[Nella foto: l’ambasciatore della Cina in Israele, Xiao
Junzheng, e il ministro sionista dell’economia e dell’industria
Nir Barkat]
voi l’astensione di Pechino sul piano Trump su Gaza,
contro la popolazione palestinese e le sue forze
della Resistenza, come la definite?
Su Naked Capitalism del 6 giugno 2025 Nick
Corbishley scrive: “The People’s Republic of China (…) is
actually seeking to strengthen its ties with Israel” [sta realmente
cercando di rafforzare i suoi legami con Israele”].
E ci informa che “just four days ago, as Israel’s Defence Forces
were unleashing coordinated
attacks on aid depots, China’s ambassador to Israel
Xiao Junzheng discussed “deepening
China-Israel economic and trade cooperation” with Israel’s
Minister of Economy and Industry, Nir Barkat. “In a world where
economic resilience and innovation matter more than ever,” said
Xiao Junzheng, “building meaningful partnerships is key.”. Questo
non significa che ci sia un allineamento politico della Cina ad
Israele – la Cina, ricordiamolo, si è rifiutata di condannare
l’azione del 7 ottobre e continua a sostenere la tesi dei “due
popoli, due stati”, ma nello stesso tempo, come ha dichiarato Xiao
Junzheng, “The war continues, but the war is not the theme of
Israel-China bilateral relations. [La guerra continua,
ma non è la guerra il tema delle relazioni bilaterali tra Cina e
Israele.] For more than 33 years, China-Israel relations
have withstood the test of history and always maintained stable
development.”. Siamo alla fine di maggio di quest’anno, e –
come nota Corbishley – Gaza è diventata inabitabile, dato che il
92% delle sue unità abitative e il 70% delle sue strutture è stato
distrutto o danneggiato. Lo è diventata grazie anche
all’aiuto di Pechino, che dichiara in modo esplicito che
“la guerra continua, ma non è la guerra il tema delle relazioni
bilaterali tra Cina e Israele”, la guerra è solo un tema da dare
in pasto all’opinione pubblica internazionale… Del resto,
rivendica Xiao, “Chinese companies in Israel have not evacuated or
stopped their business. They have been sticking to their posts and
fulfilling the contracts” [Le imprese cinesi non hanno annullato, e
neppure sospeso le loro attività. Sono rimaste ben salde ai loro
posti e stanno adempiendo ai contratti]. Gli affari, il denaro, il
profitto al di sopra di ogni altra cosa.
Guerra o non guerra, tutto come prima, quindi. Anzi nel 2024, a
genocidio in corso, le importazioni israeliane dalla Cina sono
cresciute del 20% rispetto al 2023. Per il capitale
made in China gli investimenti fatti in Israele sulle
tecnologie di avanguardia in agricoltura, gestione delle risorse
idriche, energia “pulita”, sanità, auto a guida autonoma, sono
troppo rilevanti per metterli in discussione a causa di quattro
straccioni di palestinesi (per giunta ribelli). E che siamo, nella
“folle” Rivoluzione Culturale?
Il portavoce del ministero degli esteri cinese, Lin Jian, protesta
educatamente perché Israele non ferma gli insediamenti illegali in
Cisgiordania. Ma l’Adama Agricultural Solutions,
ex-azienda israeliana, ora di proprietà esclusiva dell’impresa di
stato cinese China National Chemical Corporations, e la Bright
Food, altra azienda di stato cinese che controlla il 56%
della israeliana Tnuva, cooperano tranquillamente con i coloni degli
insediamenti illegali, consolidandoli contro il popolo palestinese
espropriato e oppresso. Contano più le parole (di circostanza) o i
fatti?