mercoledì 22 aprile 2026

pc 22 aprile - dietro la guerra? .. Profitti!

 

Così Big Oil guadagna 30 milioni l’ora grazie alla guerra in Iran

30 milioni di dollari all'ora: questo il profitto, stimato dal Guardian, che le maggiori società energetiche realizzano con la guerra.

30 milioni di dollari all’ora: questo il valore, stimato dal Guardian, dei profitti che le maggiori società energetiche realizzeranno se lo scenario creato dalla Terza guerra del Golfo proseguirà. E, per una strana eterogenesi dei fini, potranno essere proprio due Paesi colpiti dalla disruption della produzione e delle forniture per la risposta iraniana agli attacchi israeliani e statunitensi a ottenere i massimi profitti: Arabia Saudita e Kuwait. Il che mostra la precarietà geopolitica e strategica di questo scenario, ma anche la geometria variabile di un contesto globale sempre più competitivo e imprevedibile. Fatih Birol, alla guida dell’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito la guerra in Iran “il più grande shock mai visto sul mercato energetico globale”. Ma il Guardian nota che produrrà vincitori chiari.

Il boom del petrolio fa felice Big Oil

La testata britannica stima che con il petrolio che si mantiene nella banda d’oscillazione attorno ai 100 dollari, infatti, la saudita Aramco, compagnia di Stato del Paese principale della Penisola Arabica, beneficerà di 25,5 miliardi di dollari di extra profitti da marzo a dicembre, quasi l’11% del totale di 234 miliardi delle prime 100 compagnie mondiali. Segue con 12,1 miliardi di euro (5,2%) Kuwait Peroleum Corporation. Due incrementi che presuppongono uno scenario di prezzi alti, scarsità dell’offerta relativa data la necessità di riparare i danni della guerra e di gestire i flussi attraverso lo Stretto di Hormuz ancora da riaprire e, ciononostante, una pacificazione del Medio Oriente.


Un combinato disposto che mette il mondo in condizione di trovarsi di fronte a quella prolungata incertezza che, in un contesto che vedeva prima della guerra un surplus globale di greggio (4 milioni di barili al giorno circa), può ora generare una situazione di incremento strutturale del valore dell’oro nero.

La distruzione della domanda per ora è di circa 1,6 milioni di barili al giorno e Gary Pedersen, Ceo del trader petrolifero Gunvor, prevede da qui a giugno crescente volatilità. Il fatto che, come ha ricordato Martina Besana su queste colonne, si siano creati dei contesti asimmetrici tra i prezzi della consegna del petrolio “fisico” e i futures del greggio, dunque più che di un solo costo del petrolio bisognerebbe differenziare da zona a zona.

Chi vince nel caos globale dell’energia

Salgono per questo le riserve finanziarie di chi ha molto greggio estratto in passato a costi più bassi da vendere sfruttando tale arbitraggio: “Tre società russe – Gazprom, Rosneft e Lukoil – potrebbero realizzare profitti stimati in 23,9 miliardi di dollari grazie alla guerra in Iran entro la fine dell’anno”, spiega il Guardian, aggiungendo che “il conflitto ha inoltre incrementato le casse di Vladimir Putin per la sua guerra in Ucraina, con la Russia che ha incassato 840 milioni di dollari al giorno dalle esportazioni di petrolio a marzo, il 50% in più rispetto a febbraio, secondo un’analisi del Centro per la ricerca sull’energia e l’aria pulita”.

Volano anche ExxonMobil e Shell, che peraltro hanno avuto incrementi considerevoli in borsa dall’inizio del conflitto. Anche società di logistica come la citata Gunvor ottengono risultati positivi: “L’elemento chiave di questa strategia è stato concentrarsi sulla movimentazione del petrolio fisico piuttosto che sui derivati ​​petroliferi”, nota il Financial Times. Ad oggi, questi trend e dati mostrano che il mondo è ben lontano dal ridurre la dipendenza dal greggio e che complici le turbolenze geopolitiche l’età dell’oro nero continuerà, seppur sfidata da colli di bottiglie e rivalità, a dettare l’agenda della macroeconomia, dell’inflazione e della sicurezza commerciale di tutto il pianeta. Mentre, per ora, Big Oil festeggia

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