venerdì 10 aprile 2026

pc 10 aprile - Corrispondenza da Debrecen, Ungheria, che domenica vota per liberarsi di Orban

 


Ieri è stata una giornata in qualche modo storica per l’Ungheria e che ha offerto la prova tangibile di quanto il ventennale potere di Orban si stia sgretolando con una rapidità e una spettacolarità impensabili fino a due anni fa.  Ora che c’è un’alternativa elettorale credibile e dal momento che la censura e propaganda non sono più in grado di coprire gli scandali morali, l’enorme corruzione e appropriazione privata delle risorse nazionali, il doppiogiochismo, le alleanze internazionali segrete e l’indifferenza per la sicurezza ambientale del Governo in carica, la maggioranza degli ungheresi ha sollevato la testa, non ha più paura, è tornata ad occuparsi di politica e si sta ribellando apertamente. Ieri a Debrecen (capitale della regione ungherese storicamente più fedele a Fidesz, loro roccaforte elettorale e dove più il Partito veniva ascoltato e amato) Orban non solo ha dovuto ingoiare l’umiliazione di tenere il suo comizio di fine campagna elettorale non nella piazza centrale, ma in una piazza più piccola e defilata; ma soprattutto, per la prima volta, si è trovato ad accoglierlo non la solita folla plaudente ma soprattutto tantissimi contestatori, che a volto scoperto hanno incessantemente fischiato e urlato contro di lui frasi quali “sporco Fidesz” o “andate a casa” o “vendipatria”. Orban dal palco era visibilmente nervoso, ha interrotto più volte il suo discorso, ha dovuto far alzare i volumi per essere ascoltato e, alla fine, ha chiuso il comizio anzitempo. Una contestazione così aperta e diretta contro il Presidente che tiene in pugno ininterrottamente da 16 anni il Paese, probabilmente non era mai avvenuta e ha del clamoroso se si pensa che è avvenuta in forma spontanea, non organizzata dall’Opposizione ma attraverso un tam-tam che ha convocato centinaia di persone comuni. Ed è ancora più rilevante se si pensa che nella semi-dittatura ancora operante in Ungheria chi protesta, anche pacificamente, anche in questi giorni di fine regime, subisce conseguenze pesanti: licenziamenti, denunce, minacce fisiche. Ma ormai i lavoratori, gli studenti e le donne ungheresi sanno che questa è un’occasione unica per tirare giù quella casta di potere che ha mentito, oppresso, umiliato e rubato per due decenni e quindi per loro è arrivato il momento della resa dei conti.

Sul catello Fidesz è scritto in cirillico per ironizzare sull'alleanza Orban-Putin, lo slogan è “addio per sempre, Fidesz!”


Sabato a Debrecen arriva il candidato dell’opposizione, Peter Magyar, del Partito Tisza. Terrà il suo comizio di fine campagna elettorale (si vota domenica) nella grande piazza davanti all’Università.
Interessante il fatto che rappresentanti illustri della comunità rom (in Ungheria è tra le più grandi d’Europa) hanno fatto appello al loro popolo affinché non venda ancora una volta il proprio voto a Fidesz.
La compravendita di voti rom e il voto di scambio con le comunità erano la prassi delle ultime elezioni e sono stati decisivi per la rielezione di Orban del 2022. La condizione di povertà, emarginazione e diffuso razzismo in cui da decenni vivono i rom li rendono più vulnerabili a questi ricatti


In chiave simbolica queste elezioni si giocano molto anche sul corpo del leader. Infatti mentre Orbán si nasconde, gira solo nei grandi Centri, va pochissimo tra la gente e solo in situazioni sicure se circondato da guardie del corpo e fedelissimi, Peter Magyar invece del suo andare fisicamente anche nei piccolissimi villaggi, tra la gente senza scorta, senza grande preparazione e senza riunire solo un pubblico amico ne ha fatto un fattore simbolico decisivo. Lui rivendica il fatto di non volere scorte, anche se rischia aggressioni e questo ha un effetto potentissimo di simpatia a suo favore anche da parte di chi non è immediatamente suo elettore o nemico del governo


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