
Un corteo di 100.000 manifestanti, con pochissime bandiere a stelle e strisce (finalmente!!), e una marea, invece, di cartelli autoprodotti centrati su un solo obiettivo “ICE Out“, “Fuck ICE“. E poi una quantità di piccoli e non tanto piccoli presidi nelle piazze e nei quartieri più periferici della metropoli, con la stessa tensione, la stessa rabbia, gli stessi contenuti della manifestazione centrale.
L’ICE è la polizia speciale che l’amministrazione Trump sta sguinzagliando in un numero crescente di grandi città per dare la caccia agli immigrati “undocumented”, privi di regolare permesso di soggiorno. Il 7 gennaio, proprio a Minneapolis, questi “thugs” (criminali), così vengono apostrofati spesso dalla gente che li odia almeno quanto li teme, avevano assassinato a sangue freddo Renée Nicole Good, una poetessa e madre di 37 anni, colpevole solo di svolgere, insieme con altre/i, un’azione di controllo sulle brutalità e
gli arbitrii dell’ICE. Intorno a quella vicenda, anche in risposta al provocatorio atteggiamento del governo di Washington che ha coperto l’agente assassino di totale impunità, è andata montando la volontà di una risposta forte, unitaria. Che si è verificata ieri sotto forma di un “Day of Truth and Freedom” (una giornata della verità e della libertà), che ha coinvolto masse di lavoratrici e lavoratori (soprattutto della sanità, della scuola, delle poste) e migliaia di studenti/studentesse, ben mescolati autoctoni e immigrati.Non è passata, purtroppo, la spinta allo sciopero generale politico, che era stata portata avanti nei giorni scorsi da settori di base del sindacato e da associazioni degli immigrati – ma si può dire egualmente che la necessità di una simile iniziativa di lotta, del tutto inusuale negli Stati Uniti, ha conquistato non pochi punti. Non è passata perché tanto le burocrazie dell’AFL-CIO quanto la struttura del Partito democratico si sono rifiutate di prenderla anche solo in considerazione, facendosi ancora una volta dettare la linea dalla banda-Trump. Questa è determinatissima a portare avanti la guerra agli immigrati, un’arma quanto mai utile a diffondere paura e spaccare il campo degli sfruttati. Non si può considerare un caso che proprio negli scorsi giorni alla Camera dei rappresentanti sia stato votato un cospicuo rifinanziamento del DHS (il Dipartimento per la sicurezza interna) e dell’ICE, con un apporto anche di deputati democratici. La “sicurezza interna” non può essere messa in discussione, va anzi incrementata (nel 2025 gli effettivi dell’ICE sono raddoppiati).
Tutto il mese di gennaio a Minneapolis si sono susseguite proteste accese davanti all’Hotel che ospita gli agenti dell’ICE, c’è stata un’irruzione nel tribunale federale, e prima ancora foltissimi gruppi di dimostranti avevano recintato la zona in cui era stata assassinata Renée Nicole Good dichiarandola “zona autonoma del lutto” vietata alle forze della repressione.
Le proteste di Minneapolis sono state di stimolo e incitamento ad analoghe iniziative a Manhattan (la più partecipata), a Los Angeles, Portland, Houston, Seattle, Washington. “ICE out for Good”, l’ICE fuori per sempre (con un gioco di parole), è stato lo slogan che ha unito le diverse manifestazioni. Ma non sono mancati slogan più radicali: “Fermiamo la Gestapo di Trump”, “Fermeremo il nazismo americano”, “Dobbiamo rovesciare questo regime”.
L’amministrazione Trump ha attaccato con l’abituale violenza queste manifestazioni, ritenendole frutto dell’istigazione di insurrezionalisti, terroristi, comunisti, con una dose accresciuta di violenza contro la comunità somala (è il metodo seguito da tutti i governanti: se ci sono proteste, se ci sono lotte, e tanto più se sono radicali, sono sicuramente frutto di infiltrati, e per lo più dall’estero). La banda della Casa Bianca ha provato a saggiare il terreno per verificare se c’erano le condizioni per delle contromanifestazioni, inviando un suo abile agit-prop, il razzista di lungo corso Jake Lang, uno di quelli graziati da Trump per l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Costui aveva promesso che nel corso del suo raduno di massa avrebbe bruciato una copia del Corano, e si era fatto precedere dalle solite litanie contro i musulmani, in specie i musulmani somali, rei di rapinare miliardi di dollari agli Stati Uniti in prestazioni di welfare e servizi sociali. Senonché al suo appello per il 17 gennaio hanno risposto solo una dozzina di persone a fronte di 3.000 dimostranti contro lui e i suoi mandanti. Risultato: se n’è dovuto scappare da Minneapolis, piagnucolante, con qualche ammaccatura. (Qui sotto la sua ingloriosa fuga)

l’ICE ha pensato bene, tra le altre cose, di arrestare all’aeroporto un centinaio di religiosi che erano lì convenuti per salmodiare i loro temi, comunque in solidarietà ai colpiti. Tra invocazioni e preghiere, interessante il loro slogan finale sugli arresti : “For every one that you arrest, a thousand more will show up next” (Per ognuno che arrestate, la prossima volta ne verranno fuori mille”). Il coro finale è: “This is for Renée Good”. In altre riprese si sente anche “Shame”.