IL TRIBUNALE DI TORINO ORDINA SU RICHIESTA DI STELLANTIS LA FINE DEGLI SCIOPERI NELL’INDOTTO
Dapprima Stellantis non compare come responsabile dei licenziamenti nell’indotto. Poi, come alla Transnova, se gli operai si oppongono e organizzano proteste che toccano anche Stellantis, questa mobilita subito il braccio legale pronto all’uso, il tribunale di Torino ordina la sospensione immediata di ogni agitazione.
Quando si mette il dito nella piaga dell’indotto dell’industria automobilistica italiana, lo spettro di Stellantis aleggia ovunque ci siano stabilimenti in crisi e in chiusura. A Melfi dove le fabbriche Brose e PMC, hanno già chiuso battenti, a Cassino dove le principali aziende dell’indotto stanno seguendo la lenta agonia dello stabilimento centrale Stellantis e a Pomigliano con i licenziamenti programmati di Trasnova e le subappaltatrici Logitech e Teknoservice. Tutto l’indotto automobilistico gira attorno al processo di dismissione avviato da Stellantis, eppure in nessuna delle vertenze aperte sui vari territori Stellantis interviene o è stata costretta ad intervenire, ad esempio in uno dei tanti inutili tavoli aperti al ministero. Molte fabbriche dell’indotto stanno chiudendo perché Stellantis ha avviato una riorganizzazione delle lavorazioni che appaltava, ora riportate all’interno dei principali stabilimenti, per
una serie di calcoli su costi e benefici a vantaggio delle tasche degli azionisti, oppure dislocate all’estero. Stellantis decide tutto ma non compare in nessuna di queste vertenze. È il convitato di pietra. In tutti gli incontri istituzionali in cui si blatera di possibilità di riconversione delle fabbriche in chiusura che dipendevano dalle sue commesse, Stellantis è assente. Ma quando gli affari sono a rischio e a pregiudicarli sono proprio le dinamiche dei movimenti di protesta degli operai dell’indotto, eccola farsi avanti prepotentemente. Così ciò che sembrava apparentemente una questione da risolversi tra operai e padroncini dell’indotto, rivela chi ci sia dietro a muovere i fili e il suo reale contenuto, che investe le alte sfere della filiera produttiva.E’ notizia di pochi giorni fa che proprio Stellantis abbia richiesto l’attivazione di una procedura d’urgenza (art.700) al Tribunale di Torino denunciando le attività “ostruzionistiche” poste in essere presso le aziende appaltatrici: «in base alla prospettazione di gravi danni che deriverebbero da dette agitazioni dei lavoratori, ha chiesto ed ottenuto un provvedimento “inaudita altera parte” al tribunale di Torino», si legge nella lettera che Trasnova ha inviato al ministero e ai sindacati. Cioè un provvedimento che i giudici hanno emesso senza contraddittorio, senza la controparte (inaudita altera parte), sulla base della denuncia che Stellantis ha presentato in relazione ai danni economici che potrebbe subire. Stellantis denuncia le lotte e gli scioperi che gli operai stanno portando avanti contro il loro licenziamento e i giudici, una pletora di ossequiosi difensori della proprietà privata e dei profitti d’impresa, zelanti servi dell’ordine capitalistico e delle sue leggi, immediatamente si attivano per difendere il “diritto” di Stellantis a chiudere le fabbriche e licenziare senza disturbi.Nella sentenza del tribunale di Torino viene ordinato «di cessare immediatamente e di non reiterare in futuro, ogni condotta volta a impedire in qualsivoglia modo a Stellantis di porre in essere le attività e i servizi necessari per la lavorazione e gestione delle vetture e la loro spedizione, di consentire l’accesso ai suoi incaricati ai piazzali». I giudici hanno fissato una multa di 100 mila euro per ogni giorno di ritardo nell’osservanza del provvedimento che Trasnova dovrà far rispettare. In pratica Stellantis agisce per il tramite di Trasnova per reprimere le proteste operaie. Il padrone chiede di fermare gli operai in sciopero e a cui sta togliendo il posto di lavoro, i giudici eseguono. Così opera la giustizia padronale. I padroni possono fare affidamento sulla forza del loro capitale che compra e getta le braccia degli operai a seconda delle convenienze del momento e delle strategie di mercato, possono fare affidamento sulla forza dell’apparato burocratico statale organizzato sulla difesa dei loro interessi, sulla politica che è espressione del loro potere economico, e gli operai? Quale difesa e organizzazione hanno gli operai per rispondere a chi agisce con così tale ferocia, a chi mette in moto contro di essi i propri prezzolati sottoposti: giudici, politici, burocrati, poliziotti, intellettuali e giornalisti?
Possibile che gli operai dell’indotto in questione, alcune centinaia di operai in diverse regioni italiane, a quindici giorni ormai dalla scadenza dei loro contratti, non abbiano saputo individuare alternative agli inconcludenti e inutili passaggi delle organizzazioni sindacali mediante tavoli e tavolate in cui discutono da anni senza ricavarne nulla o alle messe dei preti come quella celebrata a Pomigliano nella mattina di Pasqua davanti agli ingressi della fabbrica? Davvero si può pensare che la risposta a chi esercita il potere di buttare la gente in strada senza scrupoli, intimando anche il pagamento di cento mila euro di multa al giorno se si dovessero intralciare i propri piani, possano risolversi in chiacchiere ed orazioni preganti?
C’è perfino una nota beffarda in questa vertenza che dovrebbe concludersi il 30 aprile con il licenziamento collettivo degli operai Trasnova, Logitech e Teknoservice, un giorno prima della ricorrenza di quella che oggi viene chiamata “festa del lavoro”, che perfino nel nome viene privata dei riferimenti ai lavoratori e agli operai, che non hanno alcunché da celebrare, ma da rimboccarsi le maniche e darsi da fare per conquistarsi condizioni di vita e lavoro che oggi non possono definirsi neanche appena decenti, e che nella sostanza perde ogni prospettiva conflittuale lasciando spazio solo a feste, caroselli e concerti che mettono i lavoratori in una dimensione folkloristica. Bisogna chiedersi chi trae giovamento proprio da questo. Di certo i padroni, che possono continuare a gestire i loro profitti senza alcun timore, i politici e le accozzaglie sindacali che più o meno esplicitamente li sostengono o non fanno nulla per ostacolarli seriamente, tutti tranne i lavoratori che finiscono sempre peggio. E così dalle messe si passa alle feste. Per gli operai il calvario continua. Finchè la corda non si spezza.
A. B.
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