.....la linea trumpiana in salsa Meloni
Esistono luoghi segreti dove vengono
trattenute le persone migranti negli aeroporti. L’inchiesta di
Fanpage.it dentro le “stanze dei rimpatri” attraverso la
testimonianza di chi è stato trattenuto a Malpensa per giorni tra
vuoti normativi e diritti negati.
3 Luglio 2026, 12:26
A cura
di Giulia Ghirardi
"Sono stato chiuso lì dentro per
tre giorni. Avevo fame, non potevo parlare con nessuno". È il
racconto a Fanpage.it di un giovane cittadino egiziano che lo scorso
giugno è stato trattenuto nelle cosiddette "stanze dei
rimpatri" dell'aeroporto di Malpensa prima di essere imbarcato
su un volo per l'Egitto. Si tratta di luoghi segreti, poco
conosciuti, sussidiari ai Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio)
istituiti nel 2018 dal ministero dell'Interno per trattenere le
persone migranti in attesa dell'espulsione.
Entrare in queste
stanze è quasi impossibile: giornalisti e avvocati non possono
accedervi liberamente e chi vi viene trattenuto, nella maggior parte
dei casi, viene espulso nel giro di poche ore o pochi giorni, senza
avere la possibilità di raccontare cosa è accaduto al loro interno.
È così che le "stanze dei rimpatri", o più
burocraticamente "locali idonei" e "stanze di
transito", restano una delle aree più opache del sistema
italiano delle espulsioni. Proprio in questa opacità, però, si
consumerebbero – come confermato a Fanpage.it dal giovane e dal suo
legale – limitazioni della libertà personale e violazioni di
diritti umani fondamentali.
Cosa succede nelle stanze dei
rimpatri
"Sono stato portato nelle stanze dei rimpatri di
Malpensa intorno alle 11:00 di domenica mattina", esordisce il
ragazzo a Fanpage.it. "Sono uscito martedì pomeriggio e mi
hanno rimpatriato". Fin dal primo momento del trattenimento il
giovane riferisce di aver chiesto di poter contattare il proprio
avvocato e la madre. "L'ho ripetuto tante volte. Loro non
volevano darmi il telefono. Mi han detto: non puoi chiamare nessuno",
aggiunge. "Solo martedì due agenti mi hanno chiesto se volessi
chiedere l'asilo politico. Allora mi hanno fatto fare una
videochiamata con il mio avvocato".
Dentro quelle stanze,
racconta, il tempo si ferma. "Mi hanno portato in una stanza
vuota": pareti di cemento e ferro, un letto, nessuna assistenza
sanitaria, nessun medico. C'è un bagno, ma "non si può andare
quando si vuole". Per mangiare, una brioche al mattino e un
panino a pranzo. La cena, semplicemente, non arriva. "Avevo
fame", sottolinea. E poi gli insulti. Uno degli agenti,
sostiene, avrebbe finto di non capirlo per poi rivolgergli ripetuti
insulti razzisti: "Uno di loro faceva finta di non capirmi e mi
insultava. Parlava male di me. Mi diceva: ‘Stai zitto neg**'".
Ad aggravare il quadro già critico, il fatto che – secondo il suo legale, l'avvocato Stefano Afrune – il rimpatrio del ragazzo sarebbe stato "illegittimo". Il giovane aveva, infatti, ottenuto in passato la protezione speciale, ma dopo il rigetto della conversione del permesso di soggiorno e la convalida dell'espulsione, era stato accompagnato a Malpensa per essere rimpatriato. Nel frattempo, però, il Tribunale di Catania, competente sulla sua domanda di protezione internazionale, aveva sospeso il provvedimento. Una decisione che, secondo la difesa, non sarebbe stata presa in considerazione prima dell'imbarco.
"L'espulsione è stata grave e illegittima", ha ribadito Afrune a Fanpage.it, annunciando iniziative giudiziarie per accertare eventuali responsabilità. Ma ancora più grave, ha denunciato, è ciò che accadrebbe all'interno delle stanze aeroportuali: libertà personale azzerata, possibilità di movimento ridotta al minimo, difficoltà nell'accedere al proprio difensore. Condizioni che, secondo il legale, integrerebbero "trattamenti degradanti e inumani".
Perché le "stanze dei rimpatri" sono problematiche
A questo punto del racconto sorge una domanda spontanea: come è possibile che esistano luoghi dove lo Stato limita la libertà delle persone senza che esistano regole chiare su come quella libertà debba essere limitata? La risposta arriva nero su bianco da un documento ufficiale dello Stato.
Già nella relazione del 2019, il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale denunciava la situazione delle stanze dei rimpatri. Una denuncia dura che, però, negli anni è rimasta sostanzialmente inascoltata. In particolare, il Garante ricordava che questi locali sono stati introdotti nel 2018 senza una disciplina specifica sulle modalità del trattenimento. In altre parole: si è deciso che delle persone potessero essere private della libertà, ma senza stabilire in modo dettagliato quali fossero le garanzie minime da assicurare. Eppure tutto questo sembra essere scomparso dal radar della politica. Da anni il dibattito pubblico parla incessantemente di rimpatri, espulsioni e controllo delle frontiere. Si discute di numeri, di voli charter, di accordi con i Paesi di origine. Ma quasi mai ci si chiede cosa accada alle persone prima di salire su quell'aereo in quelle stanze chiuse e senza tutele chiaramente definite.
È lo stesso meccanismo denunciato dal Garante quando descrive i Cpr come strutture costruite unicamente per contenere persone fino al rimpatrio, luoghi "non pensati", dove tutto ciò che riguarda la dignità della persona diventa un problema secondario, quasi un effetto collaterale da gestire. Se questa è la situazione dei Cpr, però, le stanze aeroportuali rappresentano il gradino più basso di quella stessa logica: meno trasparenza, meno controlli, meno diritti.
Il dato più sconcertante, però, è temporale. L'ultima fotografia istituzionale di queste strutture risale al 2019. Da allora il silenzio. Nessuna disciplina organica, nessuna vera riforma, nessun monitoraggio pubblico sistematico. Come se quelle stanze fossero semplicemente uscite dal dibattito, pur continuando a essere utilizzate. Sono luoghi che esistono ma che lo Stato sembra preferire non vedere. Stanze senza nome, nascoste dentro aeroporti e questure dove la libertà personale viene sospesa in una zona grigia del diritto. Quando, però, uno Stato costruisce spazi nei quali è possibile limitare diritti fondamentali senza regole chiare, senza trasparenza e senza controllo pubblico, il problema non riguarda più soltanto le persone che vi vengono rinchiuse. Riguarda la tenuta stessa dello Stato di diritto.

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