Ieri è stata una giornata in qualche modo storica per l’Ungheria e che ha offerto la prova tangibile di quanto il ventennale potere di Orban si stia sgretolando con una rapidità e una spettacolarità impensabili fino a due anni fa. Ora che c’è un’alternativa elettorale credibile e dal momento che la censura e propaganda non sono più in grado di coprire gli scandali morali, l’enorme corruzione e appropriazione privata delle risorse nazionali, il doppiogiochismo, le alleanze internazionali segrete e l’indifferenza per la sicurezza ambientale del Governo in carica, la maggioranza degli ungheresi ha sollevato la testa, non ha più paura, è tornata ad occuparsi di politica e si sta ribellando apertamente. Ieri a Debrecen (capitale della regione ungherese storicamente più fedele a Fidesz, loro roccaforte elettorale e dove più il Partito veniva ascoltato e amato) Orban non solo ha dovuto ingoiare l’umiliazione di tenere il suo comizio di fine campagna elettorale non nella piazza centrale, ma in una piazza più piccola e defilata; ma soprattutto, per la prima volta, si è trovato ad accoglierlo non la solita folla plaudente ma soprattutto tantissimi contestatori, che a volto scoperto hanno incessantemente fischiato e urlato contro di lui frasi quali “sporco Fidesz” o “andate a casa” o “vendipatria”. Orban dal palco era visibilmente nervoso, ha interrotto più volte il suo discorso, ha dovuto far alzare i volumi per essere ascoltato e, alla fine, ha chiuso il comizio anzitempo. Una contestazione così aperta e diretta contro il Presidente che tiene in pugno ininterrottamente da 16 anni il Paese, probabilmente non era mai avvenuta e ha del clamoroso se si pensa che è avvenuta in forma spontanea, non organizzata dall’Opposizione ma attraverso un tam-tam che ha convocato centinaia di persone comuni. Ed è ancora più rilevante se si pensa che nella semi-dittatura ancora operante in Ungheria chi protesta, anche pacificamente, anche in questi giorni di fine regime, subisce conseguenze pesanti: licenziamenti, denunce, minacce fisiche. Ma ormai i lavoratori, gli studenti e le donne ungheresi sanno che questa è un’occasione unica per tirare giù quella casta di potere che ha mentito, oppresso, umiliato e rubato per due decenni e quindi per loro è arrivato il momento della resa dei conti.
Sul catello Fidesz è scritto in cirillico per ironizzare sull'alleanza Orban-Putin, lo slogan è “addio per sempre, Fidesz!”

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