In tutti questi
anni, invece che diminuire per le tantissime denunce, gli scandali ad ogni
livello che svelano come i padroni dei marchi italiani fanno profitti
astronomici, e le promesse della ministra tuttachiacchiere Calderone, il fenomeno di questo che viene chiamato “caporalato”
è aumentato!
La borghesia
italiana che in questo momento ha a capo la fascista Meloni è apertamente
complice di un sistema di sfruttamento che va oltre il normale livello di
sfruttamento della classe operaia, ma che diventa sempre più alto. Dalle righe
dell’articolo del Manifesto del 28 giugno che riproponiamo si capisce quanto
siano pretestuose le cosiddette debolezze dei sistemi di controllo, che deve
fare addirittura ricorso ai fondi europei, mentre quasi quotidianamente le
lavoratrici e i lavoratori in lotta, ma anche in genere chiunque si ribelli a
questo sistema, viene apertamente represso con la forza, subendo denunce,
arresti e incriminazioni per “terrorismo”.
***
Prato, pochi
centesimi a capo: arrestato imprenditore tessile
Toscana L’indagine
partita da una dipendente a cui non veniva pagato il salario: tra 40 centesimi
e 2 euro ad abito con turni di 16 ore
Una protesta dei lavoratori tessili di Prato – Foto di
Aleandro Biagianti
Il distretto tessile di Prato continua a essere protagonista di sfruttamento e irregolarità diffuse. Un sistema che non riguarda solo le manifatture del capoluogo toscano a gestione cinese ma anche le loro committenti italiane, le industrie della moda. Ieri un imprenditore cinese è stato arrestato per avere impiegato 16 lavoratori in nero, privi di permesso di soggiorno, che venivano pagati a cottimo tra 40 centesimi e 2 euro per capo confezionato.
GLI OPERAI facevano
turni di 16 ore al giorno per sei o sette giorni a settimana. L’azienda era
intestata a un prestanome e le forze dell’ordine hanno trovato un dormitorio
dentro al capannone che ospitava 14 lavoratori in otto camere con pareti in
cartongesso, un solo bagno e condizioni igieniche fatiscenti. Le indagini sono
partite grazie alla denuncia di una lavoratrice aggredita dal datore durante
una lite per ottenere il pagamento del salario. Nell’annunciare l’arresto, il
procuratore Luca Tescaroli ha sottolineato il merito di una nuova metodologia
investigativa finanziata coi fondi europei del progetto “Alt Caporalato”. La
strategia, ha detto Tescaroli, si fonda su «un costante monitoraggio e un
pedinamento continuativo anche mediante l’installazione di sistemi di
videosorveglianza». Tuttavia le risorse e gli agenti rischiano di essere
insufficienti rispetto alle dimensioni del fenomeno.
NEL DISTRETTO DI
PRATO ci sono 7.119 aziende di moda, di cui 2.548 tessili e 4.571 di
abbigliamento, i lavoratori sono almeno 40mila secondo il comune. Col sommerso
potrebbero essere molti di più. Le loro nazionalità sono per lo più africane,
bengalesi e pakistane, le notizie di vessazioni sono all’ordine del giorno.
Martedì un gruppo di oltre 200 imprenditori e dirigenti cinesi ha assaltato un
picchetto di 80 operai del magazzino Acca che protestavano contro la
delocalizzazione dell’azienda. Il presidio, organizzato da Cobas, impediva
l’entrata e l’uscita delle merci ma i padroni hanno aggredito i lavoratori e le
forze dell’ordine. Un furgone ha investito un operaio, tre dirigenti cinesi
sono stati arrestati con l’accusa di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale.
POCO È CAMBIATO dall’incendio
che il primo dicembre 2013 uccise 7 operai mentre dormivano dentro una fabbrica
chiusa dall’esterno, accendendo i riflettori sulle condizioni disumane in cui
vivono i lavoratori nel distretto. Lo scorso febbraio il procuratore generale
di Firenze, Ettore Squillace Greco, ha detto che i reati di sfruttamento e
caporalato in Toscana sono aumentati del 170% in un anno e che i principali
protagonisti del fenomeno sono la produzione tessile a Prato e l’agricoltura a
Siena. Secondo l’ultimo rapporto dell’Ispettorato del lavoro, il 98% delle
imprese controllate a Prato è risultato irregolare. A poco sono servite le
varie visite della ministra del lavoro Calderone che aveva promesso di
interessarsi al problema. Lo scorso aprile sono stati firmati 24 accordi per
regolarizzare i lavoratori in alcune piccole fabbriche a gestione cinese che
prevedono il semplice rispetto della settimana lavorativa standard da 40 ore e
5 giorni.
PRIMA SI LAVORAVA tutta
la settimana per 12 ore al giorno. Altre 15 intese simili erano state siglate e
marzo e ne arriveranno di nuove. Ma il problema è nel sistema della moda, un
settore considerato fiore all’occhiello dell’Italia ma che è complice dello
sfruttamento. Che si tratti di marchi di lusso o fast fashion, i brand
commissionano capi di abbigliamento al costo più basso possibile. Per
garantirlo le aziende produttrici scaricano le esternalità sui lavoratori e,
per aggirare i controlli e sfuggire alle tassazioni, chiudono e riaprono con
altri nomi ma operano negli stessi capannoni e con gli stessi caporali. E chi
si iscrive al sindacato viene licenziato.
L’EXPORT del distretto tessile a Prato vale 2 miliardi ma i capi possono arrivare in vetrina con un prezzo fino a cento volte superiore a seconda dell’etichetta. Mentre i padroni cinesi delle fabbriche sono arrestati, i loro committenti sono perseguiti di rado. Un’eccezione riguarda Piazza Italia, marchio campano di abbigliamento a basso costo, per la quale lo scorso marzo il tribunale di Firenze ha disposto un anno di amministrazione giudiziaria. L’accusa non è lo sfruttamento diretto dei lavoratori bensì la rinuncia a vigilanza e verifiche nelle due fabbriche pratesi a cui era stata esternalizzata la produzione. Simili ramificazioni coinvolgono noti brand dell’alta moda come hanno dimostrato le inchieste della procura di Milano.
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