L'ideologia del postmodernismo
Ludwig Fleischer * | kommunistischepartei.de
Traduzione a cura di Giaime Ugliano
24/11/2025
Il termine postmodernismo ricorre continuamente: nei dibattiti filosofici, nei circoli accademici, o sulle labbra del nostro nemico politico. Tuttavia, solo di rado è chiaro che cosa si intenda davvero con questo concetto. Proprio questa vaghezza ha permesso a ideologi reazionari come, per esempio, Jordan Peterson1, di elevare il concetto di "postmodernismo" a parola d'ordine di una battaglia politica. In una totale distorsione della realtà, egli sostiene che ciò che molti vivono come un decadimento culturale sia dovuto al predominio di un "neomarxismo postmoderno".
Al contrario, vedremo che l'ideologia postmoderna non solo è ostile al marxismo, ma può quasi essere considerata il suo esatto opposto, e che viene utilizzata consapevolmente dalla classe dominante per privare la classe operaia della propria visione del mondo. Nel contesto storico attuale, il postmodernismo rappresenta l'ideologia dominante più adeguata. È l'unica corrente di pensiero capace di articolare gli interessi della classe dominante e, allo stesso tempo, di presentarsi come teoria progressista, soprattutto nelle università. Proprio per questo il postmodernismo va compreso innanzitutto nel suo rapporto con il marxismo.
Nel seguito delineiamo alcune delle posizioni centrali della filosofia postmoderna e ne mettiamo in luce l'opposizione al marxismo. Inoltre, affrontiamo il modo in cui i postmodernisti trattano la questione di genere, poiché è proprio in questo ambito che il loro distacco dalle analisi materialistiche e la loro funzione di stabilizzazione del sistema emergono in maniera particolarmente esemplare.
Il linguaggio è indipendente dalla realtà?
La postmodernità come epoca è un fenomeno complesso e sfaccettato. La sua precisa collocazione storica e concettuale è tuttora oggetto di dibattito in ambito accademico. Come il concetto di modernità, anche quello di postmodernità abbraccia i campi dell'arte, della morale e della filosofia, in sostanza l'intera sfera culturale, in particolare quella occidentale. Qui, però, non ci occuperemo di dispute di storia dell'arte. Ci interessa soprattutto la filosofia di questa epoca, che in ultima analisi costituisce anche il fondamento della cultura accademica che traspare nella corrente postmoderna.
La filosofia del postmodernismo è segnata in primo luogo dal poststrutturalismo, che a sua volta si fonda sullo strutturalismo. Le radici ideologiche dello strutturalismo si trovano nel XIX secolo, in un linguista svizzero di nome Ferdinand de Saussure. Nella sua teoria, una parola non va mai compresa in modo isolato, ma sempre come parte di un sistema complesso, come un segno all'interno della struttura linguistica. In un articolo scientifico sull'argomento si afferma: «Chiunque parli più lingue comprende l'arbitrarietà del segno: ciò che qui si chiama "cane", altrove si chiama "chien". Tuttavia, quanto più lingue si conoscono, tanto più diventa evidente il valore sistemico di ogni parola, tanto più risulta chiaro il fatto che non esiste da nessuna parte un equivalente esatto, né in altre lingue né nel mondo stesso»2.
Secondo Ferdinand de Saussure, la struttura linguistica è relativamente indipendente dalla realtà. Linguaggio e realtà sarebbero dunque «sempre separati, e il divario tra di essi è insuperabile»3.
Almeno da un certo punto di vista, ci muoviamo qui entro i confini della visione marxista del mondo. La conoscenza umana, e con essa la sua espressione nel linguaggio, può solo avvicinarsi alla verità assoluta, come verità relativa, e deve rimanerne sempre in una certa misura distante. Ciò dipende, per esempio, dal fatto che possiamo conoscere solo in modo mediato: da un lato attraverso i nostri sensi e gli strumenti tecnici, dall'altro interpretando ciò che è conosciuto in maniera ideologicamente determinata. In questo senso, la nostra conoscenza è condizionata dal contesto storico e sociale.
Non possiamo dunque comprendere il mondo nella sua interezza, in modo totale e onnicomprensivo; possiamo però comprenderlo storicamente in modo sempre più pieno e sempre più ampio, ad esempio grazie a strumenti tecnici via via più avanzati, sviluppati sul terreno dell'evoluzione delle forze produttive4.
Poiché il linguaggio dipende dall'uomo ed esprime la sua esperienza mediata storicamente e socialmente, esso non può essere «relativamente indipendente», ma esiste solo in un rapporto piuttosto diretto con la realtà, dalla quale prende avvio l'intero movimento della conoscenza: l'uomo conosce la realtà, ma la conosce solo in modo mediato. Questa realtà colta in forma mediata viene poi espressa dall'uomo in maniera umana, vale a dire attraverso i suoi strumenti propri, primo fra tutti il linguaggio. Il movimento è dunque: realtà → conoscenza → linguaggio. Vediamo quindi che il linguaggio non è affatto indipendente dalla realtà, come sostengono, in misura diversa, gli strutturalisti. Al contrario, il linguaggio è radicato nella realtà: questa è la posizione materialista. Negando tale radicamento, i pensatori postmoderni scivolano sempre più in profondità nell'idealismo.
Saussure definisce un segno linguistico come una combinazione di significato, ciò che il segno dovrebbe designare, e significante, ciò mediante cui viene designato, ossia la parola. Il significante è arbitrario: il libro avrebbe potuto chiamarsi altrettanto bene "albero". Tuttavia, una volta stabilito, il termine non può più essere separato dalla cosa, altrimenti il linguaggio cesserebbe di funzionare. Fin qui è chiaro. Ma: «La vera conseguenza della teoria di Saussure consiste nel fatto che il linguaggio non ha bisogno della realtà per funzionare; esso funziona indipendentemente da essa. Ciò significa che, quando qualcuno parla di un oggetto reale, viene compreso soltanto attraverso il codice dei significanti. Se dunque indico un libro e dico "questo libro", tu non capisci ciò che intendo in virtù del "referente", cioè del libro concreto che sto indicando, ma perché comprendi i significati evocati dai significanti "questo" e "libro"»5.
Il significato di una parola all'interno della struttura della lingua risiede nel fatto che essa si distingue da altre parole. Questa "differenza" costituisce il significato effettivo, il contenuto reale del termine. Al soggetto viene così attribuito, nel migliore dei casi, «solo un ruolo secondario nella produzione del significato»6. Claude Lévi-Strauss ha portato questa impostazione all'estremo, assegnando al significante non solo un'importanza di principio superiore a quella del significato, ma indicandolo come l'unica cosa davvero rilevante7. Secondo questa concezione, il linguaggio, in quanto struttura, è autoreferenziale, cioè si riferisce esclusivamente a se stesso8. Le parole hanno come significato soltanto altre parole. Ogni significato si dissolve nel linguaggio ed esiste ormai solo al suo interno. A questo punto i postmodernisti si sono davvero cacciati in un mare di sciocchezze.
Si potrebbe quindi aprire un dizionario, cercare la definizione di "albero" e trovare frasi del tipo: «Pianta legnosa con tronco robusto dal quale si dipartono rami». Bisognerebbe poi sfogliare il dizionario, cercare i termini "pianta legnosa", "tronco", "ramo" e persino "dipartirsi" o "crescere", e nelle loro cosiddette "definizioni" scoprire ancora una miriade di altre parole da ricercare. Secondo questa teoria, solo a questo punto si avrebbe effettivamente la possibilità di capire che cosa sia un albero.
In realtà, con questo metodo non si potrebbe mai comprendere veramente che cos'è un albero, perché un albero è più della semplice concatenazione di altri concetti. A un certo punto deve entrare in gioco la realtà, l'esperienza umana, ossia l'attività pratica del soggetto, affinché il significato possa davvero emergere. Anche se descrivo l'albero come "pianta legnosa da cui crescono i rami", l'interlocutore potrà capirlo solo se già sa cosa sia una pianta legnosa, cosa sia un tronco e cosa siano i rami. I concetti non traggono il loro significato dalla "differenza", cioè dal riferimento reciproco o dalla loro posizione all'interno del sistema complessivo: le loro relazioni riflettono invece le relazioni degli oggetti reali. La realtà, così come viene riprodotta nella coscienza, si esprime nei concetti, e la concreta natura delle loro relazioni interne si rispecchia nei rapporti tra i concetti stessi.
Iperrealtà da simulazioni?
Saussure ha dato ai pensatori postmoderni la possibilità di elevare tutto il significato nella sfera del linguaggio. Il poststrutturalista francese Jean Baudrillard si spinse oltre, cercando di dissolvere anche la realtà economica in una struttura di "segni" - segni nel senso saussuriano, come descritto sopra9. Più precisamente, egli intendeva che, attraverso la "società dei consumi postmoderna" (con cui naturalmente si riferisce alla società occidentale), in cui i nostri sensi sono inondati da stimoli elettronici e in cui percepiamo il mondo sempre più attraverso la lente distorta dei media sempre più vari e non tramite l'esperienza diretta, il mondo dei segni si sarebbe completamente distaccato dalla realtà concreta. Secondo questa concezione, oggi viviamo in un mondo di segni - un'iperrealtà costituita da "simulazioni"10.
Il consumo di una merce è il consumo di un segno - non di un oggetto reale. Consumare, per esempio, un piatto di pasta comprato con il mio salario non significa più riprodurre la forza lavoro, non costituisce più la reale e concreta riproduzione del rapporto capitalistico e, di conseguenza, della mia stessa condizione di lavoratore: è semplicemente un "segno". Un segno che indica, in qualche modo e da qualche parte, una certa posizione che occupo, voglio occupare o dovrei occupare nella società. Ma se ciò corrisponda davvero al reale, non è possibile saperlo, perché ormai non è più distinguibile ciò che è reale da ciò che è solo "iperreale". Baudrillard afferma: «A un certo preciso momento la storia non è più reale».
L'intera specie umana avrebbe «lasciato la realtà alle spalle. Niente di ciò che è accaduto da allora è stato vero». Siamo da tempo oltre l'agnosticismo, oltre il continuo interrogarsi sul fatto che possiamo davvero fare affermazioni certe sulla realtà. Al contrario, la realtà viene del tutto negata. In effetti, «l'assunto secondo cui non esiste un denominatore comune - nella "natura", nella "verità", in "Dio" o nel "futuro" - che garantisca l'unità del mondo o la possibilità di un pensiero neutrale e oggettivo» rappresenta una delle ipotesi fondamentali della filosofia postmoderna in tutte le sue varianti11.
Alla dominanza di una filosofia così fondamentalmente irrazionale corrisponde una cultura del dibattito in cui, da un lato, è considerato peccato difendere una posizione ferma, trarre conseguenze e chiedere cambiamenti radicali, mentre dall'altro è considerata virtù onorevole non avere opinioni fisse, restare sempre "democratici", prendere in considerazione tutte le possibili visioni "alternative" e assolutamente non appellarsi alla scienza per rivendicare una verità definitiva. In questo modo, le scienze naturali, per esempio sul tema del clima, finiscono nel mirino della filosofia reazionaria tanto quanto il marxismo. Il loro valore di verità diventa solo un "proposta" tra molte altre. Seguendo questa ideologia, non si possono più fare affermazioni sulla storia, perché essa "non è più reale". Qui si vede già l'opposizione assoluta al marxismo: se non c'è più realtà da conoscere, non ha senso preoccuparsi di cambiarla. Ci si limita allora a "scoprire quel punto preciso" a partire dal quale la storia non era più reale12. Il messaggio è chiaro: fuori dalla politica, dentro il tranquillo studiolo accademico!
Ruolo reazionario in veste rivoluzionaria
Una figura centrale del postmodernismo è Jacques Derrida, fondatore e principale esponente della cosiddetta decostruzione. Egli ha adottato l'idea che il linguaggio sia un sistema puramente autoreferenziale: le parole si riferiscono solo ad altre parole e ogni significato va sempre cercato nella parola successiva. In tal modo tutte diventano equivalenti vuoti contenitori di senso. Il passaggio dallo strutturalismo al poststrutturalismo si distingue soprattutto per la concezione della struttura, del linguaggio, come qualcosa di mutevole. Significante e significato non sono fissi, ma in costante fluttuazione. Per questo i "segni" linguistici, che costituiscono il legame tra i due, devono essere continuamente messi in discussione: devono essere "decostruiti".
Con "decostruzione" si intende qui qualcosa di completamente diverso rispetto a una critica marxista all'ideologia borghese o ai suoi concetti. Si può decostruire solo ciò che è stato precedentemente costruito. Per i postmodernisti, che hanno coniato il concetto di decostruzione, ogni forma di realtà è "costruita", in particolare attraverso il linguaggio, come avviene ad esempio anche per la teorica queer Judith Butler. Per loro non esiste una realtà "pre-discorsiva", nessuna realtà precedente al discorso linguistico, ossia alla "creazione" linguistica del "reale". Qui il reale rapporto tra linguaggio e realtà, che abbiamo appena descritto, viene capovolto completamente.
Non si tratta più di descrivere la realtà in modo oggettivo, perché, secondo i postmodernisti, questa realtà oggettiva non esiste più. L'obiettivo è dissolvere la nostra presunta comprensione "oggettiva" del mondo, nata dall'Illuminismo tanto criticato dai postmodernisti. Il filosofo postmoderno Jean-François Lyotard interpreta il postmodernismo come lo "stupore incredulo [incredulity] di fronte alle meta-narrazioni". Le cosiddette "meta-narrazioni" sono le "grandi narrazioni" e i principi di fede, cioè le "storie" che spiegano il mondo: per esempio il dogma religioso o, più in generale, qualsiasi visione coerente del mondo. È chiaro dove voglia arrivare: Lyotard afferma esplicitamente che con questo intende anche il credere nell'"emancipazione del soggetto razionale o lavoratore"13. Con ciò si riferisce naturalmente al marxismo. Quando si mostra "incredulo" di fronte a questo, intende dire che non riesce proprio a concepire l'esistenza di una visione del mondo razionale. Non solo al marxismo, ma a qualsiasi visione coerente del mondo viene così negata validità! Questo è coerente se ormai non esiste più un mondo coerente e, di conseguenza, la scienza diventa impossibile. Concetti come "uomo" o "donna", "proletario" o "borghese" risultano superflui, perché i postmodernisti ritengono che non si possano fare affermazioni generali sul mondo iperreale. E tanto meno si possono analizzare strutture nel mondo reale o ordinare concettualmente oggetti concreti.
La "differenza", che da sola determina (o non determina) gli oggetti, Derrida la definì "Différance". In francese, "différer" significa sia "differire" sia "spostare". Questo termine non contiene dunque solo la "differenza" come l'abbiamo già descritta, ma anche la conseguenza necessaria di essa: ogni significato viene continuamente spostato in avanti, perché occorre sempre "differenziare" ulteriormente e considerare sempre la "differenza successiva". Nel contesto della società umana, ciò porta alla completa differenziazione degli individui in un numero di identità di genere pari a quello degli esseri umani, ciascuno così unico che non ci si deve più preoccupare nemmeno delle "classi sociali". In questo modo il postmodernismo si rivela come la forma più brutale dell'individualismo radicale della società capitalista: «Quanto armonizza bene il postmodernismo con l'individualismo della morale borghese marcia e con l'elitismo che dovrebbe combattere… Ma soprattutto, quanto abilmente serve il suo ruolo reazionario sotto un abito rivoluzionario, rendendo un enorme servizio alla borghesia impedendo alla classe operaia di riconoscere le affinità che la uniscono»14.
Il nucleo reazionario del postmodernismo
Il postmodernismo nacque come fenomeno francese. Si sviluppò nel XX secolo tra quegli intellettuali "radicali" che erano rimasti insoddisfatti del marxismo. La rivoluzione, tanto attesa, si rivelò ai loro occhi un fallimento. La dura realtà delle circostanze in cui il socialismo veniva costruito nell'Unione Sovietica e la spietata propaganda anticomunista in Europa (occidentale) generarono un pessimismo che attraversa tutta la loro filosofia. La realtà stessa e persino il progresso, fondato concretamente nello sviluppo delle forze produttive e conquistabile e difendibile sul piano politico e sociale attraverso la lotta di classe, vengono come minimo messi in dubbio e, nella maggior parte dei casi, del tutto negati.
Soprattutto sullo sfondo della sconfitta temporanea del socialismo alla fine del XX secolo, non sorprende che teorie così pessimistiche dominino oggi come mai prima i circoli "di sinistra" nelle università, dove il marxismo da tempo ha lasciato spazio ad approcci "nuovi" e "radicali". L'ossessione per un linguaggio "politicamente corretto", che oggi offusca qualsiasi discorso "di sinistra" su razzismo, sessismo e altri problemi sociali, va compresa come un'espressione della predominanza dell'ideologia postmoderna. Poiché non esistono più strutture nel mondo reale, viene meno la domanda sulle cause materiali di specifiche forme di oppressione di gruppi sociali. L'unico ambito in cui può ancora esistere una struttura, secondo le fantasie dei postmodernisti, è il linguaggio, sempre mutevole. Ed è qui che essi trovano il loro approccio "radicale" alla soluzione di questi problemi: cambiare il linguaggio significa cambiare la realtà!
Proprio come avviene con l'"impronta ecologica", inventata dalla BP per scaricare la responsabilità dei cambiamenti climatici sui consumatori, anche qui un problema sociale, radicato nel modo di produzione capitalista, viene traslato al livello culturale, e la presunta soluzione, che dovrebbe provenire dalla sfera politica, cioè dalla pratica collettiva, viene dissolta nella sfera dei comportamenti individuali. In questo modo la politica si degrada a stile di vita, a un aspetto della realizzazione personale e individuale: finché parli correttamente, ripeti gli slogan giusti e acquisti i prodotti giusti, stai facendo tutto il possibile per "porre fine al sessismo". La borghesia ride di questa "politica", di questo "radicalismo"! Non sorprende dunque che questi fenomeni vengano promossi deliberatamente dalla borghesia a fini di lotta di classe. Esiste, per esempio, un documento interno della CIA redatto nel 1985 e pubblicato nel 2011, in cui viene sottolineata positivamente l'utilità della filosofia postmoderna nella lotta contro il marxismo: la "distruzione critica dell'influenza marxista nelle scienze sociali" operata dalla scuola strutturalista sarebbe un "contributo profondo" alla vita intellettuale occidentale15.
Dobbiamo affrontare le teorie sulla questione di genere anche alla luce di questo contesto. Queste teorie, per quanto diffuse tra persone "di sinistra" o tra comunisti, non sono nate come pensieri originali: non sono idee sviluppate da molte persone in modo indipendente o al di fuori del mainstream universitario attraverso un'analisi critica della cultura e della società. Nascono invece da questa radice postmoderna, che, come abbiamo visto, costituisce una parte decisiva della lotta ideologica contro il proletariato. L'inaccettabile confusione tra sesso biologico, identità di genere e ruoli di genere deriva dalle teorie contorte dei postmodernisti, in cui non ha più senso classificare gli esseri umani come maschi o femmine, poiché il genere è considerato un ordine di potere puramente linguistico ("discorsivo"), che dovrebbe essere smantellato cambiando il linguaggio. Questa è la stessa "logica" per cui viene rifiutata la classificazione degli individui in classi sociali, negato il conflitto di classe e oscurato il modo di produzione capitalistico. Il cosiddetto femminismo queer, come lo ha sviluppato Judith Butler basandosi sulle teorie postmoderne descritte qui, va quindi considerato come una corrente sostanzialmente reazionaria, che abbandona ogni possibilità di emancipazione già nella sua analisi. I comunisti e le comuniste che sostengono tali teorie, in qualunque forma, devono interrogarsi criticamente su come vi siano arrivati, quali presupposti filosofici siano necessari e, soprattutto, quale rapporto abbiano questi presupposti con una visione marxista del mondo.
Traduzione a cura di Giaime Ugliano
24/11/2025
Il termine postmodernismo ricorre continuamente: nei dibattiti filosofici, nei circoli accademici, o sulle labbra del nostro nemico politico. Tuttavia, solo di rado è chiaro che cosa si intenda davvero con questo concetto. Proprio questa vaghezza ha permesso a ideologi reazionari come, per esempio, Jordan Peterson1, di elevare il concetto di "postmodernismo" a parola d'ordine di una battaglia politica. In una totale distorsione della realtà, egli sostiene che ciò che molti vivono come un decadimento culturale sia dovuto al predominio di un "neomarxismo postmoderno".
Al contrario, vedremo che l'ideologia postmoderna non solo è ostile al marxismo, ma può quasi essere considerata il suo esatto opposto, e che viene utilizzata consapevolmente dalla classe dominante per privare la classe operaia della propria visione del mondo. Nel contesto storico attuale, il postmodernismo rappresenta l'ideologia dominante più adeguata. È l'unica corrente di pensiero capace di articolare gli interessi della classe dominante e, allo stesso tempo, di presentarsi come teoria progressista, soprattutto nelle università. Proprio per questo il postmodernismo va compreso innanzitutto nel suo rapporto con il marxismo.
Nel seguito delineiamo alcune delle posizioni centrali della filosofia postmoderna e ne mettiamo in luce l'opposizione al marxismo. Inoltre, affrontiamo il modo in cui i postmodernisti trattano la questione di genere, poiché è proprio in questo ambito che il loro distacco dalle analisi materialistiche e la loro funzione di stabilizzazione del sistema emergono in maniera particolarmente esemplare.
Il linguaggio è indipendente dalla realtà?
La postmodernità come epoca è un fenomeno complesso e sfaccettato. La sua precisa collocazione storica e concettuale è tuttora oggetto di dibattito in ambito accademico. Come il concetto di modernità, anche quello di postmodernità abbraccia i campi dell'arte, della morale e della filosofia, in sostanza l'intera sfera culturale, in particolare quella occidentale. Qui, però, non ci occuperemo di dispute di storia dell'arte. Ci interessa soprattutto la filosofia di questa epoca, che in ultima analisi costituisce anche il fondamento della cultura accademica che traspare nella corrente postmoderna.
La filosofia del postmodernismo è segnata in primo luogo dal poststrutturalismo, che a sua volta si fonda sullo strutturalismo. Le radici ideologiche dello strutturalismo si trovano nel XIX secolo, in un linguista svizzero di nome Ferdinand de Saussure. Nella sua teoria, una parola non va mai compresa in modo isolato, ma sempre come parte di un sistema complesso, come un segno all'interno della struttura linguistica. In un articolo scientifico sull'argomento si afferma: «Chiunque parli più lingue comprende l'arbitrarietà del segno: ciò che qui si chiama "cane", altrove si chiama "chien". Tuttavia, quanto più lingue si conoscono, tanto più diventa evidente il valore sistemico di ogni parola, tanto più risulta chiaro il fatto che non esiste da nessuna parte un equivalente esatto, né in altre lingue né nel mondo stesso»2.
Secondo Ferdinand de Saussure, la struttura linguistica è relativamente indipendente dalla realtà. Linguaggio e realtà sarebbero dunque «sempre separati, e il divario tra di essi è insuperabile»3.
Almeno da un certo punto di vista, ci muoviamo qui entro i confini della visione marxista del mondo. La conoscenza umana, e con essa la sua espressione nel linguaggio, può solo avvicinarsi alla verità assoluta, come verità relativa, e deve rimanerne sempre in una certa misura distante. Ciò dipende, per esempio, dal fatto che possiamo conoscere solo in modo mediato: da un lato attraverso i nostri sensi e gli strumenti tecnici, dall'altro interpretando ciò che è conosciuto in maniera ideologicamente determinata. In questo senso, la nostra conoscenza è condizionata dal contesto storico e sociale.
Non possiamo dunque comprendere il mondo nella sua interezza, in modo totale e onnicomprensivo; possiamo però comprenderlo storicamente in modo sempre più pieno e sempre più ampio, ad esempio grazie a strumenti tecnici via via più avanzati, sviluppati sul terreno dell'evoluzione delle forze produttive4.
Poiché il linguaggio dipende dall'uomo ed esprime la sua esperienza mediata storicamente e socialmente, esso non può essere «relativamente indipendente», ma esiste solo in un rapporto piuttosto diretto con la realtà, dalla quale prende avvio l'intero movimento della conoscenza: l'uomo conosce la realtà, ma la conosce solo in modo mediato. Questa realtà colta in forma mediata viene poi espressa dall'uomo in maniera umana, vale a dire attraverso i suoi strumenti propri, primo fra tutti il linguaggio. Il movimento è dunque: realtà → conoscenza → linguaggio. Vediamo quindi che il linguaggio non è affatto indipendente dalla realtà, come sostengono, in misura diversa, gli strutturalisti. Al contrario, il linguaggio è radicato nella realtà: questa è la posizione materialista. Negando tale radicamento, i pensatori postmoderni scivolano sempre più in profondità nell'idealismo.
Saussure definisce un segno linguistico come una combinazione di significato, ciò che il segno dovrebbe designare, e significante, ciò mediante cui viene designato, ossia la parola. Il significante è arbitrario: il libro avrebbe potuto chiamarsi altrettanto bene "albero". Tuttavia, una volta stabilito, il termine non può più essere separato dalla cosa, altrimenti il linguaggio cesserebbe di funzionare. Fin qui è chiaro. Ma: «La vera conseguenza della teoria di Saussure consiste nel fatto che il linguaggio non ha bisogno della realtà per funzionare; esso funziona indipendentemente da essa. Ciò significa che, quando qualcuno parla di un oggetto reale, viene compreso soltanto attraverso il codice dei significanti. Se dunque indico un libro e dico "questo libro", tu non capisci ciò che intendo in virtù del "referente", cioè del libro concreto che sto indicando, ma perché comprendi i significati evocati dai significanti "questo" e "libro"»5.
Il significato di una parola all'interno della struttura della lingua risiede nel fatto che essa si distingue da altre parole. Questa "differenza" costituisce il significato effettivo, il contenuto reale del termine. Al soggetto viene così attribuito, nel migliore dei casi, «solo un ruolo secondario nella produzione del significato»6. Claude Lévi-Strauss ha portato questa impostazione all'estremo, assegnando al significante non solo un'importanza di principio superiore a quella del significato, ma indicandolo come l'unica cosa davvero rilevante7. Secondo questa concezione, il linguaggio, in quanto struttura, è autoreferenziale, cioè si riferisce esclusivamente a se stesso8. Le parole hanno come significato soltanto altre parole. Ogni significato si dissolve nel linguaggio ed esiste ormai solo al suo interno. A questo punto i postmodernisti si sono davvero cacciati in un mare di sciocchezze.
Si potrebbe quindi aprire un dizionario, cercare la definizione di "albero" e trovare frasi del tipo: «Pianta legnosa con tronco robusto dal quale si dipartono rami». Bisognerebbe poi sfogliare il dizionario, cercare i termini "pianta legnosa", "tronco", "ramo" e persino "dipartirsi" o "crescere", e nelle loro cosiddette "definizioni" scoprire ancora una miriade di altre parole da ricercare. Secondo questa teoria, solo a questo punto si avrebbe effettivamente la possibilità di capire che cosa sia un albero.
In realtà, con questo metodo non si potrebbe mai comprendere veramente che cos'è un albero, perché un albero è più della semplice concatenazione di altri concetti. A un certo punto deve entrare in gioco la realtà, l'esperienza umana, ossia l'attività pratica del soggetto, affinché il significato possa davvero emergere. Anche se descrivo l'albero come "pianta legnosa da cui crescono i rami", l'interlocutore potrà capirlo solo se già sa cosa sia una pianta legnosa, cosa sia un tronco e cosa siano i rami. I concetti non traggono il loro significato dalla "differenza", cioè dal riferimento reciproco o dalla loro posizione all'interno del sistema complessivo: le loro relazioni riflettono invece le relazioni degli oggetti reali. La realtà, così come viene riprodotta nella coscienza, si esprime nei concetti, e la concreta natura delle loro relazioni interne si rispecchia nei rapporti tra i concetti stessi.
Iperrealtà da simulazioni?
Saussure ha dato ai pensatori postmoderni la possibilità di elevare tutto il significato nella sfera del linguaggio. Il poststrutturalista francese Jean Baudrillard si spinse oltre, cercando di dissolvere anche la realtà economica in una struttura di "segni" - segni nel senso saussuriano, come descritto sopra9. Più precisamente, egli intendeva che, attraverso la "società dei consumi postmoderna" (con cui naturalmente si riferisce alla società occidentale), in cui i nostri sensi sono inondati da stimoli elettronici e in cui percepiamo il mondo sempre più attraverso la lente distorta dei media sempre più vari e non tramite l'esperienza diretta, il mondo dei segni si sarebbe completamente distaccato dalla realtà concreta. Secondo questa concezione, oggi viviamo in un mondo di segni - un'iperrealtà costituita da "simulazioni"10.
Il consumo di una merce è il consumo di un segno - non di un oggetto reale. Consumare, per esempio, un piatto di pasta comprato con il mio salario non significa più riprodurre la forza lavoro, non costituisce più la reale e concreta riproduzione del rapporto capitalistico e, di conseguenza, della mia stessa condizione di lavoratore: è semplicemente un "segno". Un segno che indica, in qualche modo e da qualche parte, una certa posizione che occupo, voglio occupare o dovrei occupare nella società. Ma se ciò corrisponda davvero al reale, non è possibile saperlo, perché ormai non è più distinguibile ciò che è reale da ciò che è solo "iperreale". Baudrillard afferma: «A un certo preciso momento la storia non è più reale».
L'intera specie umana avrebbe «lasciato la realtà alle spalle. Niente di ciò che è accaduto da allora è stato vero». Siamo da tempo oltre l'agnosticismo, oltre il continuo interrogarsi sul fatto che possiamo davvero fare affermazioni certe sulla realtà. Al contrario, la realtà viene del tutto negata. In effetti, «l'assunto secondo cui non esiste un denominatore comune - nella "natura", nella "verità", in "Dio" o nel "futuro" - che garantisca l'unità del mondo o la possibilità di un pensiero neutrale e oggettivo» rappresenta una delle ipotesi fondamentali della filosofia postmoderna in tutte le sue varianti11.
Alla dominanza di una filosofia così fondamentalmente irrazionale corrisponde una cultura del dibattito in cui, da un lato, è considerato peccato difendere una posizione ferma, trarre conseguenze e chiedere cambiamenti radicali, mentre dall'altro è considerata virtù onorevole non avere opinioni fisse, restare sempre "democratici", prendere in considerazione tutte le possibili visioni "alternative" e assolutamente non appellarsi alla scienza per rivendicare una verità definitiva. In questo modo, le scienze naturali, per esempio sul tema del clima, finiscono nel mirino della filosofia reazionaria tanto quanto il marxismo. Il loro valore di verità diventa solo un "proposta" tra molte altre. Seguendo questa ideologia, non si possono più fare affermazioni sulla storia, perché essa "non è più reale". Qui si vede già l'opposizione assoluta al marxismo: se non c'è più realtà da conoscere, non ha senso preoccuparsi di cambiarla. Ci si limita allora a "scoprire quel punto preciso" a partire dal quale la storia non era più reale12. Il messaggio è chiaro: fuori dalla politica, dentro il tranquillo studiolo accademico!
Ruolo reazionario in veste rivoluzionaria
Una figura centrale del postmodernismo è Jacques Derrida, fondatore e principale esponente della cosiddetta decostruzione. Egli ha adottato l'idea che il linguaggio sia un sistema puramente autoreferenziale: le parole si riferiscono solo ad altre parole e ogni significato va sempre cercato nella parola successiva. In tal modo tutte diventano equivalenti vuoti contenitori di senso. Il passaggio dallo strutturalismo al poststrutturalismo si distingue soprattutto per la concezione della struttura, del linguaggio, come qualcosa di mutevole. Significante e significato non sono fissi, ma in costante fluttuazione. Per questo i "segni" linguistici, che costituiscono il legame tra i due, devono essere continuamente messi in discussione: devono essere "decostruiti".
Con "decostruzione" si intende qui qualcosa di completamente diverso rispetto a una critica marxista all'ideologia borghese o ai suoi concetti. Si può decostruire solo ciò che è stato precedentemente costruito. Per i postmodernisti, che hanno coniato il concetto di decostruzione, ogni forma di realtà è "costruita", in particolare attraverso il linguaggio, come avviene ad esempio anche per la teorica queer Judith Butler. Per loro non esiste una realtà "pre-discorsiva", nessuna realtà precedente al discorso linguistico, ossia alla "creazione" linguistica del "reale". Qui il reale rapporto tra linguaggio e realtà, che abbiamo appena descritto, viene capovolto completamente.
Non si tratta più di descrivere la realtà in modo oggettivo, perché, secondo i postmodernisti, questa realtà oggettiva non esiste più. L'obiettivo è dissolvere la nostra presunta comprensione "oggettiva" del mondo, nata dall'Illuminismo tanto criticato dai postmodernisti. Il filosofo postmoderno Jean-François Lyotard interpreta il postmodernismo come lo "stupore incredulo [incredulity] di fronte alle meta-narrazioni". Le cosiddette "meta-narrazioni" sono le "grandi narrazioni" e i principi di fede, cioè le "storie" che spiegano il mondo: per esempio il dogma religioso o, più in generale, qualsiasi visione coerente del mondo. È chiaro dove voglia arrivare: Lyotard afferma esplicitamente che con questo intende anche il credere nell'"emancipazione del soggetto razionale o lavoratore"13. Con ciò si riferisce naturalmente al marxismo. Quando si mostra "incredulo" di fronte a questo, intende dire che non riesce proprio a concepire l'esistenza di una visione del mondo razionale. Non solo al marxismo, ma a qualsiasi visione coerente del mondo viene così negata validità! Questo è coerente se ormai non esiste più un mondo coerente e, di conseguenza, la scienza diventa impossibile. Concetti come "uomo" o "donna", "proletario" o "borghese" risultano superflui, perché i postmodernisti ritengono che non si possano fare affermazioni generali sul mondo iperreale. E tanto meno si possono analizzare strutture nel mondo reale o ordinare concettualmente oggetti concreti.
La "differenza", che da sola determina (o non determina) gli oggetti, Derrida la definì "Différance". In francese, "différer" significa sia "differire" sia "spostare". Questo termine non contiene dunque solo la "differenza" come l'abbiamo già descritta, ma anche la conseguenza necessaria di essa: ogni significato viene continuamente spostato in avanti, perché occorre sempre "differenziare" ulteriormente e considerare sempre la "differenza successiva". Nel contesto della società umana, ciò porta alla completa differenziazione degli individui in un numero di identità di genere pari a quello degli esseri umani, ciascuno così unico che non ci si deve più preoccupare nemmeno delle "classi sociali". In questo modo il postmodernismo si rivela come la forma più brutale dell'individualismo radicale della società capitalista: «Quanto armonizza bene il postmodernismo con l'individualismo della morale borghese marcia e con l'elitismo che dovrebbe combattere… Ma soprattutto, quanto abilmente serve il suo ruolo reazionario sotto un abito rivoluzionario, rendendo un enorme servizio alla borghesia impedendo alla classe operaia di riconoscere le affinità che la uniscono»14.
Il nucleo reazionario del postmodernismo
Il postmodernismo nacque come fenomeno francese. Si sviluppò nel XX secolo tra quegli intellettuali "radicali" che erano rimasti insoddisfatti del marxismo. La rivoluzione, tanto attesa, si rivelò ai loro occhi un fallimento. La dura realtà delle circostanze in cui il socialismo veniva costruito nell'Unione Sovietica e la spietata propaganda anticomunista in Europa (occidentale) generarono un pessimismo che attraversa tutta la loro filosofia. La realtà stessa e persino il progresso, fondato concretamente nello sviluppo delle forze produttive e conquistabile e difendibile sul piano politico e sociale attraverso la lotta di classe, vengono come minimo messi in dubbio e, nella maggior parte dei casi, del tutto negati.
Soprattutto sullo sfondo della sconfitta temporanea del socialismo alla fine del XX secolo, non sorprende che teorie così pessimistiche dominino oggi come mai prima i circoli "di sinistra" nelle università, dove il marxismo da tempo ha lasciato spazio ad approcci "nuovi" e "radicali". L'ossessione per un linguaggio "politicamente corretto", che oggi offusca qualsiasi discorso "di sinistra" su razzismo, sessismo e altri problemi sociali, va compresa come un'espressione della predominanza dell'ideologia postmoderna. Poiché non esistono più strutture nel mondo reale, viene meno la domanda sulle cause materiali di specifiche forme di oppressione di gruppi sociali. L'unico ambito in cui può ancora esistere una struttura, secondo le fantasie dei postmodernisti, è il linguaggio, sempre mutevole. Ed è qui che essi trovano il loro approccio "radicale" alla soluzione di questi problemi: cambiare il linguaggio significa cambiare la realtà!
Proprio come avviene con l'"impronta ecologica", inventata dalla BP per scaricare la responsabilità dei cambiamenti climatici sui consumatori, anche qui un problema sociale, radicato nel modo di produzione capitalista, viene traslato al livello culturale, e la presunta soluzione, che dovrebbe provenire dalla sfera politica, cioè dalla pratica collettiva, viene dissolta nella sfera dei comportamenti individuali. In questo modo la politica si degrada a stile di vita, a un aspetto della realizzazione personale e individuale: finché parli correttamente, ripeti gli slogan giusti e acquisti i prodotti giusti, stai facendo tutto il possibile per "porre fine al sessismo". La borghesia ride di questa "politica", di questo "radicalismo"! Non sorprende dunque che questi fenomeni vengano promossi deliberatamente dalla borghesia a fini di lotta di classe. Esiste, per esempio, un documento interno della CIA redatto nel 1985 e pubblicato nel 2011, in cui viene sottolineata positivamente l'utilità della filosofia postmoderna nella lotta contro il marxismo: la "distruzione critica dell'influenza marxista nelle scienze sociali" operata dalla scuola strutturalista sarebbe un "contributo profondo" alla vita intellettuale occidentale15.
Dobbiamo affrontare le teorie sulla questione di genere anche alla luce di questo contesto. Queste teorie, per quanto diffuse tra persone "di sinistra" o tra comunisti, non sono nate come pensieri originali: non sono idee sviluppate da molte persone in modo indipendente o al di fuori del mainstream universitario attraverso un'analisi critica della cultura e della società. Nascono invece da questa radice postmoderna, che, come abbiamo visto, costituisce una parte decisiva della lotta ideologica contro il proletariato. L'inaccettabile confusione tra sesso biologico, identità di genere e ruoli di genere deriva dalle teorie contorte dei postmodernisti, in cui non ha più senso classificare gli esseri umani come maschi o femmine, poiché il genere è considerato un ordine di potere puramente linguistico ("discorsivo"), che dovrebbe essere smantellato cambiando il linguaggio. Questa è la stessa "logica" per cui viene rifiutata la classificazione degli individui in classi sociali, negato il conflitto di classe e oscurato il modo di produzione capitalistico. Il cosiddetto femminismo queer, come lo ha sviluppato Judith Butler basandosi sulle teorie postmoderne descritte qui, va quindi considerato come una corrente sostanzialmente reazionaria, che abbandona ogni possibilità di emancipazione già nella sua analisi. I comunisti e le comuniste che sostengono tali teorie, in qualunque forma, devono interrogarsi criticamente su come vi siano arrivati, quali presupposti filosofici siano necessari e, soprattutto, quale rapporto abbiano questi presupposti con una visione marxista del mondo.
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