I giudici (Galli-Ambrosino-Recaneschi) hanno rigettato il ricorso della difesa del 47enne e confermato il provvedimento dell'11 giugno per caporalato aggravato dalle minacce consistite "nel prospettare il licenziamento e di 'essere rispediti in India' in caso di mancata accettazione delle condizioni di sfruttamento".

La divisione italiana del colosso statunitense, secondo le accuse, avrebbe sfruttato il lavoro, anche con paghe sotto la soglia della povertà di meno di due euro l'ora, di operai indiani. Manovali reclutati da una società indiana "a cui veniva corrisposta", tra l'altro, da parte degli stessi lavoratori "la somma di circa 500.000 rupie", circa 5mila euro, una sorta di pizzo per lavorare. Lavoratori che "venivano fatti arrivare, attraverso distacco" per la costruzione della nuova sede del consolato Usa in una condizione di "para-schiavismo".

E' emerso un quadro di "condizioni di lavoro degradanti", che "assume tinte ancora più fosche", ha scritto la gip, dato che è venuto a galla dalle testimonianze l'uso di "metodi intimidatori e minacciosi" da parte del manager. Nell'inchiesta è finito in carcere anche l'indiano Aji Appukuttan, presunto "caporale operativo" e che avrebbe minacciato almeno cinquanta lavoratori, che in alcuni casi gli chiedevano solo di "potersi assentare" per riposare dopo che si erano infortunati sul cantiere.