Negli ultimi decenni la prescrizione è diventata uno dei temi più divisivi nel dibattito giuridico italiano, oscillando tra la tutela della ragionevole durata del processo e l'esigenza di non lasciare impuniti reati complessi
Martedì 26 Maggio 2026, 09:05
«Se il processo penale è di per sé una pena, bisogna
almeno evitare che la stessa abbia una durata irragionevole». Francesco
Carnelutti, una delle figure più illustri del panorama giuridico
italiano, commentava così l’istituto della prescrizione, da secoli al
centro del dibattito politico, tornato d’attualità nei giorni scorsi per
l’uscita dell’ex governatore pugliese Nichi Vendola – proprio per
intervenuta prescrizione ovvero per l’eccessivo tempo trascorso dai
fatti contestati - dal processo «Ambiente svenduto», chiamato a fare
luce sul presunto disastro ambientale generato dall’attività dello
stabilimento siderurgico Ilva di Taranto.
Nel diritto romano non esisteva inizialmente un concetto strutturato
di prescrizione per i reati. L'accusa pubblica era spesso
imprescrittibile. Fu introdotta l'istituto della praescriptio,
una formula con cui il convenuto poteva bloccare l'azione civile o
penale se il titolare del diritto era rimasto inattivo per un lungo
periodo, facendo decadere l'accusa.
Con l'Illuminismo e la nascita del moderno diritto penale, si affermò l'idea che la pena dovesse avere una finalità rieducativa e non di vendetta perpetua. L'istituto della prescrizione venne formalizzato nei codici europei dell'Ottocento, legando indissolubilmente il tempo necessario a prescrivere alla gravità del reato (solitamente calcolato in base al massimo della pena edittale). Questa filosofia confluì nell'impianto originario del Codice Penale Italiano del 1930 (Codice Rocco), che configurava la prescrizione come un diritto dell'imputato a non rimanere «appeso» sine die al processo.
Negli ultimi decenni la prescrizione è diventata uno dei temi più
divisivi nel dibattito giuridico italiano, oscillando tra la tutela
della ragionevole durata del processo e l'esigenza di non lasciare
impuniti reati complessi. Fatta questa doverosa premessa, Nichi Vendola ha ragione a protestare
il suo lungo coinvolgimento – oltre 14 anni – nel processo finito
sostanzialmente in un binario morto, con la ragionevole certezza di non
arrivare a una sentenza definitiva in tempi compatibili con quanto
affermava un altro giurista di riferimento come Pietro Calamandrei: «Il
segreto della giustizia sta in una sua sempre maggior umanità, e in una
sempre maggiore vicinanza umana tra avvocati e giudici nella lotta
comune contro il dolore: infatti, il processo, e non solo quello penale,
di per sé è una pena, che giudici e avvocati debbono abbreviare
rendendo giustizia».
Dopodiché nel suo lungo sfogo sui social, l’ex presidente della
Regione Puglia poteva spendere almeno una parola per chi a causa
dell’esposizione agli inquinanti è morto o si è ammalato o nei confronti
della città di Taranto che così tanto è stata sfigurata dalla presenza
dell’acciaieria più grande d’Europa, all’indirizzo di chi chiedeva verità
e giustizia ed è rimasto con nulla in mano.
Eppure, dalla letture delle carte depositate nell’inchiesta «Ambiente
svenduto» nella quale Vendola era imputato per concorso in concussione
con i proprietari e consulenti Ilva Fabio Riva, Franco Perli, Luigi
Capogrosso e Girolamo Archinà (nel frattempo deceduto) con l’accusa di
aver ammorbidito l’allora direttore generale dell’Arpa Giorgio Assennato
emergeva che la legge sulla diossina varata dalla Regione Puglia nel
dicembre del 2008 e più volte citata come esempio - perfino nella
campagna pubblicitaria per le elezioni del 2010, vinta ai danni del
centrodestra - come rigore ambientale dal governatore Nichi Vendola fu
concordata con l’Ilva. Furono i finanzieri del gruppo di Taranto in una
informativa che ancora funge da colonna portante dell’intera indagine
sul disastro ambientale, a ricostruire, i rapporti avuti tra l’Ilva e la
Regione Puglia, scrivendo che «la concertazione relativa alla “Legge
regionale sulla diossina”, cui spesso faceva riferimento Archinà,
potente responsabile delle relazioni esterne del gruppo Riva, poteva
essere riassunta, verosimilmente, nel cosiddetto “modello Ilva” tanto
caro al presidente Vendola che ne era stato uno dei principali registi –
sicuramente assieme all’Archinà -, tanto da volerlo esportare in toto
anche alle altre realtà industriali pugliesi».
Non solo. Secondo i militari delle Fiamme Gialle «è di tutta evidenza
che la Regione Puglia, invece di imporre misure urgenti atte a
monitorare in continuo le emissioni dell’Ilva - che è poi la criticità
maggiore della legge sulla diossina, che impone limiti più severi alle
emissioni ma ancora oggi è priva di uno strumento di controllo 24 ore su
24, ndr - , di concerto con i suoi vertici cerca di ricorrere a degli
escamotage quali l’attivazione del “tavolo tecnico” con i quali far
prendere tempo all’industria nella realizzazione delle strutture di
monitoraggio in continuo delle emissione e, dall’altra parte, consente
di salvaguardare la Regione Puglia che non apparirà inoperosa agli occhi
dell’opinione pubblica sul fronte ambientale». Tanto Ilva e Regione
Puglia avrebbero marciato a braccetto che in sede di istruttoria
dell’Autorizzazione integrata ambientale, il vicepresidente di Riva Fire
Fabio Riva e l’avvocato Franco Perli (ad entrambi era contestata con
altri l’associazione a delinquere, imputazione cancellata dalla
prescrizione) si preoccupano di evitare contraccolpi a livello
ministeriale. «La condivisione degli obiettivi tra la Regione Puglia e
l’Ilva - si legge nell’informativa - in relazione al campionamento in
continuo della diossina si riverbera anche sui lavori in corso presso il
ministero dell’Ambiente ove la commissione ha in corso l’istruttoria
per il rilascio dell’Aia all’Ilva. Fabio Riva ricorda all’avv. Perli di
discutere con un componente della commissione, l’avvocato Pelaggi
(assolto dall’accusa di abuso d’ufficio perché il fatto a lui contestato
non era previsto dalla legge come reato) del “campionamento in continuo
della diossina”, perché, sostiene, su tale argomento “bisogna dargli
una mano a Vendola perché se no ti saluto eh!!!”, evidenziando, in tal
modo, la perfetta unità d’intenti esistente sull’asse Vendola-Ilva, che
porta i vertici della grande industria a spendersi anche in sede
ministeriale affinché non vengano intrapresi percorsi che possano
nuocere al presidente Vendola». Il governatore al rientro da un viaggio
in Cina il 6 luglio del 2010 chiamò Archinà e usò parole, a leggere la
trascrizione della telefonata, inequivocabili sul tenore dei rapporti:
«ognuno fa la sua parte e dobbiamo però sapere che - disse Vendola - a
prescindere da tutti i procedimenti, le cose, le iniziative, l'Ilva è
una realtà produttiva, cui non possiamo rinunciare, e quindi diciamo,
fermo restando tutto, dobbiamo vederci, dobbiamo ridare garanzie, volevo
dirglielo perché poteva chiamare Riva - aggiunse il governatore ad
Archinà - e dirgli che il presidente non si è defilato».
Dal processo, invece sì, come era suo diritto, magari evitando quelle
dichiarazioni roboanti appese sulle ciminiere ormai esauste del
siderurgico.
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