giovedì 16 gennaio 2014

pc 16 gennaio: IN SPAGNA LE TORTURE E GLI STUPRI SONO DI STATO

Il CPT: “Una giovane basca violentata dai poliziotti spagnoli”
Si parla del Marzo del 2011, quando l’organizzazione armata Eta da tempo aveva dichiarato un cessate il fuoco unilaterale. La magistratura spagnola ordinò l’ennesima retata nella provincia basca della Bizkaia e molti militanti e attivisti della sinistra indipendentista finirono arrestati e condotti nei commissariati della Guardia Civil. Tra questi anche Beatriz Etxeberria: la donna, dopo i cinque giorni di ‘incomunicaciòn’, cioè di isolamento totale che la legge concede alle forze dell’ordine in caso di sospetti di ‘terrorismo’, denunciò di essere stata torturata e violentata dai poliziotti nella cella di un commissariato di Madrid. I media spagnoli, come sempre, si guardarono bene dal riprendere la denuncia della giovane basca. Da tempo, d’altronde, magistrati e politici hanno spiegato che “l’Eta ordina ai suoi, quando vengono catturati, di gridare alla tortura”; e quindi che denuncia gli abusi e le violenze, in base a questo fine ragionamento, confermano paradossalmente di appartenere all’organizzazione armata. Neanche nel Paese Basco ci fu particolare attenzione per quanto era avvenuto, a parte le formazioni di sinistra e delle organizzazioni per i diritti dei prigionieri e contro la repressione. Neanche alcuni dei partiti che pure sabato scorso hanno convocato la grande manifestazione di Bilbao si erano preoccupati molto di quanto denunciava Beatrix Etxeberria. Ma il caso ora è arrivato fino al Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (CPT) che l’ha inserito nella relazione relativa all’ispezione dei suoi membri nell’aprile del 2011. Secondo il CPT la denuncia della donna è “credibile e consistente”. Secondo il Comitato europeo molti degli arrestati dei primi sei mesi del 2011 furono torturati: alcuni di loro si videro applicata la ‘bolsa’ – una busta di plastica in testa per asfissiarli – oppure furono obbligati a fare esercizi fisici fino allo svenimento. Afferma poi la relazione a pagina 16: “Una terza persona ha ricevuto schiaffi e pugni durante il trasferimento a Madrid da parte della Guardia Civil, e nel corso del primo interrogatorio nel commissariato di via Guzman el Bueno la fecero spogliare, la avvolsero al suolo in una coperta e la colpirono ripetutamente. Poi ha raccontato che durante un altro interrogatorio, mentre aveva la busta di plastica in testa, le applicarono vasellina nella vagina e nell’ano e le introdussero un palo di legno nel retto, continuandola a minacciare di altri abusi sessuali se non avesse parlato. Disse che la mantennero nuda ogni volta che veniva interrogata (…), e dopo averla bagnata con acqua le attaccarono al corpo degli elettrodi minacciandola di torturarla con l’elettricità”. Aggiunge poi la relazione del CPT: “Gli abusi cessarono quando alla fine decise, l’ultimo giorno di isolamento in commissariato, di rendere una dichiarazione. Le denunce di maltrattamenti e di violenza sessuale furono registrate nella relazione del medico forense appena conslusa la incomunicaciòn”.
E’ lo stesso Comitato Europeo a spiegare perché le denuncia della donna sono credibili e perché è stata sottoposta a tortura: “stando alle informazioni raccolte, sembra che lo scopo dei maltrattamenti fosse quello di ottenere che la persona arrestata firmasse una dichiarazione (cioè una confessione) prima che si concludesse il periodo di incomunicaciòn”. Il caso è ritornato alla ribalta perché la relazione del Cpt è stata pubblicata – con due anni di ritardo – insieme alle note di competenza del governo spagnolo. Curiosamente, nonostante le note spagnole riempiano 205 pagine contro le 102 totali della relazione del Cpt, nella parte di competenza di Madrid non c’è accenno alle denunce dei prigionieri baschi. Anzi, i funzionari spagnoli affermano che i prigionieri baschi – pardon, terroristi – sono stati trattati con i guanti bianchi e che le denunce rispondono alla propaganda dell’Eta che vuole mettere in cattiva luce le istituzioni di Madrid. Il Cpt insiste chiedendo alle autorità spagnole di portare avanti “una indagine rigorosa e indipendente sui metodi utilizzati dagli ufficiali della Guardia Civil quando arrestano o interrogano dei prigionieri” e pretende “di ricevere entro tre mesi un rapporto dettagliato sulle azioni adottate per rendere effettive le sue raccomandazioni” ricordando che la Spagna si guarda bene, sistematicamente, dall’indagare denunce di tortura che pure lo stesso organo europeo di controllo ha segnalato a Madrid come credibili – come quelle di Mikel San Argimiro, Aritz Beristan e Martxelo Otamendi. La Etxebarria non fu l’unica a subire torture durante la retata del marzo del 2011. Un altro degli arrestati, Daniel Pastor, finì in ospedale dopo l’arresto, ma ufficialmente a causa di ‘atti di autolesionismo’. Naturalmente i collettivi baschi che si occupano della lotta contro la pratica della tortura in Euskal Herria – Tat e Behatokia - salutano con favore il fatto che il Cpt abbia raccolto una lora denuncia. Ma si chiedono quando alle parole seguiranno fatti concreti.


pc 16 gennaio - il razzismo leghista non è un'opinione

il razzismo della lega lombarda che si esprime contro il ministro Kienge non è un'opinione ma una ideologia organica antioperaia e antipopolare da combattere.
 Altro che libertà di critica e libertà di stampa, 
esiste già la legge mancino che se applicata realmente da questo stato potrebbe perseguire e sciogliere la lega e chiudere la padania
Ma come sempre  lo stato borghese non è in grado di far rispettare la sua stessa "democrazia" 
dato che è il principale fomentatore dall'alto di tale ideologia reazionaria attraverso leggi come la bossi-fini, cie, respingimenti, sfruttamento dei lavoratori…

pc 16 gennaio - 85 deputati indagati su 90: "spese pazze" alla regione Sicilia… dopo il Lazio, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Basilicata, Sardegna, Calabria, Abruzzo, Molise… ovvero la delinquenza al potere

Viaggi, cene, regali, benefit ai propri collaboratori, persino la revisione del proprio ciclomotore: c’è di tutto tra le spese dei gruppi parlamentari siciliani finite nell’inchiesta della magistratura. Fondi pubblici che sarebbero stati utilizzati per scopi personali con disinvoltura.
Il movimento autonomista dell’ex presidente Raffaele Lombardo, per esempio, avrebbe usato 24.300 euro del gruppo per pagare l’affitto e le opere di manutenzione della sede regionale del partito in via Libertà 62, a Palermo. A gestire le somme sarebbe stato Nicola D’Agostino, ex presidente del gruppo, al quale sono contestati pure pagamenti ai dipendenti per indennità non dovute dal contratto, secondo i pm, per 25.489 euro.
Spese ritenute dai pm non giustificate sono state attribuite anche a Paolo Ruggirello, ex capogruppo dell’Mps, che, disposto il pagamento, richiesto dall’onorevole Giovanni Greco, a favore della «Atalante Servizi Srl», per la «cura delle email e l’aggiornamento del sito», per un totale di quasi 4 mila euro. Il rappresentante legale della società è risultata Giuseppa Schimmenti, moglie di Greco.
L’ex parlamentare del Pd e poi gruppo Misto, Dino Fiorenza, avrebbe «regalato» un cenone di Capodanno alla dipendente Elena Mancuso, pagando 637 euro, così come evidenziato da ricevuta emessa da Villa Neri Resort & Spa di Linguaglossa, provincia di Catania.
L’ex capogruppo del Pdl, Innocenzo Leontini, avrebbe pagato festivi non spettanti ai dipendenti del gruppo e concesso loro anticipazioni e prestiti mai restituiti. A una dipendente, tra febbraio e aprile 2010 sarebbero stati corrisposti 12.600 euro circa di indennità pur avendo concesso in quel periodo ben 53 giorni di «permessi retribuiti non giustificati». Persino la dipendente Assunta Scalia, collocata a riposo per raggiunti limiti di età, ha ricevuto un bonifico da 2.637 euro. Ma a fare scalpore sono alcune spese che nulla avrebbero a che vedere con gli scopi istituzionali: risultano nelle carte gli acquisti di articoli vari in una gioielleria di Modica per 7.100 euro, di piatti di cristallo, tazze, piatti in acciaio, di 18 lettori dvd per 1.728 euro.
E ancora, 150 euro sono stati spesi per acquistare i fiori per la nascita del figlio dell’onorevole Caronia, 237 euro per l’acquisto di 14 panettoni, 14 pandori e 28 bottiglie di spumante e 830 euro per la riparazione di un’autovettura non identificata. Curioso pure il pagamento di un bollettino Serit da una sessantina di euro a nome di Leontini.
Fiume di denaro contestato pure a Rudy Maira, ex capogruppo del Pid. Nelle carte figura una ricevuta fiscale da 600 euro emessa dal ristorante «Charleston» di Palermo, relativa a pasti per 11 persone, non intestata.
All’ex deputato Marianna Caronia i pm contestano soprattutto di non aver esibito alcuna documentazione per quanto riguarda diversi bonifici effettuati. Dal febbraio al novembre 2011, come componente del Gruppo misto, Caronia ha ricevuto 25 mila euro circa «per non meglio specificate spese inerenti alla loro attività politica sul territorio di riferimento». Poi, da presidente del gruppo, ha effettuato tutta una serie di bonifici agli altri deputati Cataldo Fiorenza, Mario Bonomo, Cateno De Luca e Riccardo Savona, «senza fornire alcuna documentazione contabile che attestasse l’utilizzo».
L’ex capogruppo dell’Mpa, Lino Leanza, avrebbe poi effettuato una serie di pagamenti, con assegni bancari, a favore di persone non appartenenti al gruppo parlamentare Mpa per quasi 10 mila euro, mentre altri 13 mila euro sarebbero stati spesi per attività non istituzionali come la stampa di biglietti da visita o l’acquisto di regali.
Che i soldi del gruppo siano stati utilizzati a fini privati, lo dimostrerebbero pure le spese dell’ex capogruppo di Fli Livio Marrocco, che avrebbe utilizzato le somme dell’Ars persino per pubblicare un necrologio. A Marrocco è contestato anche l’utilizzo di 13.975 euro per regali, pranzi e acquisti vari, da Ipad a pasta fresca, abbigliamento, articoli da profumeria, ottica, lavanderia e pure la revisione del motociclo personale. Tra le carte anche soggiorni in località varie assieme a una donna formalmente non legata, scrivono i pm, da alcun rapporto con il Gruppo parlamentare dei finiani.

Gli indagati

  1. ADAMO Giulia, nata a Marsala (TP) il 18/05/1949
  2. AMMATUNA Roberto, nato a Pozzallo (RG) il 27/07/1952
  3. APPRENDI Giuseppe, nato a Palermo il 01/10/1949
  4. ARDIZZONE Giovanni, nato a Messina il 15/01/1965
  5. ARENA Giuseppe Gilberto Agatino, nato a Catania il 04/02/1969
  6. BARBAGALLO Giovanni, nato a Trecastagni (CT) l'01/06/1952
  7. BARTOLOTTA Marcello, nato a Limina (ME) il 26/06/1952
  8. BONOMO Mario, nato a Siracusa il 30/03/1962
  9. BUFARDECI Giambattista, nato a Monterosso Almo (RG) il 18/04/1953
  10. CALANDUCCI Francesco, nato a Palagonia (CT) il 25/07/1955
  11. CAPPADONA Nunzio, nato a San Piero Patti (ME) il 06/03/1963
  12. CARONIA Maria Anna, nata a Palermo il 07/11/1969
  13. CASCIO Francesco, nato a Palermo il 17/09/1963
  14. CASCIO Salvatore, nato a Sciacca (AG) il 02/06/1959
  15. CATALANO Santo, nato a Favignana (TP) l'08/05/1956
  16. CIMINO Michele, nato a Porto Empedocle (AG) il 12/08/1968
  17. COLIANNI Paolo, nato a Calascibetta (EN) il 23/12/1956
  18. CORDARO Salvatore, nato a Palermo il 18/08/1967
  19. CRACOLICI Antonino, nato a Palermo il 24/02/1962
  20. CRISTAUDO Giovanni, nato a Catania il 06/10/1944
  21. CURRENTI Carmelo, nato a Gallodoro (ME) il 07/04/1960
  22. D'AGOSTINO Nicola, nato a Catania il 19/05/1968
  23. D'ANTONI Orazio, nato a Catania il 29/04/1960
  24. D'AQUINO Antonio, nato a Messina il 10/10/1965
  25. DE BENEDICTIS Roberto, nato a Siracusa il 22/09/1958
  26. DE LUCA Cateno, nato a Fiumedinisi (ME) il 18/03/1972
  27. DI BENEDETTO Giacomo, nato ad Agrigento il 31/03/1962
  28. DI GUARDO Antonino, nato a Misterbianco (CT) il 09/02/1943
  29. DI MAURO Giovanni, nato ad Agrigento il 27/06/1956
  30. DI PASQUALE Cinzia, nata a Palermo il 04/11/1967
  31. DIGIACOMO Giuseppe, nato a Comiso (RG) l'08/04/1957
  32. DINA Antonino, nato a Vicari (PA) il 12/01/1957
  33. DONEGANI Michele Donato Giulio, nato a Gela (CL)
  34. FAGONE Fausto Maria, nato a Palermo il 29/03/1966
  35. FARAONE Davide, nato a Palermo il 19/07/1975
  36. FEDERICO Giuseppe, nato a Gela (CL) il 18/03/1964
  37. FERRARA Massimo, nato ad Alcamo (TP) il 22/01/1940
  38. FIORENZA Cataldo, nato a Mareeba (Australia) il 12/03/1963
  39. FORZESE Marco Lucio, nato a Catania il 27/03/1963
  40. GALVAGNO Michele, nato a Centuripe (EN) il 18/05/1954
  41. GENNUSO Giuseppe, nato a Rosolini (SR) il 04/11/1953
  42. GENTILE Luigi, nato a Raffadali (AG) il 11/11/1959
  43. GIANNI Giuseppe, nato a Solarino (SR) il 29/03/1947
  44. GIUFFRIDA Salvatore, nato a Catania il 13/04/1956
  45. GRECO Giovanni, nato a Marineo (PA) il 08/11/1945
  46. GUCCIARDI Baldassare, nato a Salemi (TP) l'01/05/1957
  47. INCARDONA Carmelo, nato a Ragusa l'08/01/1964
  48. LACCOTO Giuseppe, nato a Brolo (ME) il 28/04/1949
  49. LEANZA Nicola, nato a Maletto (CT) il 27/03/1957
  50. LENTINI Salvatore, nato Palermo il 29/02/1960
  51. LEONTINI Innocenzo, nato ad Ispica (RG) il 25/05/1959
  52. LO GIUDICE Giuseppe, nato a Trapani il 31/01/1952 
  53. LOMBARDO Raffaele, nato a Catania il 29/10/1950
  54. LUPO Giuseppe, nato a Palermo il 18/03/1966
  55. MAIRA Raimondo Luigi Bruno, nato a San Cataldo (CL)
  56. MANCUSO Elena, nata a Caltagirone (CT) il 05/04/1978
  57. MARINELLO Vincenzo, nato a Palermo il 21/03/1973
  58. MARINESE Ignazio, nato a Roma il 31/07/1943
  59. MARROCCO Livio, nato ad Erice (TP) il 27/12/1976
  60. MARZIANO Bruno, nato a Noto (SR) il 04/10/1952
  61. MATTARELLA Bernardo, nato a Palermo il 15/08/1959
  62. MINARDO Riccardo, nato a Modica (RG) l'01/02/1951
  63. MINEO Francesco, nato a Milano il 18/08/1958
  64. MUSOTTO Francesco, nato a Palermo l'01/02/1947
  65. NICOTRA Raffaele, nato a Aci Catena (CT) l'01/07/1956
  66. ODDO Camillo, nato a Valderice (TP) il 07/08/1956
  67. PANARELLO Filippo, nato a Messina il 15/08/1950
  68. PANEPINTO Giovanni, nato a Bivona (AG) il 08/11/1961
  69. PANTUSO Salvino, nato a Maturim (Venezuela) il 23/10/1954
  70. PARLAVECCHIO Mario, nato a Palermo il 09/01/1957
  71. PICCIOLO Giuseppe, nato a Messina il 24/07/1965
  72. POGLIESE Salvatore Domenico Antonio, nato a Catania il 03/03/1972
  73. RAGUSA Orazio, nato a Scicli (RG) il 13/06/1955
  74. RAIA Concetta, nata a Grammichele (CT) il 15/03/1965
  75. RINALDI Francesco, nato a Messina il 09/12/1960
  76. ROMANO Fortunato, nato a Messina il 07/11/1964
  77. RUGGIRELLO Paolo, nato a Trapani il 10/03/1966
  78. SAVONA Riccardo, nato a Palermo il 12/03/1952
  79. SCAMMACCA DELLA BRUCA Guglielmo, nato a Catania l'08/12/1948
  80. SCIASCIA Raimondo, nato ad Agrigento il 21/07/1961
  81. SCILLA Antonino, nato a Mazara del Vallo (TP) il 10/05/1968
  82. SPEZIALE Calogero Arturo Giorgio, nato a Caltanissetta il 18/05/1951
  83. SULSENTI Giuseppe, nato negli Stati Uniti d'America il 06/04/1963
  84. TERMINE Salvatore, nato a Enna il 03/06/1950
  85. VITRANO Gaspare, nato a Palermo il 20/08/1961

Collaboratori ed esterni
  1. BARBARO Vincenzo, nato a Palermo il 31/05/1969
  2. CIPRIANI Giuseppe, nato a Corleone (PA) il 10/12/1961
  3. DE LUCA Lorenzo, nato a Palermo il 04/06/1965
  4. DI LIBERTO Gregorio, nato a Palermo 29/07/1968
  5. DRAGO Anna Lucia, nata a Naro (AG) il 13/06/1961
  6. IRACI Sergio, nato a Palermo il 23/05/1982
  7. MESSANA Vito, nato ad Alcamo (TP) il 25/07/1943
  8. MESSINA Margherita, nata a Palermo il 02/10/1947
  9. OLIVA Vincenzo, nato a Catania l'01/09/1958
  10. ROSCIOLI Anna Maria, nata a Palermo il 07/07/1960
  11. SPAMPINATO Giuseppe, nato a Catania il 25/02/1962


AVVISI DI GARANZIA CON INVITO A COMPARIRE
Giulia Adamo, Nunzio Cappadona, Antonello Cracolici, Francesco Musotto, Rudy Maira, Nicola Leanza, Nicola D’Agostino, Giambattista Bufardeci, Marianna Caronia, Paolo Ruggirello, Livio Marrocco, Innocenzo Leontini e Cataldo Fiorenza.


e altri articoli di vari quotidiani

pc 16 gennaio - India - donne in lotta - operai in lotta - prigionieri politici in lotta - 25 gennaio giornata internazionale di solidarietà e lotta - aderite e partecipate in tutte le forme possibili




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pc 16 gennaio - dallo stato spagnolo - dopo Burgos la rivolta si estende -

in spagnolo in via di traduzione

 

Comunicado de la Asamblea Vecinal de Gamonal


Violencia es, llenar la ciudad de policías, si se les puede llamar por este nombre y no por el de mercenarios, que están pegando a nuestros hijos y vecinos.
 
La vorágine de acontecimientos se sucede en Gamonal en un conflicto vecinal avivado por la intransigencia de un consistorio que se haya maniatado por los intereses especulativos de las grandes empresas de la construcción. Publicamos a continuación el comunicado que la Asamblea Vecinal contra el bulevar de la calle Vitoria ha consensuado esta misma mañana del martes 14 de enero.


 El estado de excepción registrado ayer en el barrio, al que se han desplazado cientos de unidades antidisturbios enviadas por el Ministerio de Interior, no ha logrado detener la movilización social que crece imparable y comienza ya dar sus frutos frente al totalitarismo institucional.
 
Lo acontecido durante estos cinco días de revueltas, no puede ser explicado con simplezas como las de la prensa o mentiras como las de instituciones y ayuntamiento, si no con realidades y verdades como puños.
 
Lo que comenzó como una protesta vecinal contra el proyecto de realización de un bulevar en la calle vitoria en Gamonal, obra impuesta desde una postura totalitaria y que durante meses los vecinos han rechazado en numerosas movilizaciones y manifestaciones, se ha convertido en una expresión del descontento generalizado.
 
No vamos a detallar las lindezas de este proyecto, simplemente con una mínima racionalidad, se evidencia un intento más,en estacomo en otras ciudades, de mantener la especulación urbanística y el fomento de la corrupción generalizada de la clase política, aumentando aun más los beneficios de las clases dominantes frente al pueblo.
 
En este caso, frente a un barrio de vecinos, obrero, ahogado en facturas, impuestos, multas, hipotecas sin pagar, desahucios y con una cifra de parados que llega hasta 18.000 personas. Hasta ahora nada diferente a lo que está ocurriendo a nivel estatal, a raíz de la famosa crisis, en la cual las diferencias sociales se han hecho abismales.


 Por ello lo acontecido durante estos días no solo es el rechazo de todo un pueblo a un proyecto de especulación urbanística,que costará al barrio trastornos de aparcamiento, tráfico y 8 millones de euros, de los cuales ningún vecino verá beneficio alguno, solo los años que condenaran a generaciones y generaciones a costear obras faraónicas y engordar las saneadas cuentas de empresarios y políticos corruptos. El rechazo supone muchas más cosas, es la expresión de rabia colectiva, rabia en los jóvenes que no ven futuro alguno en estas condiciones, de los mayores que con tristeza, se han dado cuenta de que todos los supuestos derechos que tanto sudor y sangre han costado conseguir, en menos de 6 años se han ido al garete, y sobre todo la prepotencia e intolerancia del poder que domina e impone, sin escuchar a nada ni a nadie. Ellos hacen las leyes, blindan la democracia para preservar sus privilegios, y la realidad es que si los incidentes del pasado viernes no hubieran ocurrido, jamás nadie nos habría escuchado. La paz social la han roto ellos y no los jóvenes violentos encapuchados como algunos quieren hacernos creer, en el barrio todos sabemos lo que pasa, estamos unidos, no tenemos miedo a dar la cara.


Violencia es, llenar la ciudad de policías, si se les puede llamar por este nombre y no por el de mercenarios, que están pegando a nuestros hijos y vecinos , deteniendo ya a 47 personas, provocando cortes de luz y teléfono en algunas casas, redadas y cacheos indiscriminados.El sábado lanzaron más de una treintena de pelotas de goma hiriendo seriamente a vecinos, de los cuales apenas nadie ha hecho mención, solo de los ataques recibidos por los cuerpos de seguridad cuando la violencia y la situación es desproporcionada.


A su vez el aparato represivo del estado no ha dudado en aplicar condenas ejemplarizantes a todos aquellos que muestren cualquier tipo de disconformidad, el boceto de ley de seguridad ciudadana presentada por el gobierno recientemente da buena cuenta de las intenciones del estado,que se hace llamar a si mismo democrático, pero la verdad es que si esto es democracia, tampoco la queremos. En su nombre se justifican todo tipo de atrocidades, entre ellas los dos jóvenes del barrio y no de la kaleborroka o de fuera como algunos continúan tratando de sostener, enviados ayer a prisión preventiva.
 
La lucha debe continuar y las revueltas extenderse a otras ciudades del estado y porque no, del resto del mundo. El descontento de estos días no solo es por las obras del bulevar, aquí hay muchos más motivos, la lucha es por una vida digna, por nuestros derechos y preservar y dotar de significado a la palabra LIBERTAD.
 
 
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El 'efecto Gamonal' se extiende y se multiplican las marchas de apoyo

Cientos de personas recorren Madrid para mostrar su apoyo a los vecinos del barrio burgalés

También se han producido concentraciones en Sevilla, Logroño, Oviedo y Valladolid

FOTOS: La Policía detiene a un bombero de servicio tras la marcha de Madrid 

Varios cientos de personas se congregan en la Puerta del Sol en apoyo al barrio de Gamonal
Varios cientos de personas se congregan en la Puerta del Sol en apoyo al barrio de Gamonal

El 'efecto Gamonal' se extiende por toda España y en las últimas horas se han multiplicado los actos de apoyo a las protestas vecinales de Burgos. Madrid, Oviedo, Sevilla, Logroño y Valladolid han sido escenario de concentraciones y marchas que han transcurrido entre mensajes por la puesta en libertad de los detenidos y los lemas habituales del 15M.
 
En Madrid, varios cientos de personas convocadas por diversos movimientos y colectivos sociales se han concentrado desde las 19:00 horas en la Puerta del Sol tras tres pancartas con las leyendas "Gamonal no se rinde", "Todos somos Gamonal" y "Gamonal, la chispa que enciende la revolución".
 
Pasadas las ocho de la tarde, la concentración ha derivado en una marcha que desde Sol se ha dirigido a Gran Vía y desde allí a la plaza de Cibeles entre cánticos de "detenidos libertad", "antidisturbios fuera de burgos" o "libertad a los presos por luchar" y una notable presencia policial. 
 
Cerca de las nueve de la noche, cuando los manifestantes se han acercado a la sede del Partido Popular en la calle Génova se han producido las primeras cargas policiales e incidentes a la altura de la plaza de Colón. Once personas han sido detenidas, según la Delegación del Gobierno. Uno de ellos es un bombero que se encontraba de servicio. Miembros de los cuerpos antidisturbios han llegado a acceder a la estación de metro que hay bajo la plaza en busca de manifestantes.
En Sevilla, la concentración convocada para las 19:00 horas ha dado lugar también a una marcha que ha recorrido el centro de la ciudad. Los manifestantes han pasado ante la sede del Partido Popular donde se han producido varias identificaciones.
 
Cientos de personas se han sumado también a las convocatorias de Valladolid, Logroño y Oviedo, donde, en principio, no se han registrado incidentes.

pc 16 gennaio - Fiat di Termini Imerese, continua la lotta degli operai con il presidio davanti ai cancelli chiusi… per una organizzazione dal basso e combattiva contro padroni e istituzioni!

"…organizzare una lotta capace di rimettere al centro dell'interesse e dell'attenzione di tutti la condizione degli operai" è stato detto nella prima assemblea del gruppo di operai che si è riunito al di fuori dei sindacati confederali, presso la sede dello Slai Cobas per il sindacato di classe, è questo primo risultato è stato raggiunto!
L'azione di questi operai ha spinto i sindacati confederali ad organizzare la mobilitazione (con assemblee davanti la fabbrica e occupazione dell'autostrada), attraverso la quale è stato fatto un incontro in Prefettura che ha spinto alla promessa, messa nero su bianco poi dal Ministero dello Sviluppo Economico, di un incontro per il prossimo 31 gennaio a Roma.
Come dice l'articolo che riportiamo sotto, il 31 gennaio è lontano… e noi aggiungiamo che questi sono specialisti nel prendere tempo e tempo gli operai non ne hanno più. In particolare per questi operai, se non si trova una soluzione entro aprile, la cassa integrazione in deroga che scade il 30 giugno non garantirà niente!

Come ancora si diceva all'assemblea "si tratta di una sfida importante" per la quale gli operai hanno bisogno di "una riorganizzazione dal basso e combattiva necessaria per affrontare al meglio padroni e istituzioni".

***

TERMINI. In attesa del tavolo tecnico in programma il 31

Fiat, continua il presidio davanti ai cancelli chiusi

A Termini protestano da nove giorni gli operai dello stabilimento Fiat di Termini Imerese e del suo indotto. Continua il presidio davanti ai cancelli della fabbrica dell'area industriale termitana, chiusa da due anni e con oltre mille operai in cassa integrazione, ma solo fino al giugno di quest'anno. La convocazione al tavolo tecnico del ministero dello Sviluppo Economico sulla vertenza Fiat è ancora lontana. La riunione, a cui parteciperanno rappresentanti del governo nazionale, della Regione Siciliana, del gruppo Fiat e dei lavoratori, è in programma per il prossimo 31 gennaio. In quella data si tornerà a parlare dei piani delle nuove aziende che prenderanno il posto della Fiat per il rilancio del sito industriale imerese. Anche ieri mattina le tute blu e gli operai dell'indotto, dopo aver trascorso l'ottava notte all'addiaccio, sono tornati a radunarsi in assemblea davanti ai cancelli della fabbrica. La mobilitazione di lavoratori dello'area industriale terminata prosegue: per i prossimi giorni sono in programma nuove manifestazioni, in vista della riunione del 31 gennaio a Roma, dove probabilmente una delegazione di operai si recherà per effettuare un sit-in di protesta, in concomitanza con tavolo tecnico al dicastero di via Veneto. Gli operai continuano a chiedere certezze per il futuro perché, dopo il 30 giugno 2014, scadrà la cassa integrazione in deroga e, senza soluzioni industriali concrete, l'alternativa saranno i licenziamenti collettivi, come già avvenuto per i 160 dipendenti della Lear Corporation, azienda che forniva i sedili della Lancia Ypsilon ed i 19 lavoratori della Clerprem, ditta che forniva materiale per i sedili alla Lear Corporation.

Giornale di Sicilia

16 gennaio 14

pc 16 gennaio - Afghanistan: bombardamento Nato uccide donna e sette bambini

Afghanistan: bombardamento Nato uccide donna e sette bambini
La presidenza afgana ha accusato oggi le forze di occupazione statunitensi di avere ucciso otto civili - una donna e sette bambini - con un bombardamento aereo nella provincia di Parwan, a nord di Kabul.

Il capo dello Stato afghano, Hamid Karzai, "condanna con la massima fermezza il bombardamento delle forze aeree americane che ha portato alla morte di una donna e di sette bambini", ha indicato la presidenza afgana in un comunicato. Condanne di circostanza, come sempre.

pc 16 gennaio - Gli avvocati dei notav: impossibile garantire il diritto di difesa


  • avvocatiPubblichiamo qui di seguito il comunicato stampa che il collegio difensivo dei notav imputati al maxiprocesso ha diffuso stamane sottoscrivendolo in 30. Da tempo denunciamo il clima di irregoalrità e intimidazione che subiscono i nostri legali all’interno di questo processo che si svolge nell’aula bunker delle carcere delle Vallette con 2 udienze settimanali calendarizzate fino a Giugno. Oltre a questo abbiamo registrato in più report i sotterfugi dei pm e la continua messa sotto pressione del collegio giudicante che ogni giorno prima di iniziare un’udienza si trova sui giornali processi e condanne già fatti. Di seguito il comunicato integrale:

    COMUNICATO STAMPA
    I sottoelencati difensori, parti processuali nel proc. pen. n. 18038/11 attualmente in corso presso la IV Sezione del Tribunale di Torino, osservano quanto segue:
    sin dall’inizio del suddetto processo, complesso per il numero degli imputati, delle persone offese e dei testimoni indicati dalle parti e per la rilevanza sociale della questione sottesa ai fatti per cui è processo, il Collegio difensivo aveva sottolineato la necessità di gestire il dibattimento in termini di normalità ed aveva rilevato, invece, come la scelta di tenere il processo presso l’Aula delle Vallette, con cadenza bisettimanale e con un orario dalle ore 9 alle 17, rendesse sostanzialmente impossibile ai sottoscritti difensori un esercizio pieno e sereno del diritto di difesa. Onde evitare inasprimenti della questione, si è cercata, allora, la via di una conciliazione tra gli interessi in discussione; il tentativo, lungo e faticoso, aveva finalmente prodotto un risultato positivo nell’incontro organizzato del Presidente del Tribunale, in data 3/12/2013 alla presenza del Collegio giudicante, delle parti processuali e del Presidente e della Consigliera Segretaria del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati.
    In quella riunione, era stato raggiunto un sostanziale accordo, in base al quale il processo sarebbe proseguito presso il Palazzo di Giustizia, con udienze con cadenza settimanale e con l’impegno delle parti ad elaborare un calendario con il nominativo dei testi da escutere, udienza per udienza, onde avere certezza sulla conclusione in tempi accettabili (indicati nell’ottobre 2014) dell’istruttoria dibattimentale.
    Sempre in un’ottica di collaborazione, i sottoscritti avevano accettato che le udienze dei giorni 7 e 23 dicembre si svolgessero ancora nell’Aula presso il Carcere delle Vallette, convinti che il percorso concordato sarebbe stato rispettato, convinzione confermata, tra l’altro, da una bozza provvisoria di calendario redatta dal Presidente del Collegio e dalla predisposizione da parte del P.M. del calendario delle udienze riservate all’escussione dei suoi testi.
    Secondo accordi informali con il Presidente del Collegio all’udienza del 23/12 sarebbe stata data ufficialità al nuovo calendario di udienza e sarebbe stato sancito il rientro del processo alla sua sede naturale, il Palazzo di Giustizia.
    Inopinatamente, invece, alla conclusione dell’udienza del 23/12, non solo il processo è stato rinviato al 10/1/2014 sempre presso l’Aula c.d. “bunker”, ma è stato, altresì, comunicato che nemmeno il calendario già predisposto poteva ritenersi confermato.
    Alla successiva udienza del 10/1/14, poi, è stato informalmente comunicato che il processo sarebbe proseguito sempre presso la c.d. Aula Bunker, riservando, altresì, l’ufficializzazione del calendario d’udienza.
    Tutto ciò premesso, i sottoscritti difensori, certi di aver cercato ogni via per una definizione di buon senso, e che tenesse conto dei diversi interessi contrapposti, delle questioni in discussione, ritengono ingiustificato e incomprensibile il diniego alla prosecuzione del processo nella sua sede naturale e la mancata ufficializzazione del nuovo calendario delle udienze.
    Ribadiscono l’oggettiva impossibilità di garantire, nelle attuali condizioni, un sereno e concreto esercizio del diritto di difesa.
    Rilevano come le attuali modalità di svolgimento del processo sottolineino una asserita “diversità” del processo in corso rispetto agli altri processi, che si svolgono presso il Palazzo di Giustizia e con modalità ordinarie, per presunte ragioni di ordine pubblico che parevano, peraltro, superate in esito agli incontri tenutisi con il Presidente del Tribunale, alla presenza delle parti processuali.
    Ritengono fondamentale informare l’opinione pubblica di quanto sta accadendo, che contrasta con lo svolgimento di un processo nel pieno rispetto delle garanzie per gli imputati, in un clima di serenità e di imparzialità, come la Costituzione impone.
    Riservano ogni ulteriore iniziativa a tutela del diritto di difesa dei propri assistiti.
    Torino, 13 gennaio 2014

    pc 16 gennaio - In morte del criminale di guerra Ariel Sharon


    «Ne faremo (dei palestinesi, ndr) un sandwich al pastrami,
    infilandoci in mezzo una striscia di insediamenti ebraici
    e poi un'altra ancora che attraversi da un capo
    all'altro la Cisgiordania di modo che,
    tra venticinque anni, né le Nazioni Unite, né gli Stati Uniti,
    né nessun altro, riusciranno a farlo a pezzi».


    Era l'anno 1973 e Sharon esponeva il suo progetto politico
    a Winston Churchill III, nipote del primo ministro britannico.
    Ariel Sharon è morto. Dopo otto anni di coma vegetativo causato da un doppio ictus, l’ex primo ministro israeliano è stato costretto alla morte dalla malattia che lo affliggeva da anni, ed è fuggito così, ancora una volta, al giudizio della Storia, la storia dei vinti e degli oppressi che cerca ancora di costruirsi una voce determinante nello scenario internazionale.
    Il revisionismo di questi giorni in cui, dopo la sua morte, Sharon è stato omaggiato dalle più alte cariche nazionali e internazionali e dai media mainstream che esaltano ancora oggi sui giornali le sue qualità di generale militare e di – incredibilmente – uomo di pace, nella sua assurdità ci permette di ricordare Ariel Sharon per l'uomo che realmente è stato: uno tra i più grandi e spietati artefici del progetto e dell’apparato politico sionista e di conseguenza uno tra i più grandi carnefici del progetto di liberazione nazionale e sociale palestinese.
    Queste parole potrebbero essere la sintesi dell'agire politico dell'ex premier israeliano descritto in questi giorni come il politico più controverso nella storia d'Israele, quando di controverso nel progetto politico che ha portato avanti con una luminosa carriera di massacri e di regolarizzazione e normalizzazione dell’occupazione e dell’apartheid sionista in Palestina c’è, ça va sans dire, ben poco.

    Dalla partecipazione all’Haganah con il massacro di Qibya nel 1953 alle azioni militari durante la guerra dei Sei Giorni e dello Yom Kippur, dalle stragi di Sabra e Chatila nel 1982 che videro più di 3500 morti, alla pianificazione del Muro e della stutturazione dell’occupazione in Cisgiordania e a Gaza, Sharon è sempre stato protagonista e indiscutibilmente promotore - secondo gli stessi standard internazionali riconosciuti - di crimini di guerra e contro l’umanità, senza essere mai stato per questo processato e condannato dai tribunali internazionali.

    Nel 2002, il “Tribunale per i Crimini di Guerra” dell’Aja lo mise sotto accusa, contando sulla testimonianza di Elie Hobeika, politico libanese, che fu però vittima, pochi giorni prima del processo, di un attentato con un’autobomba. Alla sua morte il processo venne rinviato e successivamente caddero tutte le accuse, portando ancora una volta il silenzio internazionale sulle migliaia di vittime e sopravvissuti che chiedono giustizia e verità sul suo operato politico, che non è mai stato discordante e estraneo al progetto politico sionista in Israele.

    E così oggi il mondo ha dimenticato che Sharon si è opposto al trattato di pace nel 1979 con l’Egitto, che ha votato contro il ritiro delle truppe israeliane dal Libano nel 1985, che si è opposto alla partecipazione di Israele nella conferenza di Madrid del 1991 e al voto sugli accordi di Oslo alla Knesset nel 1993, mentre condannava il ritiro dal Libano nel 2000 e nel frattempo nel 2002 aveva portato alla costruzione di 34 nuove colonie illegali nelle terre palestinesi, lasciando oggi solo il 7% alla gestione palestinese, letteralmente rinchiusa in bantustan, in un immenso sistema carcerario a cielo aperto.
    No, oggi Sharon è un uomo di pace, perché nel 2005 ha ritirato poche migliaia di coloni dalla Striscia di Gaza, quando tutti sapevano che quella scelta era dettata da un piano ben preciso: concentrarsi sulla costruzione e l’ampliamento degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est - oggi comprendenti 500.000 coloni – per lasciare il destino di Gaza nell’isolamento, nell’embargo, nell’assedio e nella disperazione.

    Non a caso, il generale Sharon oggi viene semplicemente dipinto come “il bulldozer”, per il suo “pragmatismo politico” che ha scritto pagine e pagine di storia di Israele, una storia che puzza, però, di cadaveri, di razzismo, di indifferenza, di responsabilità mai chiarite di chi ancora oggi lascia che ci siano altri Sharon a continuare il progetto politico coloniale nei territori occupati e l’assedio sulla striscia di Gaza, altri Sharon ad implementare l’apartheid tra ebrei israeliani e arabi palestinesi, tra immigrati accettabili perché di “discendenza ebraica” e immigrati dell’africa subsahariana, considerati non identificabili come parte di una comunità umana che cerca di definirsi esclusivamente per caratteri etnici e inevitabilmente, nazionalisti.

    Sappiamo allora che, i bulldozers, guidati dai nuovi Sharon di turno, continuano a distruggere e implementare la pulizia etnica nei territori palestinesi per rendere impossibile qualsiasi soluzione giusta e pacifica al conflitto, sappiamo che il sistema di sfruttamento che li guida non si ferma dinanzi a nessun obbligo morale perché non ha morale, ma fame di profitto e di conquista, ma, sappiamo anche che questi bulldozers possono essere fermati nonostante il seme velenoso della deportazione, nonostante le città bruciate, il ferro in gola e i ferri della prigione, perché contro tutta questa morte si ritroverà ad organizzarsi e vincere la vita, la vita di chi, escluso e dannato dalla barbarie che ci governa, saprà finalmente ridare senso semantico e pratico alle parole pace, giustizia e libertà.





    mercoledì 15 gennaio 2014

    pc 16 gennaio - Cina, 16 operai morti nell'incendio di una fabbrica di scarpe nella città di Wenlig

    La sicurezza sta migliorando assicura il governo cinese, la sicurezza sta migliorando assicura in Italia Cina. 16 operai morti nell'incendio di una fabbrica • Mercoledì, 15 Gennaio 2014 15:36 • Patrizia Cortellessa • 23 Un incendio domato solo dopo tre ore da vigili del fuoco e residenti e sulle cui cause, ancora ignote, è stata aperta un inchiesta. Di certo c’è invece il numero delle vittime: intrappolati tra quelle fiamme, sviluppatosi in una fabbrica di scarpe nella città di Wenling, (nella provincia dello Zhejiang), Cina orientale, sono morte almeno 16 persone, tra operai e operaie, mentre 5 sono rimaste ferite. Dieci donne e 6 uomini, riferiscono le autorità cinesi, che nel frattempo hanno arrestato i proprietari della fabbrica. Non a tutte le vittime è stato ancora data un’identità (si sta cercando di identificarle attraverso il Dna) ma la maggior parte dei nomi in quel macabro elenco apparterrebbero a lavoratori migranti della provincia di Ghuizhou o di Anbhui e Jiangxi, secondo quanto riferisce l’agenzia cinese Xinhua. Wenling è uno dei maggiori centri di esportazione di scarpe della Cina, con oltre 4.000 calzaturifici. Nel 2012 il valore di esportazione delle scarpe aveva superato 1,5 miliardi di dollari. Lo scorso giugno prima tre esplosioni e poi l’incendio nella Jilin Baoyuanfeng Pollame Plant, un’azienda di allevamento e macellazione di polli nella città di Dehui, nella provincia nord-orientale di Jilin, aveva ucciso 120 persone. Erano stati fatti anche evacuare i residenti nelle vicinanze per paura di ulteriori esplosioni e una cinquantina di persone era stata portata in ospedale soprattutto per difficoltà respiratorie da inalazione di gas tossici, hanno riferito i media locali. Quando sul posto sono arrivati gli investigatori hanno trovato il cancello di ingresso chiuso a chiave. Lo scorso dicembre, sempre per non dimenticare, un incendio si era sviluppato in un mercato di frutta a Shenzhen, nel sud della Cina. Macabra la coincidenza del numero dei morti: 16, almeno tre i feriti. “La sicurezza sta migliorando”, assicura intanto il governo. Meno male, che noi da basso sempre a pensar male…

    pc 15 gennaio - con la rete nazionale verso il più grande processo ai padroni assassini - ILVA di Padron RIVA Taranto

    IL SIGNIFICATO POLITICO DEL PROCESSO ILVA
    Il lavoro generale della Rete nazionale in questo anno.

    Il Convegno tenutosi oggi riguarda il più grande processo che ci sia mai stato nel nostro paese e riguarda la più grande fabbrica nel nostro paese, tra l'altro una fabbrica ancora in attività, con una classe operaia ancora tutta al lavoro.
    Questo processo si fa in una città abbastanza grande, non “morta” ma viva, sede anche della Base Nato nel Mediterraneo e di tante altre fabbriche.
    Esso sarà di fatto la “madre” di tutti i processi; somiglia a quelli dell'Eternit, della Thyssen, di Marghera, ma è qualcosa di più.
    Si tratterà quindi di una battaglia nazionale, strategica nella guerra di classe contro il capitale, che colpisce al cuore il suo sistema, a partire dalla condizione operaia.
    La Rete è il centro di proiezione nazionale di questa battaglia e agisce da fronte di tutte le forze che si possono unire contro il capitalismo che uccide, tramite la Rete possiamo unire esperienze molto importanti. Le energie che vogliamo attivare sono quelle che ci sono sul campo, non contano chi sono ma la funzione che svolgono e che ci troviamo sulla stessa strada.

    La sicurezza e la salute del lavoro è l'anello debole del sistema imperialista a livello mondiale, vediamo anche l'esplosione che c'è stata in Giappone, gli scontri in Vietnam in cui 8 operai che lottavano per la sicurezza sono morti, ciò che succede in Bangladesh, in Pakistan, ecc.
    E nella crisi le condizioni di sicurezza possono solo peggiorare. Nella fase di crisi è proprio sulla condizione operaia e sulla sicurezza sui posti di lavoro che il capitalismo mostra tutta la sua irriformabilità, e la sicurezza diventa nervo scoperto del sistema capitalista. Il capitalismo che uccide rappresenta il cuore di questo sistema che deve essere abbattuto.

    Il processo contro l'Ilva per i morti sul lavoro e per il profitto ha come obiettivo la “rivolta”, dimostrare che il Tribunale va attaccato. E questo gli operai e le masse lo vedranno con la loro esperienza: questo processo non darà nulla. Anche altri processi hanno già dimostrato che si può ammazzare e non pagare nulla.
    Vogliamo forti sanzioni in questo processo ma per noi la vera sanzione è la rivolta.
    Solo la rivoluzione può risolvere il problema. La Rete lo rivendica apertamente e usa anche i processi per dimostrarlo. Vogliamo il processo contro padron Riva non per seminare illusioni, ma per maturare questa consapevolezza attraverso l'esperienza diretta.
    In questa società o c'è il primato del padrone o il primato degli operai. Ogni cosa in questo sistema di classe è legato ai rapporti di forza.
    Vogliamo impegnarci a fondo nei processi non per illuderci di avere giustizia, ma per dimostrare la legittimità di un'altra giustizia e la necessità della conquista del potere politico per imporla.
    Tutti i soggetti e associazioni che si trovano su questa strada diventano interlocutori di questo percorso, e la Rete è lo strumento per unire tutte le forze necessarie in questa battaglia.
    Il Convegno di oggi è un buonissimo segnale: per la partecipazione di forze locali che prima ci hanno osteggiato; perchè ha portato la linea chiara della giustizia e risarcimenti per tutti; perchè ha affermato la strada del “processo popolare” che vive nella forma della costituzione di parte civile, non a recuperare soldi, ma per agire come “giuria popolare in nome del popolo italiano” per una giustizia reale.
    La giustizia reale è contraria alla giustizia formale.
    Dobbiamo portare un “reparto” selezionato in Tribunale come tipologia dei settori di lavoratori, di masse popolari uccise e ammalate.

    Noi non siamo perchè si costituiscano parte civile i sindacato confederali, la Fiom, che da corresponsabili della situazione a cui si è arrivati vorrebbero passare per “vittime”.
    Ma riteniamo che anche i sindacati di base, come l'Usb, non abbiamo diritto a costituirsi come parte civile, perchè non c'erano in fabbrica e non hanno svolto negli anni all'Ilva un ruolo di lotta contro l'attacco alla sicurezza e alla salute di padron Riva.

    Se noi riusciamo, se faremo questo processo con uno stile di combattimento, il processo Ilva farà epoca e avrà una proiezione anche internazionale. Ma per questo la bandiera rossa del proletariato deve apparire.
    Le sedute del processo vedranno calare a Taranto tutte le televisioni, giornali. Ci saranno vari momenti in cui dovremo sfruttare questa situazione per fare iniziative nazionali.
    Si tratta di un programma di lavoro dei prossimi 3 anni, perchè la previsione minima che si fa anche in tribunale. Va preparata una campagna politica di spiegazione, di informazione, di organizzazione di forze.

    Vi sono state nella storia delle Rete altre vicende esemplari, e anche oggi dobbiamo vedere quali battaglie sostenere, indipendentemente se la Rete è presente in quelle realtà. Alla Thyssen noi non c'eravamo eppure abbiamo costruito una manifestazione tutta organizzata da Taranto e ha contribuito fortemente alla nascita dell'associazione “Legami d'acciaio”. E' chiaro che ci vuole una forza sul territorio, ma è importante l'azione d'avanguardia della Rete.
    Prato per esempio oggi è la nostra battaglia! Prato non è meno importante dell'Ilva perchè è un flash chiaro di ciò che il sistema capitalista è e quali sono le sue caratteristiche di fondo.
    Noi dobbiamo fare una manifestazione a Prato e dobbiamo trovare lì degli interlocutori. Noi non abbiamo il problema di stabilire un rapporto con la comunità cinese, che copre e convive con questa realtà; noi difendiamo gli operai cinesi dentro la comunità cinese che è divisa in classi.

    Sintonizzati col processo di Taranto sono le vicende della Thyssen e dell'Eternit, che abbiamo portato ad esempio, per il tipo di condanna, per la partecipazione, per la linea portata degli operai e familiari, per la presenza dei gruppi rivoluzionari che è bene che ci siano perchè la borghesia deve avere paura - la Rete non è per le brave persone ma per creare nelle situazioni di parte civile una situazione rivoltosa; i processi vanno avanti se i padroni si prendono paura (vedi Thyssen).
    Questi due processi hanno influenza sul processo Ilva. Il 24 aprile il verdetto sarà rovesciato sulla Thyssen, sostenendo che la colpa è quasi esclusivamente degli operai. Questo avrà conseguenza sul processo di Taranto. Anche per Eternit si persegue un ridimensionamento tappa dopo tappa.
    La Rete sarà presente a Roma il 24 aprile, come in occasione del processo Eternit.

    Stiamo seguendo altri processi (Solvay, processo a Ravenna contro l'occupazione dell'agenzia Intempo, ecc.).
    Il resto del lavoro della Rete è quello di prima.
    I governi hanno proceduto nella linea di smantellamento dei vincoli di sicurezza nelle fabbriche (vedi, decreto “mille proroghe”, quello sulle “semplificazioni”, ecc.). Quindi la lotta contro il governo resta la nostra parola d'ordine.

    In fabbrica la situazione è andata nettamente indietro, degli Rls non si sente parlare più, ma dove vi sono le forze occorre fare battaglie su questo, stabilendo un rapporto tra battaglia locale e nazionale. Quando la Rete affronta un problema in un posto di lavoro, serve per affrontare il problema della sicurezza in quello come nelle grandi fabbriche come l'Ilva, e oggi dobbiamo utilizzare le piccole battaglie locali per parlare dell'Ilva, perchè è sulle battaglie importanti ed emblematiche che vive la Rete.
    In alcune città la Rete ci deve stare per forza; in altre zone in cui non ci siamo ma ci sono altre realtà, la Rete non deve sostituirsi ma appoggiare le altre realtà; in alcune città come Napoli realtà di compagni, collettivi universitari si sono mobilitate per la Rete, e a Napoli porteremo il processo Taranto come battaglia del secolo...

    Quindi, quest'anno la Rete deve:
    lanciare il processo di Taranto,
    seguire i processi Thyssen ed Eternit,
    intervenire sulla vicenda Prato.

    Il Convegno di oggi ci dà lo stimolo necessario. Quest'anno la battaglia Ilva è al processo non ai cancelli. Gli operai dell'Ilva contano qualcosa se entrano nel processo, perchè qui si giocano le sorti dell'Ilva.

    RETE NAZIONALE PER LA SICUREZZA E LA SALUTE SUI POSTI DI LAVORO E SUI TERRITORI

    bastamortesullavoro@gmail.com

    11.1.2014





    pc 15 gennaio: PRATO E' VICINA A RHO E ALL'EXPO

    che il sistema di schiavismo assassino non sia una prerogativa "cinese" lo dimostra il continuo emergere di un metodo tutto nostrano all'ombra della operazione Expo 2015 super sponsorizzata da governo, regione, comune, e che vede una crescente militarizzazione del territorio e che lascia intatto il sistema criminale delle cosiddette imprese.

    Vivevano nel pericolo: tra oli combustibili e plastiche infiammabili
    Cornaredo, nove dipendenti di un laboratorio di scarpe vivevano in condizioni di lavoro e di vita insane e insostenibili
    Rho, 15 gennaio 2014 - Nove dipendenti di un laboratorio di scarpe e accessori di Cornaredo lavoravano e vivevano negli stessi angusti spazi, in condizioni di lavoro e di vita insane e insostenibili. Uno di loro era clandestino, 7 non avevano alcun contratto di lavoro. Vivevano in spazi pieni di materiali ammassati, alcuni pericolosi come oli combustibili e plastiche.
    Sul posto sono giunti anche i vigili del fuoco e la Asl per verificare le situazioni igienico sanitarie, nonchè di sicurezza della struttura. Inevitabile il sequestro dello stabile. Il proprietario dell'immobile e i due gestori sono stati denunciati per sfruttamento del lavoro di clandestini e gli sono state elevate contravvenzioni per lavoro nero per oltre 130mila euro con contestuale sospensione dell’attività.


    pc 15 gennaio: SE TOCCANO UNO TOCCANO TUTTI. LA SOLIDARIETA' E' UN ARMA

    ma non basta occorre costruire la forza necessaria per instaurare il

    IL COORDINAMANTO DEI LAVORATORI DELLA LOGISTICA DELLO SLAI COBAS S.C. ESPRIME LA MASSIMA SOLIDARIETA' AL COMPAGNO FABIO DEL SI.COBAS OGGETTO DEL VILE PESTAGGIO  PER LA SUA ATTIVITA' NELL'ORGANIZZAZIONE DELLA LOTTA DEI LAVORATORI DELLA LOGISTICA.

    SAPPIAMO BENISSIMO GLI INTERESSI CHE STANNO DIETRO ALLO SFRUTTAMENTO SCHIAVISTICO DELLE COOPERATIVE NEGLI APPALTI DELLA GRANDE DISTRIBUZIONE, NON SOLO PERCHE' ABBIAMO SUBITO DIRETTAMENTE MANGANELLATE, ATTENTATI A MANO ARMATA, COME AVVENUTO NELL'APRILE 2012 AD UN NOSTRO DELEGATO, MA SOPRATUTTO PERCHE' OGNI GIORNO CONTINUANO I TENTATIVI DEI VARI PADRONI DELLA LOGISTICA PER CERCARE DI DISTRUGGERE LA FORZA E L'UNITA' SUI POSTI DI LAVORO CHE I  LAVORATORI HANNO OTTENUTO CON LA LOTTA.

    RITENIAMO CHE LA MIGLIOR RISPOSTA SIA INTENSIFICARE E COORDINARE QUESTO SETTORE, DOVE GLI OPERAI IN PREVALENZA IMMIGRATI HANNO DECISO DI RIALZARE LA TESTA E DIFENDERE I LORO DIRITTI, COME PARTE DELLA LOTTA DELLA CLASSE OPERAIA PER FARLA FINITA CON IL SISTEMA DEI PADRONI.

    per lo slai cobas per il sindacato di classe
    Lamera sebastiano
    sede Dalmine viale Marconi 1 (BG)



    Un agguato in stile mafioso ad un compagno dirigente del S.I.Cobas
     pomeriggio il compagno Fabio Zerbini è stato attirato in una specie d'imboscata e pestato a sangue. Con la scusa di un incontro per risarcire i danni di un incidente automobilistico(uno specchietto rotto) avvenuto a fine dicembre,è stato attirato in zona Affori.Appena sceso dall'auto, è stato assalito a tradimento e pestato a sangue. Gli aggressori si sono quindi allontanati promettendogli una brutta fine se si occuperà ancora dell'organizzazione delle lotte operaie. Questo pestaggio è la continuazione della strategia repressiva che combina l'intervento delle forze del disordine, con quelle dell'ordine di mafia, n'drangheta e camorra di cui hanno fatto le spese i nostri militanti sindacali , con minacce, processi, pestaggi, incendi d'auto ecc...
    Più lo scontro politico si accentua, più si intrecceranno queste azioni atte ad intimidire la lotta dei lavoratori della logistica, ma solo l'estensione di questa, l'organizzazione di essa e dei COBAS potrà garantire una maggior difesa agli attacchi posti in atto dal padronato e dai loro sgherri, contro i sindacalisti attivi.
    Non ci faremo intimidire! Un caloroso saluto e una pronta guarigione va a Fabio, uno dei nostri compagni più in vista nelle lotte portate avanti tra gli operai della logistica.
    Il S.I. COBAS nazionale 

    di seguito l’articolo del Giorno dell’agguato ad un attivista dello Slai Cobas per il sindacato di classe

    Bernareggio - Colpo di pistola sparato contro un sindacalista
    04/04/2012
    di Marco Dozio da il Giorno
    L’AGGRESSORE lo aspetta sotto casa, all’alba, con la pistola nella tasca del giubbino e il passamontagna a coprire il volto. C’è una colluttazione. Poi parte un colpo che buca la portiera dell’auto. Paura. Il proiettile sibila pochi centimetri più in là, la vittima si salva quasi per miracolo.
    È UN SINDACALISTA, un romeno di 35 anni che vive a Bernareggio: fa il delegato in una cooperativa della Bergamasca che opera nel settore della logistica, in cui da circa un anno è in piedi una vertenza. Ed è proprio la pista dell’attività sindacale quella privilegiata dai carabinieri della Compagnia di Vimercate, intervenuti pochi istanti dopo l’agguato, avvenuto nel cortile di un caseggiato di via Dante, non lontano dalle scuole.
    I MILITARI del Capitano Marco D’Aleo hanno recuperato a terra un’ogiva, la parte anteriore del proiettile, posta sotto sequestro. Da qui si riparte per capire i motivi di un’aggressione che ha sconvolto il paese. Lui, la vittima, preferisce non dire nulla: «È molto spaventato», spiega Sebastiano Lamera, il suo referente nel sindacato, segretario provinciale a Bergamo dello Slai Cobas. Ha appena parlato col ragazzo al telefono: «Siamo tutti scioccati, ci sentiamo colpiti: noi lottiamo ogni giorno per migliorare le condizioni di lavoro in un settore difficile come quello della logistica. Non resteremo in silenzio dopo quello che è successo».
    LO STESSO Lamera è scosso: «Attendiamo di capire come si evolveranno le indagini, non possiamo avere la certezza assoluta che l’attentato sia collegato all’attività che svolge nel sindacato, ma di certo siamo molto preoccupati». Il 35enne è sposato. «Nessun problema con lui», sussurrano i vicini. Un ragazzo all’apparenza ben integrato, tanto da ricevere la fiducia dei colleghi di lavoro che gli hanno affidato la delega sindacale. Ieri mattina sembrava una giornata come tante. Sveglia all’alba e trasferimento in macchina verso Bergamo. Il sindacalista è appena salito sull’auto quando all’improvviso sbuca un uomo a volto coperto.
    SONO LE 5.10. L’aggressore tenta di aprire la portiera, ma il romeno resiste, mette in moto e fa marcia indietro. Il delinquente però resta aggrappato allo specchietto per pochi attimi. A quel punto, accidentalmente, parte un colpo di pistola che perfora la carrozzeria senza colpire il giovane romeno. Che riesce a premere sull’acceleratore e a scappare. Afferra il cellulare e chiama subito il 112. Arrivano immediatamente i carabinieri di Vimercate, da subito al lavoro per fare luce su un atto intimidatorio che presenta molti lati oscuri. Si indaga soprattutto sulla sfera lavorativa, ma non solo. Tutte le piste restano aperte. 

    pc 15 gennaio - libertà per i compagni arrestati - sostenere la cassa di resistenza NOTAV

    eliberi_ChiaraClaudioNiccoloMattiaNella giornata vorticosa di ieri, dove si sono sprecate parole e titoli per tirare in ballo i notav (ad oggi non c’è nessuna rivendicazione per i fatti di Numa ed Esposito che parlino esplicitamente della lotta della Val di Susa…) è passato in secondo piano il fatto più grave avvenuto ieri.
    No non ci riferiamo all’allagamento dei cessi di Padalino e Rinaudo (lì sì c’erano degli adesivi notav…quindi via con i titoli e presumiamo che si procederà per sabotaggio con allagamento coatto e tentato omicidio perhè se uno dei pm doveva andare in bagno e non ci  è riuscito…), bensì la conferma degli arresti in carcere e dei reati comminati dalla procura a Chiara, Claudio, Niccolò e Mattia.
    Ieri si infatti è espresso il  tribunale del riesame  e i 4 notav continuano a rimanere in carcere (dal 9 dicembre scorso) con delle accuse pesantissime e sassolutamente sproporzionate rispetto ai fatti che vengono loro contestati. L’accusa è terrorismo (“atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi) ed è aggravata da una norma che il parlamento varò nel 2005 per fronteggiare l’incubo Al Qaida, che li vede accusati  arrecare un grave danno al Paese” e “costringere i poteri pubblici ad astenersi dal compiere un qualsiasi atto”. In questo caso, a non proseguire i lavori per la ferrovia ad alta velocità Torino-Lione.”
    Ricordiamo che i fatti contestati sono tutti da appurare e riguardano un’azione notturna al cantiere di Chiomonte dove l’unico ferito registrato è un povero compressore.
    I 4 notav sono in carcere in un regime speciale: Chiara è in isolamento, in cella chiusa 24h su 24, aria da sola e nessun momento di socialità con le altre detenute. Anche per Claudio, Niccolò e Mattia vide una carcerazione speciale, con le celle chiuse 24h su 24, due ore d’aria e nessun rapporto con altri detenuti. Per due ore la sera, dalle 18 alle 20 hanno diritto alla socialità tra loro.
    E’ chiara la volontà di spingere verso una messa fuori legge del movimento notav che da oltre un anno a questa parte è impeganto nelle aule dei tribunali con una frequenza impressionante. Così come sono impressionanti i capi d’accusa che vengono elargiti con tanta acredine dai Pm Torinesi che sembra giochino a rialzo.
    Ora dopo la giornata di ieri Esposito diventa un buon padre di famiglia ed un ottimo politico, Numa un grande giornalista da premio Pulitzer, ma nessuno, nei media mainstream, si accorge della sproporzione delle accuse e delle restrizioni ai 4 notav e al movimento notav tutto.
    Fa più comodo lo sappiamo, ma non ci stancheremo di batterci per la libertà dei notav e per la libertà della nostra Valle come abbiamo sempre fatto e come sempre faremo. Fino alla vittoria.
    Libertà per i notav!
    Libertà per Chiara, Claudio, Niccolò e Mattia!
    Schermata_del_2014-01-13_123151Il 9 dicembre la squadretta della procura di Torino, capeggiata dagli ormai purtroppo ben noti pm Padalino e Rinaudo, irrompe nelle case di quattro compagni di Torino e Milano, perquisendo e arrestando Mattia, Nicco, Claudio e Chiara, che ad oggi sono prigionieri nel carcere delle Vallette. Sono accusati di aver partecipato ad un'azione contro il cantiere del Tav di Chiomonte, avvenuta nella notte tra il 13 e 14 maggio 2013.
    Il rosario di accuse a loro carico si snocciola a partire dall'art. 280 "attentato con finalità di terrorismo" e prosegue la sua morbosa litania formulando i reati di “atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi, danneggiamento a mezzo di incendio, violenza contro pubblico ufficiale, detenzione e trasporto di armi da guerra”, sostenuti dall’art. 270 sexies con il quale si adduce la finalità di "arrecare danno all'Italia ed all'Unione Europea, allo scopo di costringere i legittimi poteri nazionali ed europei ad astenersi dal realizzare e dal finanziare le opere relative alla linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione."
    Data la gravità delle accuse si prospetta un processo lungo e costoso (in termini di spese per perizie e spese vive processuali), perciò per far fonte a queste spese ed al mantenimento in carcere, è stato aperto un apposito conto corrente.

    Intestazione: FRANCESCA CAMICIOTTOLI
    IBAN: IT27A0316901600CC0010722513
    BIC/SWIFT: INGDITM1

    Per non cedere neanche un passo di fronte alle minacce e alle intimidazioni anzi continuare ad affermare il nostro NO al Tav, NO a tutte le opere e a tutti coloro che vogliono devastare e distruggere i luoghi che abitiamo e le nostre vite.

    I compagni e le compagne di Claudio, Chiara, Mattia e Nicco.

    pc 15 gennaio - non passa lo stato d'emergenza ad Amburgo


    altDopo nove giorni di stato d'eccezione nella città di Amburgo, nel pomeriggio di ieri è stata tolta la cosìddetta "zona rossa" che prevedeva identificazioni e perquisizioni corporali arbitrarie nei quartieri di Altona, St. Pauli e Sternschanze, da sempre zone di riferimento per gli antagonisti dell'intero Paese.
    A legittimare la militarizzazione delle strade centrali della città tedesca, una legge che consente al governo locale di adottare misure simili, sotto la paura di una probabile forte reazione da parte di chi difende e solidarizza con lo storico centro sociale Rote Flora, sotto minaccia di sgombero. Ieri la polizia locale ha quindi comunicato lo smantellamento della "zona di pericolo", vantandosi di un operato eccellente e di una situazione che, secondo il portavoce, è andata lentamente a migliorare. Se per quasi dieci giorni, tali misure di eccezione sono state adottate, le parole di chi ieri ha comunicato la fine di questa situazione di privazione delle libertà dei cittadini e delle cittadine di Amburgo adottando giustificazioni di ordine pubblico e cercando di intimidire chi di oppone alle politiche cittadine e non solo, rimangono in ballo le minacce di sgombero. Se nel corteo del 21 dicembre un primo assaggio di opposizione è stato espresso all'interno della città tedesca, il governo locale dovrà ora fare i conti con quelle stesse persone nel caso di un ipotetico sgombero del centro sociale Rote Flora.
    La revoca della zona di pericolo risulterebbe dettata tra l'altro da motivi di immagine pubblica dell'amministrazione dell'Spd, soprattutto dopo che centinaia di persone hanno manifestato domenica e dopo che un corteo formato da un migliaio di studenti e studentesse ha attraversato le strade di Amburgo nella giornata di ieri.

    pc 15 gennaio - a Burgos la rivolta continua

    Burgos: la rivolta del quartiere operaio continua

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    La rivolta di Gamonal, ex municipio indipendente e da qualche decennio quartiere operaio e popolare della città castigliana di Burgos, non si ferma. Anche stamattina centinaia di abitanti sono scesi in piazza nella zona periferica della città dopo una nuova notte di proteste e scontri contro la decisione dell’amministrazione comunale di destra di gentrificare alcune vie sperperando 8 milioni di euro che secondo i comitati andrebbero spesi per istruzione, sanità e lavoro.
    Il sindaco della città ha più volte affermato che nessuna manifestazione potrà impedire alla sua giunta di portare a termine di lavori in calle Vitoria. Ma dopo quasi una settimana di proteste popolari nella zona dove dovrebbero sorgere il ‘boulevard’ e un megaparcheggio sotterraneo non sono arrivate neanche le gru e le scavatrici, il che significa che la ribellione ha già quantomeno ritardato l’inizio dei lavori. “Motivi di sicurezza”, dice laconicamente l’impresa che si è aggiudicata gli appalti.
    D’altronde è proprio il cantiere uno degli obiettivi principali della protesta, più volte assaltato nelle notti degli ultimi giorni insieme a banche e arredi urbani distrutti o bruciati per realizzare barricate improvvisate che impedissero le cariche dei reparti antisommossa inviati in città dal governo centrale spagnolo. Di notte proteste anche violente, di giorno presidi, manifestazioni, cortei. E un centinaio di persone che controllano, praticamente 24 ore su 24, che al cantiere non inizino i lavori. Anche gli studenti hanno indetto uno sciopero per svuotare le classi e portare i giovani in piazza a difesa del quartiere e dell’utilizzo sociali dei sempre più scarsi fondi pubblici a disposizione.
    Di notte, mentre i più giovani si scontrano con i celerini, gli abitanti più anziani di Gamonal scendono in strada con pentole e mestoli e realizzano un ruomoso “cacerolazo”.
    Ieri ben 5000 persone - altro che 'piccola minoranza' come accusano politici e media - hanno marciato di nuovo verso il commissariato della Polizia Nazionale al grido di “Gamonal no quiere bulevar” e sono tornati poi al cantiere, realizzando una partecipatissima assemblea popolare e reclamando la fine della repressione e la liberazione di circa 40 abitanti della zona arrestati o denunciati durante gli ultimi cinque giorni di proteste.

    Nei giorni scorsi alcuni media, imbeccati dalla polizia, avevano affermato che a provocare le "violenze" erano stati non abitanti della zona ma infiltrati provenienti da altre regioni. Ma basta analizzare l'identità dei 40 arrestati e si vede che sono tutti cittadini residenti a Burgos e per la stragrande maggioranza abitanti di Gamonal.
    Gli abitanti della popolare periferia di Burgos accusano la stampa locale di manipolare i fatti e di creare un clima di criminalizzazione nei confronti di chi si oppone alla gentrificazione del quartiere. D’altronde il principale quotidiano della città, il Diario de Burgos, è di proprietà dell’imprenditore Antonio Miguel Méndez Pozo, una specie di Berlusconi locale che possiede anche la televisione ‘pubblica’ della regione della Castilla e Leòn, altri nove quotidiani e due radio. E, guarda caso, il progetto di “risistemazione” di Gamonal è stato redatto proprio dalla Promecal, l’impresa di Méndez Pozo, già condannato nel 1994 a ben 7 anni di carcere per aver prodotto documenti falsi con l’obiettivo di aggiudicarsi appalti pubblici nella città di Burgos. Alla fine Mèndez Pozo non ha scontato neanche dieci mesi e da quando è uscito ha letteralmente sbaragliato la concorrenza. Non stupisce che sia soprattutto lui, oltre al sindaco di destra Javier Lacalle, il principale obiettivo della protesta di molti dei 60 mila abitanti di un quartiere – Burgos in tutto ne ha quasi 200 mila - noto per il radicamento della sinistra e per la determinazione delle forme di lotta. Per molti è lui, Mèndez Pozo (tutti lo chiamano 'el jefe de Burgos', il capo) il vero manovratore della vita politica in città, e il sindaco sarebbe solo una marionetta nelle sue abili mani.
    Com’è possibile, si sono chiesti in molti, che non ci siano 13 mila euro per aggiustare un asilo nido fondamentale per il quartiere e invece si siano trovati 8 milioni per fare un parcheggio inutile e per trasformare una via in un ‘boulevard’? Perché spendere 8 preziosi milioni di fondi pubblici, regalati a imprese in maniera clientelare, per trasformare in box a pagamento i posti macchina attualmente gratuiti e restringere la strada raddoppiando così i tempi di percorrenza verso il centro della città?
    La risposta è arrivata sulle barricate, mentre i muri di Gamonal si sono riempite di scritte contro la disoccupazione, le banche e il capitalismo.

    Periódico Diagonal/ La Haine

    Las continuas movilizaciones de los vecinos del barrio de Gamonal en Burgos contra el proyecto de bulevar de la calle Vitoria han saltado a las portada de todos los medios de comunicación del Estado, tras dos noches en las que se han producido enfrentamientos entre los vecinos de este barrio y las unidades de antidisturbios desplazadas a la capital burgalesa desde Valladolid y Madrid para intentar frenar la protesta. De momento, 40 personas han sido detenidas.
     
    Los vecinos de este barrio obrero llevan oponiéndose desde que se dio a conocer el proyecto a esta gran operación urbanística, con manifestaciones que sacaron a la calle a miles de personas y que han sido desde un principio ninguneadas y desoídas por el actual alcalde del Partido Popular, con mayoría en el consistorio, Javier Lacalle.
     
    Estas obras, tasadas inicialmente en 8,5 millones de euros, supondrán la sustitución de gran parte de la actual calle Vitoria, principal arteria de comunicación de la ciudad, por un bulevar que restaría dos carriles al tráfico rodado y, lo que es más importante, suprimiría centenares de plazas de aparcamiento gratuitas por 650 plazas privadas, con un coste estimado en unos 20.000 euros, que los vecinos deberán adquirir o arrendar si quieren aparcar en su barrio. A esto se une el problema crónico de aparcamiento derivado de la planificación de la zona. Este gasto ha sido justificado por el Ayuntamiento argumentando que con estos ingresos obtenidos por los aparcamientos financiarán la obra en cuestión.
     
    El rechazo mayoritario a estas obras hunde sus raíces en una política global del Ayuntamiento, que ha basado su mandato en un desmesurado gasto público para la construcción de infraestructuras urbanas, como los consorcios de construcción del polígono de Villalonquéjar, la Variante Ferroviaria y la construcción de un nuevo hospital de gestión privada. Una nueva apuesta por el ladrillo y lo privado del Gobierno del Partido Popular que ha llevado al Ayuntamiento de Burgos a tener una deuda pública estimada en unos 500 millones de euros, entre los que se encuentra una deuda de 40 millones a proveedores directos de esta administración.
     
     
    Construcción sí, gasto social no
     
    Los beneficiarios de este gasto por parte del consistorio presidido por Javier Lacalle han sido las dos principales empresas de construcción de la ciudad: el grupo Méndez-Ordóñez, liderado por el constructor y presidente del Grupo Promecal (dueño del Diario de Burgos entre otras cabeceras), Antonio Miguel Méndez Pozo, y el grupo Arranz Acinas. Dos empresarios estrechamente vinculados al Partido Popular de Castilla y León y, en el caso de Méndez Pozo, el principal apoyo económico de José María Aznar en sus inicios, con un amplio historial de sospechas de corrupción urbanística a sus espaldas.
     
    Este gasto público en operaciones urbanísticas ha venido acompañado por un recorte generalizado en la gran mayoría de los servicios sociales y públicos de la ciudad, con la argumentación de que en el Ayuntamiento no había dinero. En este marco se han reducido o suprimido las ayudas percibidas por la mayoría de las asociaciones sociales de la ciudad, al igual que las percibidas por los sectores más desfavorecidos de la sociedad burgalesa. Se ha cerrado por falta de medios una guardería pública histórica por su labor como la de Río Vena, se han suprimido líneas de autobuses urbanos y se han reducido derechos a toda la plantilla de empleados públicos municipales.
     
    Los recortes en gastos y derechos que se están produciendo, al igual que en el resto del país, están golpeando con más fiereza si cabe en un barrio obrero como Gamonal, en donde el paro ahoga cada vez más a sus habitantes con continuos ERE y cierres de fábricas en los contiguos polígonos industriales. Una situación que, según se leía en una de las pancartas de la manifestación de ayer, deja una conclusión entre sus vecinos: “Si no tenemos futuro, por qué debemos respetar este presente”.
     
    Una lucha que viene de lejos
     
    Al igual que ahora, el barrio de Gamonal se levantó en agosto de 2005 contra las obras de un aparcamiento subterráneo que el Ayuntamiento del Partido Popular quería ubicar debajo de las casas de la calle Eladio Perlado. En ese momento las obras se frenaron y el entonces alcalde Juan Carlos Aparicio (PP) dio marcha atrás al proyecto.