lunedì 6 luglio 2026

pc 6 luglio - Il Corridoio IMEC Italia di Meloni/India di MODI passando per Israele di Netanyahu - spiegato da Crosetto. Ci vediamo a settembre signori!

Il ministro della Difesa Guido Crosetto spiega perché il nostro Paese deve costruire un rapporto più stretto con l’India per proteggere le filiere critiche, ridurre le dipendenze strategiche e dare all’industria italiana un ruolo più forte nella nuova geografia del potere

Viviamo in un’epoca in cui la geografia è tornata a dettare la storia. Le rotte commerciali, le filiere industriali e gli approvvigionamenti energetici non sono più questioni meramente economiche: orientano gli equilibri internazionali e la stabilità degli Stati. È in questa cornice che si collocano l’India-Middle East-Europe Economic Corridor (Imec) e il nuovo capitolo che si è aperto nei rapporti tra Italia e India. L’Imec è nato per collegare alcune delle aree economiche più dinamiche del pianeta – India, Golfo, Mediterraneo, Europa – e la sua portata tocca da vicino anche la nostra sicurezza e i nostri approvvigionamenti.

Sul piano materiale, l’Imec punta a rafforzare i collegamenti marittimi e si propone di sviluppare una rete ferroviaria tra il Golfo e il Mediterraneo, cavi sottomarini per i dati e dorsali energetiche, idrogeno compreso. Un asse di questa natura non si limita ad abbattere tempi e costi di trasporto: ridisegna le dipendenze reciproche tra i Paesi che mette in collegamento.

La posta in gioco è evidente sul terreno delle materie prime. Per le terre rare e i materiali critici dipendiamo oggi da un numero ristretto di fornitori: i magneti ad alte prestazioni di missili, radar, velivoli e sistemi di puntamento, ma anche litio, cobalto, grafite, germanio e titanio arrivano da filiere che possono essere chiuse o condizionate per ragioni politiche.

A ciò si aggiunge l’acciaio: senza acciai speciali a costi competitivi non esistono né cantieristica navale né mezzi terrestri, e il sovrapprezzo che paghiamo rispetto ai concorrenti asiatici pesa direttamente sulla competitività della nostra industria militare. Un’arteria che colleghi l’India e il Golfo all’Europa può diventare la spina dorsale di filiere alternative e affidabili per questi materiali. Per chi ha responsabilità nel comparto, metterli al riparo non è un tema industriale tra i tanti: è la precondizione di ogni credibile

potenziamento della difesa e di autonomia produttiva.

Per l’Italia e l’Europa, dunque, l’Imec è molto più di una via commerciale: rappresenta uno strumento di resilienza economica, un modo per diversificare rotte e fornitori e ridurre l’esposizione alle dipendenze – a partire da quella cinese – che, in una stagione di rivalità tra grandi potenze, possono trasformarsi in strumenti di pressione. Ridurre le dipendenze, oggi, è prima di tutto una questione di sovranità, non solo di mercato.

Tali constatazioni mi portano a una riflessione più profonda. Il baricentro della competizione tra le grandi potenze si è spostato: oggi si gioca nell’Indo-Pacifico, dove transita gran parte del commercio mondiale e dove si decideranno gli equilibri dei prossimi decenni.

È per questo che sostengo che anche la Nato, la grande alleanza di difesa tra Stati Uniti ed Europa – concepita nel 1949, in un mondo che oggi non esiste più – debba evolvere, proiettandosi oltre il proprio perimetro tradizionale e costruendo legami più stretti e strutturati con i partner di quella regione, inclusa l’India.

Occorre prendere atto che ciò che accade negli stretti dell’Indo-Pacifico ricade direttamente sulla nostra stabilità e prosperità, che hanno bisogno di dorsali economiche, energetiche e infrastrutturali solide. L’Imec è esattamente questo: il fianco economico e logistico di una difesa che non si ferma più ai confini del nostro continente.

In una visione simile, assume rilievo la conclusione dei negoziati per l’accordo di libero scambio tra Unione europea e India, raggiunta nel gennaio 2026 dopo quasi vent’anni di tentativi: la più grande area di libero scambio mai negoziata dalle due parti, circa 2 miliardi di persone e quasi un quarto del Pil mondiale. Non è solo apertura di mercati: è la scelta di legare due economie complementari in un’epoca in cui il commercio è diventato esso stesso terreno di confronto strategico.

In questo intreccio di economia e geopolitica, l’Italia ha una carta naturale da giocare. Al centro del Mediterraneo, siamo lo sbocco europeo più logico di un tracciato che collega l’Asia all’Europa, e il Piano d’azione strategico congiunto italo-indiano 2025-2029 ci dà la cornice politica per coglierlo.

Porti come Trieste e Genova collegano il corridoio al cuore produttivo mitteleuropeo; Gioia Tauro e gli scali del Mezzogiorno ne completano la rete. Per noi, questi porti non sono solo logistica: sono infrastrutture critiche da proteggere e sviluppare.

La recente visita bilaterale a Roma del primo ministro Narendra Modi – la prima di un premier indiano in Italia dal 2000 – ha chiuso un vuoto durato oltre vent’anni e rilanciato il rapporto tra i due Paesi, ora elevato a partenariato strategico speciale. L’ambizione condivisa è una crescita decisa dell’interscambio nei prossimi anni: un salto che le nuove intese economiche rendono oggi realistico.

Tra le molte dimensioni di questa relazione, quella industriale nel settore della difesa è tra le più promettenti. La Tabella di marcia per la cooperazione industriale nella difesa, firmata a Roma durante la visita di Narendra Modi, segna un cambio di passo: non più semplice vendita di sistemi, ma co-progettazione e co-produzione, con trasferimento tecnologico reale.

L’Italia ha un’offerta che pochi possono vantare nei tre domini – terra, aria e mare. Nel comparto elicotteristico, dove siamo tra i leader mondiali, la cooperazione industriale può rispondere a un fabbisogno indiano prioritario. Nella cantieristica navale militare – fregate, unità anfibie, sommergibili – la nostra esperienza incontra le ambizioni della Marina indiana, con un grande potenziale di opportunità reciproche, fino alla prospettiva di un hub logistico condiviso. A terra, sistemi ed elettronica per la difesa completano il quadro.

Il punto politico è questo: costruire insieme non significa cedere tecnologia, ma creare catene del valore condivise: piattaforme comuni, manutenzione in loco, accesso reciproco ai mercati e – non ultimo – accesso a una base manifatturiera e a materie prime, acciaio compreso, a costi competitivi.

In un’epoca in cui l’affidabilità degli approvvigionamenti vale quanto la qualità dei sistemi d’arma, questo irrobustisce la nostra autonomia produttiva senza intaccare l’interoperabilità con gli alleati. È il modo concreto in cui un Paese medio come l’Italia trasforma la propria eccellenza industriale in peso politico.

Italia e India condividono interessi prima ancora che valori: libertà di navigazione, resilienza delle filiere, stabilità di due regioni – il Mediterraneo allargato e l’Indo-Pacifico – che la geografia rende sempre più un unico spazio interconnesso. Siamo due penisole protese verso quei mari. Dalla loro connessione passa una delle direttrici decisive dei prossimi anni: l’Italia, se saprà unire diplomazia, industria e difesa in un solo disegno, può esserne tra i protagonisti e non tra gli spettatori

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