Meloni aveva definito la precedente missione della Flotilla un’iniziativa “gratuita e irresponsabile”....
...e poi non dimentichiamo: "Se hai la fortuna di essere arrestato" parole della seconda carica di questo Stato, La Russa, su Flotilla
Meloni protesta con Israele davanti alle telecamere, poi vota con Israele a Bruxelles
kulturjam
Dopo aver criticato Israele per il caso della flottiglia, i partiti che sostengono il governo Meloni hanno votato a Bruxelles contro lo stop agli aiuti militari a Tel Aviv. La solita distanza tra indignazione mediatica e scelte politiche reali.
Gaza, Bruxelles smaschera Roma: l’indignazione di Meloni dura il tempo di una telecamera
La politica estera italiana ha sviluppato una curiosa capacità mimetica. Davanti alle telecamere assume i toni della fermezza morale; nelle sedi dove si votano atti concreti recupera invece il tradizionale linguaggio dell’obbedienza atlantica e della prudenza geopolitica. La vicenda dell’assalto israeliano alla flottiglia diretta verso Gaza offre un esempio didattico di questo meccanismo.
Nelle ore successive alla diffusione delle immagini degli attivisti fermati dalle autorità israeliane e alle
polemiche suscitate dai video associati al ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, da Roma sono arrivate dichiarazioni di preoccupazione, richiami al rispetto del diritto internazionale e prese di distanza dal trattamento riservato ai partecipanti della missione.Il governo guidato da Giorgia Meloni ha mostrato il volto dell’alleato critico. Quello che protesta senza esagerare, che si indigna senza rompere davvero, che esprime disagio senza mettere in discussione nulla di sostanziale. Poi però si è arrivati a Bruxelles.
Le parole a Roma, i voti a Bruxelles
Al Parlamento europeo è stato discusso un emendamento presentato dall’eurodeputato del Movimento 5 Stelle Danilo Della Valle. La proposta era chiara: sospendere esportazioni, trasferimenti e transito di armamenti verso Israele, inclusi i materiali a duplice uso che possono trovare impiego sia civile sia militare.
Non si trattava di una dichiarazione simbolica o di una generica esortazione alla pace. Si trattava di una misura concreta. In altre parole, del passaggio che separa la diplomazia teatrale dalla politica reale. L’emendamento è stato respinto. Gli stessi partiti che in Italia si sono affrettati a esprimere irritazione per il comportamento del governo israeliano hanno poi votato contro uno strumento che avrebbe avuto conseguenze effettive sul rapporto tra Europa e Israele. La distanza tra comunicazione e decisione raramente appare così evidente.
È una dinamica ormai consolidata nella politica occidentale. Si condanna l’eccesso, si deplora il linguaggio, si prende le distanze dall’immagine più imbarazzante. Ma quando si arriva al momento di incidere sugli equilibri materiali, tutto resta immobile.
Ben-Gvir diventa allora il bersaglio ideale. Troppo radicale per essere difeso apertamente, troppo utile per mettere in discussione il sistema che lo ha prodotto.
La favola della mela marcia
Il punto politico più interessante non riguarda infatti Ben-Gvir, ma il modo in cui viene utilizzato nel dibattito europeo. Gran parte dell’establishment occidentale concentra le proprie critiche sul ministro israeliano, trasformandolo in una sorta di contenitore universale del male. Una strategia conveniente, perché consente di isolare il problema dentro una singola figura.
Il messaggio implicito è semplice: il problema sarebbe Ben-Gvir, non Israele. Il problema sarebbe l’estremista, non la struttura politica che lo sostiene. Il problema sarebbe il linguaggio, non le pratiche. È la vecchia favola della mela marcia che serve a salvare l’albero.
Ma l’operazione contro la flottiglia non è stata organizzata da un ministro isolato che agisce per conto proprio. La gestione della sicurezza, il sequestro delle imbarcazioni, la strategia di deterrenza e la dimensione comunicativa dell’intervento rientrano nella responsabilità del governo guidato da Benjamin Netanyahu. Eppure il dibattito europeo continua a concentrarsi quasi esclusivamente sulla caricatura più spendibile mediaticamente.
Il coraggio che finisce prima del voto
La vicenda racconta anche qualcosa della politica italiana. Per anni si è sostenuto che il nostro Paese dovesse recuperare centralità internazionale, autonomia strategica e capacità di iniziativa. Poi, ogni volta che emerge una questione realmente divisiva, riaffiora la tradizionale prudenza. Così il governo protesta ma non sanziona, si preoccupa ma non interrompe, critica ma non cambia posizione. Il risultato è una diplomazia che vive permanentemente in equilibrio tra dichiarazioni e atti, tra consenso interno e fedeltà agli equilibri internazionali.
Naturalmente questo schema non riguarda soltanto la destra. Anche il Partito Democratico si è trovato diviso, con alcune astensioni significative da parte di eurodeputati come Giorgio Gori, Irene Tinagli e Camilla Laureti. Segno che il problema supera gli schieramenti.
Quando si parla di Israele, una parte consistente della politica italiana ed europea continua a muoversi dentro confini molto precisi. Ci si può indignare. Ci si può lamentare. Si possono persino criticare alcune figure particolarmente compromettenti. Ma guai a toccare davvero i rapporti di forza. Per questo il voto di Bruxelles vale più di cento conferenze stampa.
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