Ritorna lo slogan della Rivolta Popolare del 2011: "Lavoro, Libertà, Dignità nazionale"!
L'estate particolarmente calda di
quest'anno in Tunisia non sembra voler cedere il passo e non ci riferiamo
(solo) alle alte temperature sopra la media, complice il cambiamento climatico,
che hanno raggiunto anche i 50 gradi, ma alle proteste sociali.
È pur vero che le alte temperature hanno innescato una maggiore domanda
di energia a cui l'obsoleto e dipendente sistema energetico tunisino non è
riuscito a far fronte dando vita ad una serie di blackout che hanno paralizzato
il paese ed il sistema industriale creando una penuria di alcuni beni di prima
necessità a partire da uova e pollame (che sono alla base dell'alimentazione
locale complice i prezzi proibitivi di altri tipi di carne) con migliaia di
unità andate perdute e conseguente aumento dei prezzi.
Ma su tutti è venuto a mancare un
bene che proprio nel periodo estivo è quantomai necessario ovvero l'acqua
minerale...
In Tunisia vi è un gran consumo
di acqua in bottiglia che è preferita a quella del rubinetto ritenuta non
potabile dalla popolazione (nonostante la Sonede, la compagnia statale
monopolistica che distribuisce l'acqua, assicuri che lo sia...), in particolare
nelle grandi città dove le infrastrutture sono anche qui obsolete.
In ogni caso mentre i blackout
paralizzavano le fabbriche, allo stesso tempo mancando la corrente elettrica
per 7-8 ore al giorno, anche dal rubinetto di casa non arrivava l'acqua dato
che le pompe elettriche erano in panne.
Questa crisi iniziata al
principio di luglio è esplosa verso la metà di quel mese con una prima grande
manifestazione contro il regime ed il suo presidente, Kais Saied, ed è
proseguita con una seconda manifestazione a inizio agosto.
Entrambe hanno visto la
partecipazione di migliaia di persone in una mobilitazione inedita contro il
regime che fino ad ora godeva, quanto meno sulla carta, di un elevato sostegno
che i sondaggi indicano intorno al 60% (seppur con un'inflessione del 20%
rispetto all'indomani dell'autogolpe presidenziale con assunzione di pieni
poteri e redazione di una nuova costituzione che ha segnato una svolta
ultrapresidenziale).
Il presidente ha costruito la
propria immagine intorno al mito della "Rivoluzione tradita", il cui
filo sarebbe stato oggi ripreso dal suo regime sotto forma di una "lotta
di liberazione nazionale" contro i nemici interni identificati
inizialmente con gli islamisti di Ennahdha e con i partiti eredi del vecchio
regime (che effettivamente hanno governato ora in coalizione ora alternandosi
dal 2012 al 25 luglio 2021 - data dell'autogolpe presidenziale -) e con una generica rete di speculatori
e corrotti ad essi legati mai identificati precisamente. Anche per quanto
concerne i nemici esterni vengono agitati genericamente senza mai riferirsi ad
uno Stato straniero in particolare o ad organizzazioni precise, in occasione
delle proteste di luglio e di agosto il presidente ha additato il "sionismo
internazionale" nonostante in piazza fossero presenti organizzazioni e
militanti che hanno animato le manifestazioni di solidarietà con la Palestina
all'indomani del 7 ottobre 2023...
Kais Saied sin dal 2022 pretende
di governare il paese solo con l'ausilio delle forze repressive, in particolare
polizia e guardia nazionale, rifiutando il sostegno di partiti politici, del
sindacato e di altri soggetti della società, alcuni dei quali avevano avanzato
proposte di sostegno nei primi mesi dopo il colpo di stato che effettivamente
aveva generato un certo fervore popolare con masse di giovani che diedero alle
fiamme le sedi del partito islamista in tutto il paese.
L'illusione che si trattasse di
un colpo di stato progressista è durata solo un trimestre, dal novembre 2022 è
diventato chiaro che il sistema è stato riorganizzato in chiave
ultrapresidenziale basandosi su un ultrapopulismo, è ormai diventato un disco
rotto l'incipit di ogni discorso presidenziale: "il popolo vuole".
Kais Saied pretende di farsi
interprete della volontà popolare sfiorando il ridicolo, sostituendosi a
governatori di regioni, sindaci, amministratori di aziende di stato,
precipitandosi in ogni angolo del paese pretendendo di risolvere problemi di
ordinaria amministrazione.
Se i trasporti pubblici non
funzionano si reca presso la sede dell'azienda strigliando le orecchie al
dirigente di turno e gridando al complotto e cosi via.
Ugualmente durante i blackout estivi, facilmente spiegabili dalla dipendenza energetica del paese (che importa il 66% del proprio fabbisogno) e con l'aumento della domanda, anche qui si è gridato al complotto, inoltre già nel settembre 2023 in seguito ad un blackout durato un giorno nella capitale, il presidente si era recato nella sede della STEG (Società Tunisina dell'Energia e del Gas) rimuovendo l'amministratore delegato e nominandone un altro.
Intanto al di là della retorica
la Tunisia continua a essere subalterna dell'imperialismo continuando a
stringere accordi di vario tipo con la Francia, l'Italia (vedi il progetto
Elmed interno al Piano Mattei che avrà l'esito di rendere il paese ancora più
dipendente dal punto di vista energetico), la Germania, essendo un partner
privilegiato della Nato e allo stesso tempo strizzando l'occhio anche ai paesi
del blocco imperialista concorrente ovvero Cina e Russia.
Alla faccia della lotta di
liberazione nazionale!
E' inutile dire che in 5 anni di
"pieni poteri" neanche un problema delle masse popolari è stato
risolto: rimane un'elevata disoccupazione, l'inflazione seppur in maniera
contenuta è aumentata con alcuni beni alimentari che risultano quasi un lusso
(carni rosse, frutta e legumi), i giovani continuano a voler emigrare mentre le
risorse del paese vengono svendute (il suolo alle aziende straniere per
installare aziende agricole e impianti di produzione di energia pulita, il
petrolio ecc.).
La repressione dopo aver colpito "a destra" nella fase iniziale di insediamento del regime (islamisti di Ennahdha e nostalgici del vecchio regime come il PDL) negli ultimi due anni, in seguito alle proteste generate dal malessere popolare, colpisce "a sinistra" tra i progressisti e i rivoluzionari.
Tale "modo di
governare" tramite proclami, "sortite sul campo", nomine e
sostituzioni, repressione, senza mai andare al cuore dei problemi, è tenuta da
una cornice retorica che ha come fulcro la città di Sidi Bouzid da cui nel
dicembre 2011 in seguito all'autoimmolazione dell'ambulante Mohamed Brahmi,
scoppio' la Rivolta Popolare nel paese contagiando tutto il mondo arabo.
Spesso durante gli anniversari come quello dello scoppio della Rivolta (17 dicembre) o della Festa della Repubblica (25 luglio) Kais Saied è solito "festeggiare" in questa città ricordando a tutti che adesso è in atto questa ipotetica "lotta di liberazione nazionale" contro i nemici della Tunisia sia interni che esterni, che non si farà mai un passo indietro perchè "il popolo vuole...".
Ma forse adesso il giocattolo sta iniziando a rompersi...
Il 10 settembre proprio da Sidi
Bouzid, nella località di Menzel Bouzaien, Union des Diplômés Chômeurs (Unione
dei Laureati disoccupati - storica organizzazione nazionale, N.d.a.) ha deciso un piano di
mobilitazioni di protesta denunciando che da oltre 17 anni, per l'appunto dallo
scoppio della rivolta, molti laureati sono rimasti disoccupati, inoltre
nonostante all'inizio di quest'anno il regime abbia promulgato la "legge N.18"
del 22/12/2025 che prevede l'assunzione nella pubblica amministrazione dei
laureati disoccupati, fino ad oggi, come tutto il resto, è rimasta lettera morta.
Dopo le prime manifestazioni
pacifiche e le assemblee, l'organizzazione ha deciso di intensificare la
protesta e il 14 settembre i manifestanti hanno bloccato la strada nazionale 14
bruciando pneumatici, la polizia è intervenuta e ne sono nati dei tafferugli.
Cio' non ha fermato ma anzi
amplificato il movimento, nella giornata del 15 settembre è stato stabilito un
calendario di mobilitazione nazionale:
il 17 settembre in ben 13
governatorati da nord a sud ci sono state mobilitazioni nei rispettivi capoluoghi,
ovvero a Kasserine, Ariana (un sobborgo della capitale), Tataouine, Kef,
Bizerte, Jendouba, Sousse, Monastir, Mahdia, Gafsa, Tozeur, Sfax (2
manifestazioni nelle località di Redeyef e Bir Ali ben Khalifa) e Sidi Bouzid
(2 manifestazioni nelle località di Meknes e Regueb).
Inoltre alcuni manifestanti nella
capitale hanno tentato di avvicinarsi al palazzo presidenziale a Cartagine
(vedi foto).
Il 18 settembre ci sarà invece una manifestazione anche nel governatorato di Nabeul.
Durante le manifestazioni è stato
ripreso lo storico slogan della Rivolta Popolare del 2010/2011: "Choghl,
Hurria, Karama Watania" (Lavoro, libertà, dignità nazionale, N.d.a.)
video: https://www.facebook.com/reel/1113355381047579
Sembra che il tempo della retorica del regime stia volgendo al termine e che "il popolo vuole" riprendere il filo rosso della Rivoluzione abortita.




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