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Accordo con Caracas: gli Usa predano il petrolio venezuelano

Trump ha annunciato di aver portato a compimento il più grande accordo petrolifero della storia. Vero, il furto del petrolio venezuelano consentirà alle compagnie petrolifere americane di sfruttare giacimenti da cui si potranno ricavare 65 miliardi di barili. Il furto è stato fatto passare come un accordo con il Venezuela, sotto occupazione da quando Washington ne ha rapito il legittimo presidente, e dovrebbe portare alle casse di Caracas circa 200 miliardi di dollari.
L’intesa ha tutta l’apparenza di un colpo di genio da parte di Trump, tale da spazzare via le critiche circolate in questi mesi sull’assedio imposto all’Iran che ha avuto come conseguenza il blocco del transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, provocando un aumento vertiginoso dei prezzi del petrolio (con tutte le conseguenze del caso).
Questo accordo, permettendo l’afflusso di nuove quantità di oro nero nel commercio globale dovrebbe placare la corsa al rialzo dei prezzi e derubricare la crisi energetica mediorientale, che riguarda tutti i Paesi della regione, a qualcosa di gestibile.
Uno sviluppo che, quindi, dovrebbe consentire agli Stati Uniti una maggiore libertà di manovra riguardo le criticità mediorientali. In particolare, gli dovrebbe dare agio di proseguire la stretta economica contro l’Iran a lungo, per la gioia dei fautori delle guerre infinite.
In effetti, si tratta di una grande vittoria politica di Trump, che dopo l’occupazione indiretta del Venezuela si era scontrato con le grandi compagnie petrolifere americane, restie a sfruttare le riserve petrolifere del Venezuela.
Ciò anzitutto per i rischi geopolitici, cioè la possibilità che i loro investimenti possano essere messi a rischio da future rivendicazioni dello Stato occupato o da resistenze interne all’occupazione (sabotaggi, guerriglia etc.).
Ma anche per i rischi di intrapresa, dal momento che estrarre il petrolio venezuelano, il cui sottosuolo cela 303 miliardi di oro nero (le riserve più cospicue del mondo, superiori anche a quelle dell’Arabia Saudita), non è facile, dal momento che le infrastrutture locali atte allo scopo sono obsolete o del tutto inadeguate.
Trump è riuscito a vincere queste titubanze, riuscendo a convincere anzitutto diverse compagnie petrolifere minori, quindi trascinando nell’avventura anche le cosiddette Big Oil.
Tali compagnie si sono impegnate a investire 100 miliardi di dollari per sfruttare 17 giacimenti strategici, dove si stima sia concentrato il 20% delle riserve totali del Paese e che abbiano un potenziale di 65 miliardi di barili.
Un colpo di teatro, un fuoco d’artificio messo a segno alla vigilia dell’incontro alla Casa Bianca, previsto per la prossima settimana, con i dirigenti delle Big Oil e delle grandi catene di stazioni di servizio e minimarket (che vendono il carburante direttamente ai consumatori), convocato per placare il rincaro dei prezzi.
L’annuncio dell’accordo sul petrolio venezuelano dà a Trump argomenti forti per riuscire a spuntare un calmiramento dei prezzi del carburante, così da arrivare alle elezioni di midterm senza questo gravoso fardello, nella speranza di evitare la mattanza del suo partito alle urne.
Riuscirà? Possibile che, nel breve, il fuoco d’artificio abbia successo, anzitutto nel ristretto ambito dell’incontro della prossima settimana. Se poi tale successo, sempre se ci sarà, avrà un esito alle urne è tutto da vedere. Il rincaro del carburante è solo uno dei tanti temi su cui si gioca il voto. Tante le critiche mosse alle politiche di Trump dai cittadini americani.
Quanto all’impatto globale dell’accordo venezuelano, resta tutto da vedere. Infatti, l’attuale apporto sul mercato è del tutto marginale dati i problemi infrastrutturali di cui sopra: poco più di un milione di barili al giorno, secondo le stime più positive. Una situazione che non si risolve da un giorno all’altro.
Infatti, come conclude il sito Oilprice, “gli analisti ritengono che gli aumenti di produzione a breve termine rimarranno probabilmente marginali fino a quando non saranno stabilizzati i quadri normativi e infrastrutturali più ampi”e, ovviamente, rinnovato le infrastrutture.

Secondo molti analisti serviranno anni, cinque-dieci, perché ciò accada. Insomma, tanto fumo e poco arrosto, nell’immediato come nel medio periodo: l’accordo avrà certo un impatto, ma non riuscirà a porre fine alla crisi energetica globale causata dalla chiusura di Hormuz.
Detto questo, resta disturbante che Trump si sia vantato dell’esito di un’aggressione a uno Stato sovrano e della successiva estorsione ai danni dello stesso, costretto a svendere le proprie ricchezze all’occupante alle condizioni imposte da questi. Ma tant’è, l’uomo è fatto così e ha tanti corifei pronti a lodare questa iniziativa.
Inutile ricordare, in questa sede, che, dopo l’invasione del Venezuela – ché tale è stata nonostante le modalità relativamente soft – Caracas è tornata a inviare il proprio petrolio a Israele, cosa che non faceva da anni.
Più utile sottolineare che la guerra ancora in corso – sotto altra forma – contro l’Iran, oltre che da causali derivanti dalle esigenze della Grande Israele e da motivazioni geopolitiche (l’Iran è strategico perché crocevia tra Est e Ovest), si fonda anche su analoghe pulsioni predatorie
Delcy Rodríguez regala il petrolio venezuelano a Trump, cinquant’anni dopo la nazionalizzazione
A cinquant’anni dalla nazionalizzazione di PDVSA, Delcy Rodríguez cede a Trump il controllo maggioritario su 65 miliardi di barili di riserve venezuelane. Il Paese con le maggiori riserve al mondo torna satellite economico, e il pianeta incassa altri combustibili fossili.
Delcy Rodríguez firma, Trump incassa: il petrolio venezuelano cambia padrone
Il 29 agosto 2026 Donald Trump ha annunciato su Truth Social quello che ha definito “il più grande accordo petrolifero della storia mondiale”: gli Stati Uniti ottengono il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate in Venezuela, attraverso una partnership con operatori privati.
Secondo quanto riferito da un funzionario americano al New York Times, l’intesa assegnerebbe a Washington il 55% della produzione di una joint venture attiva nel Paese sudamericano, che possiede le maggiori riserve di greggio accertate al mondo, oltre 303 miliardi di barili. L’accordo prevede lo sviluppo di 17 giacimenti strategici, investimenti dichiarati per oltre 100 miliardi di dollari e entrate fiscali stimate in 209 miliardi per lo Stato venezuelano, il tutto, sottolinea Trump con orgoglio quasi commerciale, “a costo zero per il contribuente americano”.
La presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez ha confermato l’intesa parlando di un accordo “storico” che avrà “un impatto significativo sulla rinascita della nostra nazione”, ringraziando pubblicamente Trump, il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario alla Guerra Pete Hegseth per il sostegno ricevuto nella definizione dell’accordo, definito una “pietra miliare storica” nelle relazioni bilaterali.
L’intesa arriva a sette mesi esatti dalla caduta di Nicolás Maduro, sequestrato lo scorso gennaio in seguito a un’operazione militare statunitense, e in un momento in cui le riserve strategiche di petrolio degli Stati Uniti si trovano ai livelli più bassi degli ultimi decenni secondo i dati dell’Energy Information Administration. Non è passato inosservato, tra gli osservatori internazionali, che l’accordo potrebbe incontrare ostacoli politici e costituzionali interni, dal momento che il controllo nazionale delle risorse petrolifere rappresenta da decenni un pilastro dell’identità politica venezuelana, tanto quanto lo era stato, in senso opposto, per la retorica bolivariana che aveva costruito la propria legittimità proprio sulla sovranità energetica.
Cinquant’anni dopo la nazionalizzazione, il petrolio torna a cambiare proprietario
C’è una coincidenza temporale che meriterebbe più attenzione di quanta gliene abbia dedicata la cronaca internazionale delle ultime ore: l’accordo arriva a cinquant’anni esatti dalla nazionalizzazione di PDVSA, avvenuta nel 1976 sotto la presidenza di Carlos Andrés Pérez, quando il Venezuela decise di riportare sotto controllo statale l’industria petrolifera fino ad allora gestita da consorzi stranieri, e a 215 anni dalla dichiarazione di indipendenza del 1811.
Difficile trovare un anniversario più amaramente ironico per un Paese che oggi cede il controllo di maggioranza sulle proprie riserve accertate a un governo straniero, in cambio di promesse di investimento e di entrate fiscali che restano, per definizione, promesse fino a prova contraria.
Rodríguez descrive l’operazione come l’apertura di “una nuova era di ripresa, crescita, produzione, sicurezza e prosperità” per il popolo venezuelano, formula che ricalca punto per punto il lessico ottimistico con cui ogni cessione di sovranità economica viene tradizionalmente presentata al pubblico interno, dai prestiti del Fondo Monetario Internazionale alle concessioni coloniali di inizio Novecento.
Il problema non è tanto il linguaggio, quanto la sostanza che quel linguaggio prova a nascondere: un Paese che possedeva le più grandi riserve petrolifere del pianeta e che per decenni aveva fatto della sovranità sugli idrocarburi il proprio orgoglio nazionale, oggi consegna il controllo maggioritario di quella stessa risorsa a Washington, con la benedizione entusiasta della propria leadership ad interim, insediata proprio grazie all’intervento militare americano che ha portato alla cattura di Maduro.
Un affare a costo zero per Washington, e il pianeta continua a pagare il conto vero
Trump ha avuto cura di specificare che l’operazione non costerà nulla ai contribuenti americani, dettaglio presentato come garanzia di efficienza fiscale ma che nasconde la domanda più ovvia: chi paga davvero, allora? La risposta più immediata riguarda ovviamente il Venezuela stesso, che cede una quota di maggioranza su una risorsa non rinnovabile in cambio di investimenti che arriveranno con tempistiche e condizioni decise altrove.
Ma c’è un secondo conto, meno visibile nei comunicati trionfalistici di entrambe le sponde, che riguarda il pianeta nel suo complesso: 65 miliardi di barili di petrolio destinati allo sviluppo commerciale significano, nella pratica, altrettanti barili di combustibile fossile pronti a entrare nel ciclo produttivo globale in un’epoca in cui ogni rapporto scientifico serio chiede esattamente l’opposto, una riduzione drastica e non un’espansione delle riserve estraibili disponibili sul mercato.
Definire questo accordo semplicemente un affare geopolitico tra due governi significa perdere di vista la sua natura più profonda: la trasformazione di un intero apparato produttivo nazionale in una piattaforma di estrazione a beneficio prevalente di capitali esteri, con la complicità attiva di una classe dirigente locale che ha scelto la sopravvivenza istituzionale immediata rispetto alla difesa di lungo periodo della propria sovranità economica.
È lo stesso schema già osservato altrove in questi mesi, dalla cessione delle riserve auree venezuelane custodite a Londra fino al petrolio già trattenuto dagli Stati Uniti nei mesi scorsi per cifre miliardarie: un Paese che si racconta ancora erede della rivoluzione bolivariana mentre liquida, pezzo dopo pezzo, esattamente ciò che quella rivoluzione aveva promesso di proteggere per sempre.

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