A governare la città di Roma ci sarebbe in pratica un unico schieramento trasversale, un’unica consorteria che si spartisce le commesse. E chi c’è dall’altra parte della (teorica) barricata politica? C’è Giordano Tredicine, presidente Commissione Politiche Sociali e Famiglia sotto la giunta Alemanno, attuale vicepresidente del consiglio comunale e vicecoordinatore di Forza Italia per il Lazio (nonché esponente di una famiglia che controlla la quasi totalità del commercio ambulante di Roma), finito anch’egli in manette in questa seconda tornata di arresti.
“A noi Giordano c’ha sposati – spiega Buzzi a Caldarelli nella stessa intercettazione, utilizzata dagli inquirenti per illustrare la logica spartitoria utilizzata dal gruppo – e semo felici de sta co Giordano”. Perché, continua il capo della 29 giugno, “stamo de qua.. e stamo de là…”, sia con il centrosinistra che con il centrodestra. Buzzi si spiega ancora meglio qualche secondo più tardi: “Formula Sociale (società cooperativa utilizzata da sodalizio di Mafia Capitale insieme alla 29 giugno, ndr) semo sempre noi… in quota Giordano… de qua semo sempre noi e volemo sta pure con te..”.
E’ il 2 febbraio 2013, mancano 22 giorni alle elezioni: il 24 e il 25 successivi si sarebbe votato per rinnovare il consiglio regionale del Lazio spazzato via dallo scandalo Fiorito. Gramazio, candidato alla Pisana con l’allora Popolo delle Libertà, telefona a Simone Foglio, eletto poi nelle liste del Pdl nell’VIII municipio di Roma ed estraneo all’inchiesta, e in attesa che questi risponda parla con una persona presente nella stanza: “Finite le operazioni di voto i … le urne vanno in alcune … in alcune sedi dove vengono .. .inc … nate, contate, tutto, non si tratta della classica operazione di … di controllo delle schede … inc … quello c’abbiamo ancora il tempo per fa’ degli inserimenti“. La persona in attesa al telefono risponde, ma Gramazio, rivolto alla terza persona, aggiunge: “… ce provo, se stiamo in tempo la metto“. Le parole di Gramazio sono prese sul serio al punto che i pm ipotizzano l’utilizzo per fini illeciti delle schede elettorali che normalmente vengono stampate in maggior numero rispetto al numero degli elettori e scrivono alla Prefettura per avere l’elenco delle tipografie romane incaricate dalla Zecca di Stato di stamparle.








