BRACCIANTI
Caporalato, un bracciante agricolo in aula. prendevo quattro euro all'oraNel processo sono imputate 18 persone, tra cui alcuni imprenditori. Il viaggio sui furgoni e il lavoro in campagna: il racconto Antonio Bertizzolo18.09.2026 - 12:00
Ricatti sessuali alle braccianti indiane, la nuova schiavitù
«Prendevo quattro euro all’ora e non avevo vacanze e ferie». E’ un passaggio chiave, uno degli snodi della testimonianza di un bracciante agricolo straniero nel dibattimento dove viene contestato il reato di caporalato. Il processo si sta svolgendo in Tribunale a Latina. Sul banco degli imputati 18 persone tra cui alcuni imprenditori del territorio pontino, titolari di aziende agricole.
In aula hanno deposto con l’aiuto di un interprete i braccianti agricoli impegnati nelle campagne dell’Agro Pontino, originari del Bangladesh. Hanno ricostruito la giornata tipo: da quando venivano caricati sui furgoni e davano i soldi per il trasporto a Uttam per raggiungere il posto di lavoro, fino alla raccolta degli ortaggi.
«Sono arrivato in Italia nel 2010 - ha detto un bracciante - lavoravo sei giorni a settimana, la domenica non lavoravo, prendevo quattro euro all’ora, davo sei euro per il trasporto quando mi venivano a prendere per portarmi sul luogo di lavoro».
I testimoni hanno riferito inoltre che pagavano cento euro di affitto al mese e vivevano in nove ma anche in dieci nello stesso appartamento. I fatti contestati risalgono in un periodo che va dal 2018 e al 2019 e sono venuti alla luce a seguito di una complessa attività di indagine della Polizia. «Ogni mille carote prendevo 40 euro», ha aggiunto un altro testimone, confermando quello che era emerso nel
corso della precedente udienza quando era stato ascoltato un altro bracciante agricolo anche lui bengalese.E’ emerso il ruolo di Uttam, l’uomo che avrebbe reclutato i lavoratori stranieri e che figura anche in una inchiesta ancora dal gup del Tribunale di Latina dove è indagato Renzo Lovato, imputato nel processo Satnam Bis.
Nel capo di imputazione è riportato che: «La reiterata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti di lavoro nazionali. I lavoratori sono stati sottoposti a condizioni di sfruttamento a partire anche dalla reiterata violazione della normativa dell’orario di lavoro a periodi di riposo e al riposo settimanale, oltre alle norme in materia di sicurezza sul lavoro e di igiene nei luoghi di lavoro». Sono state riscontrate carenze relative alla sorveglianza sanitaria dei lavoratori e la mancanza dei dispositivi di protezione personale.
“Se le nere si fermano per andare in bagno le licenzio, perdo soldi”. Padroni e caporali senza pietà
di Pierfrancesco Albanese
“Se le nere si fermano per andare in bagno le licenzio, perdo soldi”. Padroni e caporali senza pietà
L'inchiesta dei carabinieri del comando provinciale di Taranto e della Procura jonica restituisce uno spaccato del lavoro agricolo in Puglia. Per i braccianti stranieri c'era il divieto di fermarsi. E quando un lavoratore senza contratto cade da una scala la reazione dei vertici è glaciale: "Buttalo da qualche parte"
"Ragazzo è caduto dalla scala e sarà che si è rotto la mano". "Ha fatto bene". "E mo? Non c’è neanche il contratto". "Non dire che è caduto dalla scala". "Ma puoi venire tu un attimo a prenderlo e portarlo al pronto soccorso a Ginosa?". "Finché io arrivo quello là è morto, buttalo da qualche parte". Sono da poco passate le 8 del 26 febbraio 2024 quando le registrazioni ambientali dei carabinieri captano questa conversazione. Avviene nei campi di Ginosa (Taranto), dove un manipolo di braccianti è al lavoro per un’azienda agricola. L’infortunato – un bracciante rumeno – è assunto in nero. E Vincenzo Donno, 75enne considerato promotore di un’associazione a delinquere dedita all’intermediazione e allo sfruttamento della manodopera straniera, liquida così l’incidente capitato al lavoratore. Che, arrivato solo quattro ore più tardi al pronto soccorso, riferirà di essere caduto in bici.
L’episodio restituisce uno spaccato sulle condizioni lavorative dei braccianti stranieri nelle campagne del versante orientale del Tarantino e del Materano. Dove l’inchiesta “Terra di confine" dei carabinieri e della procura jonica ha portato all’arresto di sei persone, accusate, a vario titolo, di alimentare la macchina spietata del caporalato pugliese. Altre 19 sono indagate. Ai domiciliari c’è anche un appuntato dei carabinieri in congedo, il 61enne Alessandro Lorusso, complice – per chi indaga – della rete di imprenditori accusati di arricchirsi sulla pelle dei migranti.
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I lavoratori sono arrivati in Puglia transitando per le torture dei lager libici e per l’odissea dei viaggi su barconi fatiscenti del Mediterraneo, prima di finire avviluppati nella ragnatela di caporali e padroni che li obbligavano a condizioni di lavoro proibitive. Costretti a vivere in seminterrati e fabbricati in lamiera. A lavorare per ore con una sola pausa di pochi minuti. Senza poter andare in bagno – laddove presente. E in condizioni precarie di sicurezza, come dimostrano gli incidenti. Ai quali i datori rispondevano facendo spallucce: "buttalo da qualche parte". O ancora: "Dì che sei andato a finire con la mano nello sportello".
Gli infortuni
È il caso di un bracciante costretto a ricorrere alle cure del pronto soccorso per un forte dolore alla mano. Quando avvisa l’imprenditore agricolo Giuseppe Di Palma, 71enne salernitano tra gli arrestati ai domiciliari, si sente domandare cosa dirà ai medici. "Che ieri sera mi sono fatto male, tranquillo!", dice. Mentre l’imprenditore si premura di fornire una versione artefatta: "Magari mettetevi che eri andato a finire con lo sportello…con la mano nello sportello!". Le cure al pronto soccorso sono invece negate a un bracciante straniero di un’altra azienda agricola, dopo un infortunio a un occhio. Il lavoratore è già in macchina con un accompagnatore che lo sta per portare al pronto soccorso, ma fa dietrofront quando il datore gli comunica che è irregolare. Il giorno seguente si proverà, invano, a prenotare almeno una visita oculistica "per il ragazzo che gli è andata una pietra… una cosa nell’occhio". E che comunque non ha ricevuto le cure.
Le condizioni abitative
Nelle maglie di questo sistema sono finiti lavoratori già gravati da trascorsi dolorosi. C’è chi, arrivato dalla Nigeria in Libia, è stato prelevato per strada, frustato e chiuso in carcere per tre mesi prima di una fuga rocambolesca e del viaggio sui barconi. E chi, fuggito dalla povertà dall’Est Europa, si è trovato a lavorare nei campi, senza bagni e acqua potabile, senza giorni di riposo e con turni anche di otto, nove ore consecutive con un’unica pausa di venti minuti. Ad aggravare la situazione dei braccianti ci sono le condizioni abitative: stipati in prefabbricati, in contrada Lama di Pozzo, gli veniva affittato il singolo posto letto, nell’intento dir ricavare quanto più possibile da spazi ristretti. Come dimostra anche un appartamento seminterrato con cavi elettrici volanti, dove sono stati trovati cinque braccianti, tra donne e uomini, mentre gli altri alloggiavano in prefabbricati in lamiera, gelidi d’inverno e bollenti d’estate.
Lavoro massacrante
I braccianti lavoravano poi in condizioni che gli stessi inquirenti definiscono "massacranti". Anche la domenica e nei festivi. Tanto che alcuni si rivoltano, pagando le conseguenze. Quando un bracciante si rifiuta di lavorare perché stanco, Giovanni Mazzotta, imprenditore agricolo 46enne, anche lui ai domiciliari, dà mandato di tenerlo a casa, senza retribuzione. E lo stesso imprenditore dimostra a più riprese di non tollerare alcuna pausa degli operai. Quando chiama un collaboratore per domandare della situazione in campagna e apprende che i lavoratori sono momentaneamente fermi, risponde: "Pure la pausa". E si fa esplicito in un’altra occasione: "Non ci stanno?" chiede a una collaboratrice. "Sono al bagno". "Devono rispettare il lavoro", dice.
E ancora: "Fanno le commedie queste persone qua? Questa gentaglia! Ma chi sono i neri che prendono picci?". E poi rincara: "Ma le nere sono sempre? E adesso le faccio stare a casa, dai, veloce, veloce". Per poi aggiungere, in un’altra conversazione, a proposito dello stop richiesto da un gruppo di lavoratrici: "Perdo soldi io, perdo soldi adesso!". Nei campi c’è chi andava anche con la febbre. E gli imprenditori non tolleravano alcuna sosta. Così lo stesso Mazzotta a colloquio con un collaboratore, avendo notato due braccianti ferme. Il collaboratore spiega che si erano fermate a causa delle vesciche alle mani. E l’imprenditore sbotta: "Mettile a fare l’uva, mettile a fare, si finiscono l’uva e se ne vanno a fare in culo".
I prestiti e la sorveglianza
Secondo la ricostruzione investigativa, il gruppo si interessava di reclutare, gestire, alloggiare e trasportare i braccianti, mettendoli poi a disposizione degli imprenditori agricoli. I soldi dati in prestito venivano in seguito detratti dalle retribuzioni. Scarse e talvolta tardive. E quando un lavoratore si lamenta con lo stesso Mazzotta per gli arretrati dicendo "abbiamo bambini, abbiamo affitti da pagare, non abbiamo nemmeno i soldi per i panini", l’imprenditore va al contrattacco: "fai una cosa, non venirci domani mattina, ci vediamo lunedì direttamente, quando prendi i soldi, va bene?" "stai tranquillo, stai tranquillo, che raccolgo lo stesso le arance...eh". I braccianti erano poi sorvegliati con telecamere. E un imprenditore aveva anche installato dissuasori per i telefoni, in modo da evitare distrazioni.
Non siamo schiavi
L’inchiesta – al netto degli sviluppi che seguiranno – restituisce uno spaccato sulle condizioni di sfruttamento a cui è costretta parte dei braccianti agricoli pugliesi. Su 24mila lavoratori agricoli censiti dall’Inps in provincia di Taranto – numero giocoforza ridotto in virtù dell’assenza dei braccianti in nero – 7mila sono stranieri. E a decine, tra lavoratori di origine africana e dell’Est Europa, erano finiti nella rete della presunta organizzazione. Il marchio sulle condizioni lavorative lo fornisce involontariamente un rappresentante di una squadra di operai agricoli a colloquio con un imprenditore. Quando, nel lamentare i mancati pagamenti dei braccianti, dice: "Sono operai, non sono schiavi". A leggere le carte dell’inchiesta, si ha l’impressione del contrario.
Caporalato, in aula il racconto dello sfruttamento nell’Agro Pontino
La vedova di Satnam Singh ha riferito di giornate fino a nove ore e paghe tra 5,50 e 6 euro. La Cgil: sistema da fermare
Il processo per caporalato e sfruttamento lavorativo nell’Agro Pontino torna al centro dell'attenzione dopo l'udienza svolta al Tribunale di Latina. Nel procedimento sono imputati gli imprenditori agricoli Antonello Lovato e il padre Renzo, nell'ambito dell'inchiesta parallela a quella sulla morte di Satnam Singh, il bracciante indiano morto nel giugno 2024 dopo un grave incidente sul lavoro.
Al centro del processo ci sono le condizioni di lavoro nell'azienda agricola di Borgo Santa Maria, dove Satnam Singh lavorava quando rimase vittima dell'incidente.
Durante l'ultima udienza è stata ascoltata come testimone chiave e parte civile Soni Soni, vedova di Satnam Singh. La donna ha raccontato in aula le condizioni alle quali, secondo la sua testimonianza, erano sottoposti i lavoratori impiegati nella raccolta degli ortaggi.
Le testimonianze in aula
Secondo quanto riferito dalla vedova, le giornate di lavoro arrivavano a otto o nove ore, con turni dedicati alla raccolta degli ortaggi. La donna ha inoltre riferito di turni domenicali non pagati in caso di malattia e di retribuzioni corrisposte in contanti comprese tra 5,50 e 6 euro all'ora.
Nel corso dell'udienza sono emersi anche elementi relativi al reclutamento dei lavoratori dall'India, con un percorso che, secondo le testimonianze riportate dalla Cgil, sarebbe passato dalla Croazia prima dell'arrivo in Italia. Il sistema prevedeva, sempre secondo quanto riferito in aula, il pagamento di migliaia di euro nelle diverse tappe del viaggio.
Le testimonianze hanno quindi ricostruito anche le modalità con cui i lavoratori venivano inseriti nel mercato agricolo dell'Agro Pontino e le condizioni economiche applicate una volta arrivati nelle aziende.
La vicenda di Satnam Singh
Il bracciante indiano rimase gravemente ferito nel giugno 2024 mentre lavorava in un'azienda agricola di Borgo Santa Maria. Nell'incidente perse un braccio e, secondo la ricostruzione giudiziaria, venne lasciato agonizzante in strada.
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