giovedì 16 aprile 2026

pc 16 aprile - Presidente della Confindustria, Orsini: aumentare la produttività non i salari... con la collaborazione di governo e sindacati confederali

Il presidente della Confindustria. Orsini dà voce alla politica di tutti i padroni di non aumentare i salari degli operai, e di contrastare ogni iniziativa in questo senso; il primo bersaglio è il "salario minimo". 

Con vari scritti, soprattutto su Sole 24 Ore (in particolare uno del 4 aprile) Orsini sostiene decisamente questa linea perchè - dice-  che l'unica cosa che deve aumentare è la produttività delle aziende. 
In questo si sbilancia a dare un giudizio positivo del governo Meloni: "lavoro condiviso con il governo orientato a rafforzare il sistema produttivo" e, quindi (?), a "sostenere il potere d'acquisto dei lavoratori". Quindi, se si sostiene l'economia dei padroni, i loro profitti, si sostiene il "potere d'acquisto dei lavoratori" - Attenzione, non dice neanche "il salario dei lavoratori", ma i lavoratori visti soprattutto come "consumatori".
Tra le misure più significative, dice Orsini, fatte dal governo e la "detassazione degli aumenti salariali, per favorire la crescita delle retribuzioni senza gravare sul costo del lavoro delle imprese". 

Da questa premessa, Orsini si lancia in un attacco all'introduzione del salario minimo, fornendo una importante sponda alla Meloni che ha ribadito il suo NO al salario minimo. Dice Orsini: "Per raggiungere risultati duraturi, la risposta non può essere l'introduzione di un salario minimo legale generalizzato. 

Sottolineiamo la parola generalizzato. Perchè quando indica come alternativa al salario minimo "il rafforzamento della contrattazione collettiva di qualità", chiarisce poi che "questa rappresenta la via più efficace per garantire salari adeguati, (MA) coerenti con le specificità dei diversi settori e con l'andamento della produttività". Quindi salari non uguali per tutti i lavoratori, appunto non generalizzati dal sud al nord, ma dipendenti dalla situazione delle aziende e soprattutto legate come un cappio al collo all' "andamento della produttività". Torna di fatto la linea, la volontà dell'introduzione di "gabbie salariali", certo, moderne e un pò mascherate; torna la divisione tra i lavoratori; ma

soprattutto si auspica sempre di più che il salario sia legato alle sorti del capitale: se queste vanno male niente aumenti salariali e... più sfruttamento o cassintegrazione o licenziamenti; se vanno bene, beh le aziende devono ancora recuperare i periodi di magra...

Quindi: non si parli mai più di introduzione di un salario minimo che - dice Orsini - "potrebbe non risultare in linea con l'andamento dell'economia, della produttività e dell'occupazione". Quindi, anche il minimo "salario minimo" potrebbe per i padroni essere troppo per l'andamento della loro economia. 

E allora che salario vogliono dare? Ancora più basso del salario minimo? O rendere il salario così dipendente dalla produttività e dall'occupazione che deve essere iper flessibile in basso. Per esempio, col ricatto dell'occupazione: ti riduco il salario altrimenti licenzio...

Poi, a sgomberare il campo da qualsiasi tentativo di chiedere aumenti salariali almeno per recuperare quello che si è perduto in tutti questi anni, per recuperare un salario che il capitale con i suoi interventi ha già abbassato; almeno per ripristinare il prezzo, il valore della merce forza-lavoro, secondo la "legge" del valore di scambio del capitale (che Marx ha ben spiegato), Orsini aggiunge: "Il nodo centrale, tuttavia, resta la produttività. Senza una crescita della produttività non è possibile sostenere nel lungo periodo una dinamica salariale positiva. Per questo - continua - è essenziale proseguire, anche in collaborazione con il Governo, nel rafforzamento degli investimenti in innovazione, digitalizzazione e sviluppo delle competenze, creando le condizioni per un salto di qualità del nostro sistema industriale". Uno spera che alla fine, facendosi il mazzo, vi sia la speranza di un "salto di qualità" nella "dinamica salariale"...,  invece no, il salto, cari operai, è sempre e solo per il loro sistema industriale, cioè per i loro profitti. 

Ma a questo punto, per non aumentare sic et simpliciter i salari, per far accettare la favola nera che va a vantaggio anche degli operai l'aumento della produttività delle aziende, invece che perseguire ciecamente e in modo incosciente la difesa dei loro interessi di lavoratori, sono fondamentali... chi? Ma i sindacati!

"In questo quadro, il ruolo della contrattazione collettiva - dice Orsini - resta decisivo, ha storicamente garantito equilibrio tra esigenze delle imprese e tutela del lavoro".

Ma storicamente la contrattazione collettiva, le organizzazioni sindacali non erano lo strumento dei lavoratori per strappare miglioramenti delle loro condizioni di lavoro e salariali, sempre peggiorati dai padroni? Ora invece Orsini, con tutti i padroni, dice che invece garantiscono un equilibrio tra interessi oggettivamente opposti. L'interesse dei capitalisti è sempre e solo lo sfruttamento al massimo possibile della forza-lavoro, aumentando il tempo di lavoro gratis in termini assoluti e relativi (e qui è importante, appunto, l'aumento della "produttività") e riducendo fino al limite possibile il tempo di lavoro necessario per ricostruire la forza-lavoro. D'altra parte, Orsini non dice "tutela dei lavoratori", ma "tutela del lavoro".

Aggiunge poi: "è necessario definire criteri chiari per individuare in ciascun settore il contratto collettivo nazionale di riferimento sottoscritto dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative". Chiariamo che sta significando questo per i lavoratori. Quello che sta succedendo negli appalti delle grandi fabbriche - prendiamo l'esempio dell'ex Ilva - in realtà è questo; il ccnl di riferimento sta diventano il ccnl Multiservizi più favorevole per le aziende, che sostituisce da un giorno all'altro quello, metalmeccanico, più favorevole per i lavoratori, E questo viene fatto con formale accordo dei sindacati "più rappresentativi", Fiom, Fim, Uilm. 
Quindi l'individuazione per ciascun settore del contratto collettivo nazionale avviene sempre più solo e soltanto sulla base dei criteri dei padroni di ridurre il costo del lavoro, dare salari più bassi, e condizioni di minori diritti e tutele.  

E a scanso di equivoci, Orsini conclude "E' su questo equilibrio, frutto della collaborazione tra Governo, Sindacati e Parti datoriali, che si gioca il futuro del Paese".

E così i lavoratori sono belli e sistemati... 

Ma, in realtà, quello che emerge da questi piani dei padroni è proprio la centralità della lotta per il salario. Questa lotta, di fatto da tanti anni o abbandonata come decisiva o annacquata deviandola su contentini (welfare, aumento dello straordinario, detassazione dei minimi aumenti salariali, dei buoni pasto, ecc.) è, insieme alla lotta per la riduzione dell'orario di lavoro, della giornata lavorativa, decisiva, non solo per salvaguardare le condizioni di lavoro e la stessa vita dei lavoratori, ma perchè pone in maniera chiara che di lotta di classe si tratta (altro che "equilibrio di interessi"), di scontro tra la classe dei proletari e quella dei capitalisti.

Proprio perchè la lotta per il salario mostra la contraddizione di fondo del sistema capitalista, lo sfruttamento da parte del capitale, creando nel contempo esso stesso i "becchini" che lo rovesceranno, allora non fare questa lotta vuol dire rinunciare a una lotta più generale contro il sistema del capitale. La classe operaia non deve dimenticare che deve lottare non solo contro gli effetti ma anche contro la cause che determinano questi effetti.
Chi vuole togliere agli operai il terreno di una genuina lotta sindacale, di una lotta per aumenti salariali per riprendersi quanto è stato già attaccato, ridotto, di fatto vuole la permanenza del lavoro salariato, la permanenza di questo sistema. 

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