Otto arresti, undici Daspo e un’inchiesta aperta dalla procura di Torino. Proseguono le indagini sugli scontri ultras scoppiati prima del derby della Mole tra Torino e Juventus, in cui è rimasto gravemente ferito il tifoso juventino Marco Leonardo Basoccu, ricoverato in terapia intensiva dopo essere stato colpito da un oggetto contundente durante i tafferugli scoppiati nelle ore precedenti alla partita. Basoccu, 36 anni, resta ricoverato in osservazione in terapia intensiva. Le sue condizioni vengono definite stabili, ma resta in coma farmacologico. Nel frattempo, le indagini dovranno chiarire innanzitutto da cosa è stato colpito. Se da una bottiglia di vetro,
come emerge dalla prime ricostruzioni, oppure da un razzo lacrimogeno,
come hanno dichiarato fin da subito gli ultras e come sostiene
apertamente il padre, Pierluigi Basoccu: “L’impatto è stato fortissimo e devastante e ho testimonianze dei ragazzi che erano lì con lui: è stato un razzo lacrimogeno sparato ad altezza uomo“da infoaut
Prima della partita diversi gruppi organizzati, e non, del Toro e della Juventus hanno dato vita a due cortei fuori dallo Stadio granata e ad un certo punto dopo un tentativo di “avvicinamento” di alcuni tifosi della Juventus, la Polizia è intervenuta in forze caricando e sparando lacrimogeni, alcuni evidentemente alla cieca e ad altezza uomo. Il derby è da sempre un momento di partecipazione popolare a Torino e i giorni precedenti la scadenza la tensione era cresciuta a causa del tentativo di limitare la partecipazione del tifo bianconero alla partita.
La situazione fuori dallo stadio ha messo in difficoltà la solita gestione poliziesca, sia a causa della grande partecipazione all’evento sia per la determinazione di alcuni gruppi delle due tifoserie. La risposta a questa difficoltà è stata quella di sparare ad altezza uomo i candelotti lacrimogeni: uno di questi ha colpito e spaccato la testa a Marco Basoccu, ultrà juventino della città di Milano ma originario di Casale Monferrato. Il colpo lo ha quasi ucciso ed è stato ricoverato e sottoposto ad intervento chirurgico all’ospedale delle Molinette. Da subito i media e la Questura hanno cercato di farlo passare come un episodio di “fuoco amico” ossia che Marco fosse stato colpito prima da una bottiglia, poi, quando si è visto quanto fosse grave, da una pietra. Ma qualcosa nella narrazione dei giornali si è inceppata quasi subito. Il papà di Marco, con coraggio, racconta la verità che gli è stata riferita da chi era vicino al figlio in quegli istanti. È stato un candelotto lacrimogeno, prima uno scoppio e poi lui che si accascia a terra in un lago di sangue. La narrazione si incrina e i giornali iniziano a dare spazio ad una versione diversa, molto probabilmente l’unica vera.
La polizia non è nuova all’utilizzo dei lacrimogeni come colpi d’arma da fuoco, soprattutto a Torino. Lo sanno bene i No Tav che negli ultimi anni hanno pagato cara questa pratica criminale della Polizia, lo sanno tutti quelli che hanno partecipato ai cortei torinesi. Questa pratica è stata usata negli anni sia come punizione a “freddo”, ossia sparare ad altezza uomo principalmente per far male deliberatamente, oppure cercare di cavarsi d’impiccio in frangenti in cui la situazione volgeva a loro sfavore. Quindi è del tutto plausibile che la situazione che si è creata domenica fuori dallo stadio rispondesse al secondo caso.
L’intervista al Questore di Torino Gambino apparsa sui quotidiani ricalca il solito copione: mostrare il volto democratico della gestione dell’ordine pubblico quando in realtà è evidente che non vi sia alcuno scrupolo nel colpire per fare male. Inoltre, l’inchiesta su cosa abbia colpito Marco vede affidare il fascicolo al pm Paolo Scafi, perlomeno conosciuto per la sua inclinazione a mostrarsi “severo” nei confronti di chi protesta con una particolare sproporzione di richieste di pena per giovani manifestanti. Conosciamo infine le modalità con cui vengono gestite queste fuoriuscite dal seminato, il tentativo delLa Stampa di insabbiare in sintonia con la Procura il caso di Giovanna, donna No Tav colpita in pieno volto da un candelotto a San Didero, fa storia.
Ancora una volta, ciò che esce dalla compatibilità deve essere ricondotto nel solco del “compatibile”, dove non arriva la “buona gestione digossina” deve arrivare il manganello e la violenza dei reparti.
La violenza delle forze dell’ordine in questi anni è un tema con cui giovani e meno giovani fanno i conti, e spesso sale all’onore delle cronache giornalistiche. Ma talvolta suscita risposte fuori dalla passività, come fu per l’omicidio di Ramy. Lo schema per giustificarla è sempre lo stesso: gonfiare mediaticamente la categoria di turno colpita, in questo caso un partecipante al movimento Ultras e scaricargli la colpa in qualche modo. Se poi questo tentativo fallisce allora si passa poi allo schema “mele marce”, ossia a circoscrivere il problema a qualche poliziotto violento. La realtà è che la gestione violenta e intimidatoria fino ad arrivare ad usare mezzi “letali” è sempre un’opzione sul campo per le Questure italiane.
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