giovedì 13 agosto 2026

Nuovi riscontri sull’impiego di gru italiane nelle azioni dell’esercito israeliano in Cisgiordania

Il giornalista palestinese Mosab Shawer ci ha gentilmente concesso l'utilizzo di questo scatto che documenta l'azione di una gru Fassi per rimuovere strutture commerciali palestinesi nei pressi di Hebron. I fatti risalgono a fine dicembre 2025

Il coinvolgimento di mezzi italiani nell’occupazione della West Bank è diffuso. Ecco altri cinque episodi in cui gru Fassi e mezzi F.lli Ferrari hanno materialmente supportato le azioni illegali dell’Idf nell’ultimo biennio, dal quartiere di Al-Tireh a Ramallah ad Al-Samu, nei pressi di Hebron. Un’inchiesta resa possibile grazie alla documentazione video-fotografica di giornalisti palestinesi e al lavoro di Ong sul campo. Le aziende coinvolte non hanno risposto alle nostre domande

Anche le aziende del settore delle costruzioni sono complici di Israele nel commettere crimini di guerra fornendo a Tel Aviv escavatori, gru e bulldozer, ricordano Amnesty International e Human rights watch. Lo ha ricostruito da ultimo una recente inchiesta del Guardian che ha messo a nudo il ruolo delle multinazionali Volvo, Hyunday, Hitachi, Caterpillar, Doosan e Komatsu nell’occupazione di oltre il 20% del territorio libanese negli ultimi due anni. Queste sono ugualmente attive in Cisgiordania, dove -nell’attualità di una violenza israeliana senza precedenti che lascia presagire atrocità su larga scala secondo Hrw-, a supporto di confische e demolizioni delle proprietà palestinesi operano anche gru made in Italy, come già riportato da Altreconomia a marzo.

Ma se il coinvolgimento di mezzi italiani si pensava fosse limitato a soli 17 casi in Cisgiordania nel periodo tra il 2017 e il 2022, Altreconomia è riuscita a localizzare altri cinque episodi in cui gru italiane hanno supportato le azioni dell’esercito israeliano nell’ultimo biennio. Queste verifiche sono state possibili attraverso l’analisi di articoli, rapporti di Ong e soprattutto la preziosa documentazione video-fotografica di giornalisti palestinesi.

Il 14 luglio 2026, a supporto di coloni ed esercito israeliano intenti a restringere l’accesso del quartiere di Al-Tireh a Ramallah, c’era ad esempio una gru Fassi, prodotta ad Albino, in provincia di Bergamo. Come riportato dal giornalista Mutasem Saqaf Elhait, i blocchi di cemento installati dall’Idf rappresentano il primo passo per il controllo totale su chi può uscire ed entrare dall’area, in linea con le attività militari israeliane in Cisgiordania negli ultimi tre anni. Solitamente, il passo successivo è l’installazione di un cancello giallo mobile, controllato dall’Idf, evenienza in cui proprio un’altra gru Fassi è stata protagonista il 3 settembre dello scorso anno al villaggio di At-Tuwani, episodio denunciato dal recente rapporto di Mediterranea saving humans.

Mediterranea saving humans ha denunciato l’utilizzo di una gru Fassi per l’installazione di un cancello giallo mobile, controllato dall’Idf, al villaggio di At-Tuwani, nel settembre 2025

Il 14 maggio di quest’anno, invece, le autorità israeliane hanno utilizzato due mezzi civili made in Italy -una base Fassi e un braccio meccanico dell’azienda F.lli Ferrari (di base a Reggio Emilia)- per avviare lavori di costruzione presso l’edificio storico della municipalità di Hebron. Il lavoro sul sito, considerato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco, rappresenta una chiara violazione del diritto internazionale.

A dicembre 2025, ancora, una gru Fassi è stata utilizzata per smantellare un prefabbricato ad Al-Samu, vicino a Hebron, nell’ambito di una più ampia operazione di confisca di 42 strutture commerciali nel villaggio.

Il giornalista palestinese Mosab Shawer ci ha gentilmente concesso l’utilizzo di questo scatto che documenta l’azione di una gru Fassi per rimuovere strutture commerciali palestinesi nei pressi di Hebron. I fatti risalgono a fine dicembre 2025

Ma questo tipo di utilizzo è stato rintracciato anche in Libano, nel febbraio 2018, quando Israele ha avviato la costruzione di un muro di demarcazione tra i due Paesi, di cui parte all’interno del territorio libanese.

È da decenni che Amnesty e Hrw, insieme ad altre organizzazioni, qualificano come crimini di guerra la costruzione di barriere o altre infrastrutture oltre il proprio territorio, così come l’occupazione e la distruzione su larga scala di villaggi in Palestina. Negli ultimi tre anni, tuttavia, la complicità di compagnie private e Stati risulta ancora più palese, alla luce dei pronunciamenti della Corte internazionale di giustizia (l’ultima nel luglio 2024) e dal lavoro dei relatori speciali delle Nazioni Unite per i diritti umani, tra cui il rapporto “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio” a cura di Francesca Albanese.

“Non ci siamo occupati direttamente di casi italiani ma anche per loro vale quanto abbiamo scritto in relazione ad altre aziende: o rispetteranno le loro responsabilità nel campo dei diritti umani o subiranno le conseguenze delle loro azioni”, spiega ad Altreconomia Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. Alla Fassi gru Spa e a F.lli Ferrari, aggiunge, si applicherebbe la stessa logica osservata per altre aziende nel settore militare o che producono materiali dual-use.

“Devono assicurare di non essere coinvolte, in alcun modo e in alcuna forma, nell’occupazione illegale israeliana e nei crimini di diritto internazionale commessi da Israele”, continua Noury, con riferimento al rapporto pubblicato da Amnesty nel settembre 2025, “L’economia che favorisce i crimini di Israele“. “Se non lo faranno le aziende stesse, i loro dirigenti e dipendenti rischieranno azioni giudiziarie civili e, in alcuni casi, persino penali per aver contribuito e collaborato ai crimini israeliani”.

Per Human rights watch “qualsiasi processo di due diligence aziendale di base dovrebbe segnalare i rischi che l’azienda contribuisca a tali abusi, così da attivare misure rigorose per impedirlo”. Al Guardian Volvo, Komatsu, Hitachi construction machinery e HD construction equipment -che gestisce il marchio Hyundai- hanno dichiarato di disporre di simili processi sia per vendita diretta sia tramite loro concessionari, anche se affermano di avere “una capacità limitata sull’uso che i clienti fanno dei loro prodotti una volta venduti agli intermediari”.

Caterpillar, per contro, non ha risposto a una richiesta di commento del quotidiano britannico, ma si trova ad affrontare un rischio reputazionale ed economico negli Stati Uniti dove lo scorso aprile il Senato ha bloccato una vendita verso Israele del valore di 295 milioni di dollari dei suoi bulldozer D9, tristemente famosi per essere utilizzati da anni dall’esercito israeliano per demolire abitazioni e per aver schiacciato a morte l’attivista statunitense Rachel Corrie nel 2003 a Gaza.

Per quanto riguarda l’Italia, Fassi e F.lli Ferrari sembrano voler seguire l’esempio di Caterpillar. Contattate da Altreconomia non hanno risposto alle richieste di intervista.

Si ringrazia Filip Misic del gruppo studentesco Lèp (Uni BG) e i giornalisti Mutasem Saqaf Elhait, Mosab Sawer e William Christou per il supporto alla ricerca di evidenza video-fotografica delle aziende italiane.

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