martedì 7 luglio 2026

pc 7 luglio - La Nato arriva ad Ankara, Erdogan reprime gli oppositori



Alla vigilia del vertice dell’Alleanza Atlantica, centinaia di arresti, manifestazioni represse, giornalisti e oppositori nel mirino. Mentre i leader occidentali discutono di riarmo, la Turchia rafforza la stretta autoritaria

Negli stessi giorni in cui Ankara si prepara ad accogliere i capi di Stato e di governo dei 32 Paesi della Nato, la Turchia offre al mondo l’immagine più autentica del regime costruito da Recep Tayyip Erdogan: non quella delle cerimonie diplomatiche e delle fotografie ufficiali, ma quella di un Paese militarizzato, dove il dissenso viene preventivamente represso e l’antiterrorismo continua a essere utilizzato come strumento di governo.

Il vertice della Nato del 7 e 8 luglio arriva in un momento cruciale per l’Alleanza Atlantica. Sul tavolo ci sarà soprattutto la richiesta avanzata dal presidente statunitense Donald Trump di portare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2035, obiettivo già sottoscritto nel precedente summit anche dal governo italiano. Un’ulteriore accelerazione della corsa al riarmo mentre guerre e tensioni internazionali continuano ad allargarsi.

Per Erdogan, invece, il summit rappresenta soprattutto un’occasione di legittimazione internazionale. Dopo anni di accuse per la repressione delle opposizioni, la persecuzione del movimento curdo, il controllo dell’informazione e l’erosione dello Stato di diritto, il presidente turco si presenta nuovamente come interlocutore indispensabile dell’Occidente. Il peso geopolitico della Turchia, il controllo degli stretti, il ruolo nel Mediterraneo e nel Medio Oriente sembrano ormai contare molto più delle continue violazioni dei diritti fondamentali.

La preparazione del vertice è stata accompagnata da una vera e propria operazione preventiva contro qualsiasi forma di dissenso.

Nella giornata di domenica oltre cento manifestanti sono stati arrestati ad Ankara durante una manifestazione contro la Nato organizzata da forze della sinistra e dell’opposizione. La polizia antisommossa ha disperso il corteo con un massiccio impiego di gas lacrimogeni, mentre analoghe iniziative di protesta si sono svolte anche a Istanbul sotto una presenza capillare delle forze di sicurezza.

Ma la repressione non si è limitata alle piazze.

Nei giorni precedenti il summit le autorità hanno condotto vaste operazioni denominate “antiterrorismo” in tutto il Paese. Le retate hanno colpito giornalisti, avvocati, accademici, sindacalisti, attivisti e rappresentanti della società civile. Molti sono stati arrestati senza che venissero rese pubbliche accuse circostanziate. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano l’uso sistematico della legislazione antiterrorismo come strumento per criminalizzare il dissenso politico e impedire qualsiasi mobilitazione durante il vertice. A rendere ancora più evidente il clima autoritario è arrivato anche il diniego dell’accreditamento a decine di giornalisti di testate indipendenti che avrebbero dovuto seguire il summit. Una decisione contestata perfino dall’Associazione dei giornalisti turchi, secondo cui esclude dal racconto dell’evento proprio quelle voci più critiche nei confronti del governo.

Nel frattempo Ankara è stata trasformata in una città blindata. Migliaia di agenti, divieto generalizzato di manifestare, controlli straordinari e limitazioni alla libertà di movimento accompagnano l’arrivo delle delegazioni internazionali. Secondo Amnesty International, il divieto generalizzato delle manifestazioni costituisce un attacco sproporzionato alla libertà di riunione e di espressione, mentre Human Rights Watch ha denunciato l’arresto arbitrario di oltre duecento persone già nelle settimane precedenti il summit.

Questa nuova offensiva repressiva si inserisce in un processo ormai consolidato. Dopo il fallito colpo di Stato del 2016, Erdogan ha progressivamente trasformato l’eccezione in normalità: lo stato di emergenza è stato sostituito da una legislazione permanente che amplia continuamente i poteri dell’esecutivo, restringe gli spazi dell’opposizione e rende l’accusa di terrorismo uno strumento estremamente elastico contro giornalisti, amministratori locali, movimenti sociali e oppositori politici. Negli ultimi mesi la repressione ha investito anche il principale partito d’opposizione, con l’arresto del sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu, considerato il più serio sfidante di Erdogan, insieme a centinaia di amministratori, funzionari e militanti. Parallelamente, continua la persecuzione delle organizzazioni curde, delle associazioni femministe, del movimento LGBTQIA+ e delle realtà della società civile indipendente.

Eppure tutto questo sembra passare in secondo piano.

Per le cancellerie occidentali la priorità è rafforzare il dispositivo militare dell’Alleanza, aumentare le spese per la difesa e consolidare la cooperazione strategica con Ankara. Le violazioni dei diritti umani, la compressione delle libertà civili e la repressione dell’opposizione vengono relegate a questione secondaria, quando non completamente ignorate.

È una contraddizione sempre più evidente. L’Alleanza Atlantica continua a presentarsi come garante della democrazia e della libertà, ma celebra uno dei suoi vertici più importanti in un Paese dove manifestare contro la Nato significa rischiare l’arresto, dove giornalisti vengono esclusi dall’informazione e dove l’antiterrorismo è utilizzato per mettere a tacere il dissenso.

Non è soltanto un problema turco. È il segno di un paradigma politico sempre più diffuso: la sicurezza diventa il principio che giustifica la limitazione delle libertà, il riarmo procede insieme alla compressione degli spazi democratici, mentre la guerra all’esterno si accompagna all’espansione degli strumenti repressivi all’interno.

La Turchia di Erdogan rappresenta una delle forme più avanzate di questo modello. Ma il silenzio dei governi occidentali dimostra che, quando gli interessi strategici e militari prevalgono, anche la difesa dei diritti fondamentali può essere facilmente accantonata.


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