mercoledì 24 giugno 2026

pc 24 giugno - Per Satnam Singh chiesti 22 anni di reclusione per il padrone che lo aveva lasciato morire dopo averlo sfruttato

Da Latina Oggi

Il Procuratore aggiunto Spinelli: "per l'imputato non era un essere umano ma qualcosa di cui disfarsi"

Lo spiega in oltre due ore di requisitoria il Procuratore Aggiunto Luigia Spinelli che per un istante si ferma. Ha la rotta voce dall’emozione, si commuove  come se rivivesse nella mente i fotogrammi  del 17 giugno 2024. Poi riprende e alla fine del suo intervento chiede 22 anni di reclusione per Antonello Lovato.  «Non merita attenuanti generiche», ripete.

«Cosa sarebbe accaduto se avesse chiamato subito i soccorsi?  - invita a riflettere il magistrato -  la vittima era in una condizione di vulnerabilità e Lovato in una posizione di supremazia».

Tra i banchi del pubblico c’è  Soni, la compagna di Satnam.

«Questa non è soltanto la morte di un uomo che si poteva salvare, è una vita che si è consumata lentamente. Satnam era un lavoratore invisibile,

non aveva il permesso di soggiorno, non aveva il contratto. La sicurezza che dovrebbe essere un diritto diventa invece un privilegio non riconosciuto.  La vittima è stata abbandonata e  Satnam non è stato trattato come una persona. E’ stato trattato come un problema da cui liberarsi».


Orari: incidente e allarme
L’accusa ha ricostruito nel dettaglio i fatti. Sono importanti gli orari: l’infortunio avviene tra le 16 e le 16,10 e l’allarme viene dato alle 16,28. «La macchina e il telo avvolgiplastica erano pericolosi e artigianali, l’avvolgiplastica  era composto da un disco tagliente e  Satnam è  stato risucchiato». In aula il magistrato ha proiettato sui monitor una sequenza di foto: dalla casa dove viveva  il bracciante indiano a Borgo Bainsizza, alla cassetta di plastica dove è stato lasciato il braccio, alla lama che ha tagliato il braccio e solo a guardarla vengono i brividi.   «Il povero Satnam  - ha aggiunto - quando è stato scaricato a casa è stato buttato per terra contro uno spigolo». Quando è avvenuto l’incidente  il bracciante tirava il telo, mentre la macchina lo avvolgeva.  «Soni sente un urlo fortissimo e si rende conto che Satnam ha il braccio mozzato,  perde sangue, è una situazione agghiacciante. Lovato carica Satnam sul furgone mentre Soni piange e il pensiero dell’imputato  è quello di scaricare il corpo. Lo lascia - aggiunge il magistrato  -  con una certa irruenza,  al punto che riporta una ferita sulla testa.  Era vivo quando è stato buttato per terra, respirava e questo  lo dice Soni. Lei implorava di chiamare i soccorsi e ripeteva “ambulanza”». Il fattore tempo è stato determinante.
«Le prime cure sono state prestate con estremo ritardo - ha osservato il pubblico  ministero Marina Marra - e il tempo ha ricoperto un’ importanza decisiva nei soccorsi. In questi casi quanto prima avviene l’intervento quanto prima  aumentano le possibilità di salvezza. E tutti dai chirurghi ad altri medici hanno confermato che il tempo è decisivo per  il trattamento di una patologia così grave. Il comportamento di Lovato è abnorme, non ascolta le suppliche di chi gli dice di chiamare  i soccorsi e la condotta non è improvvisa nonostante gli stimoli esterni provenienti dalla moglie di Satnam e da altre persone».

La condotta di Lovato
Il Procuratore Aggiunto Spinelli si sofferma sulla condotta dell’imputato. «E’ stato ostinato  anche quando gli chiedevano  di chiamare i soccorsi e aveva mezzi e possibilità di farlo. Ha la perfetta percezione della gravità dell’infortunio». Poi incalza.  «Ma ci rendiamo conto? Non ci vuole una laurea in Medicina per chiamare i soccorsi. Lovato non si sposta di un passo dalla sua decisione e questa ostinazione è centrale, le persone attorno a lui cercano di convincerlo ma resiste. E’ il momento chiave che ci fa capire che l’imputato  accetta il rischio. Scappa e sgomma con il furgone,  non ha la decenza neanche di aspettare i soccorsi, si organizza per nascondere le tracce di quello che è successo: va a casa, si fa la doccia, si lava i vestiti, i telefoni si dissolvono nel nulla. Ha una forma di lucidità selettiva e non è sopraffatto dagli eventi».

Una vita spezzata
Alla fine -  prima di arrivare alle conclusione -  l’Aggiunto ricorda non solo il bracciante ma anche la compagna. «Satnam e Soni non erano numeri, hanno trovato precarietà e sfruttamento.  Satnam aveva bisogno di lavorare e non aveva alternative e viene esposto a un macchinario pericolosissimo. Il dramma non finisce qui. Si spezza il valore di quella vita. Satnam era vivo  e poteva essere salvato con una semplice telefonata. Chissà,  poteva essere qui con sua moglie che ora invece è sola. Quel giorno è stato  distrutto un progetto di vita» è la chiusura.  


Il processo riprende il 7 luglio.

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