come topi, in pericolo come Dong Wenqiu. Ora si sa. «Finalmente registriamo una presa d’atto del problema - dice il procuratore Tony - ma purtroppo non è ancora scattata la fase operativa. Continuano a mancare uomini e mezzi. Siamo sempre a due ispettori del lavoro per questa selva di capannoni, cioè siamo a zero».

    Non contano i cancelli sormontati dal filo spinato, i campionari allineati sulle grucce, nelle grandi stanze d’ingresso. Bisogna andare sul retro per capire. Dove piccoli furgoni bianchi caricano e scaricano in continuazione, in un rumore di scotch da imballaggio. Non sarete i benvenuti. La Prato cinese è una città con il doppio fondo. Molti laboratori hanno un dormitorio segreto: scale di compensato, odore di spaghetti nel bollitore, macchine da cucire di marca Juki. Ecco perché adesso scappano e urlano, con facce sbigottite. In quarantasei tentativi di parlare dell’incendio con qualcuno, sempre la stessa risposta: «Andate via! No italiano».

    Nella zona di via Pistoiesi, dove sul marciapiede si vendono gamberi ancora vivi, di sera non c’è più nessuno. I ritmi del lavoro Made in China sono invertiti. Il picco è fra le 18 e le 22. Dentro ogni cortile, si produce e si brucia denaro. In via Zipoli c’è una bisca clandestina con 60 uomini al tavolo. Nella strada parallela, in un cortile interno, un capannone ha la porta stranamente aperta. Entriamo: luci fioche, arance sul pavimento, pannolini da neonati, ritagli di stoffa. Un decrepito televisore è agganciato in alto, fra cavi elettrici che corrono sulle pareti. I macchinari per la tessitura sono fermi. Non c’è nessuno. Ma all’improvviso, con uno stridore di legno e giunture, una finta parete carica di rocchetti di filo, si scosta. Da una scala posticcia, scendono ragazzi e ragazze in pigiama, hanno la faccia impastata di sonno. Sono le cinque di pomeriggio. Non dovremmo essere qui. Il proprietario entra di corsa, urlando e minacciando: «Via, via!». Anche il vicino italiano è furioso: «Lasciateli lavorare in pace!». Non bisogna disturbare. In molti fanno parte dell’indotto. Proliferano filiali bancarie e money transfer. Secondo i dati della Banca d’Italia, le rimesse da Prato erano 20 milioni nel 2005, 464 milioni nel 2009, 187 milioni nel 2012. Significa che anche oggi, nell’anno di crisi 2013/2014, ogni giorno 500 mila euro partono per la Cina.

    L’inchiesta sulla tragedia del 1° dicembre è estremamente complessa. Ci sono sei indagati per omicidio colposo plurimo, disastro e sfruttamento della mano d’opera clandestina. Sono quattro cittadini cinesi e due italiani. Il pm Lorenzo Gestri dice: «È un’indagine paradigmatica. Ci racconta Prato. Siamo di fronte a una giungla di prestanomi. Proprietari e titolari che cambiano in continuazione. Il capannone distrutto dall’incendio era dato in affitto da due imprenditori italiani per 1500 euro al mese: ma era il prezzo reale? E ancora: i proprietari erano consapevoli dell’abuso edilizio commesso dagli affittuari cinesi? Cioè di quei loculi, al fondo, sulla destra, dove dormivano gli operai clandestini? Su questo stiamo lavorando». È stata una stufetta elettrica difettosa a innescare le fiamme. Fa ancora molto freddo a Prato.

    Eppure forse qualcosa sta cambiando. Lo dimostra la protesta dei parenti delle vittime, che vagano come fantasmi in cerca di giustizia. Lo dimostra il coraggio di un operaio che adesso vive in località protetta, aiutato dal Comune. Per due anni è stato tenuto chiuso a chiave dentro un laboratorio tessile. Dormiva fra gli scarafaggi, in un loculo di compensato. Ha perso una mano nei macchinari, ma non ha potuto sporgere denuncia. Il 4 dicembre 2013 il suo titolare è stato condannato in primo grado per sequestro di persona. È questa la notizia più importante che arriva da Prato. La prima voce di rivolta nel silenzio operoso di Chinatown.


     

    pc 29 gennaio - Sabato a Bologna con i licenziati Granarolo - proletari comunisti sostiene e aderisce

    dal SI.COBAS

    contro i licenziamenti e le aggressioni di Stato, Mafia e multinazionali, per il diritto a lottare e difendere il salario

    Polizia e carabinieri caricano e arrestano i lavoratori e i solidali che presidiavano davanti alla Granarolo...

    La lotta dei facchini contro l’impero Granarolo-Lega Coop è una lotta che riguarda tutti i lavoratori.
    Sono stati licenziati in 51 perché hanno scioperato contro il taglio del 50% dei salari. Sono stati licenziati per impedire che un sindacato indipendente, il SI Cobas, entrasse in azienda ad organizzare gli operai.
    La politica della Granarolo, uno dei centri di potere delle Coop “rosse”, non è diversa da quella all’Artoni e della Fiat d Marchionne: tener fuori un sindacato scomodo e non addomesticabile, anche se a Bologna è la CGIL il sindacato amico cui la multinazionale vuole garantire il monopolio nei posti di lavoro.

    Le lotte di quest’estate avevano strappato l’impegno del sistema Coop a riassumere 23 dei 51 licenziati entro il 31 ottobre, e aprire la trattativa per un percorso di rientro degli altri 28, garante il Prefetto. Gli impegni sono stati disattesi, ma il Prefetto, al posto di imporne il rispetto da parte della Lega Coop e del Consorzio delle cooperative coinvolte, manda le “forze dell’ordine” a caricare coi manganelli i lavoratori che con tenacia hanno ripreso le proteste davanti alla Granarolo, bloccando il trasporto del latte. Giovedì scorso hanno usato spray urticanti e hanno arrestato 6 persone, trattenendone due lavoratori in prigione fino a lunedì per dare un segnale che contro il potere non si può lottare e contrastare le politiche padronali. Il governo Letta, legato a doppio filo al complesso di interessi industriali commerciali e finanziari usa i suoi bracci armati contro i lavoratori quando lottano per difendere i propri diritti.

    • per la difesa del diritto di sciopero e del salario
    • contro le aggressioni di padronato e Stato
    • per il reintegro dei lavoratori licenziati

    manifestiamo sabato 1 febbraio a Bologna, corteo alle 15 da piazza dell’Unità
    Partenza in pullman da Milano sabato ore 12 piazzale Corvetto

    pc 29 gennaio - Elettrolux solo una lotta autonoma degli operai fermerà la mano di padroni e governo


    Electrolux, sottosegretario all’Economia: “Piano inaccettabile”la mobilitazione dei lavoratori prosegue. All’alba di mercoledì mattina le entrate dello stabilimento di Susegana, in provincia di Treviso, sono state bloccate. Gli operai hanno occupato gli ingressi, nessun camion è entrato né uscito e gli impiegati sono stati tenuti fuori dai cancelli. Anche in Lombardia a Solaro gli operai effettuano scioperi a scacchiera, l’obiettivo è rendere ingestibile la produzione e costringere l’azienda a bloccarla, come è avvenuto martedì. Presidio anche a Porcia, vicino a Pordenone 
    Alle 15 tavolo di confronto a Roma tra azienda, sindacati, governo e regioni

    pc 29 gennaio - Padroni assassini e sindaci PD complici anche alla Ferriera di Trieste - gli operai sciopero e occupazione della Ferriera

    Rinviati a giudizio due dirigenti dell'impianto che avvelena il quartiere di Servola. Il sindaco Cosolini (Pd) aveva parlato di "giornalismo a orologeria". "Se abiterei lì? La domanda è mal posta" 
    Ferriera di Trieste, manager a processo dopo inchiesta del Fatto.it su sversamenti
    Alla Ferriera di Servola, l’impianto siderurgico di Trieste, dopo l’inchiesta de ilfattoquotidiano.it sui sospetti sversamenti di catrame arrivano i primi rinvii a giudizio per il direttore dello stabilimento Giuseppe Bonacina e per il commissario straordinario della Lucchini s.p.a., Piero Nardi, per violazioni ambientali. Al centro dell'indagine il video da noi pubblicato ad ottobre in esclusiva, in cui è riconoscibile una sostanza scura e densa che viene versata a terra  di Franz Baraggino e Stefano Tieri
    o Quotidiano > Ambiente & Veleni > Ferriera di Tri...

    Ferriera di Trieste, dati sulla mortalità legata alle emissioni battono Taranto

    Ogni limite legale viene sistematicamente sforato. A parità di popolazione, prendendo in considerazione le morti connesse all'inquinamento degli impianti siderurgici, il numero registrato nel capoluogo giuliano (1959 decessi) è doppio rispetto a quello della città dell'Ilva

    Trieste
    “Il bianco panorama” della Trieste di Umberto Saba si tinge di grigio. E in città capita di ammalarsi a causa dell’inquinamento, persino di morire. Le emissioni rilevate dalle centraline in prossimità della Ferriera, lo stabilimento siderurgico da molti considerato il “cancro della città”, non lasciano dubbi. Ogni limite legale, ormai da anni, viene sistematicamente sforato. Un allarme che trova riscontro nei dati sulla mortalità, dove il capoluogo giuliano supera anche Taranto. E se la speranza è l’ultima a morire, quella nelle promesse della politica non gode di buona salute. Mentre è in atto l’ennesimo passaggio di proprietà, tocca alla presidente Debora Serracchiani promettere il risanamento ambientale: “Faremo tutto il possibile”. Ma a Servola, il rione maggiormente esposto ai fumi della Ferriera, i dubbi sono ormai più delle certezze. Nella città giuliana non esiste giornata realmente limpida: sia che la si guardi dal mare, passeggiando lungo il litorale di Barcola, sia che la si ammiri dall’altipiano del Carso, ad un passo dalla confinante Slovenia, è impossibile che l’occhio non venga catturato da un quartiere perennemente immerso in una cappa di polveri e fumo. Servola, il Tamburi di Trieste, dal 1896 ospita al suo interno un impianto siderurgico conosciuto con il nome di Ferriera; dopo più di un secolo di storia, a vederlo dal di fuori, lo si giudica poco più di un rudere.
    Il progetto S.E.N.T.I.E.R.I. è stato finanziato dal Ministero della Salute. Ha analizzato la mortalità delle popolazioni residenti nei pressi dei Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche, tra gli altri, quelli di Taranto e Trieste. Il periodo esaminato va dal 1995 al 2002, anni in cui, spiegano i servolani, la situazione non aveva ancora raggiunto gli attuali livelli di gravità. Confrontando i dati delle due città arrivano le sorprese: a parità di popolazione, prendendo in considerazione le morti connesse all’inquinamento degli impianti siderurgici, il numero registrato a Trieste (1959 decessi) è doppio rispetto a quello di Taranto (1072).
    Dati allarmanti, legati a doppio filo a quelli sulla concentrazione di inquinanti nell’aria. E qui una premessa va fatta: chi si aspetta che le centraline di misurazione delle sostanze inquinanti siano pubbliche rimarrà deluso. Quelle poste nelle vicinanze dello stabilimento sono gestite, infatti, da Elettra Produzione S.r.l, società privata che proprio dalla Ferriera ottiene i gas di cokeria con cui produce energia (giovando inoltre della delibera sui CIP6 che le permette di rivendere l’energia così prodotta ad un prezzo maggiorato): un conflitto d’interessi a regola d’arte.
    Fortunatamente una centralina pubblica esiste. È collocata nel giardino di un’abitazione privata, a pochi metri dall’impianto siderurgico. C’è, ma è come se non ci fosse: la centralina non è stata, ad oggi, ancora mai utilizzata dalle autorità competenti per prendere quei provvedimenti risolutivi che le leggi in materia consentono. Su di essa, fino a quest’estate, pendeva una diffida del gruppo Lucchini, proprietario della Ferriera: nel 2009 la società intimò all’amministrazione regionale di rimuoverla, contestandone l’ubicazione. Non ottenendo riscontro dalla Regione la Lucchini decise di fare ricorso al Tar, la cui sentenza è arrivata quest’estate: il ricorso, dichiarato “inammissibile”, è stato rigettato, poiché non si sono viste “quali illegittimità possano sussistere in una scelta autonoma della regione o degli enti esponenziali della regione (Arpa) di collocare una centralina in un centro abitato”, al cui interno vivono persone con eguale diritto a respirare un’aria decorosa. Da notare infatti che la centralina contestata è a 220 metri dalla cokeria (fonte principale delle emissioni di benzo(a)pirene), da cui i primi condomini distano invece appena 160 metri.
    Leggendo i valori misurati dalla centralina contestata si intuisce il perché della diffida: rispetto a quelli riportati dalle altre sono straordinariamente alti e superano ogni limite legale. Per le polveri sottili PM10, associate a un aumento della mortalità respiratoria, il valore limite giornaliero nei primi nove mesi del 2013 è già stato superato 70 volte (a fronte dei 35 sforamenti tollerati annualmente); per quanto riguarda il benzo(a)pirene, cancerogeno, la concentrazione nell’aria nei primi otto mesi dell’anno – di 1,77 ng/m3 – è tale da rendere impossibile il rispetto del limite annuale di 1 ng/m3. Nel 2012 non è andata meglio: gli sforamenti delle PM10 sono stati 99, mentre il limite del benzo(a)pirene è stato superato di tre volte, avendo registrato una media di 3,4 ng/m3.
    Un approccio di questo tipo, strettamente normativo, non può però descrivere fino in fondo la drammatica situazione vissuta dai servolani, negli ultimi anni decisamente peggiorata. La salute, che riguarda il benessere psicofisico di una persona, non viene alterata solamente dalla presenza di una particolare sostanza nell’aria. A questo inquinamento bisogna aggiungere quello dei terreni e dell’acqua (la Ferriera si affaccia proprio sul mare, a volte ricoperto da una sospetta schiuma bianca), il rumore delle sirene anche nel pieno della notte, la puzza di zolfo, le polveri presenti ovunque, la paura di scendere in strada. Lo stesso concetto è stato espresso in molte lettera dell’Azienda sanitaria agli enti locali. L’ennesima è stata inviata un anno fa all’assessore all’ambiente del Comune di Trieste, dove si è fatto notare come abbiano più volte evidenziato (a partire dal 2007) i “rischi per la salute umana e l’ambiente conseguenti ad inquinanti quali benzene, polveri e Ipa”. Osservando infine che “la presenza di un’esposizione a più inquinanti, anche se alcuni valori sono prossimi ai limiti di legge, rappresenta un fattore cumulativo di rischio portando ad un’aggressione all’organismo da parte di più sostanze che possono contribuire sinergicamente a determinare danni per la salute con effetti a lungo termine”.
    Per la Ferriera di Trieste questo è un momento chiave: in seguito alla crisi economica della Lucchini (al momento l’impianto è in regime di amministrazione straordinaria, richiesto dall’azienda stessa in base alla Legge Marzano), l’ultima possibilità per il proseguimento dell’attività siderurgica è data dal gruppo Arvedi, che a giorni firmerà il contratto d’affitto dell’impianto per i prossimi 8 mesi, a cui potrebbe seguire l’acquisto definitivo. Al tempo stesso dovrà essere reso noto l’accordo di programma che chiarirà le condizioni alle quali il “cavaliere dell’acciaio” subentrerà nella gestione della Ferriera. Tra le altre, e voluta fortemente da Arvedi, quella di affrontare le ingenti spese di bonifica dell’area attingendo a fondi pubblici. E mentre sindacati e operai si mobilitano per scongiurare i tagli all’organico già previsti dalla nuova gestione, si avvicina una data importante.
    A febbraio scadrà infatti l’Autorizzazione integrata ambientale concessa dalla Regione e senza la quale la Ferriera non potrà continuare la produzione. Ma l’impressione a Trieste, nonostante le generali condizioni e l’impatto ambientale, è che vogliano rinnovarla senza troppi inciampi. La presidente del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani ci mette la faccia: “Stiamo facendo tutto il possibile per il risanamento ambientale, senza se e senza ma”. Impegno ribadito dal sindaco di Trieste, Roberto Cosolini, che sottolinea come per il Comune “l’obiettivo è garantire la continuità industriale, dentro un accordo di programma che preveda misure per il risanamento ambientale del sito”. E se l’accordo con Arvedi saltasse? “La soluzione sarebbe tutta quanta da trovare”. Insomma, nessun piano di riserva.
     di Franz Baraggino e Stefano Tieri

    Trieste, gli operai occupano la Ferriera contro la cassaintegrazione

    Impianto in amministrazione straordinaria e trecento lavoratori a rischio dal 4 febbraio. Al centro delle polemiche sullo stabilimento, finito nell'occhio del ciclone per l'emissione di sostanze inquinanti, la trattativa tra Lucchini Spa, attuale proprietario, e Arvedi, unica speranza per continuare la produzione

    Trieste
    Occupazione della Ferriera e sciopero per l’intera giornata. L’azione degli operai dello stabilimento siderurgico di Trieste (promossa da CGIL, CISL, UIL, si dissocia invece l’UGL), negli ultimi anni al centro di accese polemiche per il suo inquinamento al di sopra di ogni limite legale, è dura. Dal primo mattino di ieri i lavoratori hanno bloccato la fabbrica, occupandone la direzione e negando l’accesso ai mezzi pesanti all’interno dell’impianto. Motivo: la richiesta di cassa integrazione straordinaria per 300 operai a partire dal 4 febbraio di cui ieri è arrivata la notifica ufficiale.
    La situazione amministrativa dello stabilimento è al momento molto delicata: in seguito alla crisi economica del gruppo Lucchini l’impianto è entrato in regime di amministrazione straordinaria; a oggi l’unica speranza per il proseguimento dell’attività siderurgica è data dall’industriale Arvedi, attualmente in trattativa con gli enti pubblici per raggiungere un accordo di programma, la cui firma è stata più volte rimandata negli ultimi mesi e senza la quale non si potrà arrivare all’acquisto dell’impianto.
    Elemento di grande preoccupazione per gli operai che temono il ritiro di Arvedi e lo stop definitivo dell’attività industriale. “Se Arvedi non subentra a Lucchini la Ferriera è destinata a chiudere”, è il commento di Luigi Isaia, R.S.U. dell’azienda eletto con la Fiom-CGIL: “La Ferriera perde 130mila euro al giorno, l’anno scorso ha perso 42 milioni di euro. I soldi ora sono finiti, senza un investitore non si va da nessuna parte”. Il sindacalista conclude però mettendo in luce un elemento di speranza per gli operai: “Il gruppo Arvedi ha acquistato una nave di minerale per permettere il proseguimento dell’attività della cokeria che quindi potrà rimanere accesa presumibilmente fino al 31 marzo. Se Arvedi non fosse ancora intenzionato all’acquisto della Ferriera perché l’avrebbe comprata?”. 
    La cassa integrazione – questa la motivazione ufficiale – è stata richiesta in seguito alla decisione di chiudere temporaneamente l’altoforno per poter dare avvio a dei lavori di ristrutturazione necessari al suo corretto funzionamento. Ma i lavoratori temono che una volta chiusa la struttura potrebbe non essere più riattivata e per questo motivo hanno manifestato nei giorni scorsi parecchi malumori, culminati nell’azione di oggi.
    Nel frattempo, mentre la fabbrica era occupata, nella sede della Regione si è svolto un incontro a porte chiuse tra presidente della Regione, sindaco di Trieste, presidente della Provincia di Trieste, l’ingegner Rosato (in rappresentanza del gruppo Arvedi) e sindacati. Al centro della discussione c’è stato il già citato accordo di programma, che dovrà stabilire gli impegni economici da parte di Arvedi e degli enti pubblici per quanto riguarda la bonifica delle aree inquinate e la ristrutturazione degli impianti.

    pc 29 gennaio - I precari della scuola vanno assunti subito e risarciti - lo dice la CASSAZIONE!

    pc 29 gennaio - Presidio no tav al tribunale - 22 febbraio manifestazione nazionale

    post — 27 gennaio 2014 at 10:53

    dal presidio al tribunale dei minori per gli studenti notav alla manifestazione  nazionale del 22 febbraio

    siamo tutti NOTAV!

    Presidio al tribunale dei minori per gli studenti No tav, buona la partecipazione e massimo sostegno ai giovani notav.

    martedì 28 gennaio 2014

    pc 28 gennaio - Poggioreale è un lager di Stato dove bastardi secondini picchiatori seminano violenze e terrore

    (Da un'inchiesta de L'Espresso)


    Poggioreale: «Nudo, umiliato e picchiato dalle guardie»
    Le denunce dei carcerati al Garante dei detenuti che scrive alla procura: «Nel carcere di Napoli squadre di agenti penitenziari compiono violenze di notte. Nella 'cella zero' pareti sporche di sangue»

    di Patrizia Capua
    Squadracce di agenti penitenziari che massacrano i detenuti in una camera chiamata "cella zero". Violenze gratuite, trattamenti disumani, abusi continui e pareti macchiate dal sangue dei carcerati picchiati. Benvenuti nell'inferno del carcere di Poggioreale, Napoli. Un luogo dell'orrore che somiglia ad Abu Ghraib, almeno a leggere la terribile denuncia che il garante della Regione Campania per i diritti dei detenuti ha mandato alla procura partenopea. E che "L'Espresso" ha letto in esclusiva, intervistando - a pochi giorni dalla denuncia del presidente della Cassazione sulle condizioni inumane dei carcerati italiani - anche uno dei detenuti picchiati.

    È il garante Adriana Tocco ad aver raccolto una serie di storie agghiaccianti che ha inviato tramite esposto al procuratore aggiunto della Repubblica di Napoli Giovanni Melillo. «Le comunico – si legge nel documento - le gravi notizie di reato che mi sono pervenute e ho apprese durante alcuni colloqui intercorsi con i detenuti del carcere di Poggioreale». La Garante riferisce che «moltissimi detenuti lamentano abusi consistiti in violentissime percosse, spesso cagionanti lesioni gravi, che si consumano di notte ad opera di alcuni agenti penitenziari riuniti in “piccole squadre”. Alcuni mi hanno riferito i nomi degli agenti coinvolti. La maggior parte dei reclusi ha paura di denunciare le violenze subite per timore di ritorsioni». I racconti sarebbero tutti coerenti,  «ed evidenziano alcuni elementi comuni: i detenuti raccontano di essere stati prelevati dalle loro celle senza criterio, il fine univoco degli agenti chiaramente tra loro programmato, è dare sfogo alla loro violenza gratuita e costringerli a subire trattamenti disumani».
    Il racconto di un quarantaduenne che ha deciso di denunciare la violenza subita da alcuni agenti penitenziari mentre si trovava nel carcere napoletano
           
    I dettagli sono drammatici: «La cella in cui si consumano tali atrocità è stata denominata “cella zero”: molti raccontano che le pareti sono spesso macchiate dal sangue dei detenuti percossi, che dopo gli abusi questi vengano abbandonati per ore e poi riaccompagnati al reparto di appartenenza. Molti compagni di cella confermano lo stato di agitazione, mortificazione e soggezione degli sfortunati deportati», che rientrano gonfiati di botte. Nell’esposto Tocco si dice convinta che «subire abusi così atroci costituisca una possibile causa concorrente ad altri fattori determinanti l’aumento del rischio di suicidi, rilevato il precario stato psicologico di tanti detenuti che ascolto». E chiede la punizione dei responsabili.

    Uno dei carcerati picchiati si chiama Luigi (è un nome di fantasia). E' stato condannato a due anni e dieci mesi, nel marzo 2011, per ricettazione di buoni pasto per un valore di trentamila euro. Durante la permanenza nel carcere di Poggioreale è stato vittima di atti di violenza da parte di tre guardie penitenziarie: trascinato di notte in una cella isolata dell’istituto di pena, ha spiegato di esser stato costretto a denudarsi completamente per poi essere percosso con pugni e calci. L’ex detenuto è uscito dall'istituto di pena lo scorso 10 gennaio, ma già dietro le sbarre aveva deciso di denunciare le violenze subite.

    Luigi, 42 anni, comproprietario di una salumeria a Napoli, sposato con figli adolescenti, dopo un primo periodo detentivo, in appello ottiene gli arresti domiciliari con successiva autorizzazione a riprendere il lavoro. Un giorno, andando al negozio, fa tardi e sfora l’orario assegnato dai giudici. Per lui ricominciano i guai. La Corte di appello aggrava la misura restrittiva e così Luigi finisce di nuovo a Poggioreale. Nei due mesi e mezzo di detenzione che deve ancora scontare gli capita un incidente: cade dal letto a castello, un terzo piano a quattro metri dal pavimento, e si frattura una caviglia. Poi, in una notte di luglio arriva il pestaggio da parte di tre agenti penitenziari.

    Scontata la pena e tornato libero, Luigi ha messo nero su bianco il racconto dei maltrattamenti subiti dietro le sbarre. Lo ha fatto per se stesso e, sottolinea, soprattutto nell’interesse dei suoi compagni di reclusione ancora in cella. E attende di essere convocato dal magistrato per fare nomi e cognomi.

    27 gennaio 2014

    pc 28 gennaio - ELECTROLUX VUOLE MANGIARE A DUE MANI, MENTRE VA IN SCENA UN GROTTESCO TEATRO

    Taglio dei salari e aumento della produttività: così la multinazionale svedese Electrolux vuole salvaguardare e rilanciare i suoi profitti mangiando da entrambe le mani: sia in maniera immediata e diretta con un taglio secco dei salari (attraverso blocco dei pagamenti delle festività, dei premi, degli scatti di anzianità, ecc.) riducendo la parte di capitale destinata a retribuire la forza-lavoro, sia intensificando l'attività lavorativa, attraverso la flessibilità, aumento dei ritmi produttivi, riduzione delle pause.
    Quindi una sintesi della scienza/furbizia dei padroni: sfruttare al massimo la forza-lavoro e pagarla il meno possibile.
    Dopo la prima comunicazione, e il polverone che si è alzato, di voler ridurre i salari da 1.400 euro al mese a 800 euro, "così da ridurre il gap con il costo del lavoro in Polonia, dove gli operai di Electrolux percepiscono 7 euro l'ora", l'azienda ne ha fatto un'altra in cui ora parla di tagliare i salari di 130 euro al mese, dicendo che non avevano capito...
    Ma ciò che è più probabile è che i padroni dell'Electrolux sanno evidentemente fare "trattativa": sparano 1000 per ottenere più facilmente 500.

    Ed è proprio il ministro Zanonato che gli spiana la strada, affermando: "In Italia problema di costo del lavoro... I prodotti italiani nel campo dell'elettrodomestico sono di buona qualità ma risentono dei costi produttivi, soprattutto per quanto riguarda il lavoro, che sono al di sopra di quelli che offrono i nostri concorrenti''. ''E' necessario dunque - ha aggiunto Zanonato - ridurre i costi di produzione, in Italia c'e' un problema legato all'esigenza di ridurre il costo del lavoro''.
    I sindacati, dicono: "Ora da Letta... perché Electrolux per sbarcare in Italia ha usato soldi degli italiani ed ora per guardare ad Est utilizza fondi Ue che in parte sono sempre nostri". Un argomento che non dice nulla, perchè è quello che avviene normalmente con governi e Stati al servizio del capitale.
    La presidente della regione Friuli, Serracchiani alza la voce: "il Governo non sia il notaio delle volontà dell'azienda" invita il Governo a non assistere, ma... "si decida a muoversi, cosa che finora non ha fatto. La Regione ha fatto proposte serie e concrete per rilanciare la produzione industriale, su cui si può aprire un confronto, purché ve ne sia la volontà". Grandi parole per strappare alla fine, altri contributi alla multinazionale e ammortizzatori sociali per gli operai.
    Ma sono le parole "forti" di Matteo Salvini, il segretario della Lega Nord, che, pur nel dramma della situazione, diventano esilaranti; alza la voce, parla di "vergogna", di "lavoratori trasformati in schiavi" (perchè è una fabbrica del nord, nessuna voce anche flebile invece viene emessa per le fabbriche che chiudono al sud), ma solo per aggiungere subito dopo che : "a questo ci hanno portato l'unione sovietica europea e l'euro... per loro, si vive o si crepa nel nome del mercato e del profitto... siamo uomini non numeri". Della serie: che ci azzecca?
    La voce più chiara è però sempre quella più vicina ai padroni. Michele Tiraboschi in un'intervista di oggi su Il Messaggero dice: "Se uno stabilimento in Polonia ha un costo di gran lunga inferiore ad uno italiano è chiaro che la sua scelta razionale (dell'Electrolux) non può che essere la Polonia...". Quindi è legittimo che una multinazionale vada dove può fare più profitti su un maggiore sfruttamento degli operai. Per questi, invece, di almeno "legittimo"salario Tiraboschi non ne parla. Anzi, con affermazioni che hanno tutto il sapore di provocazione, dice che 800 euro al mese, sì, forse è "un taglio probabilmente eccessivo per una famiglia che deve pagare un mutuo o mandare a scuola i figli...". Ma sempre "probabilmente"... Poi aggiunge, tanto anche con l'alternativa della cassintegrazione gli operai prenderebbero "esattamente quei 700-800 euro che Electrolux offre...".
    E finisce con un appello ai sindacati a fare una mediazione, sottoscrivendo un "patto do transizione di un'emergenza" permettendo ora all'azienda di tagliare con l'impegno via via, con futuri investimenti, ad "aumentare progressivamente i salari"; non mancando neanche di mettere in mostra il suo humus fascista: "lasciamo all'opinione pubblica e ai lavoratori lo sconcerto e la rabbia, ma chi come il sindacato deve risolvere i problemi e dare risposte ha il dovere di sedersi al tavolo".
    Noi ci auguriamo, invece, che soprattutto la rabbia dei lavoratori investi gente come lui.

    pc 28 gennaio - Riparte il presidio permanente degli operai della Fiat di Termini Imerese

    E' iniziata una nuova settimana del presidio/lotta degli operai Fiat e indotto a Piazza Indipendenza - Presidenza della Regione, organizzato dallo slai cobas per il sindacato di classe

    Gli operai hanno tenuto nel gazebo un'assemblea in cui si è cercato di fare il punto:
    la costanza  nel mantenere da 9 giorni il presidio  (il gazebo semidistrutto dal maltempo è stato ricostruito), è servita  a comunicare e informare altri operai innanzitutto, ma anche altri lavoratori che in questa settimana hanno protestato davanti la Regione, e più in generale l'opinione pubblica, sul senso di una mobilitazione che è necessaria sulla base della parola d'ordine "basta con la cassa integrazione in deroga, riprendiamoci la fabbrica" contro il reale rischio di perdere migliaia di posti di lavoro; è servita ad allargare ad altri operai Fiat la partecipazione al presidio  in vista innanzitutto dell'incontro che si terrà a Roma il 31 gennaio.

    Organizzarsi adesso per essere pronti ad ogni evenienza! È con questo spirito che gli operai hanno discusso:

    * sulla notizia arrivata in questi ultimi giorni che gli operai hanno 5 giorni di tempo per recarsi presso il centro per l'impiego per la dichiarazione di disponibilità al lavoro, necessità legata alla cassa integrazione in deroga prevista fino alla fine di giugno

    * sulle ultime novità sulla Fiat-Chrysler/Marchionne in merito al trasferimento della sede legale in Gran Bretagna e tutto ciò che ne consegue per i padroni (in termini di ulteriori profitti) e per gli operai che vedranno probabilmente svanire anche le promesse di nuovi investimenti

    * sull'incontro fissato per mercoledì 29 pomeriggio alle ore 15,30 con il Capo di Gabinetto della Presidenza della Regione Dott. Silvia, è stato detto che non si tratta di "chiedere" alle controparti  ma di pretendere  che mettano in campo soluzioni concrete, tangibili e immediate, e gli operai in questo vogliono dire la loro direttamente! in vista anche del 31 gennaio a Roma, senza ripercorrere la strada delle promesse eterne ma senza sostanza fino ad oggi e delle passerelle tra gli operai di politici siciliani "interessati" come già sta riaccadendo in questi giorni a Termini davanti la fabbrica ... le elezioni europee d'altronde si avvicinano. 

    Gli operai invitano ancora una volta tutti ad essere presenti al gazebo...
    Domani saranno di nuovo in piazza  con loro i lavoratori, precari e disoccupati dei cobas dello Slai Cobas s.c... anch'essi in lotta per il lavoro, per la salvaguardia della dignità del vivere che ogni giorno padroni, governi e istituzioni vogliono cancellare. 

    Palermo, 28/01/2014
    Slai Cobas per il s.c. 
    338/7708110 - 340/8429376