Questo è lo stadio Erasmo Iacovone di Taranto prima.
Questo è lo stadio Erasmo Iacovone di Taranto adesso.
Cosa è successo tra una foto e l'altra? Nulla di originale: come è già successo in molti altri contesti urbani, anche a Taranto “si è abbattuto” un grande evento, i Giochi del Mediterraneo. Per chi – come tantə – non li avesse mai sentiti nominare, i Giochi del Mediterraneo sono una manifestazione sportiva internazionale sul modello dei Giochi olimpici che riunisce atleti e atlete dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Nel 2026 tocca a Taranto, vincitrice e unica candidata, ospitare la XX edizione. Come ormai da modello consolidato, anche a Taranto questa manifestazione è diventata l’occasione per ammodernare o costruire da zero nuovi impianti sportivi e strutture destinate all’accoglienza degli atleti ed atlete. Evidentemente, per costruire strutture sportive non basta il bisogno quotidiano di sport delle cittadine e dei cittadini ma serve l’eccezionalità di un grande evento. E sarebbe assurdo pensare che questo non incida anche sul tipo di impianti che vengono costruiti, pensati più per le esigenze dell’evento che per quelle della città destinata a ospitarlo. Ma, come al solito, la promessa diffusa a gran voce è che non diventeranno le ennesime cattedrali nel deserto, né scheletri di acciaio e cemento, una volta spenti i riflettori. Abbiamo visto tante volte, però, come queste promesse siano poi state corrose dalla ruggine, dalla speculazione edilizia e dal progressivo disinteresse delle amministrazioni locali nel garantire strutture realmente accessibili ai cittadini e alle cittadine, fino ad arrivare a gestioni regalate a prezzi stracciati ai privati. Vedremo se Taranto sarà diversa. Ma non vediamo perché dovrebbe. Tra tutte le opere c'è quella che più di ogni altra rappresenta - anche a livello simbolico ed emotivo - questa trasformazione urbana: lo stadio Erasmo Iacovone. La casa del Taranto calcio. Ed è a partire da questo che vogliamo condividere alcune riflessioni per sollecitare il dibattito e spingere tanti e tante a dirci la loro su questi temi che accomunano tantissime realtà.
Lo stadio Iacovone prima. Lo stadio Iacovone adesso.
Per molti aspetti, non c'è paragone. Se dovessimo sintetizzare, e se il gusto non fosse soggettivo, potremmo anche arrischiarci a dire che il nuovo stadio è più bello. Più moderno, con una migliore visibilità, con gli spalti più vicini al campo, i seggiolini nuovi in ogni settore, ecc. Uno stadio che, in caso di pioggia, evita che gli spettatori e le spettatrici si bagnino. Uno stadio progettato dallo stesso studio che ha realizzato l'Allianz Stadium della Juventus e che – specie all'interno – lo ricorda molto. Bello, eh. Però…
Al di là del fatto che – se si va oltre la patina “sfavillante” della copertura nuova di zecca – l'esterno attualmente non è poi così bello, anzi, sembra costruito con le teglie da forno Cuki usa e getta. Ma mettiamo pure che piaccia così. Mettiamo pure che i giochi di luci (che si annunciano verranno proiettati sulla facciata) faranno un effetto bellissimo. Mettiamo pure che la visuale migliore, i seggiolini nuovi e i materiali moderni rendano l'interno dello stadio decisamente più gradevole.
Il punto non è questo. O almeno non può essere solo questo. Il punto è che la bellezza non è il solo parametro di giudizio per un’opera come questa. Anzi, per nessuna opera che riguardi lo sport, la città o entrambe. La bellezza non è una fregatura in sé, anzi, la "meritiamo". Solo che la fregatura è pensare che, siccome una cosa è bella, allora debba essere automaticamente anche buona e un
miglioramento per l’esperienza urbana di tuttə. Giovanni Semi, nel suo “È il capitalismo, bellezza! L'estetica all'assalto delle città”, racconta proprio questo meccanismo: l'estetica è diventata uno strumento potentissimo attraverso cui il capitalismo trasforma gli spazi. La città viene resa più bella, più ordinata, più attraente, e soprattutto più vendibile. E mentre guardiamo la nuova facciata, i nuovi arredi, il design e le fotografie da cartolina, rischiamo di smettere di farci domande su tutto quello che sta dietro. E allora guardiamolo, lo Iacovone, non soltanto come un'immagine. Guardiamolo come uno spazio della città. Non una città a caso, ma una città già devastata come Taranto. Partiamo da alcuni dati di fatto.La capienza e gli spazi
Lo Iacovone storico aveva una capacità superiore a quella del nuovo impianto. Il nuovo progetto nasce con una configurazione più contenuta, nell'ordine dei 16-20 mila posti, a seconda della scelta di ampliarlo o meno successivamente. Una città per cui non era impossibile riempire lo stadio vecchio – almeno nelle partite decisive delle stagioni e tralasciando l’ultima giocata a Massafra – si vede ridurre il numero dei posti. Ci viene detto che è meglio così, che gli stadi adesso li fanno più piccoli. Gli spalti sono più vicini al campo. La visibilità è migliore. L'esperienza dello spettatore sarà più coinvolgente. Probabile. Ma a noi viene spontanea una domanda: più vicini al campo e più lontani dalla dimensione popolare dello stadio? E qui non basta dire che i posti saranno più confortevoli. Perché la qualità di uno stadio non si misura soltanto in centimetri, servizi igienici e comfort dei seggiolini. Si misura anche nella sua capacità di essere un luogo collettivo, un luogo per tutte e tutti. E con tutte e tutti, intendiamo soprattutto tutti quelli e tutte quelle che di solito vengono escluse quando uno stadio viene “ammodernato”, vale a dire le fasce più popolari della popolazione. A quanto detto si aggiungono gli interventi sui nuovi spazi, gli ingressi, i sottosettori, i flussi separati, la videosorveglianza, i sistemi di sicurezza, i seggiolini numerati, i percorsi differenziati. Si preannuncia una gestione ordinata, compartimentata, controllata, progettata per gestire migliaia di persone nel modo più efficiente possibile. Il controllo diventa una caratteristica strutturale dello spazio. Guardiamo lo stadio nuovo, ma a giudicare dal numero spropositato di telecamere piazzate in ogni angolo, è più che altro lo Iacovone a guardare noi.
Per dirla in breve.
Lo stadio di Taranto è moderno come sono moderni, adesso, gli stadi. Meno posti, prezzi in prospettiva sempre più alti, più controlli, profilazione e individualizzazione degli spettatori, meno spazio per tutto ciò che di spontaneo possa venire dalla collettività e dal basso, centinaia e centinaia di telecamere contro chiunque rompa le regole che disciplinano lo spazio, Daspo sportivo, etc.etc…
O meglio. Lo stadio di Taranto è moderno come sono moderni i nostri quartieri. Meno posti, prezzi in prospettiva sempre più alti, più controlli, profilazione e individualizzazione degli abitanti, meno spazio per tutto ciò che di spontaneo possa venire dalla collettività e dal basso, centinaia e centinaia di telecamere contro chiunque rompa le regole che disciplinano lo spazio, Daspo urbano, ecc…
È il capitalismo, bellezza!
Il problema non è la bellezza dello stadio. Perché non vogliamo una città brutta. Al contrario. Vogliamo una città bella. Ma vogliamo che sia bella per chi la abita. Perché nel capitalismo contemporaneo la bellezza è diventata anche una forma di valore. Uno spazio viene reso più bello perché così diventa più desiderabile. Più desiderabile significa più attrattivo. Più attrattivo significa, soprattutto, più valorizzabile economicamente. E così la riqualificazione estetica non è mai soltanto estetica. Non cambia semplicemente l'aspetto di uno spazio, ma può trasformare anche il modo in cui quello spazio viene pensato, utilizzato e vissuto. Lo Iacovone è, da questo punto di vista, un esempio perfetto. Da stadio di calcio diventa impianto multifunzionale. Da luogo della partita diventa infrastruttura per eventi. Da spazio della tifoseria diventa spazio organizzato per hospitality, media e pubblico. Da bene della città diventa asset economico. In altre parole, non stiamo semplicemente ricostruendo la casa di una squadra di calcio. Stiamo costruendo un'infrastruttura che dovrà essere utilizzabile, redditizia e capace di produrre valore. Ma valore per chi? Quanto contano i cittadini e le cittadine, i tifosi e le tifose ma soprattutto quanto conta la redditività dell'impianto? Perché uno spazio pubblico può essere modernissimo, bellissimo e perfettamente funzionante e, allo stesso tempo, smettere progressivamente di essere percepito come uno spazio della comunità. Il nuovo Iacovone è un intervento che vale decine di milioni di euro di risorse pubbliche. E a questo punto la domanda non è nemmeno se scandalizzarsi o meno perché vengono spesi soldi per lo sport. Una città ha diritto ad avere impianti sportivi belli e funzionanti. La domanda è un'altra: se la collettività mette decine di milioni di euro, quale deve essere il ritorno collettivo? Non tanto economico ma sociale, sportivo e anche culturale. Se siamo noi a pagare, anche attraverso le tasse, vogliamo sapere se lo stadio continuerà a essere un luogo accessibile alla città, uno spazio che la comunità potrà utilizzare e riconoscere come proprio oppure se diventerà un asset da valorizzare e da cui la città sarà esclusa.
E poi c'è il Taranto. Esatto, solo dopo.
Questa forse è la contraddizione più bruciante per chi quello stadio lo frequenta. Ovviamente è impossibile parlare dello Iacovone senza tornare a sottolineare l'ironia dolorosa di avere uno stadio del genere e la squadra del Taranto confinata in Eccellenza. Una città che ha visto sorgere il nuovo Iacovone ma che si ritrova a fare i conti anche con le conseguenze delle vicende giudiziarie e disciplinari del calcio tarantino. Il Taranto, infatti, arriverà nel nuovo stadio per ultimo, dopo la pesante squalifica del campo commimata per la stagione che si appresta ad iniziare, a seguito dell’invasione di campo della tifoseria tarantina nella finale playoff della scorsa stagione. L’ironia di avere uno stadio avveneristico e di dover giocare le prime partite a porte chiuse, inizia a raccontare qualcosa su quello che succede nel mondo dello sport. Non perché sia un problema navigare nelle serie più basse, né perché ci si scandalizzi per le misure dell’ingiustizia sportiva, ma perché la dice lunga su un calcio in cui una piazza come quella tarantina può ritrovarsi con un'astronave come stadio ma la squadra in Eccellenza e dover giocare inoltre l’inizio della stagione altrove o a porte chiuse.
Uno stadio chiuso ma pieno di gente
Ad oggi lo stadio è ancora chiuso. L’inaugurazione dello stadio sarà domani (21 agosto), per la giornata di apertura dei Giochi del Meditterraneo. Ma lo stadio adesso è tutt’altro che vuoto. Noi abbiamo avuto la fortuna di entrarci prima del tempo - e dell'inaugurazione ufficiale - grazie al lavoro dell'organizzazione sindacale che ha mobilitato le lavoratrici addette alle pulizie post-cantiere. Tralasciando il fatto che il cantiere è ancora in corso mentre scriviamo (e che quindi le pulizie vengono fatte durante-cantiere, e non post, con tanto di polvere tolta ripetutamente e ridepositata), inseriamo questo dettaglio per ricordarci reciprocamente – qualora ce ne fosse bisogno - che dietro il rendering sfavillante e le inaugurazioni pirotecniche c'è sempre il lavoro di tante e tanti, spesso precario, sottopagato, svolto alle folli temperature di questo agosto. Il lavoro di quelli e quelle che hanno dovuto rispettare scadenze strettissime per arrivare pronti ai Giochi. Quelli e quelle che hanno lavorato nei cantieri mentre Taranto affrontava temperature sempre più alte. Quanto costa in termini umani la velocità con cui deve essere costruita la bellezza? La bellezza tende a cancellare il processo che l'ha prodotta. Perché il Comune di Taranto, nella gestione degli appalti, non ha introdotto nessuna novità rispetto al solito modus operandi di questi grandi eventi. Quelli che hanno lavorato mentre la città aspettava il nuovo impianto.
E poi ci sono i volontari: per i Giochi del Mediterraneo è stata messa su una macchina organizzativa che ne coinvolge circa 3.500. Accoglienza. Trasporti. Spettatori. Accrediti. Media. Cerimonie. Logistica. Supporto alle attività. Il racconto ufficiale, come sempre, promette benissimo. Si fa riferimento alla partecipazione, ad un’esperienza unica, alle amicizie, alle competenze che si acquisiranno, a quel senso di appartenenza che ti farà sentire parte di una grande famiglia senza dimenticare la possibilità di essere protagonisti e protagoniste di un grande evento. E in astratto è bello che una comunità partecipi. Il volontariato può essere una cosa straordinaria. Ma il lavoro? Taranto è anche una città dove il problema del lavoro, della precarietà e della disoccupazione non può essere ignorato. Per questo ci domandiamo dove finisca il volontariato e dove cominci il lavoro gratuito. Perché se un grande evento finanziato con soldi pubblici ha bisogno di migliaia di persone per funzionare, è legittimo chiedersi quali attività vengono svolte gratuitamente e quali invece vengono affidate a lavoratori e lavoratrici regolarmente pagate.
Il lavoro, oggi come oggi, viene sempre più spesso raccontato attraverso parole bellissime. Esperienza. Opportunità. Networking. Formazione. Competenze. Passione. Sono tutte parole positive. Ma sempre più spesso servono solo a rendere accettabile il fatto che una persona faccia qualcosa senza essere pagata. È una questione che va ben oltre Taranto. Ma Taranto e i Giochi del Mediterraneo offrono un esempio perfetto.
La bruttezza è oggettiva
E l’inaugurazione? La bellissima Cerimonia di apertura dei Giochi del Mediterraneo? Permetteteci di dirlo con nettezza: nulla di più brutto, praticamente mostruoso. E qui non ci riferiamo alla facile ironia verso una proposta artistica che considera Albano Carrisi una delle eccellenze della Regione.
Il problema vero è il parterre di mostri che saranno presenti: Meloni, La Russa, Fontana, Mattarella, gli inetti sindaci dei capoluoghi pugliesi, etc. etc…Nella città dell'acciaio sfila chi rappresenta l’inquinamento e lo sfruttamento. Nella città occupata dalle basi militari sfila chi rappresenta la guerra e il riarmo. Nella città dove ha trovato la morte Bakary Sako, presenzieranno all’inaugurazione coloro che rappresentano il razzismo come pratica istituzionale. Nell’anno 2026 era difficile insozzare peggio di così il battesimo del nuovo Iacovone.
Brutto dentro ma bello fuori
Il
21 pomeriggio però, nel centro città, a piazza Maria Immacolata, alle
18:30 poco prima dell’inizio della cerimonia di apertura, ci sarà anche
una contestazione contro tutto questo e non solo. Varie realtà
politiche, sociali e sindacali pugliesi hanno deciso di tenere aperto lo
spazio del conflitto, della contestazione e del dibattito. Per gli
operai dell'ex Ilva, per i morti di inquinamento, per i morti di guerra e
di razzismo, per i disoccupati di Taranto e non solo, al fianco del
popolo palestinese e contro il genocidio; ma anche per contrastare il
modello che vuole le città in macerie ma piene di grandi eventi, al
servizio degli speculatori ma addobbate a festa, piene di telecamere ma
senza lavoro né servizi.


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