martedì 14 aprile 2026

pc 14 aprile - Intervento alla manifestazione in solidarietà con Cuba contro il blocco e le minacce di aggressione dell’imperialismo USA

                            

Alla fine del corteo, a Porta San Paolo dal palco ci sono stati 4 interventi: del Presidente Italia Cuba, Marco Papacci, di Loredana Miná (fondazione Gianni Miná), Ulysses Mora (artista cubano che vive a Roma tema danza ed arte) e di Fabrizio Chiodo che riportiamo sotto.

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Buon pomeriggio a tutte e a tutti, prima di tutto voglio ringraziare l’Associazione Nazionale di amicizia Italia-Cuba per aver promosso questa manifestazione.

Il titolo di oggi è: “Cuba NON è una minaccia”. Io però vorrei partire con una provocazione. Io penso che Cuba sia una minaccia. Ma dobbiamo capirci: una minaccia per chi?

Partiamo da quello che conosco meglio: la scienza. Cuba ha costruito, in condizioni estremamente difficili, un sistema di biotecnologia pubblica tra i più avanzati al mondo. Durante la pandemia COVID ha sviluppato diversi vaccini propri (cinque candidati vaccinali, tre vaccini autorizzati in diversi Paesi, sviluppati da diverse Istituzioni Cubane) ha vaccinato gran parte della popolazione adulta e pediatrica e ha prodotto milioni di dosi di questi diversi vaccini. E non è solo questo. Parliamo di una biotecnologia pubblica che ha prodotti come Heberprot per il piede diabetico, Quimi-Hib unico vaccino sintetico della storia, CIMAvax-EGF vaccino terapeutico contro un tipo di tumore al polmone, e VAMENGOC-BC vaccino bivalente. Parliamo di innovazione reale, concreta, accessibile. Allora sì, Cuba è una minaccia. È una minaccia perché dimostra che la scienza può essere pubblica, che può essere orientata al bisogno e non al profitto. È una minaccia per quello che possiamo chiamare imperialismo sanitario ed è una minaccia per il filantrocapitalismo, che spesso si presenta come soluzione ma mantiene intatte le disuguaglianze sociali.

Ed è proprio per questo che questi settori vengono colpiti: scienza, biotecnologia, scuola, sanità. Queste non sono semplici politiche pubbliche, sono conquiste. E sono proprio queste conquiste che il blocco

economico e finanziario cerca costantemente di strangolare.

Gli Stati Uniti qualche giorno fa hanno bombardato l’Istituto Pasteur di Teheran, un’istituzione con oltre cento anni di storia dedicata a salvare vite umane. Ecco, dall’imperialismo sanitario passiamo all’imperialismo. E allora allarghiamo lo sguardo.

Non parliamo più solo di imperialismo sanitario, ma parliamo di imperialismo. L’imperialismo non è semplicemente il forte contro il debole, non è una questione morale. È una necessità del sistema economico, una dinamica strutturale del capitalismo. Un sistema economico che produce morti sul lavoro, quattro al giorno in Italia, disuguaglianze sempre più profonde, guerre e distruzione. Un sistema che oggi sostiene genocidi: in Palestina si è passati da un’economia di occupazione a un’economia di genocidio. Un sistema economico che reprime, isola e prova a eliminare chi vi si oppone radicalmente, come dimostra lo sterminio delle lotte comuniste in India.

Il capitalismo, anche nella sua fase più avanzata, più drammatica, non crollerà mai da solo come un castello di carte. In questo quadro, la scienza cubana rappresenta qualcosa di preciso: una forma di resistenza, un esempio concreto di contro-egemonia.

E allora la domanda diventa anche politica. In questo scenario, cosa fa per esempio l’Unione Europea? Resta complice, come lo è oggi rispetto ad altri drammi globali… Eppure, la politica avrebbe uno strumento, il cosiddetto Blocking Statute del 1996, pensato proprio per contrastare l’extraterritorialità delle sanzioni. Uno strumento che potrebbe essere utilizzato per opporsi al blocco, ma che non viene applicato. Perché la politica, troppo spesso, è subordinata a un’egemonia economica, culturale e geopolitica e non ascolta i popoli, non ascolta i popoli che lottano. Su questi punti, ci saranno nei prossimi mesi iniziative al Parlamento europeo in supporto del popolo cubano.

Torniamo quindi al punto iniziale. Cuba è una minaccia. È una minaccia perché resiste, perché dimostra che un’alternativa, anche nelle condizioni più difficili, può esistere, perché prova a rompere l’egemonia dominante.

E proprio per questo, oggi, noi siamo qui. Al fianco del popolo cubano, della resistenza cubana, della scienza cubana.

Io spero che questa giornata non sia solo un momento, ma che sia un inizio. Un inizio per coinvolgere nuove persone, per coinvolgere i giovani, per allargare questo spazio di solidarietà e di lotta, e anche per sostenere concretamente iniziative come il convoglio umanitario che partirà a fine aprile.

Diversi popoli sono stati, sono e saranno in lotta contro avversari e nemici sempre più forti, che però sono tigri di carta, vulnerabili e privi di sostegno popolare.

Ai più giovani voglio dire una cosa semplice: innamoratevi ancora di tutte queste forme di resistenza.

Grazie.

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