Siamo praticamente all'ultimo appuntamento prima della fase estiva. Chiaramente non ce l'abbiamo fatta in nove lezioni, perché alcune di esse sono state più laboriose. Le distanze tra le varie lezioni a volte ci ha aiutato a volte no, perché senza un lavoro tra una lezione e l'altra diventa sempre un po' difficile costruire il filo logico del discorso e memorizzarlo, assimilarlo per poter passare avanti.
Pensiamo che nella ultima fase di questo ciclo che riprenderemo in autunno cercheremo qualche innovazione anche tecnico-organizzativa, logistica per permettere la migliore riuscita in termini di continuità di partecipazione alle singole riunioni.
Facciamo le lezioni, aspettiamo che ci sia un pò di fermento in fabbrica e che una serie di operai siano più stabili nelle riunioni anche sindacali e poi centriamo il lavoro per porre ai lavoratori la necessità storica oltre che pratica della Formazione marxista.
Il punto non è di inseguire gli eventi, questi non te li puoi inventare se non c’è la spontaneità dei lavoratori, ma per il lavoro che stiamo facendo non si tratta di inseguire gli eventi ma, caso mai, di andare “contro gli eventi”, con la Formazione marxista, con l'agitazione politica, la propaganda, perché gli eventi non vanno in direzione di quello che noi vogliamo. Chiaramente quando diciamo “noi vogliamo” non è un desiderio soggettivo di noi militanti marxisti, comunisti; diciamo “vogliamo” nel senso di poter contribuire allo sviluppo del movimento reale
che abolisce lo stato di cose esistenti e pone il problema dell'alternativa comunista. Il discorso, per copiare uno slogan popolare, è “dove vai se il marxismo non ce l'hai”. Senza che hai la conoscenza degli elementi base di quello che succede, come pensi di fronteggiare gli effetti di quello che ti viene scaricato sulla tua testa.Questo è un discorso che facciamo anche quando interveniamo alle fabbriche, perché noi pensiamo che effettivamente senza che si risvegli la lotta operaia, la coscienza operaia, il movimento non è tutto se il fine è nulla, e il fine non è solo il programma comunista, è un nuovo potere che non può che essere di chi produce tutto nella società.
E’ la questione del potere dei lavoratori, del nuovo potere la chiave di volta, altrimenti si finisce nel parlamentarismo dei due volti della borghesia, uno da faccia feroce, uno da faccia riformista che, come abbiamo visto in tutti questi anni, hanno “accompagnato il morto” e piuttosto che darci progresso sociale, transizione anche graduale a una società migliore, ci hanno portato dalla Resistenza al governo Meloni, la dimostrazione più clamorosa della sconfitta di ogni soluzione riformista ai problemi della società.
Il problema è che come i padroni rifanno sempre la stessa strada in condizioni che permettono loro di sopravvivere come classe, dal nostro punto di vista la questione grave è che il movimento rifà sempre la stessa strada, non fa il bilancio dell'esperienza, bilancio che non riguarda il movimento in sé ma le sue avanguardie che in qualche maniera si devono distaccare dalla massa per guardare oltre le masse, per restituire alle masse. Questo oggi è più che mai necessario per non passare da ciarlatani, e contro i ciarlatani Marx è ferocissimo in alcuni scritti. Qui parliamo del Capitale perché è la principale opera, ma tutto l'universo del lavoro di Marx ci dà strumenti eccezionali, affilati per combattere lo stato di cose esistenti.
In uno degli scritti Marx dice che considerare l'ultimo governo come l'ultimo stadio della società da cui dipenderebbe il cambiamento di tutto, è pura ciarlataneria.
Perché la questione di fondo sono le leggi che muovono le mosse della classe dominante che non sempre ha coscienza di sé, anche se si muove secondo una dialettica del contingente. Anche la borghesia ha bisogno di suoi pensatori, suoi teorici per guardare al di là del proprio naso.
Questo produce una dinamica del potere avversario che a volte sembra caratterizzata dalla fortuna o dalla stupidità o dalla follia. Ma purtroppo si tratta di una follia lucida sovradeterminata dalla realtà storica materiale, dal sistema che la produce.
Noi stiamo facendo il lavoro di formazione dalle basi perché purtroppo ci siamo analfabetizzati. Abbiamo visto tempi migliori sia soggettivamente che oggettivamente e quindi vediamo con una certa lucidità molto sconfortante l'analfabetismo che caratterizza il movimento reale che dovrebbe combattere lo stato di cose esistente.
Questo per capire il senso del lavoro che tocca a noi fare più di altri, proprio perché abbiamo vissuto tempi migliori.
Il lavoro del professor Di Marco, e qui lo usiamo come categoria professionale perché il marxismo ha bisogno di intellettuali organici che sanno collegarsi alla dinamica del movimento reale ma senza banalizzare la teoria, perchè banalizzare la teoria significa banalizzare la storia del movimento operaio che l’ha prodotta e quindi ogni rifiuto della teoria è in ultima analisi un disprezzo storico verso le masse che hanno lottato e trasformato il mondo.
Quindi tutti i “compagni” del movimento che non vedono l'ora di liberarsi delle teorie o che trovano fastidioso fare studi teorici sono degli emeriti cialtroni.
Dice Max che il proletariato non ha nulla da perdere se non le proprie catene e un mondo da guadagnare. Certo, oggi per le difficoltà storiche di questo momento gran parte del proletariato non pensa che si devono e si possono rompere queste catene, e una parte pensa che contino i suoi piccoli movimenti, mentre si adegua al modo di vita esistente in generale della piccola borghesia, di quelli che stanno un po' meglio.
Non è ancora realmente concepito che tutto ciò che ci sta intorno è una catena e che c'è effettivamente la possibilità di spezzarla. Come diceva giustamente il Prof. Di Marco, nessuna forza rivoluzionaria è possibile se non ci sono le condizioni; ma la condizione da sola non basta, se c'è una consapevolezza della situazione oggettiva, manca ancora la condizione soggettiva, la fiducia nella possibilità dell’alternativa.
Noi non dobbiamo accettare e solo registrare questa realtà; dobbiamo avere pazienza, ma non “aspettare” la condizione necessaria; questa non avviene per singole persone ma come movimento reale sintetizzato in una coscienza soggettiva.
E’ una rottura che evidentemente richiede il ruolo di levatrice nella storia della violenza rivoluzionaria come unica condizione per la trasformazione sociale del proletariato e delle masse popolari.
L'avanguardia rivoluzionaria deve vivere quotidianamente come se la rottura accada domani, avendo nello stesso tempo la pazienza di aspettare che questo diventi una comprensione di massa.
Questa società capitalista fin dall'inizio produce ricchezza attraverso la povertà, e più si produce ricchezza più si produce povertà, perché - come dice il Prof. Di Marco, la povertà stessa è produttiva; e alla povertà assoluta si aggiunge la povertà relativa cioè quella di persone che pur lavorando e avendo un salario si trovano sempre peggio.
Vi è una guerra civile, più o meno latente, tra capitalista e operaio, da quando comincia il capitale le due classi stanno in guerra.

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