giovedì 19 gennaio 2012

pc 20 gennaio - Come e perché l’Italia addestra gli afgani alla guerra


Mai così tanti i militari italiani in missione di guerra in Afghanistan. Quattromiladuecentodieci e solo a metà anno i primi uomini faranno rientro a casa. Per completare il ritiro del contingente nazionale, secondo il ministro della Difesa Di Paola, bisognerà attendere invece la fine del 2014. Un conflitto in nome degli interessi geostrategici delle transnazionali dell’energia, per cui è stato versato un alto tributo in vite umane: per il sito della Camera dei Deputati sono già 42 i militari caduti in territorio afgano “di cui 28 in seguito ad attentati o conflitti armati”. Top secret il numero di feriti e traumatizzati, ma sarebbero centinaia. Dal primo gennaio 2002 al dicembre del 2011, dispiegamenti di reparti, caccia, elicotteri e tank, blitz e bombardamenti aerei, esercitazioni a fuoco hanno comportato una spesa per i contribuenti italiani di circa 3 miliardi e 800 milioni di euro. E le operazioni tricolori in Afghanistan assorbiranno più della metà delle spese previste per pagare le missioni all’estero nel 2012 (complessivamente 1,4 miliardi di euro).
“A Kabul il nostro contingente opera nell’ambito del Quartier Generale di ISAF, della NATO Training Mission - Afghanistan e di Italfor Kabul con circa 210 uomini mentre ad Herat siamo presenti con circa 4.000 uomini, principalmente appartenenti alla Brigata paracadutisti Folgore”, spiegano i portavoce dello Stato maggiore della difesa. “Per le esigenze connesse con le missioni in Afghanistan ed in Iraq, inoltre, ci sono 125 persone tra Al Bateen, Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti), dove sono dislocati alcuni velivoli che assicurano il sostegno logistico, a Tampa (Stati Uniti d’America) presso il Comando USA dell’intera operazione e in Bahrein quale personale di collegamento con le forze USA”. Nel teatro di guerra afgano, il contingente dispone dei più moderni sistemi d’attacco, batterie missilistiche, bombardieri, elicotteri, aerei da trasporto, velivoli per missioni di sorveglianza e ricognizione. La componente aerea è stata rafforzata a partire del 2007 con l’arrivo dei caccia AMX, dei velivoli senza pilota “Predator” e degli elicotteri d’attacco A129 “Mangusta”. Oltre una trentina sono i velivoli schierati ad Herat, il terzo contribuito aeronautico alleato in Afghanistan dopo USA e Gran Bretagna.
“ISAF – spiega il Ministero della difesa - ha il compito di condurre operazioni militari secondo il mandato ricevuto, in cooperazione e coordinazione con le forze di sicurezza afgane ed in coordinamento con le forze della Coalizione, al fine di assistere il Governo afgano nel mantenimento della sicurezza, favorire lo sviluppo delle strutture, estendere il controllo su tutto il Paese ed assistere gli sforzi umanitari e di ricostruzione”. In vista del progressivo sganciamento dall’Afghanistan, gli alleati stanno operando per “incrementare le capacità, l’autonomia e le competenze” delle ricostituite forze armate locali. L’Italia ha assunto un ruolo centrale nelle attività di formazione e addestramento dell’esercito (ANA) e della polizia (ANP) afgani, un impegno oneroso dal punto di vista organizzativo e finanziario e che presuppone pure il loro accompagnamento materiale in vere e proprie azioni di combattimento. L’esercito italiano impiega sul campo i cosiddetti OMLT (Operational Mentoring Liason Teams), team composti da 20-30 consiglieri ed addestratori “a livello di Corpo d’Armata, di Brigata e di Kandak (battaglione)”. I cicli addestrativi hanno una durata di almeno sei mesi e spaziano dalle procedure tecnico-tattiche di fanteria, all’uso di armi leggere e pesanti, ecc. Nel 2008, si è pure tenuto un lungo addestramento sulle tecniche di “ambientamento e movimento in montagna”, destinato all’Afghan National Army, articolatosi in lezioni teoriche a Camp Invicta, sede del contingente italiano a Kabul e in attività pratiche in Italia, presso il 6° reggimento Alpini di Brunico (Bolzano).
La formazione di piloti e tecnici dell’Afghan Air Force viene effettuata invece nella base aerea di Shindand da personale dell’Aeronautica militare. Per i training, avviati il 2 novembre 2010, sono a disposizione due gruppi di consiglieri-addestratori accanto ai militari afgani destinati alla guida degli elicotteri Mi.17 di fabbricazione russa. Gli italiani hanno pure istituito corsi di specializzazione nel campo delle comunicazioni radio e radar, della gestione delle reti e depositi POL (petrolio, olio e lubrificanti), della manutenzione e del rifornimento dei velivoli, del supporto medico, ecc.. I voli addestrativi vengono svolti in cooperazione con l’Aeronautica militare ungherese che utilizza da diversi anni la stessa tipologia di elicotteri e con l’838th Air Expeditionary Advisory Group (AEAG) delle forze aeree degli Stati Uniti.
Ad Alenia North America, società controllata da Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica), è stata affidata la formazione dei piloti e del personale addetto alla manutenzione dei velivoli da trasporto tattico C-27/G.222, la cui consegna all’aeronautica afgana è in fase di completamento da parte di US Air Force. Il contratto, del valore di oltre 4 milioni di dollari, prevede un anno di lezioni teoriche, la formazione pratica e l’addestramento in volo nello stabilimento Alenia di Napoli-Capodichino dei piloti afgani e degli advisor statunitensi che sono poi inviati a Kabul per operare con il personale dell’Afganistan National Army Air Corps (ANAAC). Nell’ottobre 2008, Alenia North America era stata protagonista di una strana triangolazione Italia - Stati Uniti – Afghanistan: la società aveva venduto ad US Air Force diciotto aerei da trasporto G.222 (già in uso all’aeronautica militare italiana), che dopo essere stati riammodernati erano stati trasferiti alle forze aeree afgane.
Imponente anche l’impegno addestrativo degli italiani a favore delle forze di polizia. Ad Adraskan ed Herat due team di carabinieri provenienti dall’organizzazione Territoriale dell’Arma e dai paracadutisti del 1° Reggimento “Tuscania” contribuiscono alla formazione di alcune unità del Comando Regionale dell’Afghan Uniform Police e dell’Afghan National Civil Order Police.
Militari dell’Arma e della Guardia di finanza partecipano anche alla missione di polizia “Eupol Afghanistan” dell’Unione Europea, nell’ambito dell’iniziativa di Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD). La missione, iniziata il 15 giugno 2007, ha lo scopo di “sviluppare le attività di training, advising e mentoring del personale afgano destinato alla Polizia nazionale e alla Polizia di frontiera”. Grazie a un accordo bilaterale Italia-Afghanistan, carabinieri e fiamme gialle sono pure impegnati ad Herat nell’addestramento della polizia di frontiera e doganale, collaborando con il personale USA del Combined Security Transition Command Afghanistan (CSTC-A). Sempre ad Herat, Il Ministero della difesa italiano ha recentemente contribuito con 100.000 euro alla realizzazione di una nuova stazione della polizia afgana.
Un colonnello del 3° Reggimento Bersaglieri è alla guida del PRT - Provincial Reconstruction Team che ha il “compito di supporto alla governance e di sostenere il processo di ricostruzione e sviluppo”, congiuntamente ad una componente civile rappresentata da un Consigliere del Ministero Affari esteri. La struttura controlla e gestisce buona parte degli interventi in Afghanistan finanziati con denaro della Cooperazione allo sviluppo. Negli ultimi cinque anni, PRT dichiara di aver costruito nel distretto di Herat “scuole, ospedali, carceri, strade e ponti” per il valore complessivo di 30 milioni di euro, 5,6 dei quali nel solo 2011. Entro la fine di gennaio sarà completata la prima tranche dei lavori di ampliamento del terminal del locale aeroporto (250.000 euro). Per lo scalo di Herat, i progettisti del Provincial Recontruction Team hanno predisposto un masterplan del valore di oltre 137 milioni di euro per realizzare un nuovo terminal, piste aeree e opere viarie di collegamento. Lo scorso 17 dicembre, il programma è stato presentato alle autorità nazionali afgane dall’ex ministro allo Sviluppo economico, Paolo Romani, neo-rappresentante dell’esecutivo Monti per lo “sviluppo economico dell’Afghanistan e del’Iraq”.
Dal 2001 al 31 dicembre 2010, la Cooperazione italiana ha erogato 516 milioni di euro per finanziare “iniziative bilaterali e multilaterali” nel “settore infrastrutturale e degli aiuti umanitari” (103 milioni solo per il collegamento stradale Bamyan-Maidan Shar). Ventinove i milioni stanziati lo scorso anno per “progetti nel settore della governance, dello sviluppo rurale e agricolo e delle infrastrutture stradali”. L’Afghanistan è proprio la gallina d’oro di mercanti d’ami e grandi società di costruzioni. Nel 2012 potrebbero partire i lavori di ristrutturazione della strada Herat–Chishet Sharif. Prima beneficiaria, spiega Il Sole24Ore, la grande cava di proprietà del magnate statunitense Adam Doost (alla guida dell’American Chamber in Afghanistan), “che di recente ha chiuso un accordo di partnership con la Margraf di Vicenza per commercializzare in Italia e in Europa blocchi di marmo inizialmente per 5 milioni di dollari”. La guerra in Afghanistan si combatte per il gas e il petrolio ma anche in nome e per conto dei pescecani dei mercati finanziari planetari.

Antonio Mazzeo

tratto da http://www.liberazione.it

14 gennaio 2012

pc 20 gennaio - Israele acquista caccia Italiani in cambio di "radar anti-immigrati"

osservatorioiraq

L'aeronautica militare israeliana rinnova la flotta e raccomanda l'acquisto di mezzi italiani

Nelle prossime settimane Israele procederà al rinnovamento della propria flotta aerea: in lizza per la vendita dei caccia da addestramento militare, oltre alla Corea del Sud, anche l’Italia, “raccomandata” dall’aeronautica israeliana direttamente al ministero della Difesa. Aerei che serviranno per addestrare i soldati di oggi e di domani a bombardare i civili palestinesi (nel caso in cui la Striscia di Gaza dovesse averne ancora 'bisogno').

di Cecilia Dalla Negra

Che la cooperazione militare con governi che utilizzano la propria aeronautica per bombardare i civili non s’avrebbe da fare è un concetto che all’Italia – pronta a spendere 15 miliardi di euro per l’acquisto di 131 F-35 mentre chiede ai propri cittadini di “fare sacrifici” – sembra proprio non piacere.
Quando si parla di affari – tanto più se di tipo militare – l’etica non trova spazio, e ogni acquirente è buono. Ancor meglio poi se l’alleato si chiama Israele e intrattiene con il nostro paese, storicamente, un rapporto di cooperazione militare - che in gergo civile si potrebbe chiamare ‘complicità’ - che affonda le sue radici lontano nel tempo.
Ancor prima che esistessero un’aeronautica e un ministero della Difesa, in Israele, capaci oggi di acquistare i potenti mezzi usciti dalle fabbriche di morte dell’industria bellica italiana.
Tra i primati che l’Italia può annoverare c’è anche la fabbricazione dei caccia da addestramento M-346. Alenia Arlemacchi la produttrice, per questi jet militari transonici di cui l’aeronautica israeliana ha raccomandato l’acquisto.
Destinatari della “segnalazione” l’Israeli Defence Force – l’esercito israeliano – e il ministero della Difesa, che stanno discutendo l’acquisto di nuovi mezzi per sostituire quelli, ormai tramontati in troppe guerre, della flotta nazionale. La decisione sarà presa nelle prossime settimane, i vertici ancora non si sono pronunciati: c’è sempre da capire quale possa essere il tornaconto più conveniente.
In lizza insieme all’Italia, infatti, c’è la Corea del Sud, con i suoi T-50 Golden Eagle, addestratori avanzati monomotore sviluppati grazie ad una joint venture con gli Stati Uniti.
“Entrambe i caccia corrispondono alle nostre esigenze” secondo quanto dichiarato da una fonte del ministero della Difesa, ma sembra evidente che sulla decisione finale peserà il contro-investimento in sistemi di sicurezza israeliani che i due paesi saranno disposti a fare.
Un giro d’affari che, dalla Corea del Sud, porta alle casse israeliane circa 280 milioni di dollari l’anno in sistemi di difesa acquistati: una partita che il paese vorrebbe vedere ricambiata, tanto da aver accusato Gerusalemme di voler favorire l’Italia nelle negoziazioni per l’acquisto, pena il buon andamento dei rapporti diplomatici tra i due paesi.
Già piuttosto tesi, a dire il vero, stando a quanto affermato dal quotidiano Ha’aretz, che stima in 1 miliardo di dollari circa l’ammontare complessivo dell’affare che sta per concludersi.
Israele per il momento non si pronuncia – il portavoce dell’esercito, interpellato dal giornale, ha fatto sapere che “non discute di questioni professionali con i media” – ma è evidente che nella scelta peserà l’intenzione da parte dei due paesi di voler “contraccambiare” il favore con l’acquisto di mezzi di difesa israeliani.
Ma un punto di vantaggio in questo senso è stato già segnato dall’Italia, che negli ultimi tempi è stata particolarmente ligia nel rendere omaggio all’accordo di cooperazione militare ratificato con Israele (Legge 15/05/2005).
Se non fossero bastate le esercitazioni congiunte nel deserto del Negev, e la base militare di Decimomannu, in Sardegna, che spalanca le proprie porte all’addestramento in volo con gli F-16 israeliani, a rafforzare i rapporti tra i due paesi è arrivato anche l’acquisto dei tanto avversati “radar anti-migranti”.
In Puglia, Sicilia e Sardegna – individuate per la futura installazione di questi impianti – le manifestazioni si moltiplicano nel silenzio dei media. Apparecchi denominati EL/M – 2226 ACSR, prodotti dall’azienda israeliana Elta System, che serviranno per “proteggere” le coste italiane dell’arrembaggio dei migranti, categoricamente rifiutati dalle popolazioni locali per le ripercussioni non solo etiche, ma anche ambientali e sanitarie che potrebbero avere.
Notizie che non fanno notizia, proprio come domande la cui risposta è intuitiva. A cosa servirà l'acquisto italiano degli F-35? A bombardare la prossima Libia. Così come i caccia da addestramento militare serviranno a preparare i soldati israeliani a bombardare la prossima Gaza.



pc 18-19 gennaio - Sicilia e rivolta dei forconi .. che succede veramente ..posizione dei centri sociali e interventi da indymedia

Palermo : Centri Sociali al fianco dei "forconi" in lotta!
Submitted by anonimo on Thu, 19/01/2012 - 14:22 banchebloccocentri socialicomunicaticrisidebitoeconomieequitaliaforconiitalialavoro / nonlavoromanovramontimovimentiPalermo
Oggi per tutta la giornata una trentina di compagni/e dei centri sociali palermitani Anomalia e Laboratorio Arrigoni hanno partecipato e sostenuto il presidio del Movimento dei Forconi e degli autotrasportatori, svoltosi all’altezza di via oreto - rotonda di via regione siciliana - imbocco dell’autostrada, dove i manifestanti circa centocinquanta, hanno piu’ volte attuato dei blocchi stradali a singhiozzo mandando in tilt l’intero traffico in entrata e in uscita da Palermo.

La protesta popolare che si sta diffondendo in Sicilia come tutte le proteste di questo tipo sono complesse, di massa e contradditorie, ma di sicuro parlano il linguaggio della lotta contro la globalizzazione, contro equitalia e lo strozzinaggio legalizzato che sta mettendo in miseria larghe fasce della societa’ siciliana , contro la casta politica di destra e di sinistra che sta mettendo in ginocchio i lavoratori e le loro famiglie , contro l’aumento dei prezzi della benzina . Soprattutto il movimento dei forconi quello che richiede lo vuole conquistare con la lotta. Blocchi stradali, fermo di tutti i tir che entrano ed escono dalla citta’, e momenti di propaganda contro i governi regionale e nazionale che incontrano a differenza di cio’ che dicono i media ufficiali la gran simpatia della popolazione.

Serve un po’ di chiarezza su alcuni punti, secondo noi, determinanti.

Tante critiche sono state fatte ai soggetti promotori di queste manifestazioni.

Una di queste è che sarebbero gestiti e organizzati in maniera strumentale da alcuni personaggi vicini al partito di Lombardo (Mpa). Senza voler fare del becero moralismo o inviti alla comprensione pietistica rispondiamo col potere dei dati empirici e non della retorica: chi ascolta i soggetti protagonisti dei blocchi e delle manifestazioni a cui stiamo assistendo; chi legge i loro cartelli e volantini; chi incrocia i loro megafoni sa quanto peso abbia nei loro linguaggi la competa sfiducia verso tutta la classe politica (tutta!). Se poi a parlare per loro sono stati anche quel politicante dell’Mpa o quell’altro di Forza sud non ci stupisce più di quando assistevamo alle becere vetrine costruite attorno a presunti portavoce di altri movimenti (gli studenti in primis) che altro non erano che la "cattura partitica" di lotte e vertenze. Eppure, anche in questi anni di lotte studentesche e universitarie, qualcuno si costruiva legittimità per provare successivamente a vendere i movimenti al partito di "sinistra" o al sindacato di "sinistra".Questo ci ha mai impedito di stare dentro tali movimenti? Di provare a portare in essi i contenuti di una lotta antisistemica e autonoma? Quante volte dietro battaglie (in molti casi figlie dello stesso qualunquismo che ora si imputa ad altri) in difesa di "cultura e formazione" abbiamo dovuto convivere con le più fantasiose manovre elettoralistiche senza mai perdere di vista ciò che più ci interessa – soggetto, pratiche, linguaggi - ? Per fortuna abbiamo avuto ragione.

Una risposta veemente va data a chi agita lo spauracchio "fascista" a proposito delle lotte in questione. Il fatto che in alcuni contesti venga dato spazio a certe forze di estrema destra – crediamo sia "biologico", nella origini di questi movimenti, che venga ricercato supporto in chiunque lo conceda - non è forse più significativa la colpa di chi, non riconoscendo tutto quello cui abbiamo già accennato, rimanendo distante dalla materialita’ dei rapporti sociali, lascia spazio di agibilità a costoro che, ovviamente (e dove sta la novità?), cercano di agire questo spazio attraverso il loro sporco populismo? Non è forse il solito esercizio retorico di "sinistre da salotto" in attesa di momenti messianici già pronti e confezionati e mai pronta a "sporcarsi le mani" in dinamiche che vanno irradiate di contenuti, non certo tenute a distanza…eppure tanti di questi "manifestanti"erano venuti a bussare alle porte dei nostri centri sociali e delle sedi della sinistra "radicale": sono fascisti? Non crediamo!

Noi, militanti di centri sociali e di spazi occupati dellla citta’ di Palermo, sosterremo la lotta di "forconi" e autotrasportatori perchè frutto di una giusta battaglia e perchè ricca di positive e "incompatibili" energie; per questo, come sempre, saremo al fianco di chi lotta contro la crisi e questo intollerabile sistema.

Studentato Autogestito Anomalia

Laboratorio Vittorio Arrigoni

PALERMO

la rivolta dei forconi. chi c'è dientro e dentro veramente
Submitted by anonimo on Thu, 19/01/2012 - 14:40 antifascismoforconiitaliarepost da altri mediaAltre città
S’avanza sui media il movimento dei forconi siciliani. Un movimento che raccoglie qualche migliaio di sostenitori su Facebook e che in questi giorni manifesta per chiedere attenzione e, in definitiva, soldi per alcuni settori dell’economia siciliana in crisi.

Si tratta di un movimento che muove da istanze corporative di alcune categorie imprenditoriali, segnatamente agricoltura e trasporti e che interpreta alla perfezione il ruolo di finta opposizione all’interno di un sistema marcio colluso, dal quale gli stessi che protestano hanno raccolto benefici per anni, premiando con il loro consenso chi poi li ha condotti al disastro insieme al resto del paese.

Si tratta di un classico movimento populista, animato da un’estrema destra che spera di approfittare della crisi di un sistema di potere del quale ha largamente profittato e che, anche per questo, non intende minimamente mettere in discussione. Un movimento che procede su linee d’azione speculari a quelle della Lega al Nord, travestendo da opposizione chi ha governato fino a ieri e cercando di distogliere l’ira popolare dai veri responsabili di un’operazione di governo fallimentare, puntando ai sempiterni capri espiatori dell’estrema destra italiana.

Così i siciliani scesi in protesta, che in Italia hanno la regione con la più vasta autonomia, chiedono autonomia di spesa, si dicono contro la globalizzazione e chiedono addirittura la possibilità di stampare una moneta sovrana per la Sicilia.

Un “programma” che sembra scritto da uno dei tanti freak dell’estrema destra italiana, di quelli che insieme a Scilipoti combattono contro la piaga del “signoraggio” sparando tette e culi di Ruby Rubacuori e Sara Tommasi. È un’azione politica che ripete stilemi e parole d’ordine sempre care all’estrema destra, che da sempre quando va male punta il dito sulle “banche usuraie” e grida al complotto demo-pluto-giudaico-massonico.

Una destra nazionalista e ignorante, che ha l’unico interesse nel cercare d’inserirsi e di pesare in quei meccanismi di potere che dice di disprezzare in nome di una purezza ideale alla quale non può credere nessuno. L’impressionante imbarcata di camerati da parte dei governi Berlusconi, come da parte di sindaci come Alemanno, testimonia della purezza di questa gente che si riempie la bocca di parole come “onore” e poi striscia per ottenere un incarico pubblico, che spesso trasforma in un’impresa criminale ad esclusivo vantaggio personale o di qualche cricca.

Moralizzatori populisti come la Lega, interessati solo a piazzare i Trota e altri famigli sulle spalle dei contribuenti.

Una destra falsa e anche vigliacca, perché anche in Sicilia non ha il coraggio di alzare al voce contro Schifani o Alfano, mammasantissima della politica nazionale, e nemmeno ha il coraggio di attaccare Cammarata, il sindaco di Palermo che si dimette ora a due mesi dal termine del suo mandato perché dal prossimo mese non ha i soldi per pagare i dipendenti e non ha la voglia di fronteggiare le prevedibili proteste.

Un sindaco rimasto al suo posto anche dopo che si scoprì che aveva fatto assumere in Regione Sicilia il marinaio del suo yacht personale, che così era pagato dalla Regione anche se lavorava sulla barca del sindaco. Alla faccia dei forconi.

Una destra vigliacca che non spende una parola o una riga contro la mafia e la plateale corruzione nelle istituzioni isolane, i problemi in Sicilia sono altri: la globalizzazione, l’euro, la moneta sovrana, il prezzo della benzina, il traffico…

Una destra violenta, che cerca di amplificare una modesta protesta corporativa obbligando con la forza all’adesione anche chi non ne avrebbe voglia. Una violenza applaudita e acclamata dai siti d’estrema destra, anche da quelli che più dissimulano la loro appartenenza, come quello di Massimo Fini, nel quale si possono leggere alate parole di plauso, che si ritrovano anche più esplicite in altri siti dell’estrema destra. Viva la violenza rivoluzionaria, quella contro i camionisti che non aderiscono allo sciopero però, non quella contro i mafiosi o i politici che hanno divorato la Sicilia.

Una destra vigliacca che si nasconde dichiarandosi “apartitica” e “apolitica”, anche questo un espediente già visto e già usato anche dagli estremisti di Forza Nuova, che sostiene con forza la protesta. Apartitici, ma evidentemente non antifascisti. Un espediente classico che tuttavia non può nascondere la puzza di destra populista che promana dalla pagine ufficiale del Movimento su Facebook, dalla quale oggi si grida “onore alla Padania!” (con l’onore ci hanno la fissa) per un articolo a sostegno della protesta. Una retorica che riesce ad ingannare alcuni siciliani, ma fortunatamente non troppi, anche se anni di latitanza della politica “alta” dall’isola hanno indotto un evidente regresso della consapevolezza politica nell’isola, regresso peraltro comune a buona parte del resto del paese.

Onore alla Padania, onore a Borghezio, onore a chi sputa sui terroni, onore all’autonomia mafiosa siciliana, all’onore dei Prizzi. E via con i manifesti e le grafiche nelle quali il tricolore si mescola al nero fascista. Niente onore ai piccoli imprenditori taglieggiati dalla criminalità organizzata, niente onore per i siciliani che pagano le tasse e non vivono di favori e assistenzialismo.

Serve autonomia alla regione più autonoma d’Italia, governata dal Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, un altro che parlando di autonomia ha costruito le sue fortune e poi ha contribuito a gettare i suoi amministrati in disastro senza uguali, tacendo sugli scandali e offrendo sponda ai coinvolti nelle peggiori truffe ai danni della collettività.

Bisogna combattere contro l’anonima “casta”, non contro i potenti personaggi che ricoprono importanti incarichi pubblici e controllano l’isola andando a braccetto con la mafia. Contro “il sistema” e la globalizzazione, ma non contro il sistema siciliano che ruba ai siciliani la vita di oggi e la speranza di domani. Non un fiato sul clamoroso dissesto delle casse siciliane, non un fiato contro i responsabili, contro i consiglieri regionali pagati più dei parlamentari, contro i ladri e gli incapaci alla guida della sanità pubblica e le mille camarille e cricche che hanno fatto fallire Catania, devastato l’università a Messina o che spendevano centinaia di migliaia di euro per mandare missioni a Dubai, per studiare se l’azienda dei rifiuti palermitana poteva concorrere alla gara per la gestione dei rifiuti nella capitale araba del business. Azienda in perenne dissesto che non è mai riuscita ad assicurare un servizio decente nemmeno a Palermo. Non un fiato sulla situazione di scuole ed ospedali nell’isola, quelli sono affari che non si possono criticare.

Si tratta del solito estremismo di destra, che nei momenti di crisi veste la casacca da tribuno del popolo e agita quanti sono stati sacrificati da politiche fallimentari e ruberie, cavalcando il malcontento provocato dai compagni di merende, da quegli interessi illeciti grazie ai quali l’estrema destra e i Masaniello del momento hanno mangiato fino a ieri. Non è gente che cerca la rivoluzione, ma un posto in un’amministrazione comunale, un ente, una partecipata. Gente alla quale non interessa nulla dei problemi dei trasportatori o degli agrari colpiti dalla crisi, persone che ieri come oggi rappresentano solo pacchetti di voti da conquistare e poi da mettere a frutto su mercato della politica.

Pacchetti controllati dai veri padroni di quei settori, persone delle quali non è bene fare i nomi, ma che sono capaci di mettere in strada centinaia di camion e di materializzare una protesta che non è “di popolo”, ma corporativa e non è “contro il sistema”, ma la difesa di un sistema di gattopardi che mangiano da sempre alla stessa mensa, a spese dei siciliani e non solo.

Siciliani che per fortuna non sembrano sedotti da un movimento, che non spende una parola per molte categorie sociali e che schiera in prima fila amministratori e personaggi tanto interni al sistema, che oggi si dicono pronti e si offrono di combatterlo “da dentro”. Come virus, ha detto proprio così un amministratore locale intervistato. Il virus della malapolitica che si offre di distruggere il sistema da dentro, l’idea sembra quella di distruggere lo stato grazie ai virus, non di debellare i virus e sanare l’amministrazione pubblica facendola diventare trasparente, efficiente e rispettosa di diritti e doveri.

A muovere questi forconi (p.s. ma anche i tassisti come questo nella foto accanto) sono quindi i soliti gattopardi, non a caso i media controllati dalla destra non hanno fiatato per gli episodi di violenza già registrati, mentre sono sempre pronti a scatenare un putiferio se un ragazzino rompe una vetrina durante cortei diversi. E come tutti i gattopardi siciliani, anche questi agitano i forconi per chiedere che tutto cambi, in modo che tutto possa restare come prima. Non c’è da temere effetti dirompenti, alla fine prevarrà l’inciucio alla democristiana o, alla peggio, la pax mafiosa. I camerati rientreranno nei ranghi, i camionisti e gli agrari saranno liquidati con una mancia e torneranno a casa vincitori e tutti vivranno felici e contenti. Siciliani onesti a parte.

Aggiornamento: Da controlacrisi.org: Gruppi criminali e mafiosi si sarebbero infiltrati tra gli autotrasportatori, gli agricoltori del movimento ‘Forconi’ e i pescatori di alcune marinerie e agirebbero per interessi che nulla hanno a che fare con i motivi alla base delle proteste che da tre giorni stanno paralizzando alcune zone della Sicilia, tra cui il rincaro dei carburanti e dei pedaggi autostradali. Questo quanto denunciano Confindustria e altre undici associazioni che, dopo avere firmato un documento congiunto, oggi hanno deciso di inviare al governo altre due relazioni, denunciando la pericolosita’ della situazione che si e’ venuta a creare in Sicilia e chiedendo l’intervento delle istituzioni. Il presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, ha inviato una nota al ministro dell’Economia, Corrado Passera, mentre il cartello di associazioni che raggruppa artigiani, agricoltori, commercianti e cooperative ha scritto al premier Mario Monti e al presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo. ”I drammatici fatti di queste ore – scrivono le associazioni che si sono subito dissociate dalle proteste pur condividendo il malessere di alcune categorie – evidenziano la gravità della crisi economica in Sicilia e la totale assenza, fino ad oggi, di provvedimenti incisivi da parte del governo nazionale e regionale: ci• ha portato alla esplosione di proteste esasperate, con forme di lotta che stanno causando ulteriori danni all’economia e ai cittadini siciliani. Le ragioni delle imprese rischiano di essere strumentalizzate dalla peggiore politica, e di sfociare in un ribellismo inconcludente aperto anche alle infiltrazioni della criminalità, organizzata e non”. Il documento e’ firmato dai vertici regionali di Confartigianato, Confagricoltura, Confederazione italiana Agricoltori, Cna Sicilia, Casartigiani, Confapi Sicilia, Confcommercio, LegaCoop, Confesercenti Sicilia, Confcooperative, UniCoop.

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.Sul movimento dei forconi e la rivolta popolare in Sicilia
Submitted by anonimo on Thu, 19/01/2012 - 00:40 italiamovimentimovimento dei forconirepost da altri mediasiciliasicilia libertariaPalermo
Sul movimento dei forconi e la rivolta popolare in Sicilia

Mentre scriviamo è in atto in tutta la Sicilia la protesta organizzata da Movimento dei forconi, Aias ed altre associazioni minori che si sono man mano aggregate. Si tratta di una realtà eterogenea, le cui potenzialità erano note, ma la cui portata sociale si potrà cominciare a verificare a partire da questa settimana. Di fatto, dopo la protesta degli anni ottanta degli “abusivi per necessità”, non si erano più verificati movimenti così diffusi e radicali, in grado di intercettare il crescente malcontento e di dare delle risposte alla crescente voglia di protagonismo, da anni repressa nei meccanismi del clientelismo e della delega.

Un movimento di tal fatta non poteva non destare l’attenzione di chiunque abbia interesse a creare un clima di “rivolta” per pescare nel torbido, o da parte di chi sente sia giunto il momento di portare allo scoperto le proprie rivendicazioni corporative. E’ così che la destra, da tempo attenta agli sviluppi di questo movimento, ne canta le lodi, e dove può, partecipa in maniera anonima con i suoi militanti ai blocchi stradali; è il caso di Forza Nuova e di altre sigle della galassia neofascista; è il caso dell’arcipelago indipendentista. E’ anche il caso di Zamparini, l’industriale presidente del Palermo calcio, e del suo Movimento per la gente, costituito per lottare contro Equitalia. Quest’ultimo pare abbia anche fornito risorse economiche al Movimento, ovvero a “Forza d’Urto”, la sigla unificante sotto cui si svolgono le manifestazioni di questi giorni.

La sinistra, anche quella rivoluzionaria, aristocraticamente, ha osservato da lontano e con fastidio quanto andava nascendo in mezzo a categorie – contadine in particolare – sprofondate in una profondissima crisi, andando a cercare i peli nell’uovo. Eppure di occasioni in questi mesi ve ne sono state per incontrare i “forconi”, ad esempio nel movimento contro il Muos di Niscemi.

Gran parte dei fondatori e degli aderenti al Movimento dei forconi (come pure all’Aias, il sindacato degli autotrasportatori), provengono dal bacino elettorale del centro-destra o dell’MPA, questo è notorio. Può bastare questo a definire i “forconi” un movimento di destra, o addirittura fascista?

Una delle cause scatenanti del loro scendere in piazza è infatti la delusione verso i governi regionale e nazionale nei confronti delle rispettive categorie degli agricoltori, dei camionisti dei pescatori, ecc.; oggi gridano, assieme a tanta gente, contro Lombardo e contro i deputati tutti, chiedendo che se ne vadano; oggi si organizzano per consegnare le tessere elettorali, avendo perso la fiducia nella democrazia parlamentare.

Noi dobbiamo analizzare il movimento a partire da una dichiarazione retroattiva di voto? (una exit pol molto post-datata), o a partire da quanto ne scrivono Forza Nuova e camerati?, o a partire dalle simpatie del singolo personaggio?, oppure dobbiamo dare un giusto peso a una rivolta sociale che comincia a definirsi, dopo anni che scriviamo e critichiamo la calma piatta regnante e che ci interroghiamo sul perchè la gente non si ribelli? Adesso la gente si sta ribellando; porta nei blocchi stradali tutto il suo disgusto, la sua disperazione, la sua rabbia, e le sue certezze: non ostenta un obiettivo specifico; non è la rivolta contro la discarica o la tav o i licenziamenti; non è più solo la protesta dei contadini contro la concorrenza sleale e le leggi del mercato, o quella dei camionisti contro il caro-carburanti, o dei piccoli commercianti snervati dalle tasse e dalla Serit, ma comincia a delinearsi come la protesta diffusa di tutti; una rivolta contro lo sfruttamento; contro un infame trattamento per il Sud e la Sicilia, contro lo Stato esattore della povera gente, costretta, assieme alle piccole imprese – quindi ciò che regge l’economia di intere regioni – al fallimento. Questa è la novità che non si riesce a cogliere, e che invece noi poniamo alla base del nostro ragionamento.

Certamente siamo su un terreno scivoloso. Ma quando mai le rivolte sociali sono state linde e chiare, politicamente corrette, esenti da contraddizioni, orientate a sinistra, eccetera eccetera?

Noi che viviamo nel profondo Sud sappiamo bene come i fascisti abbiano progressivamente occupato spazi sociali e fisici lasciati vuoti dai movimenti di sinistra, radicali e anche rivoluzionari. Sappiamo bene come le strategie del neofascismo siano improntate ad approcci formalmente non ideologici, volti a creare consensi nei quartieri e laddove regna la rabbia e l’emarginazione. Del resto non è una novità dal punto di vista storico, e non è più neanche una caratteristica del solo meridione.

Ma sappiamo anche che il terreno perduto si riconquista metro per metro standovi sopra, non lontani; sappiamo anche che le contraddizioni della gente possono essere portate alla luce del sole se si sta in mezzo alla gente. Abbiamo fatto delle scelte che ci impongono di stare laddove il popolo soffre e soprattutto laddove si ribella e mette in discussione assetti sociali e politici, privilegi e ruberie, corruzione e meccanismi truffaldini del consenso. Avremmo dovuto farlo prima; avremmo dovuto essere stati noi a tessere le fila di questo movimento di protesta e di lotta. Non è stato così, ma questo non vuol dire che la cosa non ci riguardi.

La redazione di Sicilia libertaria

pc 18-19 gennaio - LIBERTA' DI LICENZIAMENTO PER 3 ANNI - FINE DELLA CASSAINTEGRAZIONE

La Riforma del mercato del lavoro presentata dal Ministro Fornero, dietro il falso discorso di "favorire l'occupazione giovanile", regala ai padroni la libertà di licenziamento per i primi tre anni di lavoro. Dicono - tutti, compresi Cisl, Uil e la Cgil della Camusso - che non si sta mettendo mano all'art. 18, ma in questo modo è una eliminazione totale dell'art. 18, proprio per i nuovi assunti, per i giovani, per le donne.
Non c'è alcun vincolo per le aziende a tenere un lavoratore dopo i 3 anni, salvo pagare un risarcimento. Una sciocchezza, a fronte del fatto che potranno usare e continuare ad usare, con la politica dell'"uso e getta", i giovani, le donne; che questi rapporti di lavoro sono a bassissimo costo, con contratto di apprendistato, che vuol dire salari bassi, contributi irrisori; che soprattutto avranno sempre manodopera ricattabile, supersfruttabile, licenziabile appena alza la testa e reclama i propri diritti.

Si dice in un punto successivo della riforma che si voglioni limitare fortemente i contratti a tempo determinato, ma in realtà diventano tutte le nuove assunzioni a tempo determinato - appunto, di durata massima di tre anni.

Sulla riforma poi degli ammortizzatori sociali, siamo al furto vero e proprio scambiato anche questo per estensione degli ammortizzatori sociali.
Sparirebbe la cassa integrazione straordinaria con l'obiettivo di tagliare subito il legame lavoratore-azienda. Le aziende, in questo modo, appena c'è una difficoltà economica potranno licenziare e i lavoratori riceveranno solo un reddito minimo di disoccupazione.
La disoccupazione dilagherà e, come sempre accade, verrà usata anche per abbassare il salario operaio.
Di fatto, quindi, è falso parlare di "estensione" degli ammortizzatori sociali (i disoccupati, quelli che non lavorano da anni, anche con questa riforma vengono privati di forme di reddito), ma si tratta in realtà di "sostituzione" di un reddito minimo alla cassintegrazione straordinaria.



Da "Repubblica" di oggi - "Si sarebbe trovato un terreno di comune discussione tra sindacati, ministri e imprenditori intorno al disegno di legge di riforma suggerito due anni fa dagli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi. L'intendimento di Fornero sarebbe di arrivare a febbraio al varo del provvedimento... (con il) via libera al contratto unico di apprendistato e all'introduzione del reddito di disoccupazione...
L'obiettivo, spiega Monti, è quello di creare "una maggiore mobilità che protegga il lavoratore ma non renda sclerotico il mercato del lavoro" per favorire l'occupazione giovanile e renderla meno precaria.
La riforma non toccherebbe direttamente l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ma ne limiterebbe l'efficacia in alcune fasi della vita lavorativa dei dipendenti...

IL CONTRATTO UNICO - Nascerà il Cui, contratto unico di ingresso. Avrà due fasi: una di ingresso, che potrà durare, a seconda dei tipi di lavoro, fino a tre anni. E una seconda fase di stabilità, in cui il lavoratore godrà di tutte le tutele che oggi sono riservate ai contratti a tempo indeterminato.
Durante la fase di ingresso, in caso di licenziamento con motivazioni che non siano di tipo disciplinare ("giusta causa"), il datore di lavoro non avrà l'obbligo di reintegrare il dipendente ma potrà risarcirlo pagando una specie di penale pari alla paga di cinque giorni lavorativi per ogni mese lavorato. In caso di una fase di ingresso di tre anni, il licenziamento dovrà essere risarcito con sei mesi di mensilità.
Già oggi, durante il periodo di prova, non si applica la l'articolo 18 sui licenziamenti. La riforma prevede che il periodo di prova si possa allungare fino a tre anni e in cambio concede che il contratto di ingresso si trasformi automaticamente, al termine della prova, a tempo indeterminato. (Ma) le imprese dopo tre anni possono licenziare il dipendente con un risarcimento senza essere costrette ad assumerlo.

TEMPO DETERMINATO - Con il provvedimento allo studio invece sarà impossibile assumere a tempo determinato dipendenti per i quali viene corrisposto un salario inferiore ai 25 mila euro lordi annui (o proporzionalmente inferiore se la prestazione dura meno di dodici mesi). Verrà messo un tetto anche ai contratti a progetto e di lavoro autonomo continuativo che rappresentino più di due terzi del reddito di un lavoratore con la stessa azienda.

GLI AMMORTIZZATORI - Oggi sono di tre tipi: cassa integrazione ordinaria, cassa straordinaria e mobilità. L'obiettivo è quello di semplificare e tornare alle origini: con la cassa integrazione ordinaria che interviene solo per far fronte alle crisi cicliche e temporanee dei settori.
Per le crisi strutturali e il sostegno a chi ha perso il lavoro dovrebbe invece intervenire il reddito minimo di disoccupazione. Una misura che esiste in molti Paesi occidentali ma che è costosa. Soprattutto in fasi economiche, come l'attuale, in cui la ristrutturazione delle aziende lascia senza lavoro quote crescenti di lavoratori dipendenti...".

pc 18-19 gennaio - Corteo antifascista a Cuneo

Corteo antifascista a Cuneo
Sabato 21 Gennaio
concentramento ore 16
giardini davanti Stazione FS

Il 26 febbraio 2011 Casapound Cuneo annuncia l'apertura di una sede
nella città medaglia d'oro per la resistenza.
Un folto gruppo di persone, tra cittadini, militanti antifascisti,
istituzioni, associazioni, organizzano un ritrovo in piazza per impedire
l'inaugurazione.
Dopo svariati interventi, una parte dei manifestanti si muove in corteo
spontaneo per raggiungere la sede dei fascisti del terzo millennio e si
scontra duramente con loro e con le forze dell'ordine che si
interpongono.
Il 27 maggio 2011 vengono eseguite 20 perquisizioni e denunce, due
arresti e domiciliari e firme per altri imputati. Due i latitanti, tra i
quali Guido Mantelli, anarchico cuneese e alpigiano ribelle.
“I reati contestati in concorso vanno dalla resistenza alle lesioni a
pubblico ufficiale nell’esercizio delle proprie funzioni, lesioni,
danneggiamento di alcune autovetture, nonché il danneggiamento di
un’autovettura di servizio della guardia di Finanza che si trovava in
contrada Mondovi angolo via Alba, imbrattamento e utilizzo di petardi e
bombe carta al fine di suscitare pubblico disordine ed incutere timore
tra la gente. Viene anche contestata la violenza privata per impedire
agli appartenenti al movimento di Casapound di inaugurare la sede di via
Alba, con le aggravanti di aver agito travisati da caschi, sciarpe ed
altri indumenti.”
Il 26 febbraio 2011 c’è stata l’udienza preliminare con il rinvio a
giudizio.
Il 25 gennaio 2012 ci sarà il processo di primo grado presso il
Tribunale di Cuneo in Piazza Duccio Galimberti (antifascista e
partigiano).

Di seguito alcuni link per approfondire:
Cuneo - Corteo Antifascista http://lombardia.indymedia.org/node/43126
Locandina http://lombardia.indymedia.org/node/42883
Comunicato di Guido per gli scontri di Casa Pound
http://lombardia.indymedia.org/node/42420
Alcuni comunicati di solidarietà:
http://lombardia.indymedia.org/node/39194
http://piemonte.indymedia.org/article/12639
http://informa-azione.info/antifascistie_anche_nel_terzo_millennio

VIDEO: http://www.cuneocronaca.tv/saf_playvideo.asp?VideoID=1823

Articoli di stampa:
http://lombardia.indymedia.org/node/36662
http://lombardia.indymedia.org/node/39003
http://www.cuneocronaca.it/news.asp?id=38397
http://www.targatocn.it/2011/05/27/leggi-notizia/argomenti/cronaca-1/articolo/scontri-tra-anarchici-e-forze-di-polizia-per-lapertura-di-casapound-a-cuneo-arrestie-perquisizioni.html
http://lombardia.indymedia.org/node/39124
http://www.agenparl.it/articoli/news/cronaca/20110527-cuneo-digos-arresti-e-perquisizioni-tra-anarco-insurrezionalisti
http://lombardia.indymedia.org/node/42393

pc 18-19 gennaio - vogliamo il lavoro o il salario garantito... verso lo sciopero nazionale del 27 gennaio

dai compagni di infoaut palermo

Nel pomeriggio di martedì cinquanta persone si sono date appuntamento a piazzetta Mediterreneo, nel quartiere di Ballarò, per un' assemblea di movimento che si è trasformata poi in un volantinaggio lungo tutto il mercato storico.

L'iniziativa rientra nella serie di mobilitazioni contro il governo che, a forza di riforme, sta tagliando giorno dopo giorno, posti di lavoro e welfare e sta riducendo al lastrico grosse fette di società. Dopo solo due mesi di governo Monti la situazione appare molto chiara: il tentativo è
quello di continuare l'opera di salvataggio delle banche per ottenere la fiducia dei mercati finanziari e dei vertici europei, svuotando totalmente le tasche di chi questa crisi la paga già da qualche anno.

Nei quartieri popolari, dove la crisi si fa sentire sempre più pesante, si palesano tutte le difficoltà che non accennano a diminuire, disoccupati, cassintegrati, giovani precari e donne sono
stati intercettati lungo il percorso del mercato storico, dove è facile capire quanto diventa sempre più difficile acquistare beni di prima di necessità per tirare a campare.

Il pomeriggio di mobilitazione ha dato la possibilità a molti abitanti del centro storico cittadino di discutere anche delle disastrosa situazione nella quale versa il comune e la gestione della città, non più in grado di garantire i servizi minimi, il diritto alla casa e all'assistenza sanitaria. Palermo è veramente piegata da questa crisi, è sufficiente fare un giro per i quartieri per capire che il governo, cittadino e nazionale, non ha più niente da spremere, restano solo la rabbia e la totale assenza di fiducia per ogni tipo di rappresentanza.

Di seguito il volantino distribuito durante la manifestazione.

Basta con gli aumenti, basta con le tasse e i tagli ai servizi e a tutti i diritti
Basta con la disoccupazione!
Vogliamo il lavoro o il salario garantito!

Ma quale governo tecnico! Il governo Monti è un governo che sta mettendo in pratica UNA POLITICA BEN PRECISA, la politica di far pagare la crisi del capitale alle masse popolari!
Questo governo ha solo due mesi di vita ma ha già fatto un mare di danni!, alle donne che con la scusa della crisi sono le prime ad essere licenziate, a donne e giovani che non trovano lavoro, ai
pensionati e a chi non può più andare in pensione, agli operai che la crisi sta mandando tutti a casa a fare i nuovi disoccupati, a tutte le masse popolari che si ritrovano con meno soldi e meno servizi e più poveri in generale mentre deputati e senatori si arricchiscono sempre di più insieme a banchieri e padroni.
Il governo Monti, che si vanta di aver organizzato un governo di fatto antidemocratico perché non è stato eletto da nessuno, è un governo di Grande Coalizione come si dice alla tedesca, di Unità Nazionale, che mette insieme tutti i partiti dal Pdl di Berlusconi al Pd di Bersani... è un governo forte con i deboli e debole con i forti, tanto per cambiare.

Questa politica colpisce anche nella nostra città, Palermo, dove il sindaco più assenteista d’Italia, Cammarata, che tra poco dovrà per forza lasciare la poltrona tanto amata e che lo ha fatto
arricchire lascia una città nel pieno disastro: immondizia, autobus che non funzionano, sanità allo sbanque se vayan todosdo, scuole e strade sempre piu' disastrate, crolli di palazzine e allagamenti alle prime piogge…
Bisogna fermarli, ma per fermarli veramente,
oramai come dicono tutti ci vuole una rivolta popolare, è per questo dobbiamo organizzarci sempre meglio perché si deve fare un’altra politica, ma la devono fare le masse popolari in prima persona.

Organizziamoci a cominciare dai quartieri
popolari, prepariamo una campagna di lotta per il LAVORO O SALARIO GARANTITO!

Partecipiamo allo sciopero nazionale dei sindacati di base del 27 gennaio con manifestazione a Roma


Unione Sindacale di Base - Slai Cobas per il sindacato di classe -Circolo Proletari Comunisti - RedBlock - Partito Comunista dei lavoratori - Collettivo P.zza Tenente Anelli in lotta contro le antenne killer - Comitato di Lotta per la casa 12 luglio - Coordinamento Studenti Medi Palermo - Laboratorio Occupato "Vittorio Arrigoni" - Studentato Autogestito Anomalia -Collettivo Universitario Autonomo

pc 18-19 gennaio - il sostegno alla rivoluzione indiana a Milano

La repressione del governo indiano e dell'imperialismo non ferma ma alimenta
la guerra di popolo in India!
Sosteniamola da ogni angolo del mondo!

In India la guerra popolare si intensifica ogni giorno di più. Guidata dal Partito Comunista dell'India Maoista, coinvolge e gode dell'appoggio di milioni di contadini poveri, donne, masse di intoccabili, e oggi controlla vaste aree di una decina di Stati della Confederazione indiana.
Una guerra di popolo contro la miseria, lo sfruttamento capitalistico feudale, che avvampa nelle regioni dove sono più acute le contraddizioni prodotte dal turbolento sviluppo di saccheggio di risorse, oppressione di casta e sfruttamento da parte del capitalismo indiano legato all'imperialismo.
Un capitalismo che, per sua parte, oggi cresce sino a farsi spesso partner e compartecipe delle grandi aziende occidentali.
Con l'aiuto e l'appoggio degli imperialisti e in special modo degli imperialisti USA, le classi dominanti e reazionarie dell'India stanno cercando di soffocare il movimento rivoluzionario.
Il governo indiano, per conto dell'imperialismo, ha lanciato una vera e propria guerra contro il suo stesso popolo, sotto il nome di operazione “Green Hunt”, con ampio impiego di truppe super armate, polizia e paramilitari che puntano a seminare terrore e genocidio, con deportazioni, distruzioni di villaggi, stupri e assassini di massa, arresti, sparizioni, ed eliminazioni dei dirigenti spacciate per scontri armati, come nei caso dei compagni Azad, nel luglio 2010, e Kishenji, lo scorso novembre, due tra i massimi dirigenti del PCI maoista.
Tutto nell'illusione di annegare nel sangue la lotta di un popolo per la liberazione.
Ma nonostante i duri colpi subiti, la guerra di popolo fronteggia vittoriosamente gli attacchi e, come ammette lo stesso governo indiano, la “operazione Green Hunt” è oggi in stallo.
Le masse popolari indiane si uniscono alla guerra popolare, dando vita a grandi proteste e scioperi contro il rialzo dei prezzi, la corruzione e rispondono al terrorismo di Stato paralizzando intere città e regioni e trasformando i funerali dei dirigenti caduti in manifestazioni di massa contro i loro assassini.
I governi imperialisti di Usa, Europa, Russia, e i loro mass media coprono e sostengono la criminale azione del governo indiano; ma anche in questi paesi cresce la denuncia e la solidarietà.

Le masse indiane, dirette dal Partito Comunista dell'India maoista, stanno scrivendo una pagina storica nello scontro di classe attuale nel mondo.
Lo sviluppo della guerra popolare in India conferma che è la rivoluzione oggi la tendenza principale nel mondo e che il maoismo assume un ruolo di comando e guida nella nuova ondata della rivoluzione mondiale contro l'imperialismo in crisi.
Il proletariato mondiale comprende sempre più che l'avanzata della guerra di popolo in India mette in discussione i rapporti di forza non solo nella Regione sud asiatica ma in tutto l'assetto del sistema imperialista mondiale.

Per questo il Comitato internazionale di sostegno alla guerra popolare ha lanciato una grande campagna che dal 14 al 21 gennaio mette in campo tante iniziative, in forme diverse e in un gran numero di paesi.
Una campagna per conoscere e ciò che avviene in un’altra parte del mondo, per capire meglio cosa fare in questa parte del mondo.

Sabato 21 gennaio 2012 Ore 17.30
ASSEMBLEA con mostra video, materiali,
c/o COA Transiti, V. Transiti 28

Comitato di Sostegno alla guerra popolare in India
csgpindia@gmail.com
f.i.p 18.1.2012

pc 18-19 gennaio - proletari comunisti sostiene lo sciopero generale del 27 gennaio indetto dai sindacati di base-partecipa alla manifestazione a Roma

Il 27 gennaio vi è la prima iniziativa nazionale seria contro il governo Monti e il suo attacco sfrenato ai salari e condizioni di vita dei proletari e masse popolari.
A fronte dell'appoggio di tutti i partiti del parlamento al nuovo governo dei padroni e del dialogo in corso tra sindacati confederali e governo, serviva una iniziativa di rottura che desse voce e sostanza all'opposizione proletaria e sociale
a questa politica, a questo governo, allo scaricamento della crisi sulle masse da parte e per conto dei padroni europei e italiani.
Lo sciopero indetto dal sindacalismo di base e di classe è questa prima risposta, per questo va sostenuto con la partecipazione dei settori di avanguardia e di massa
dei proletari che divengano visibili e punto di riferimento nazionale con la manifestazione a Roma.
Naturalmente questo sciopero e la manifestazione di Roma trova subito l'opposizione, l'ostracismo e il silenzio dei padroni, governo, partiti parlamentari, sindacati confederali, mass media ad essi legati perchè effettivamente lo sciopero e la manifestazione sono contro di loro.
Quello che invece è insopportabile è la posizione di chi a parole condivide gli obiettivi e le ragioni dello sciopero e della manifestazione , ma non vi partecipa, lo contrasta e lo sabota con argomenti sbagliati, che mostrano la loro vera natura.
Nel sindacalismo di base e di classe non partecipa il cobas confederazione, questo ceto politico opportunista e sempre più legato alla sinistra parlamentare e alla critica piccolo borghese della crisi e del sistema capitalistico è da tempo passato, al di là della volontà di suoi spezzoni e iscritti nel campo del riformismo e la manifestazione del 15 ottobre ha dimostrato di come per sostenere la propria politica, questa componente è disponibile alla collaborazione con le forze dello stato nella repressione.. ed è logico che non aderisca allo sciopero del sindacalismo di base e di classe per minarne unità, forza e credibilità.
Combattono questo sciopero e manifestazione, poi alcuni gruppi 'operaisti' o 'falso comunisti' che siano, che denigrano questa iniziativa parlando di sindacatini, scioperi minoritari e altro, pescando nel torbido e nella demagogia, quando è evidente che il grado di partecipazione a questo sciopero e alla manifestazione riflette la forza effettiva di questo settore di operai, lavoratori, precari e disoccupati che è ancora minoritaria su scala nazionale.. ma che costituisce però l'unica realtà organizzata capace di far diventare queste minoranze proletarie una realtà nazionale alternativa al sindacalismo confederale.. chi fa questa critica è nella maggior parte dei casi un gruppetto di poche decine di persone che sono incapaci di promuovere alcunchè come lotta reale, denigrano chi si adopera per far crescere l'insieme del movimento proletario e svolgono un ruolo di reggicoda del sindacalismo confederale.
Ancora più ipocrita è chi parla di unire le lotte, coordinarle, e poi quando effettivamente questo avviene su scala nazionale, perchè la gran parte di chi partecipa a questo sciopero le lotte le sta facendo, poi non vi partecipa. Lo sciopero e la manifestazione a Roma è la forma concreta possibile attraverso cui queste lotte si uniscono in questo momento dato.
Infine non possiamo che essere critici verso chi in occasione del 27 gennaio aderisce allo sciopero ma non organizza la partecipazione alla manifestazione nazionale e attraverso manifestazioni e iniziative locali, del tutto necessarie e possibili in altri giorni, esprime una mentalità localista e spesso di settarismo autoreferenziale, a cui il solo antidoto nei fatti in questa occasione e appunto la manifestazione nazionale, che costituisce il peso specifico di questo sciopero.
Per queste ragioni proletari comunisti ritiene in questa occasione che l'unica scelta prolearia e politica giusta è la partecipazione allo sciopero e sopratutto alla manifestazione nazionale a roma.

proletari comunisti
19 gennaio 2012

pc 18-19 gennaio - a taranto la campagna di sostegno internazionale alla guerra popolare in India

Nella serata del 18 gennaio a Taranto i rappresentanti dei lavoratori, precari, disoccupati organizzati hanno partecipato e approfondito la situazione internazionale alla luce della lotta dei proletari e popoli oppressi del mondo e in particolare la situazione della guerra popolare in India, nel quadro della campagna internazionale 14-22 gennaio in corso in diversi paesi del mondo.
E' sembrato per una sera che i compagni indiani fossero presenti a questa riunione
perchè essa ha visto inizialmente la lettura di due messaggi bellissimi e applauditi,
uno inviato dai compagni indiani a proletari comunisti- PCm Italia sulla campagna e sulla conferenza internazionale in preparazione e un'altro sulla morte del compagno Kishenji emesso dal cc del PCIm il 13 gennaio, rivolto a tutti i sostenitori e amici della rivoluzione indiana - pubblicato nel nostro blog.
Successivamente sono state viste le immmagini del grande funerale con cui le masse e i compagni indiani hanno salutato il compagno kishenji.
Sono seguite le relazioni sul contesto internazionale di crisi dell'imperialismo
in cui si sviluppa la guerra di popolo in India e sulla straordinaria importanza che l'avanzamento in India può avere nei rapporti di forza internazional.
L'ultima parte dell'incontro è stato dedicato ai rapporti tra imperialismo-padroni italiani e l'India, sono stati esaminati i rapporti nell'industria bellica,automobilistica e siderurgica; proprio su questo i proletari presenti hanno intenzione di avviare una campagna specifica e una iniziativa nazionale.

L'internazionalismo proletario è stato in questo incontro una reltà concreta.

i compagni di taranto del Comitato internazionale di sostegno alla guerra popolare in India
18 gennaio 2012

pc 18-19 gennaio - manifestazione a firenze - a sostegno dei prigionieri politici baschi

LIBERTA' PER I PRIGIONIERI POLITICI
MANIFESTAZIONE SABATO 28 GENNAIO A FIRENZE

Anche quest'anno EHL Firenze lancia la già sperimentata manifestazione in solidarietà con tutti e tutte le prigioniere politiche, all'interno della quale saranno coinvolte le comunità presenti sul territorio dalle più varie parti del mondo, e in cui si darà gran rilievo alla situazione dei prigionieri politici baschi.

Riportiamo di seguito l'appello di convocazione della demo con le prime adesioni.
Inviamo in allegato il manifesto di convocazione dell'iniziativa.
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CONTRO LA REPRESSIONE

SOLIDARIETÀ AI PRIGIONIERI E AI COMPAGNI DETENUTI PER MOTIVI POLITICI



Tortura, isolamento e pestaggi. Sono alcune delle pratiche che è costretto ad affrontare in ogni parte del mondo chi subisce la prigionia politica.

Il sistema carcerario si ristruttura in funzione di una sua sempre maggiore efficienza nel tentativo di distruzione della identità politica del prigioniero, di estendere la sofferenza ai familiari, di impedire o limitare la solidarietà esterna in una cinica e fredda visione della vendetta politica.

Si definiscono nuovi sistemi di differenziazione, si ridefiniscono circuiti speciali, si allargano ulteriormente i casi in cui è previsto il totale isolamento e si specializzano intere carceri a tale scopo.

Il “miglioramento” delle propria condizione passa attraverso una attenta valutazione dei propri comportamenti, va di pari passo con l'esaudire le richieste della controparte e vale a dire l'abbandono della propria identità politica, l'abiura, la dissociazione, la collaborazione.

Si allargano i casi in cui è prevista la carcerazione preventiva, aumenta a dismisura il ricorso a forme di carcerazione amministrativa e la realizzazione di strutture adibite a tale scopo e lo stesso ordine pubblico assume caratteristiche sempre più vicina ad una guerra interna sia nelle forme sia nel tipo di forze utilizzate.

Misure il cui fine è quello di far tacere la lotta e la resistenza dei popoli, dei lavoratori e degli studenti, di chi si ribella all'occupazione militare, allo sfruttamento e al modo di produzione capitalista, di chi attraversa i mari per un futuro migliore, di chi si oppone ai rigurgiti del fascismo.



Misure frutto della logica dell'emergenza entrate strutturalmente nell'ordinamento ordinario, troppo spesso accettate a fronte dello stato emotivo creatosi a seguito di specifici accadimenti o frutto delle esperienze nella gestione dell'ordine pubblico nelle aree di guerra.

Dalle coste del Nord Africa all'Irlanda, dagli Usa alla Turchia, dall'America Latina all'Italia, dalla Palestina al Paese Basco la realtà non cambia. Nello stesso modo nessuno può dirsi ad oggi estraneo a tutto ciò, nessuno di coloro che lotta indipendentemente dalle forme assunte, in una fase in cui è sempre più evidente che le rivendicazioni di ampie fette di popolazione trovano una risposta unicamente nella repressione. Ogni comportamento è sempre più frequentemente etichettato come “eversivo” o “terrorista” e così anche la repressione assume le caratteristiche necessarie.

Per questi motivi lanciamo la data del 28 gennaio a Firenze come un momento di piazza nel quale aprire uno spazio a tutti i compagni, le realtà e le strutture che lavorano e si impegnano sul piano della solidarietà a livello internazionale, nazionale e locale.

Uno spazio all’interno del quale portare la propria voce perché davanti alla repressione, alla detenzione e alla prigionia politica si rompa il silenzio.



SABATO 28 GENNAIO CORTEO

CONCENTRAMENTO ALLE ORE 15.30

IN PIAZZA SS. ANNUNZIATA – FIRENZE



Comitato d'Amcizia con il Pese Basco – Firenze

CPA fi-sud

Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos

Collettivo Politico di Scienze Politiche – Firenze

Coordinamento Antifascista e Antirazzista Toscano

Associazione Amicizia Italo-Palestinese

Nuova Unità

PCL Toscana

Circolo “26 julio” dell’Ass. Naz. Di Amicizia Italia-Cuba

Federazione Toscana Partito dei CARC

Rete dei Comunisti – Toscana

Associazione Parenti e Amici degli arrestati del 12 febbraio 2007

Collettivo per la Costruzione del Soccorso Rosso in Italia




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mercoledì 18 gennaio 2012

pc 18-19 gennaio - Ringraziamenti pubblici del PCI maoista - India ai solidali e sostenitori nel mondo

nel quadro della campagna di sostegno alla guerra popolare in india, in atto in tutto il mondo, è giunto un messaggio pubblico del Comitato centrale del Partito Comunista dell'India maoista , che facciamo conoscere a tutti i compagni, a tutti i proletari, a tutti gli antimperialisti del nostro paese


PARTITO COMUNISTA D’INDIA (MAOISTA)
COMITATO CENTRALE
Comunicato
13 gennaio 2012


Saluto rivoluzionario dal PCI (Maoista)
a tutti gli amici della rivoluzione indiana


Compagni e amici,

Il 24 novembre 2011 la rivoluzione indiana ha perso un grande dirigente e le masse oppresse dell'India hanno perso il più affidabile dei suoi servitori. Il 24 novembre rimarrà un giorno buio nella storia della rivoluzione indiana. Il 1 ° luglio 2010 le classi dominanti indiane avevano assassinato il nostro compagno, membro dell’Ufficio Politico e portavoce, Azad. Un anno e mezzo dopo, un altro compagno membro del Ufficio Politico, Koteswarlu (popolare tra la gente e nelle file del partito come Kotanna, Prahlad, Ramji, Kishenji o Bimal) è stato catturato vivo in una operazione segreta, barbaramente torturato e assassinato in un falso scontro. In India, che sostiene di essere il più grande democrazia del mondo, le classi dominanti, feudali e borghesia burocratica e compradora, col sostegno degli imperialisti, in particolare l'imperialismo USA, stanno cercando di sopprimere i sotto un tallone di ferro o movimenti democratico, di liberazione nazionale e rivoluzionario. In particolare, dal 2009 stanno portando avanti una ingiusta guerra contro il popolo detta “Operazione Green Hunt”. Stanno spudoratamente violando anche la stessa Costituzione e le leggi che loro stessi hanno scritto e assassinando gente civili, attivisti e dirigenti del movimento. Cercano invano di giustificare tutti questi assassinii illegali coprendoli con la menzogna dei falsi 'scontri', seguendo dei dominatori coloniali britannici. È un fatto accertato che oggi ovunque in India 'scontro' significa un assassinio di Stato.
Il compagno Koteswarlu era nato il 26 novembre 1954 nella città di Peddapalli, distretto di Karimnagar, erede della gloriosa lotta armata di Telangana. Per quarant’anni è stato alla direzione del movimento rivoluzionario indiano. Il compagno Koteswarlu proveniva da famiglia di orientamento democratico e fin dall’infanzia ne aveva assorbito i sentimenti patriottici e di amore per il popolo oppresso. Era rappresentante di primo piano della generazione seguente la gloriosa ribellione di Naxalbari. Anche se fu soppressa in pochi anni la ribellione di Naxalbari, che affermò la guerra popolare maoista di lunga durata come la via della rivoluzione indiana, ha avuto un grande impatto in tutto il paese. In molte altre aree si sono avute ribellioni contadine che ne hanno seguito l’esempio. Essa risvegliò anche gli studenti di scuole e università. Lo slogan 'Naxalbari Ek Hi Rasta' (l’unica via à Naxalbari) è risuonato in tutto il paese. Fu questo il contesto che fece del compagno Koteswarlu un rivoluzionario maoista. Dapprima, alla fine degli anni 70, organizzò i contadini contro il feudalesimo, profondamente radicato nel suo distretto natale di Karimnagar, dirigendo molte lotte. Ebbe ruolo chiave nel movimento contadino comunemente noto come 'Jagityal Jaitrayatra' (il marzo vittorioso di Jagityal). In breve tempo, dai distretti si Karimnagar e Adilabad, il movimento si diffuse in tutto il Nord Telangana. Mentre mobilitava i contadini nella lotta anti-feudale, si adoperò molto per attrarre studenti, scrittori, intellettuali, operai ... tutte le classi oppresse e i settori del popolo, nel fiume di movimento rivoluzionario. In questa fase, lavorò prima come organizzatore di partito, poi come segretario del comitato del distretto e infine fu eletto segretario del Comitato dello stato dell’Andhra Pradesh, conquistandosi il riconoscimento del popolo e delle file del partito. Dal 1986 ha giocato un ruolo cruciale nello sviluppo e l'espansione del movimento rivoluzionario nelle regioni centrale, orientale e settentrionale dell'India. In particolare concentrò la sua azione nel Dandakaranya, per otto anni, e nel Bengala Occidentale, per diciotto anni. Dal 1993 fino al suo ultimo giorno ha lavorato come membro del Comitato Centrale, poi dell’Ufficio Politico, con la responsabilità degli Uffici Regionali del Nord e dell’Est. Diede un contribuito notevolmente in molte sfere del partito, formazione politica, riviste, propaganda e spiccava come uomo dai molti talenti. Ha giocato un ruolo di primo piano nell’arricchire i documenti di partito e nello sviluppo della linea e pratica politico-militare del partito. Ha rappresentato il CC in incontri e riunioni bilaterali con diverse organizzazioni di liberazione nazionale e forze maoiste dell’Asia meridionale. Si adoperò molto per unire gruppi e individui marxisti-leninisti, divisi e dispersi dopo la sconfitta di Naxalbari e in particolare per raggiungere l'unità delle organizzazioni ML e MCC che dopo Naxalbari proseguirono per strade separate. Per tutto ciò il suo ruolo rimanrrà impresso per sempre nella storia della rivoluzione indiana.
Se a fine anni 70, il compagno Koteswarlu giocò un ruolo cruciale nel movimento contadino di Jagityal, primi anni del 21 ° secolo è stato l’artefice dell’importante rivolta popolare di Lalgarh. Era un dirigente esemplare, che non abbandonava mai il popolo e i quadri del partito, mantenendosi saldo, con coraggio e iniziativa, nei tanti flussi e riflussi del movimento rivoluzionario indiano. Era un organizzatore intraprendente, un comandante di guerra e una guida che impartiva amore e cura. Fin dall'inizio, la sua sola presenza si è rivelata un osso duro per il nemico e il compagno uscì vittorioso da diversi attacchi e tentativi di ucciderlo. Era un guerriero instancabile che ha combattuto incessantemente e senza compromessi, senza perdere mai un’occasione per attaccare politicamente e militarmente il nemico. È per questo che la cricca al potere di questo paese, Sonia-Manmohan-Chidambaram-Pranab-Jairam in collusione con il primo ministro del Bengala Occidentale Mamata Banerjee lo hanno assassinato nel modo più crudele. I segni di brutali torture sul suo cadavere mostrano la natura fascista del nemico, la sua codardia e la sua sconfitta. Ha sopportata tutte le inumane torture nelle mani del nemico e ne è uscito vittorioso anche di fronte alla morte. Il rosso della bandiera internazionale dei proletari si è fatto più profondo, col suo sangue versato nella giungla di Mahal.
Con l'assassinio del compagno Koteswarlu, alias Kishenji, il movimento rivoluzionario indiano ha perso un grande dirigente. Questa è una perdita enorme per il nostro partito. Da diversi anni il nostro partito continua a perdere forze di direzione principali e in queste circostanze tali perdite non possono essere evitate. Ma il nostro partito combatterà con fermezza per far avanzare la rivoluzione indiana sulla via della vittoria, superando queste perdite. Le classi sfruttatrici dominanti non riusciranno mai a comprendere la verità che il popolo e i movimenti popolari generano centinaia, migliaia di dirigenti come Koteswarlu e Azad e continuano a sognare ad occhi aperti di poter sopprimere i movimenti uccidendone i leader. Finché ci saranno sfruttamento e repressione, il popolo continuerà a ribellarsi. Dirigenti come Koteswarlu continueranno a emergere. Ecco perché le grandi lotte, il sacrificio e l’ideale affermato da migliaia di eroici martiri servono da ispirazione.
Il nostro Comitato centrale rende il suo rosso omaggio e piega il capo di fronte al grande martire compagno Koteswarlu. Il nostro CC esprime profondo vicinanza alla madre Madhuramma, che pur immersa in un immenso dolore, sta chiamando il popolo a seguire le orme del suo figlio, e agli altri membri famigliari e amici del compagno Koteswarlu. Il nostro Comitato Centrale chiama tutto il partito, l’EGPL, gli attivisti delle organizzazioni di massa e le masse rivoluzionarie colpite da profondo dolore e angoscia per il brutale assassinio del compagno Koteswarlu, a superare il lutto e di intensificare la guerra popolare. Il nostro CC chiama i giovani a unirsi numerosi al nostro partito e all’EGPL per avanzare sule orme del compagno Kotanna e realizzare i sogni che accarezzava. Il nostro partito rivolge il suo saluto rivoluzionario a tutti i democratici e simpatizzanti rivoluzionari che hanno accompagnato la salma del compagno Koteswarlu dal West Bengala a Peddapalli e a tutta la gente che ha partecipato in massa al corteo funebre per rendere l'ultimo saluto al leader caduto, sfidando i tanti divieti dei governi e l’accerchiamento e delle forze di polizia. Esprimiamo umilmente il nostro grazie alle tante organizzazioni di massa, organizzazioni per i diritti civili, partiti rivoluzionari, democratici, scrittori, giornalisti, amici dei media, artisti e militanti della lotta per un Telangana separato, che hanno condannato il brutale assassinio del compagno Kishenji. Il nostro saluto rossi va a tutti quegli scrittori e intellettuali che hanno scritto articoli e rapporti che condannano in modo inequivocabile questo assassinio. Il nostro CC esprime il suo saluto rivoluzionario a tutti i partiti rivoluzionari e organizzazioni democratiche dei diversi paesi che hanno condannato l'assassinio del compagno Kishenji e la guerra scatenata dal governo indiano contro il suo popolo e hanno inviato messaggi di condoglianze al nostro partito.
Il nostro CC si impegna ancora una volta, a nome di tutto il partito, dell’EGPL, delle organizzazioni di massa rivoluzionarie e delle masse rivoluzionarie dell'India, ad avanzare superando tutti gli ostacoli sulla via della realizzazione della Rivoluzione di Nuova Democrazia in India, con l'obiettivo di realizzare il socialismo e il comunismo e a perseguire gli obiettivi non realizzati delle migliaia di martiri, tra cui il compagno Kishenji, fino al loro compimento. Assicuriamo alle masse oppresse dell'India e del mondo intero che non avremo pace finché feudalesimo, la borghesia comprador-burocratica e l'imperialismo non saranno sottoterra e non sarà messa fine a ogni tipo di reazionari.

Viva il Compagno Kishenji!
Viva il Marxismo-Leninismo-Maoismo!
Viva l’Internazionalismo Proletario!

Abha,
portavoce,
Comitato Centrale,
PCI (Maoista)

martedì 17 gennaio 2012

pc 17 gennaio - Palermo... a sostegno della guerra popolare in India


Ripubblichiamo locandina con modifica del luogo in cui si terrà l'assemblea

Palermo Venerdì 20 Gennaio h. 16,00
presso Box 3 - Facoltà di Lettere e Filosofia
Viale delle scienze

ASSEMBLEA/DIBATTITO
mostra fotografica, video, opuscoli

pc 17 gennaio - La Turchia con il massacro di Sirnak conferma la sua anima fascista e razzista

Rigiriamo un comunicato di denuncia della Confederazione dei lavoratori turchi in Europa (ATiK)
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Con il massacro di 40 contadini a Şırnak lo Stato fascista turco ha aggiunto un nuovo massacro alla sua lista di atrocità contro il popolo curdo!
3 gennaio, 2012
ATiK | 03 - 01 - 2012 | Lo stato fascista turco sta continuando i massacri contro l’innocente popolo curdo per mezzo di armi chimiche. Nel villaggio di Roboski della provincia di Şırnak Uludere 40 persone innocenti sono state massacrate con bombardamenti da aerei da guerra. Nella dichiarazione guerrafondaia dopo l'ultima riunione del MGK (Consiglio di Sicurezza Nazionale), l'attuazione pratica della dichiarazione "Le operazioni continueranno giorno e notte" significava che,contadini civili sono stati brutalmente uccisi in bombardamenti aerei. Siamo attentamente in attesa di conoscere ciò che il governo dell'AKP costruirà in riferimento al massacro di cui è responsabile mentre afferma di essere contro i massacri del regime di Gheddafi in Libia, il regime di Assad in Siria e anche invitando e minacciando Assad di smetterla con i massacri.

Quaranta contadini di Ortasu (Roboski) nella regione Uludere, di età compresa tra i 15 ei 20 anni che tornavano dal lavoro al loro villaggio sono stati brutalmente uccisi da un bombardamento di aerei da guerra F-16. Secondo la dichiarazione dei contadini feriti sopravvissuti ai bombardamenti, "Mentre tornavamo i jet hanno iniziato a bombardarci. Un odore acre era nell'aria durante i bombardamenti. Improvvisamente la gente ha iniziato a bruciare ed è rimasta uccisa. 5-6 persone si sono nascoste tra le rocce per sfuggire ai bombardamenti. Gli aerei hanno bombardato anche lì. Sono tutti morti lì tra le rocce". Il risultato dei bombardamenti è gran numero di cadaveri bruciati e mutilati di molte persone sparsi per la campagna.

La politica di distruzione e negazione contro la nazione curda fin dalla fondazione dello Stato repubblicano turco continua con massacri e arresti di massa. Il razzismo è stato instillato in tutti gli strati della società, imponendo la mentalità che in ogni curdo in movimento vede un 'colpevole'. Nell'ultimo mese, avvocati e giornalisti sono stati arrestati, i periodi di detenzione sono stati prolungati, si è fatta irruzione nelle loro case e uffici, esecuzioni extragiudiziali, uccisioni di massa hanno avuto luogo. Si tratta di una continuazione delle atrocità degli anni novanta in una forma diversa.

La Turchia che ha una storia piena di massacri ne ha aggiunto uno nuovo alla sua storia. Le uccisioni dello Stato turco, che ha massacrato una quarantina di persone molto giovane a Sirnak Uludere, deciderà di negare il massacro in tutte le sue forme, hanno già iniziato facendo diverse dichiarazioni.
Come ATiK condanniamo con forza questo aperto massacro e le atrocità che hanno avuto luogo a Roboski ed estendiamo le nostre condoglianze alle famiglie delle vittime. Non permetteremo che questo massacro venga nascosto, denunciando ampiamente questo crimine contro l'umanità e le sue atrocità da parte dello stato turco, dichiariamo che porteremo la nostra reazione contro questo massacro fuori per le strade in tutte le aree.

Condanniamo fermamente il massacro di Roboski Uludere!
Viva il diritto all'autodeterminazione della nazione curda!

AHM-ATiK Centro Notizie

http://en.atik-online.net/2012/01/03/with-the-massacre-of-40-peasants-in-sirnak-the-fascist-turkish-state-has-added-a-new-massacre-to-its-list-of-atrocities-against-the-kurdish-nation/

pc 17 gennaio - il governo che scarica la crisi sui proletari e le masse, in Romania scoppia rivolta sociale


Romania, proteste contro l'austerità
Scontri tra manifestanti e polizia, 70 feriti
Centinaia di persone in strada contro le misure adottate dal governo. Molti cassonetti dati alle fiamme. Gli agenti hanno usato lacrimogeni per disperdere la folla. Il primo ministro apre al dialogo con le parti sociali sulla riforma della Sanità
Le proteste a Bucarest (reuters)
BUCAREST - Oltre 70 feriti sono il bilancio dei disordini scoppiati anche la notte scorsa per le strade di Bucarest, dopo le proteste contro le misure di austerity adottate dal governo negli ultimi mesi. I manifestanti hanno incendiato alcuni bidoni della spazzatura e si sono scontrati con la polizia che ha usato i lacrimogeni per disperderli.

Il primo ministro Emil Boc, pur ribadendo la condanna della violenza, ha aperto a un dialogo con le parti sociali sulla riforma della sanità che il governo ha dovuto per il momento ritirare. Resta tuttavia l'allarme, perché le manifestazioni degli ultimi giorni, pur occasionate dalle dimissioni di un sottosegretario alla Sanità, sono un più radicale segno di un malcontento diffuso di fronte alle politiche di austerità e alla perdita di potere d'acquisto delle famiglie.


Ieri migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere le dimissioni del primo ministro, del governo e del presidente Traian Basescu. Le dimostrazioni sono presto sfociate in violenze con i circa 2mila poliziotti in tenuta anti-sommossa. Alla fine il bilancio parla di una settantina di feriti (dieci tra gli agenti), oltre 240 arresti, molti danni a banche e negozi. Secondo la polizia, in piazza a far scoppiare gli scontri sarebbero stati per lo più ultrà delle squadre di calcio della Steaua Bucarest e della Dinamo Bucarest.

Boc, dopo una riunione d'emergenza con la sua maggioranza, ha deprecato la degenerazione delle proteste di piazza. "La libertà di parola è garantita in Romania e le dimostrazioni pacifiche sono legittime - ha detto il capo del governo - Tuttavia la violenza di strada è inaccettabile e non sarà tollerata". A questo scopo, ha chiesto al ministro degli interni Traian Igas di prendere misure contro coloro che hanno provocato gli scontri.

Le manifestazioni originariamente sono state provocate dalle dimissioni di Raed Arafat dall'incarico di sottosegretario alla Sanità. L'esponente del governo - un medico dall'alta reputazione, considerato padre dei servizi di pronto soccorso in Romania - è stato di fatto costretto alle dimissioni, dopo aver espresso riserve sulla riforma e in particolare sul trattamento previsto per il pronto soccorso. Basescu, parlando alla televisione, l'aveva di fatto sfiduciato sostenendo che diffondeva informazioni false. "Il presidente s'è opposto a una persona che gode della fiducia di una parte importantissima della popolazione romena e questo è stato un detonatore, un coagulatore di malcontento generale che esiste a ogni livello della popolazione romena", ha commentato il sociologo Micea Kivu. La classica "goccia che ha fatto traboccare il vaso", l'ha definita un manifestante.

Il punto è che la popolazione romena, che paga il prezzo delle politiche d'austerità concordate tra Bucarest e il Fondo monetario internazionale (il quale ha accordato con l'Ue un prestito da 20 miliardi di euro alla Romania per tirarla fuori dalla crisi), è esausta. Al di là delle violenze, la caratteristica delle manifestazioni di questi giorni - a Bucarest, a Cluj, a Iasi a Targu-Mures (città di Arafat) - è che si tratta di dimostrazioni autoconvocate, senza cappelli politici.

La Romania, per rientrare nei livelli di deficit concordati con il Fmi e dell'Ue, cioè l'1,9% del Pil, ha dovuto fare i tagli più duri dell'intera Unione europea. Il 25% in meno negli stipendi per i dipendenti pubblici, ha dovuto andare a colpire le pensioni. Oggi un pensionato romeno con 37 anni di lavoro prende in media 160 euro al mese. Il salario medio è di 350 euro.
(16 gennaio 2012)

pc 17 gennaio - verso lo sciopero del 27...vogliamo il lavoro o salario garantito - palermo 2° appuntamento

Mercoledì scorso si è tenuta a Palermo la seconda riunione di quella che abbiamo chiamato “assemblea permanente” di alcune tra le realtà sindacali, poliche e sociali in lotta in città per continuare la discussione iniziata in occasione dell'occupazione del Liceo R. Margherita, prima delle vacanze natalizie, e decidere le iniziative comuni di lotta concrete con le quali partire.
Riportiamo stralci dai nostri appunti.
*****
Il compagno dell'Usb ha detto che il governo procede in modo sempre più rapido nell’attacco ai lavoratori, l’ “attacco” agli evasori è una forma per fare distrarre la gente dal problema vero; in questo senso la proclamazione dello sciopero del 27 è perché oggi non possiamo stare
più a guardare, bisogna dare segnali forti.
E’ patetico pensare che oggi l’opposizione parlamentare la possa fare la Lega, bisogna continuare la discussione per decidere il da farsi...

Anomalia ha detto che sono necessarie una serie di iniziative preparatorie per il 27, e propone due cose su cui ragionare: i presidi nei quartieri popolari che è bene cominciare a fissare
prima del 27, pensando alla costruzione di un movimento di lavoratori, precari e disoccupati, un movimento per il lavoro e salario garantito anche a ridosso della scadenza elettorale; tutto questo è un lavoro lungo da fare. Poi secondo il compagno era utile riattraversare la giornata di protesta del “movimento dei forconi” indetta per il 16, entrarci con le nostre parole d’ordine; questi
sembra che non abbiano riferimenti espliciti verso partiti e sindacati ufficiali che anzi criticano anche se vi sono presenti aspetti di qualunquismo, ma la forma con cui vogliono manifestare con blocchi di strade ecc. è buona così come alcune rivendicazioni...

Usb considera che i presidi non si debbano fare solo nei quartieri popolari ma anche nei quartieri “bene” per dare più visibilità alle iniziative e per il coinvolgimento di altri settori.
Per lo Slai cobas per il sindacato di classe bisogna partire innanzi tutto dall’occasione offerta dallo sciopero generale del 27, anche se la situazione preme: il governo si dice da solo che non è democratico, Monti dice che "è riuscito a mettere insieme tutti" anche se la parola grande coalizione non è stata detta esplicitamente. Continua la finzione che le leggi poi debbano
passare dal Parlamento... e per evitare anche questo Monti sta preparando per esempio un decreto d’urgenza che per adesso basta che sia approvato da Napolitano; a fronte di questo gli scioperi dei confederali sono ridicoli, mentre lo sciopero del 27 è il primo sciopero dei sindacati di base, è una prima risposta significativa contro il governo, " ...non sarà come il 15 ma non mettiamo limiti; pensiamo che in questo più che in altri siano i numeri che contano con
un governo come questo..."
Da qui al 27 è necessario almeno un presidio ma fatto bene in un quartiere popolare, è una iniziativa significativa che per come l’abbiamo pensata, e cioè da ripetere tante volte in altri quartieri, potrebbe avere in seguito anche visibilità mediatica... " Sul movimento "dei forconi" il compagno dell'Anomalia afferma che siano visibili chiaramente alcuni aspetti reazionari. Comunque si tratta di appartenenti ad un’altra classe (agricoltori, piccoli imprenditori...), il problema che abbiamo adesso è di occuparci della nostra classe..."

Il compagno del Pcl si dice d’accordo con quello che è stato detto e che che la prima iniziativa nel quartiere deve essere fatta bene, ma dice anche che vi è una esigenza di raccordarci a livello nazionale per esempio costituire anche qui il comitato No debito, il 21 gennaio ci sarà una
mobilitazione nazionale... alla quale però non invita perché comunque non ci sarebbe il tempo
Anomalia ribatte che sarebbe bene non mettere troppa carne al fuoco e che prima è necessario far funzionare queste esperienze che vogliamo fare nascere; sul comitato No debito si potrebbe pure discutere ma sono cose che sono nate per il 15 ottobre e poi non si sono più mosse, meglio evitare scorciatoie di tipo organizzativo, prima è meglio costruire la sostanza, fissare gli appuntamenti di quartiere in quartiere...

Il compagno del Comitato del quartiere Villaggio Santa Rosalia dice che la prima si potrebbe anche fare nel suo quartiere ma forse è meglio iniziare da quesrtieri più centrali come Ballarò...
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Alla fine della discussione si è deciso di fare la prima iniziativa comune nel quartiere Ballarò martedì 17 gennaio distribuendo il volantino che riproduciamo a seguire
MANIFESTAZIONE DI QUARTIERE A BALLARO'
CONCENTRAMENTO A PIAZZETTA MEDITERRANEO
MARTEDI' 17 GENNAIO ORE 16
Basta con gli aumenti, basta con le tasse e i tagli ai servizi e a tutti i diritti...
Basta con la disoccupazione!
Vogliamo il lavoro o il salario garantito!
Ma quale governo tecnico! Il governo Monti è un governo che sta mettendo in pratica UNA POLITICA BEN PRECISA, la politica di far pagare la crisi del capitale alle masse popolari!
Questo governo ha solo due mesi di vita ma ha già fatto un mare di danni!, alle donne che con la scusa della crisi sono le prime ad essere licenziate, a donne e giovani che non trovano lavoro, ai pensionati e a chi non può più andare in pensione, agli operai che la crisi sta mandando tutti a casa a fare i nuovi disoccupati, a tutte le masse popolari che si ritrovano con meno soldi e meno servizi e più poveri in generale mentre deputati e senatori si arricchiscono sempre di più insieme a banchieri e padroni.
Il governo Monti, che si vanta di aver organizzato un governo di fatto antidemocratico perché non è stato eletto da nessuno, è un governo di Grande Coalizione come si dice alla tedesca, di Unità Nazionale, che mette insieme tutti i partiti dal Pdl di Berlusconi al Pd di Bersani... è un governo forte con i deboli e debole con i forti, tanto per cambiare.
Questa politica colpisce anche nella nostra città, Palermo, dove il sindaco più assenteista d’Italia, Cammarata, che dovrà per forza lasciare la poltrona tanto amata e che lo ha fatto arricchire lascia una città nel pieno disastro: immondizia, autobus che non funzionano, sanità allo sbando, scuole e strade sempre piu' disastrate, crolli di palazzine e allagamenti alle prime piogge…
Bisogna fermarli, ma per fermarli veramente, oramai come dicono tutti ci vuole una rivolta popolare, è per questo dobbiamo organizzarci sempre meglio perché si deve fare un’altra politica, ma la devono fare le masse popolari in prima persona.
Organizziamoci a cominciare dai quartieri popolari, prepariamo una campagna di lotta per il LAVORO O SALARIO GARANTITO!
Partecipiamo allo sciopero nazionale dei sindacati di base del 27 gennaio con manifestazione a Roma
Unione Sindacale di Base - Slai Cobas per il sindacato di classe - Circolo Proletari Comunisti - RedBlock - Partito Comunista dei lavoratori - Collettivo P.zza Tenente Anelli in lotta contro le antenne killer - Comitato di Lotta per la casa 12 luglio - Coordinamento Studenti Medi Palermo - Laboratorio Occupato "Vittorio Arrigoni" - Studentato Autogestito Anomalia -Collettivo Universitario Autonomo

lunedì 16 gennaio 2012

pc 15-16 gennaio - Abolizione dell'art. 18... il sogno dei padroni

L’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (Legge 300 del 1970), che impedisce il licenziamento dei lavoratori senza giusta causa, è da sempre un chiodo fisso dei padroni, un sogno da realizzare fin da quando è stato conquistato negli anni delle lotte più dure; in particolare l’attacco furioso di questi mesi, sempre con la scusa della crisi, mira non solo a licenziare ancora più facilmente, ma ad imporre quello che definiamo “fascismo padronale” ed imporlo non solo agli operai di fabbrica, ma ai lavoratori di tutti gli altri settori compreso il pubblico impiego perché “non ci devono essere settori privilegiati”, e cioè possibili “esempi da seguire”, i padroni insomma vogliono libertà assoluta nell’uso della forza-lavoro.
E che questo attacco sia essenzialmente ideologico viene ammesso anche da diversi giornalisti e istituzioni come il Censis in questa indagine che riprendiamo da rassegna.it nel quale non solo si sottolinea la pretestuosità della continua invocazione dell’art.18 e delle chiacchiere sui giovani, ma viene fuori anche la funzione sindacale che di fatto lo ha “superato” con diversi accordi fin al 2002.
Già il titolo dice che si tratta di “un falso problema”, e che “licenziare in Italia è già possibile”.

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Mercato del lavoro
Censis, l'articolo 18 è un falso problema

Licenziare in Italia è già possibile: più di due terzi delle uscite dalle aziende nel 2010 sono avvenute per scelta imprenditoriale. Nel 33% dei casi si è trattato di veri e propri licenziamenti. E sono proprio i giovani ad essere più colpiti

di rassegna.it

In Italia attualmente quasi un lavoratore su due è difeso dall'articolo 18. Si tratta di oltre 10 milioni di persone e l'idea che privare questi soggetti della tutela contro i licenziamenti senza giusta causa possa risollevare le sorti dell'economia italiana appare poco credibile. A dirlo è il Censis che nel suo ultimo rapporto analizza la situazione attuale e le possibili conseguenze di una modifica o sopressione della norma, contenuta nello Statuto dei Lavoratori.

In particolare, il Censis, solleva “non pochi dubbi” sulla possibilità che una eventuale modifica della norma possa aumentare l'occupazione italiana, che “ha degli unicum in tutta Europa”. Il problema, si spiega nel rapporto, non è infatti l'eccessiva rigidità del mercato del lavoro, ma il rapporto che gli italiani hanno con il lavoro. Prima di muoversi verso una maggiore mobilità occorre quindi assicurare una maggiore crescita, altrimenti le nuove norme diventeranno un “moltiplicatore di ansie e paure”.

“Appaiono abbastanza sovrastimati – scrive nel suo rapporto il Centro studi - gli effetti attribuiti all'abolizione dei vincoli di licenziabilità dei dipendenti, in termini di maggiore mobilità e di stimolo all'occupazione giovanile”. Allo stesso tempo però, il Censis giudica “eccessiva” la valutazione sui danni che una simile misura potrebbe avere sul sistema. Infatti, spiega ancora l'istituto, il potere dell'articolo 18 negli anni è andato sfumando sempre più: già l'accordo del 2002, consentendo deroghe alle imprese che avessero assunto nuovi occupati, superando la soglia dei 15 addetti, costituiva di fatto una sospensione implicita della norma. E anche l'articolo 8 della finanziaria del luglio 2011, autorizzando intese aziendali anche in deroga all'articolo 18, sanciva la possibilità di superamento consensuale della normativa.

Stanti questi allentamenti della normativa già avvenuti, da un'analisi anche statistica della situazione, il sistema, scrive il Censis, “non sembra mostrare un'esigenza particolare di ulteriore deregolazione delle uscite, dando dimostrazione di avere ormai inglobato un buon livello di flessibilità anche in questa zona del mercato”.


Nel 2010 sono stati 1,3 milioni i lavoratori transitati dall'area del lavoro a quella dell'inattività o della ricerca di nuova occupazione. Di questi, la maggioranza (il 33%), è uscita perché licenziata o messa in mobilità, il 6,2% a seguito di chiusura o cessazione dell'attività, mentre il 28,1% per mancato rinnovo del contratto a termine. Quindi, complessivamente, più di due terzi delle uscite sono riconducibili a scelte imprenditoriali, siano queste indotte dalle cattive condizioni del mercato o dalla volontà di licenziare o non rinnovare i contratti di alcuni lavoratori. Solo il 19,8% è invece dovuto a cause di altro tipo, quali il pensionamento del lavoratore, o altre motivazioni di carattere personale.

E secondo il Censis a subire di più licenziamenti ed espulsioni dal mercato del lavoro sono proprio i giovani, cioè coloro che dovrebbero trarre vantaggio dalla maggiore flessibilità del sistema. Tra 100 persone che sono rimaste senza lavoro nel 2010, svela il Censis, la maggioranza, infatti, ha meno di 45 anni (56,2%) e di questi il 33,7% meno di 35 anni. E su 100 licenziamenti che hanno portato a una condizione di inoccupazione 30 hanno riguardato dei giovani con meno di 35 anni e 30 persone con età compresa tra 35 e 44 anni. Solo nel 32% dei casi si è trattato di over 45. Un dato che, secondo il Censis, “solleva non pochi dubbi sugli effetti che una eventuale maggiore liberalizzazione dei licenziamenti potrebbe avere sul sistema, considerando che già oggi a farne le spese è soprattutto la componente occupazionale giovanile”.

Ma allora quali sono gli elementi che fanno del mercato del lavoro italiano un “unicum in Europa”? Secondo il Censis il primo dei problemi è l'elevato tasso di immobilità aziendale, ben superiore a quello dei principali paesi europei: lavora da più di 10 anni nella stessa azienda ben il 50,7% degli occupati, contro il 43,3% dei francesi, il 44,6% dei tedeschi, il 34,5% degli spagnoli e il 32,3% degli inglesi.

E anche in un momento di difficoltà come questo, solo il 3,7% degli italiani riesce a tradurre la paura in azione, attivandosi per cercare un'occupazione. Un atteggiamento che, sottolinea il Censis, trova spiegazione in un insieme di cause che “attengono sia alle caratteristiche del mercato, che certo non invogliano atteggiamenti più intraprendenti da parte dei lavoratori, sia alla stessa offerta di lavoro, atavicamente resistente a muoversi su un territorio che pure offre ancora molte opportunita' occupazionali a chi abbia voglia di coglierle”. Tra quanti nel 2010 risultavano in cerca di un'occupazione solo il 19,5% era disponibile a spostarsi in altre regioni o all'estero per trovarne.

E' quindi indubbio, secondo il Centro studi, che il sistema italiano “abbia bisogno di maggiore mobilità al proprio interno, soprattutto per favorire l'accesso e la permanenza sul lavoro di quella componente giovanile, che rischia di restare sempre più ai margini. A patto però, si sottolinea, che ciò si accompagni alla “convinzione che per essere più mobile il mercato ha bisogno di dotarsi di un pacchetto di strumenti che sia in grado di scaricare sulla collettività e non sui singoli lavoratori, il costo che questa comporta”.

pc 15-16 gennaio - parte bene dal CPA di Firenze la settimana internazionale di sostegno alla guerra popolare in India -- oggi ravenna

Il CPA ha raccolto l'appello del Comitato internazionale di sostegno organizzando un incontro nello spazio per assemblee. La sala è stata allestita con i manifesti della campagna internazionale, con una mostra, le foto dei martiri dirigenti assassinati, Azad e Kishanji e con i materiali della campagna e la rivista "maoist road".

Sono intervenuti lavoratori e studenti del movimento rivoluzionario, comunista e antimperialista, antifascista, di Firenze, a solidarizzare con la guerra popolare in India, "una vera guerra contro l'imperialismo", come l'ha definita il compagno del CPA nel suo intervento, una campagna necessaria contro i settori del movimento che non appoggiano questa rivoluzione, anzi, in alcuni casi la denigrano.

L'ampia documentazione video ha riguardato la denuncia dell'assassinio del comandante dell'esercito popolare e massimo dirigente del Partito, Kishanji, arrestato, torturato prima di essere ucciso, i funerali di massa e lo sciopero generale come risposta del Partito. A seguire un reportage nelle zone della guerra popolare che documentano il nuovo potere nel "corridoio rosso", un'intervista ad Arundhati Roy, la coraggiosa scrittrice che ha raccontato le tre settimane nella foresta di Chhattisgarh in compagnia dei ribelli maoisti, il ruolo degli intellettuali, la lotta contro lo stato di polizia al servizio degli interessi delle multinazionali, la difesa delle popolazioni tribali, l'ipocrisia della non-violenza dei benpensanti e un altro video che denuncia l'operazione genocida dello Stato indiano conosciuta come "Green Hunt".

Sono state fatte domande per approfondire alcuni temi, come il rapporto tra i maoisti e gli adivasi, l'apporto delle donne alla gp, il rapporto con il Partito del Nepal, il ruolo delle multinazionali e quello della sinistra revisionista che le sostiene e le lotte rivoluzionarie degli operai indiani .

I popoli rivoluzionari stanno lottando contro l'imperialismo, dal nord africa alla Palestina, all'Afghanistan. Spesso combattono sotto altre bandiere, ma oggi le guerre popolari rappresentano la punta più avanzata di questo scontro perchè stanno costruendo un nuovo potere in mano agli oppressi. E' la battaglia, oggi, che alza la bandiera rossa per il comunismo. Per questo è nostro dovere fare conoscere e sostenere l'importanza della guerra popolare in India.

I rappresentanti del comitato internazionale di sostegno hanno fatto conoscere l'estensione della nuova campagna internazionale dal Canada alla Spagna, dalla Francia alla Svezia all'Austria, dalla Germania alla Colombia...

pc 15-16 gennaio - Palermo, con la guerra popolare in India



Venerdì 20 gennaio
ore 16
presso slai cobas per il sindacato di classe

Giornata di informazione

Assemblea/Dibattito
Mostra fotografica
Video sulla guerra popolare
opuscoli

domenica 15 gennaio 2012

pc 15-16 gennaio - LA LEGA RAZZISTA PORTA I SOLDI IN TANZANIA

LEGA NORD E CONTI ALL'ESTERO. PERCHE'?
Il legaiolo è una brutta razza, su questo non può esserci alcun dubbio: in questo periodo, poi, sta dando il peggio di sé.
Alcuni giorni fa, il quotidiano genovese Il Secolo XIX ha scoperto che i vertici del movimento razzista e xenofobo tengono una specie di 'tesoretto' all'estero (tecnicamente si definisce off-shore): esattamente a Cipro ed in Tanzania, dove vengono fatti defluire ingenti capitali - solo nella seconda parte di dicembre 2011 rispettivamente 1,2 e 4,5 milioni - verso società private, quale la Krispa Entreprise di Cipro.
Il sospetto legittimo è che questi 'dané' debbano servire per garantire una vita agiata a quella parte delle camicie verdi, troppo legata al Padrino di Arcore, che potrebbe dover riparare all'estero - come fece il Ladrone numero uno della politica italiana, Benedetto Bettino Craxi - qualora la magistratura borghese decidesse di perseguirla per tutti i reati commessi da quando esiste il partito legaiolo.
Tra questi spiccano, oltre a quelli legati alla mala, e spesso fraudolenta, amministrazione dei territori da loro governati: vilipendio del capo dello Stato, vilipendio della bandiera, banda armata; tutti reati cancellati dall'ex ministronzo legaiolo della semplificazione normativa Roberto rutto libero Calderoli, ma che potrebbero essere reintrodotti.
Nel frattempo, gli adoratori del dio Po regolano i conti interni: il Trotone, Bossi senior, non ha gradito lo smarcamento del suo ex discepolo Roberto Scassamaroni - sul tema della giustizia, segnatamente sull'arresto del deputato camorrista Nicola Cosentino del Partito dei ladroni - ed ha avviato la resa dei conti, sia a livello nazionale sia a quello locale.
Un caso emblematico è rappresentato dalla provincia di Alessandria: mentre nel capoluogo il gruppo dirigente cerca di rifarsi una verginità - scaricando il sindaco del Partito dei ladroni Piercarlo Fabbio - ad Ovada Gianni Viano, storico esponente legaiolo attualmente consigliere comunale, abbandona il partito per insanabili contrasti con il nuovo segretario provinciale, Riccardo Molinari, che aveva poco tempo prima provveduto ad esautorarlo da ogni incarico.
Ovada (AL), 14 gennaio 2012

Stefano Ghio - Proletari Comunisti Torino
http: pennatagliente.wordpress.com

pc 15-16 gennaio - UN'ALTRA BRACCIANTE MORTA NELLA PROVINCIA DI TARANTO: ORGANIZZIAMOCI E LOTTIAMO

Dal comunicato delle lavoratrici, disoccupate dello Slai cobas per il sindacato di classe di Taranto.

Un'altra bracciante è morta in Provincia di Taranto, mentre andava al lavoro nelle prime ore del mattino, altri 5 sono feriti gravemente. Sono entrate in collisione una Opel Astra e il pullmino che trasportava le braccianti agricole.
Lei si chiamava Maria Giuseppe Rusciani, avrebbe compiuto 60 anni il 30 gennaio prossimo, era partita da Terranova del Pollino (Potenza) per andare a lavorare nelle campagne di Massafra in provincia di Taranto, che vuol dire decine e decine di chilometri, fatti quando è ancora buio al mattino, spesso a forte velocità per arrivare presto sul posto di lavoro, perchè bisogna produrre, e aziende e spesso i caporali, devono fare utili sul tempo di lavoro delle braccianti.
Il 31 agosto di quest'anno altre braccianti sono morte nello stesso modo e nella stessa zona.
Ma da allora nulla è cambiato per garantire la sicurezza delle lavoratrici.
SI TRATTA DI MORTI PER IL LAVORO, ANCHE QUESTE SONO MORTI ANNUNCIATE!

Si può dire che le braccianti hanno visibilità solo quando muoiono. Nessuno parla di cosa significa alzarsi alle 2/3 di notte, farsi chilometri in pulmini a volte ammassate; nessuno parla di cosa vuol dire lavorare per 10, a volte anche 12 ore nei periodi di raccolta, e poi rifare chilometri e tornare a casa solo per mangiare, fare servizi e andare a letto per rialzarsi alle 3; nessuno parla della miseria che spesso ricevono al giorno le lavoratrici, anche se sul contratto può star scritto un'altra retribuzione; nessuno parla di un lavoro a volte fatto sotto pressioni,
ricatti di molestie sessuali, del padrone o del caporale; nessuno parla di come si invecchia rapidamente in campagna, della salute messa a rischio per dover respirare, toccare prodotti tossici; nessuno parla di un lavoro che è super precario, che può durare giornate in un anno e che non è mai certo.

Per questo, in autunno, vi è stata una forte e prolungata protesta, in provincia di Taranto di 35 donne braccianti a cui la loro azienda, la Geagri, non aveva rinnovato il contratto di lavoro a tempo determinato, sostituendole con lavoratori interinali reclutati da un'agenzia.
Agguerrite, unite e compatte, le braccianti, hanno fatto presidi continui, per giorni e giorni, anche di notte, davanti al cancello dell'azienda, impedendo l'accesso ai mezzi di carico e scarico delle merci e ai nuovi lavoratori.

ANCHE CONTRO LE STRAGI DELLE BRACCIANTI, NON SERVONO LE LACRIME DI COCCODRILLO CHE DURANO IL TEMPO DI DUE GIORNI, MA SERVE L'UNITA' E LA LOTTA DELLE DONNE.

PER QUESTO LE LAVORATRICI, LE DISOCCUPATE DELLO SLAI COBAS PER IL SINDACATO DI CLASSE DI TARANTO ORGANIZZANO UNO SPORTELLO CON IL NUMERO DI TELEFONO
(3451616390 - CONCETTA).

Lavoratrici, Disoccupate Slai cobas per il sindacato di classe
Taranto 15.1.12