lunedì 29 giugno 2026

pc 29 giugno - “Alta Moda” bassi salari e violenza padronale. Il capitalismo continua a richiedere lavoro da schiavi: 16 ore al giorno, 6 o 7 giorni a settimana e lavoro a cottimo, da 40 centesimi a 2 euro per capo di abbigliamento, il “caso”, ancora una volta, di Prato…

In tutti questi anni, invece che diminuire per le tantissime denunce, gli scandali ad ogni livello che svelano come i padroni dei marchi italiani fanno profitti astronomici, e le promesse della ministra tuttachiacchiere Calderone, il fenomeno di questo che viene chiamato “caporalato” è aumentato!

La borghesia italiana che in questo momento ha a capo la fascista Meloni è apertamente complice di un sistema di sfruttamento che va oltre il normale livello di sfruttamento della classe operaia, ma che diventa sempre più alto. Dalle righe dell’articolo del Manifesto del 28 giugno che riproponiamo si capisce quanto siano pretestuose le cosiddette debolezze dei sistemi di controllo, che deve fare addirittura ricorso ai fondi europei, mentre quasi quotidianamente le lavoratrici e i lavoratori in lotta, ma anche in genere chiunque si ribelli a questo sistema, viene apertamente represso con la forza, subendo denunce, arresti e incriminazioni per “terrorismo”.

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Prato, pochi centesimi a capo: arrestato imprenditore tessile

Toscana L’indagine partita da una dipendente a cui non veniva pagato il salario: tra 40 centesimi e 2 euro ad abito con turni di 16 ore

Edizione 28/06/2026

 

Una protesta dei lavoratori tessili di Prato foto di Aleandro Biagianti

Una protesta dei lavoratori tessili di Prato – Foto di Aleandro Biagianti

Il distretto tessile di Prato continua a essere protagonista di sfruttamento e irregolarità diffuse. Un sistema che non riguarda solo le manifatture del capoluogo toscano a gestione cinese ma anche le loro committenti italiane, le industrie della moda. Ieri un imprenditore cinese è stato arrestato per avere impiegato 16 lavoratori in nero, privi di permesso di soggiorno, che venivano pagati a cottimo tra 40 centesimi e 2 euro per capo confezionato.

GLI OPERAI facevano turni di 16 ore al giorno per sei o sette giorni a settimana. L’azienda era intestata a un prestanome e le forze dell’ordine hanno trovato un dormitorio dentro al capannone che ospitava 14 lavoratori in otto camere con pareti in cartongesso, un solo bagno e condizioni igieniche fatiscenti. Le indagini sono partite grazie alla denuncia di una lavoratrice aggredita dal datore durante una lite per ottenere il pagamento del salario. Nell’annunciare l’arresto, il procuratore Luca Tescaroli ha sottolineato il merito di una nuova metodologia investigativa finanziata coi fondi europei del progetto “Alt Caporalato”. La strategia, ha detto Tescaroli, si fonda su «un costante monitoraggio e un pedinamento continuativo anche mediante l’installazione di sistemi di videosorveglianza». Tuttavia le risorse e gli agenti rischiano di essere insufficienti rispetto alle dimensioni del fenomeno.

NEL DISTRETTO DI PRATO ci sono 7.119 aziende di moda, di cui 2.548 tessili e 4.571 di abbigliamento, i lavoratori sono almeno 40mila secondo il comune. Col sommerso potrebbero essere molti di più. Le loro nazionalità sono per lo più africane, bengalesi e pakistane, le notizie di vessazioni sono all’ordine del giorno. Martedì un gruppo di oltre 200 imprenditori e dirigenti cinesi ha assaltato un picchetto di 80 operai del magazzino Acca che protestavano contro la delocalizzazione dell’azienda. Il presidio, organizzato da Cobas, impediva l’entrata e l’uscita delle merci ma i padroni hanno aggredito i lavoratori e le forze dell’ordine. Un furgone ha investito un operaio, tre dirigenti cinesi sono stati arrestati con l’accusa di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale.

POCO È CAMBIATO dall’incendio che il primo dicembre 2013 uccise 7 operai mentre dormivano dentro una fabbrica chiusa dall’esterno, accendendo i riflettori sulle condizioni disumane in cui vivono i lavoratori nel distretto. Lo scorso febbraio il procuratore generale di Firenze, Ettore Squillace Greco, ha detto che i reati di sfruttamento e caporalato in Toscana sono aumentati del 170% in un anno e che i principali protagonisti del fenomeno sono la produzione tessile a Prato e l’agricoltura a Siena. Secondo l’ultimo rapporto dell’Ispettorato del lavoro, il 98% delle imprese controllate a Prato è risultato irregolare. A poco sono servite le varie visite della ministra del lavoro Calderone che aveva promesso di interessarsi al problema. Lo scorso aprile sono stati firmati 24 accordi per regolarizzare i lavoratori in alcune piccole fabbriche a gestione cinese che prevedono il semplice rispetto della settimana lavorativa standard da 40 ore e 5 giorni.

PRIMA SI LAVORAVA tutta la settimana per 12 ore al giorno. Altre 15 intese simili erano state siglate e marzo e ne arriveranno di nuove. Ma il problema è nel sistema della moda, un settore considerato fiore all’occhiello dell’Italia ma che è complice dello sfruttamento. Che si tratti di marchi di lusso o fast fashion, i brand commissionano capi di abbigliamento al costo più basso possibile. Per garantirlo le aziende produttrici scaricano le esternalità sui lavoratori e, per aggirare i controlli e sfuggire alle tassazioni, chiudono e riaprono con altri nomi ma operano negli stessi capannoni e con gli stessi caporali. E chi si iscrive al sindacato viene licenziato.

L’EXPORT del distretto tessile a Prato vale 2 miliardi ma i capi possono arrivare in vetrina con un prezzo fino a cento volte superiore a seconda dell’etichetta. Mentre i padroni cinesi delle fabbriche sono arrestati, i loro committenti sono perseguiti di rado. Un’eccezione riguarda Piazza Italia, marchio campano di abbigliamento a basso costo, per la quale lo scorso marzo il tribunale di Firenze ha disposto un anno di amministrazione giudiziaria. L’accusa non è lo sfruttamento diretto dei lavoratori bensì la rinuncia a vigilanza e verifiche nelle due fabbriche pratesi a cui era stata esternalizzata la produzione. Simili ramificazioni coinvolgono noti brand dell’alta moda come hanno dimostrato le inchieste della procura di Milano. 

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