mercoledì 3 giugno 2026

pc 3 giugno - Bolivia: le proteste contro il governo stanno diventando una vera insurrezione - info

Dimezzamento dello stipendio e abrogazione della riforma agraria non stanno servendo a salvare la testa del presidente boliviano Rodrigo Paz Pereira, in carica da meno di un anno. Dopo un mese di proteste e decine di blocchi stradali, la capitale La Paz risulta ancora isolata, e i manifestanti – cittadini e lavoratori provenienti da tutti i settori – puntano verso un solo obiettivo: le dimissioni del governo. I colloqui con opposizioni e rappresentanti delle dimostrazioni sono bloccati, mentre dall’estero arrivano aiuti per arginare le ripercussioni dei blocchi delle infrastrutture stradali del Paese da parte dei manifestanti. A fare scattare le proteste è stato un miscuglio di elementi, tutti riconducibili al fallimento della politica del «capitalismo per tutti» del presidente Paz. La ricetta neoliberista della nuova Bolivia filo-statunitense sta venendo applicata da una manciata di mesi, ma tanto è bastato per fare sprofondare il Paese nel caos, e mettere a serio rischio la stabilità dell’esecutivo.

È complicato tracciare il filo che ha portato le proteste antigovernative boliviane a quello che sta gradualmente iniziando ad assumere i tratti di un moto insurrezionale. I primi lavoratori a mobilitarsi sono stati gli insegnanti, per chiedere un sistema educativo pubblico e gratuito; a essi si sono aggiunti gli agricoltori, che hanno contestato la nuova riforma agraria, i minatori, e gli indigeni, che già portatori di malcontento si sono trincerati attorno all’ex presidente Morales, attualmente sotto processo per accuse che egli definisce politicamente motivate. Rapidamente, le proteste sono finite per includere porzioni diverse e diversificate della popolazione boliviana.

A un mese dallo scoppio delle proteste – iniziate a cavallo tra la fine di aprile e l’inizio di maggio – si

contano una novantina di blocchi stradali (i dati provengono dalla mappa in tempo reale dei trasporti dell’Amministrazione autostradale boliviana, e sono aggiornati alla mattina di oggi, 2 giugno). I cosiddetti bloqueos costituiscono una delle forme di protesta più comuni in Bolivia – e in generale in diversi Paesi del Sudamerica – per via della conformazione delle infrastrutture stradali; sbarrando le principali strade, infatti, si riesce con relativa facilità a paralizzare l’intera nazione, interrompendo le forniture di carburante e cibo. La capitale La Paz, dopo tutto, è isolata: i blocchi hanno provocato scarsità di beni alimentari e risorse per gli ospedali, e il governo parla apertamente di sospensione delle terapie, carenza di farmaci e difficoltà nel trasporto delle persone con disabilità. I bloqueos hanno comportato perdite per 2 miliardi di dollari, e generato buchi per oltre il 2,25% del PIL.

Secondo il governo, fino al 21 maggio sono state arrestate 321 persone, 23 sono rimaste ferite, e 7 sono morte; le circostanze dei decessi, si legge, «dovranno essere accertate dalla Procura». Nonostante la dichiarata volontà di dialogare con i manifestanti e l’asserita preferenza delle parole alla violenza, il presidente Paz ha disposto l’acquisto di lacrimogeni per circa 8,5 milioni di euro e la polizia ha represso le proteste con la forza. I dialoghi, del resto, sono fermi. Sindacati e manifestanti chiedono le dimissioni di Paz e del governo, e le opposizioni hanno sospeso i negoziati con l’esecutivo perché quest’ultimo si è rifiutato di ritirare i mandati d’arresto nei loro confronti e di liberare le persone arrestate. I passi avanti fatti da Paz non sono valsi a nulla: il presidente ha dimezzato il proprio stipendio nel tentativo di avvicinarsi ai manifestanti e ha abrogato la contestata legge 1720 sull’agricoltura. I manifestanti, tuttavia, continuano a chiedere le sue dimissioni.

La legge 1720 introduceva la finanziarizzazione delle proprietà terriere. Essa consentiva ai proprietari delle aziende agricole di riqualificare i propri terreni in modo da utilizzarli come garanzia per le richieste di credito e – soprattutto – toglieva alla terra il carattere di impignorabilità, che la protegge dalle esecuzioni degli istituti finanziari. Essa non è l’unico intervento normativo avanzato dall’amministrazione Paz. Sulla scia del motto «capitalismo per tutti» Paz ha aperto alla liberalizzazione del sistema elettrico nazionale, eliminando il monopolio dell’agenzia statale ENDE, spianato la strada all’entrata nel Paese di colossi della tecnologia mondiale come SpaceX di Elon Musk e Amazon di Jeff Bezos, aperto agli investimenti esteri – specie statunitensi, e sulle risorse naturali come litio e rame; il presidente ha inoltre tagliato le spese pubbliche, cancellato la tassa sui grandi patrimoni, eliminato la contrattazione collettiva per gli stipendi eccedenti il salario minimo, bloccato il rinnovo dei salari nel pubblico e sospeso i sussidi statali sui carburanti. Quest’ultimo intervento, disposto con il ds 5503 e poi aggiornato con il ds 5516, è, assieme alla riforma agraria, tra i più contestati dai manifestanti e – nonostante le proteste – risulta ancora in vigore.

Generalmente parlando, in questi pochi mesi di governo, il presidente Paz ha puntato su una ricetta economica liberista supportandola con un più ampio riposizionamento del Paese sullo scacchiere geopolitico. Dopo anni di chiusura verso gli USA, Paz è tornato a rivolgere lo sguardo verso Washington, lavorando in stretta collaborazione con l’amministrazione Trump; il presidente boliviano ha inoltre riaperto i canali diplomatici con Israele, che erano stati interrotti con l’escalation del genocidio in Palestina.

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