Alla fine del corteo, a Porta San Paolo dal palco ci sono stati 4 interventi: del Presidente Italia Cuba, Marco Papacci, di Loredana Miná (fondazione Gianni Miná), Ulysses Mora (artista cubano che vive a Roma tema danza ed arte) e di Fabrizio Chiodo che riportiamo sotto.
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Buon pomeriggio a tutte e a tutti, prima di tutto voglio
ringraziare l’Associazione Nazionale di amicizia Italia-Cuba per aver promosso
questa manifestazione.
Il titolo di oggi è: “Cuba NON è una minaccia”. Io però
vorrei partire con una provocazione. Io penso che Cuba sia una minaccia. Ma
dobbiamo capirci: una minaccia per chi?
Partiamo da quello che conosco meglio: la scienza. Cuba ha
costruito, in condizioni estremamente difficili, un sistema di biotecnologia
pubblica tra i più avanzati al mondo. Durante la pandemia COVID ha sviluppato
diversi vaccini propri (cinque candidati vaccinali, tre vaccini autorizzati in
diversi Paesi, sviluppati da diverse Istituzioni Cubane) ha vaccinato gran
parte della popolazione adulta e pediatrica e ha prodotto milioni di dosi di
questi diversi vaccini. E non è solo questo. Parliamo di una biotecnologia
pubblica che ha prodotti come Heberprot per il piede diabetico, Quimi-Hib unico
vaccino sintetico della storia, CIMAvax-EGF vaccino terapeutico contro un tipo
di tumore al polmone, e VAMENGOC-BC vaccino bivalente. Parliamo di innovazione
reale, concreta, accessibile. Allora sì, Cuba è una minaccia. È una minaccia
perché dimostra che la scienza può essere pubblica, che può essere orientata al
bisogno e non al profitto. È una minaccia per quello che possiamo chiamare
imperialismo sanitario ed è una minaccia per il filantrocapitalismo, che spesso
si presenta come soluzione ma mantiene intatte le disuguaglianze sociali.
Ed è proprio per questo che questi settori vengono colpiti: scienza, biotecnologia, scuola, sanità. Queste non sono semplici politiche pubbliche, sono conquiste. E sono proprio queste conquiste che il blocco
economico e finanziario cerca costantemente di strangolare.Gli Stati Uniti qualche giorno fa hanno bombardato
l’Istituto Pasteur di Teheran, un’istituzione con oltre cento anni di storia
dedicata a salvare vite umane. Ecco, dall’imperialismo sanitario passiamo
all’imperialismo. E allora allarghiamo lo sguardo.
Non parliamo più solo di imperialismo sanitario, ma parliamo
di imperialismo. L’imperialismo non è semplicemente il forte contro il debole,
non è una questione morale. È una necessità del sistema economico, una dinamica
strutturale del capitalismo. Un sistema economico che produce morti sul lavoro,
quattro al giorno in Italia, disuguaglianze sempre più profonde, guerre e
distruzione. Un sistema che oggi sostiene genocidi: in Palestina si è passati
da un’economia di occupazione a un’economia di genocidio. Un sistema economico
che reprime, isola e prova a eliminare chi vi si oppone radicalmente, come
dimostra lo sterminio delle lotte comuniste in India.
Il capitalismo, anche nella sua fase più avanzata, più
drammatica, non crollerà mai da solo come un castello di carte. In questo
quadro, la scienza cubana rappresenta qualcosa di preciso: una forma di
resistenza, un esempio concreto di contro-egemonia.
E allora la domanda diventa anche politica. In questo
scenario, cosa fa per esempio l’Unione Europea? Resta complice, come lo è oggi
rispetto ad altri drammi globali… Eppure, la politica avrebbe uno strumento, il
cosiddetto Blocking Statute del 1996, pensato proprio per contrastare
l’extraterritorialità delle sanzioni. Uno strumento che potrebbe essere
utilizzato per opporsi al blocco, ma che non viene applicato. Perché la
politica, troppo spesso, è subordinata a un’egemonia economica, culturale e
geopolitica e non ascolta i popoli, non ascolta i popoli che lottano. Su questi
punti, ci saranno nei prossimi mesi iniziative al Parlamento europeo in
supporto del popolo cubano.
Torniamo quindi al punto iniziale. Cuba è una minaccia. È
una minaccia perché resiste, perché dimostra che un’alternativa, anche nelle
condizioni più difficili, può esistere, perché prova a rompere l’egemonia
dominante.
E proprio per questo, oggi, noi siamo qui. Al fianco del
popolo cubano, della resistenza cubana, della scienza cubana.
Io spero che questa giornata non sia solo un momento, ma che
sia un inizio. Un inizio per coinvolgere nuove persone, per coinvolgere i
giovani, per allargare questo spazio di solidarietà e di lotta, e anche per
sostenere concretamente iniziative come il convoglio umanitario che partirà a
fine aprile.
Diversi popoli sono stati, sono e saranno in lotta contro
avversari e nemici sempre più forti, che però sono tigri di carta, vulnerabili
e privi di sostegno popolare.
Ai più giovani voglio dire una cosa semplice: innamoratevi
ancora di tutte queste forme di resistenza.
Grazie.

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