venerdì 17 aprile 2026

pc 17 aprile - Da Bergamo: i padroni lo scenario internazionale e lo stato degli operai nelle fabbriche

ORE 12 Controinformazione rossoperaia del 15-04


 

Parliamo della situazione nelle fabbriche di Bergamo, della Tenaris Dalmine in cui siamo presenti e in cui operiamo, che è parte di una multinazionale in mano a Rocca, un padrone italo-argentino, un'azienda con 1600 lavoratori, oltre 2000 in Italia, con vari stabilimenti in 25 paesi del mondo, con una produzione di tubi di acciaio senza saldatura che riguarda il settore dell’energia, il petrolio, del gas e che determina, nello stesso tempo, quelli che sono anche le politiche a livello internazionale. Alla faccia di noi operai che proprio in questi mesi abbiamo dovuto affrontare direttamente, nelle assemblee, nelle discussioni, anche per gli scioperi per Gaza, mentre ci dicono che la Tenaris Dalmine non c'entra niente quello che succede nel mondo con quello che succede nei reparti e questo si è visto benissimo, ad esempio sin dall'insediamento di Trump (che Rocca ha comunque giudicato positivamente), in una sua intervista - in una sua “call” come le chiama, dove parla a tutti gli operai, lavoratori, dipendenti - ha detto che questi dazi servono per ridefinire i mercati in una situazione in cui bisogna riequilibrare quello che è lo sbilancio nell’economia, il vantaggio della Cina rispetto agli Stati Uniti e quindi si inserisce in quella guerra commerciale che poi in questi ultimi periodi sta diventando sempre più una guerra a livello mondiale tra le varie potenze nel sistema imperialista in crisi.

Per inciso, dopo l’aggressione del Venezuela, e sempre sui canali aziendali, il padrone aveva detto che stava monitorando la situazione e allo stesso tempo, proprio dopo poche settimane, dice che quest'anno la proiezione delle vendite in Venezuela prevede di raggiungere 10.000 tonnellate di tubi, equivalenti a 30 milioni di dollari. Questo è dovuto alla riattivazione della licenza concessa dagli Stati Uniti a Chevron, ad ottobre 2022, che le permette di riprendere le operazioni in Venezuela, con una Code Join Venton, con Petrolos e Venezuela PDVSA. Tutte queste operazioni sono appunto state anche riattivate appunto a seguito dell'aggressione.

Questo ha dei riflessi praticamente anche per quanto riguarda i lavoratori in ogni Stato, in ogni stabilimento, chiaramente in maniera diversa ma che devono comunque in qualche modo pagare o in termini di aumento dello sfruttamento dei ritmi o in termini di diminuzione con cali di lavoro.

Proprio di recente, il 30 marzo, c'è stata un incontro dal titolo: “Guerra in Iran: cosa significa per il mercato dell’energia e per Tenaris” in cui Nigel Worsnop, vice presidente marketing, analizza nel dettaglio nelle varie situazioni di produzione che la fabbrica porta avanti e gli effetti di quello che dal lato dei padroni viene chiamata la “flessibilità e resilienza resteranno elementi fondamentali per Tenaris nei prossimi mesi”, che dal lato degli operai significa aumento dello sfruttamento con “costi di produzione in aumento e margini di profitto sotto pressione.” Un ragionamento che dal punto di vista dei padroni non fa una piega, con argomenti utilizzati internamente come ricatto verso gli operai in alcuni reparti dicono che le commesse a causa della situazione internazionale della guerra, dell'instabilità dello stretto di Hormuz, i clienti hanno dovuto rinviare o sospendere gli ordini e quindi con questi cambi repentini riguardo a quello che è l'attività produttiva, si è sempre più flessibili e nelle mani dell’azienda. Questa non è una novità.

Come sempre si dà priorità a quei prodotti che hanno in quel momento maggiore profitto e tutto questo è sempre più esasperato visto che la Dalmine non è altro che un reparto di una fabbrica globale in cui le stesse produzioni vengono effettuate anche in altri paesi del mondo, in cui le condizioni locali sono sempre più intrecciate alle politiche imperialiste di guerra tra padroni, governi, Stati, per ritagliarsi sempre di più mercati e commesse, questo è un aspetto determinante che si riflette sulla situazione degli operai.

Contro questa visione dei padroni a partire dall’analisi generale del contesto internazionale e con l’intreccio delle rivendicazioni in fabbrica sulle condizioni di lavoro noi stiamo portando la necessità che gli operai tornino a lottare per il salario, la riduzione d’orario, la sicurezza, una situazione che si è generata già dopo il referendum dei metalmeccanici che ha lasciato aperti i problemi centrali per quanto riguarda la condizione in fabbrica. Tutti questi discorsi sono stati lasciati aperti e non affrontati dai sindacati confederali che subito dopo il referendum si sono ripresentati in fabbrica durante le assemblee di organizzazione, in particolare quelle organizzate dalla fiom.

Questo situazione di peggioramenti si è presentata lampante durante l’assemblea organizzativa fiom con all’ordine del giorno la situazione aziendale e la proposta di piattaforma.

Negli interventi degli operai fiom il centro del discorso si è incentrato sulle condizioni di lavoro e il sistema di comando che tratta le persone come bestie, con il direttore che arriva al cambio turno e controlla chi si stacca dalle macchine, con l’azienda che ha cambiato atteggiamento verso lavoratori e verso la fiom, ogni giorno arrivano lettere, ad esempio ai trasporti hanno contestato 5 min di ritardo, in OCTG spostamento persone da Cao e ora per il calo lavoro spostano 6 persone in altri reparti e anche ad Arcore, il problema che i giovani se ne vanno ad esempio OCTG3 - e non solo - a causa di ritmi, turni, pressati… non c’è umanità.

La mancanza di organico si ripercuote sull’assenteismo dai reparti al magazzino generale, all’officina prove è aperta da un anno vertenza perché l’azienda vuole fare lavorare su 2 macchine 1 operaio invece che 2 e ora dopo alcuni scioperi stanno andando avanti unilateralmente attraverso i controlli con i tempisti, in FTM nel reparto rigenerazione mandrini si utilizza la polivalenza che va a diminuire l’organico e il sindacato non è presente, mentre un altro operaio rappresenta la divisione dicendo che ogni sindacato cammina con diversi obbiettivi, mentre l’azienda marcia unita per il massimo profitto.

Gli operai hanno detto che in tutti i reparti in un modo o in un altro c’è un peggioramento del clima lavorativo con un sistema di comando in azienda attraverso i capi sempre più oppressivo e dall'altro la latitanza di quello che è l'organizzazione sindacale senza una presenza attiva dei delegati che non contrasta nulla in fabbrica sia nei confronti dell’azienda sia nei confronti di altri sindacati apertamente filopadronali come la cisl, un peggioramento legato ovviamente a quello che dicevamo prima sulle crisi e le guerre che vengono scaricate sugli operai con continui cambi di turni, di ritmi di lavoro con i riflessi sulla sicurezza. Questo è un elemento molto importante che poi si riproduce in tutte le altre battaglie, ad esempio la questione del referendum sulla giustizia che è stato portato come una questione molto marginale da parte della sola cgil ma senza andare a scontrarsi con la propaganda del governo Meloni né con le posizioni sbagliate di cisl e uil, evitando di lavorare per la polarizzazione politica come un voto chiaro contro il governo in cui solo noi abbiamo fatto un'intensa attività per denunciare proprio di questo aspetto.

E’ una situazione di stallo in cui si trovano gli operai segnata dalla fase post contrattuale, quella degli operai che dicono: ‘abbiamo lottato, servivano le 40 ore di sciopero, dovevano fare di più, la trattativa si è sbloccata con i 10000 in tangenziale a Bologna, il livello della mobilitazione è stato ridotto e subìto dagli operai, fino a passare da una forma più collettiva e unificante dello sciopero generale a due ore fabbrica per fabbrica, disorganizzate e depotenziate funzionali ad una chiusura al ribasso, con degli operai che ravvivano un’assemblea sindacale con un lungo elenco di fatti critici ‘dei reparti, della produzione’, e si aspettano che i sindacalisti li radicalizzino e agiscano per mobilitare la fabbrica intera, la forza della fabbrica intera.

Gli operai hanno reagito e partecipato al referendum sulla giustizia, una fetta dell’astensionismo operaio ha votato per il NO. 

Le voci degli operai che riflettono questa condizione di cui non parlano spontaneamente o con facilità e quando alla fine lo fanno, di fronte alla nuova fase della guerra imperialista, con l’attacco all’Iran, la continuazione del genocidio in Palestina e l’allargamento al Libano, chi accetta di rispondere partendo dalle sue preoccupazioni e contrarietà si dice contrario, disposto a scioperare ma ‘sono solo’, nessuno ne parla, si lavora e non ci possiamo fare niente noi, siamo piccoli e dice che nei reparti ‘non importa a nessuno’ o che importa poco’ questo è ricorrente, siamo divisi dalla politica e non abbiamo più l’unità in fabbrica per fare queste battaglie, dobbiamo scendere in piazza ma non so come fare, si sente l’effetto delle bollette, aumentano i prezzi, ma non abbiamo potere, “sì, è una sporca guerra” è stato ripetuto da diversi operai, deve finire alla svelta, dobbiamo unirci, parlare tra colleghi, non si muove più nessuno, abbiamo appena il tempo di tenere i ritmi di lavoro, negli altri momenti parliamo d’altro, qualche volta ne parliamo, anche in maniera sostanziosa, ma non vediamo cosa possiamo fare. La situazione che vedo nei reparti è che non parliamo tra operai della guerra, e se non riusciamo a smuovere i colleghi, faremo una brutta fine. Il sindacato non ne parla, quando ci provo vedo che ai colleghi non interessa ci siamo ridotti a parlare solo di lavoro, lavoriamo da soli ormai, non c’è tempo, è diventato tutto veloce e ci sono poche occasioni per parlare con i compagni di lavoro, sono contro questa aggressione e forza Iran.

Sul referendum ci sono segnali di soddisfazione ‘ abbiamo vinto’, o l’operaio che dice ho votato Si ma ora ho capito e sono contento che abbia vinto un voto migliore”.

Pur essendo questi scambi fatti nei tempi tirati del cambio turno, sono un punto di vista degli operai dentro i reparti che nel vedere la guerra come un problema troppo grosso o come un problema dimenticato, di scarso interesse tra gli operai, e questo non fa altro che cristallizzare la propria condizione, (arretratezza, individualismo, opportunismo, isolamento, mancanza di riferimenti e organizzazione), “i colleghi restano distanti e basta”, "il sindacato che non agisce è un dato di fatto”.

Sono risposte senza protagonismo, non parlano di come agire, si arrendono alla propria individualità senza strumenti di fronte alla massa, e trova continuità nelle file degli operai, tra le mobilitazioni recenti e quanto oggi viene detto contro la guerra, uno stato di passività, come di fronte alle condizioni di vita e di lavoro, con tutti gli aspetti particolari dello sfruttamento, delle morti sul lavoro, di fronte alla politica del governo che non viene intaccato dalle lotte spontanee che partono nei reparti, dalla ribellione a segnare gli attacchi alle condizioni di vita e di lavoro, e continuano a manifestarsi con una sorta di ‘coerenza’ dentro iniziative ‘ufficiali’, il referendum a cui in 300 hanno detto NO o lo sciopero sindacale anche quando c’è disaccordo e finisce soffocato, o quando le tensioni per il NO al referendum sulla giustizia perché ‘non ho capito molto cosa centri la separazione delle carriere, ma è un voto contro questo governo…’ non avevano corrispondenza nell’attività in fabbrica dei sindacati confederali.

Quindi il nostro intervento è per la ricostruzione di un sindacato di classe che porti delle visioni concrete e dirette anche molto semplici, ad esempio la fiom alla Dalmine ogni tanto fa sciopero in un reparto contro l’organizzazione del lavoro e tutti gli operai hanno detto che bisogna fare sciopero su tutta la fabbrica perché tutti abbiamo questo problema e così come sarebbe logico fare per avere forza, oppure come in questi giorni vediamo direttamente un'altra questione macroscopica: tutte le classi sociali, prima confindustria, poi gli autotrasportatori, hanno bussato alla porta del governo Meloni per chiedere conto e avere interventi immediati per far fronte agli effetti della della guerra, mente i sindacati confederali non si muovono e quindi si tratta anche qui di ritornare proprio nelle cose basilari a organizzare denuncia e mobilitazione degli operai. A partire da quella parte che continua a lottare ma che si muove solo nelle cose ufficiali, quelli che lottano fanno lo sciopero per il contratto e non vanno a incidere nei punti della piattaforma aziendale, lotte che più di così non producono e quindi non bastano.

Per questo è molto importante occuparsi sia della questione generale sia della questione delle condizioni concrete, dirette, del posto di lavoro perché da un lato per il primo aspetto lavoriamo per una ribellione degli operai per rompere con questo andazzo in fabbrica e di pari passo con quei lavoratori che ci danno ragione alle portinerie quando portiamo la Controinformazione e la prospettiva più generale dello scontro, dal NO al referendum al NO alla guerra al NO al governo fascista Meloni, governo dei padroni, per l’organizzazione politica degli operai, il Partito comunista, necessario oggi per poter ricostruire una lotta di classe effettiva degli operari.

 

 

 

 

 

 

 

 

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