domenica 10 maggio 2026

pc 10 maggio - La realtà, la lotta nei movimenti e il nostro lavoro in questa fase - proletari comunisti

Veniamo da un periodo di attività significativa, soprattutto come concezione del lavoro che vogliamo realizzare per metodo di lavoro e contenuti che sono la questione di fondo del nostro lavoro e che è importante impadronircene e utilizzarli come arma per avanzare in coscienza, linea, qualità e organizzazione delle forze, esistenti e nuove.
Da questo periodo si può "tirare fuori" soprattutto questo. 
Per questo è importante avere chiarezza politica sulla fase che stiamo attraversando.

Noi abbiamo un giudizio negativo sullo stato delle cose, sia per la situazione del movimento in Italia sia per lo stato dell'azione nel movimento comunista internazionale. 

Questa non è una posizione disfattista, né genericamente pessimista, né ha lo scopo di sottovalutare l'energia e l'azione che tanti compagni fanno per rispondere con la lotta, con le iniziative allo stadio della situazione. Però a noi tocca un compito differente, di fornire a noi stessi, alle avanguardie, una visione corretta della situazione.

Perché nella visione corretta c'è oltre che il nostro lavoro anche il contributo reale che vogliamo dare. Il nostro contributo è di fare bene il nostro lavoro autonomo ed essere estremamente critici nei confronti della realtà esistente. 

Per esempio noi pensiamo con tutta onestà che questi 25 aprile e 1° Maggio siano stati i peggiori 25 aprile e 1° Maggio degli ultimi anni sia per mobilitazione di massa nazionale sia per l’impatto politico e sociale nella realtà del nostro Paese.

Mentre noi diamo una grande valutazione positiva, come tutti chiaramente, degli scioperi e dell'enorme manifestazione solidale con la Palestina del 4 ottobre a Roma, così come diamo un valore molto positivo alla battaglia di Torino del 31 gennaio e al risultato del referendum - questi sono fatti positivi

per il movimento comunista, per l'opposizione sociale e politica e sono effettive pagine della storia recente di questo Paese nel contesto della situazione politica nazionale e del suo intreccio con la situazione internazionale; con la stessa sincerità non diamo giudizi positivi sugli scioperi generali che si sono fatti, (parliamo chiaramente sempre di categorie generali, poi sappiamo che all'interno di queste categorie ci sono cose importanti, piccole, medie, grandi, da valorizzare), e diamo un giudizio negativo del 25 aprile e del 1° Maggio.

In queste giornate e manifestazioni non è avanzata la difesa della Resistenza, non è avanzata la lotta contro il moderno fascismo, non sono state coinvolte più del solito le masse. Senza sottovalutazione verso i compagni che vi hanno partecipato, lottato, esse non hanno aggiunto niente e invece sono stati elemento di confusione, di deviazione da una visione avanzata. 

Non ci siamo rafforzati il 25 aprile e ancora meno il 1° Maggio come movimento operaio, come movimento di opposizione al governo. 

Eppure siamo in una situazione in cui chi è davvero in difficoltà è il governo, perché il governo ha incassato una sconfitta politica importante con il referendum ed è entrato progressivamente in crisi, ha contraddizioni interne, paranoie. Perché, attenzione, l'attitudine di governo e ministri è paranoica rispetto agli eventi; siamo passati da una fase in cui si sentivano forti, invincibili, in cui asfaltavano tutto e potevano permettersi tutto, ad una fase in cui camminano su un terreno minato, andando in difficoltà sia sul piano internazionale sia sul piano interno. 

Da questo punto di vista il governo Meloni non è affatto forte, è un governo debole, attraversato da contraddizioni internazionali e nazionali, incapace di risolvere e affrontare i problemi tra le masse e anche di realizzare il suo programma, nonostante la sua ferma intenzione di caratterizzarsi come governo che realizza i propri programmi e costruisce attraverso l'azione di stampo moderno fascista il consenso tra le masse. In generale, invece, il consenso tra le masse del governo si è indebolito.

Ma questo non corrisponde a un rafforzamento del movimento proletario e di massa, lo stato di lotte nelle fabbriche è tuttora basso; la coscienza generale tra i lavoratori di se stessi e della loro possibilità di intervenire nella situazione politica del paese e indirizzarla a loro favore è povera, non all'altezza dei problemi che pure si scaricano sui proletari; non avanza l'autorganizzazione, non avanzano le lotte, non avanza la coscienza su come lottare in questa realtà. E questo si riflette in un marasma confusionario che contagia anche forze che si muovevano con più chiarezza, sia pure dentro tendenze di destra, tendenze di sinistra, sempre nel movimento.

Invece ora avanza la confusione, non avanza l'unità ma la frammentazione.

Il 25 aprile e il 1° Maggio hanno costituito dei passaggi importanti e significativi della situazione politica, ma non hanno contribuito a portarla avanti ma a portarla indietro, rispetto a un momento per così dire "felice", in cui vi è stato lo sforzo di rispondere con un movimento di massa con riferimenti chiari sul piano nazionale, come era stata appunto la grande manifestazione del 4 ottobre, l'opposizione ai Decreti sicurezza, questioni che si erano riflesse, sia pur in forme elettorali, nell’esito del referendum. Ora non è così, è come se le manifestazioni, le iniziative, le lotte invece di portare avanti questa ondata l'abbiano confusa e portata indietro.

Ma nello stesso tempo per i comunisti può essere una condizione favorevole, perché è sulle rovine del riformismo, del revisionismo, sulle rovine della confusione, sulle rovine delle illusioni  movimentiste, che si costruisce il partito della rivoluzione.

Perché oggi è fondamentale la costruzione del partito della rivoluzione. Se avanza la sua costruzione, certo si troverà in uno stadio del movimento in cui vi sarà la dialettica di sempre, che oggi è sicuramente importante, tra condizioni oggettive che sembrano essere sempre più favorevoli e condizioni soggettive invece tutte da realizzare e da elevare, però il salto è possibile. Ma l'unico salto che è possibile è il salto alla costruzione del partito della rivoluzione. 

Noi siamo l'ala più pessimista sulla situazione, sulla possibilità di rovesciare lo stato di cose presenti attraverso la ripresa, lo sviluppo del movimento di massa. Non dobbiamo essere subordinati alle illusioni e alle forme della piccola borghesia, La piccola borghesia ha guadagnato spazio nella crisi del movimento operaio e nella sua incapacità attuale di trovare il "bandolo della matassa", anche iniziale, per l'autonomia operaia, la cui forma centrale è il Partito della classe.
Quello che avanza è purtroppo il dominio della piccola borghesia, e il dominio della piccola borghesia porta oltre che al riformismo, al sentirsi al centro del mondo, a considerare le cose che fa come “il mondo”, staccandosi dalla condizione reale del mondo che è una condizione di pesanti attacchi, di moderna ripresa, dittatura di ideologie, politiche, teorie e culture fasciste, naziste, razziste. 

Quindi il nostro nemico principale nei movimenti è la piccola borghesia. Chiaramente, come sempre, ci sono posizioni di destra, di centro e di sinistra, non è tutto un magma. 

C'è da dire poi che questo tipo di frammentazione vive, come influenza della piccola borghesia del nostro paese, rispetto anche a realtà come il movimento per la Palestina, per i popoli oppressi. I gruppi palestinesi tendono ad assumere una conformazione che somiglia di più ai gruppi italiani, col rischio di perdere il loro messaggio universale su cui possono mobilitare milioni di persone, come l'esempio del 4 ottobre ha dimostrato; vengono a far parte del fronte della frammentazione e non del fronte dell'unità. E chiaramente, via via che i gruppi palestinesi si conformano alla realtà dei gruppi in Italia e delle loro tendenze, anche tra di loro c'è un centro, una destra e una sinistra, e non dobbiamo nasconderlo.

In questo senso, il salto è possibile solo facendo piazza pulita delle influenze della piccola borghesia, altrimenti qualsiasi avanzamento viene poi rimangiato dalla borghesia con il tramite della piccola borghesia che porta al massimo ad una possibilità più vivace della competizione elettorale. Ma la competizione elettorale non è il terreno con cui si possa incidere nei rapporti di forza in questo Paese. E’ un'illusione che la sconfitta elettorale del governo possa portare a un cambio di situazione. Non soltanto per la ragione che i partiti della borghesia sono sempre partiti della borghesia, media o piccola che sia; ma quanto perché, all'interno del panorama attuale del sistema politico dei diversi paesi imperialisti, non si può pensare che se cade Trump il nuovo presidente degli Stati Uniti non conserverà il 50-60% delle cose che fa Trump; così non si può pensare che se vince Schlein o Fratoianni e Bonelli spariranno i decreti sicurezza, l'aumento degli armamenti per le guerre.
La via elettorale è la via perdente. Anche se, e lo abbiamo visto con il referendum, non va disertata - abbiamo già da tempo espresso un giudizio negativo sull'astensionismo e la sua organica incapacità di trasformarsi in movimento rivoluzionario. Anzi, succede che i super-astensionisti a un certo punto, di fronte alle difficoltà di cambiamento, di strategie, di tattica imposte dai movimenti, dalla realtà, dallo scontro di classe, tendono a passare subito dall'altra parte, a diventare iper-sostenitori della partecipazione elettorale.

Tornando al 25 aprile e 1° Maggio, queste giornate per altro verso ci hanno offerto comunque un panorama del realismo della nostra posizione, della necessità di guadagnare terreno all'interno della critica del movimento esistente e non della sua apologia. 

Noi dobbiamo stare nel movimento reale, non ce lo possiamo inventare, né la critica al movimento esistente deve significare costruire il “movimento a parte” - questa da sempre è stata una posizione lontana dalle concezioni di Marx, Lenin, Mao e della parte più evoluta e rivoluzionaria del movimento comunista nel nostro paese, che ha una data di riferimento purtroppo sempre più lontana, che è l'autunno caldo e gli anni 70. 

Dobbiamo fare il lavoro autonomo. La tattica, la dialettica la dobbiamo usare tra le masse, e tra le masse operaie in particolare, dove purtroppo non ci possiamo permettere di dire “armiamoci e seguiteci”, perché lo stadio di coscienza, di esperienza, di organizzazione, di habitat è tale che non possiamo predicare al vento.

Fare propaganda e agitazione, dobbiamo dire le cose giuste tenendo conto dei livelli di coscienza e di percezione che tra le masse possono esserci sulle questioni che affrontiamo. Ma essere attenti a ciò che diciamo non vuol dire adeguarci a quello che pensano le masse, i lavoratori, ma attenti al fatto che non possiamo sopravvalutare nelle opinioni dei lavoratori o delle masse, il loro livello di coscienza di base. E anche quando sembrano che dicano le stesse cose che diciamo noi, dobbiamo essere attenti a capire che non stanno dicendo le cose che diciamo noi, perché questo è un lavoro da fare, non fatto; e chi pensa di averlo già fatto si sbaglia. 

Dobbiamo essere coerenti, determinati, inflessibili verso noi stessi, verso la nostra capacità di spiegare bene le cose e di dire le parole giuste ai lavoratori.

E si dicono le parole giuste ai lavoratori se si fa il lavoro autonomo. Senza il lavoro autonomo non solo non si ha il termometro, ma non possiamo renderci conto delle cose da fare. Si è dentro il gruppetarismo, il movimento così com'è.

Dobbiamo su questo fare davvero dei passi in avanti, essere autocritici, ed avere sempre una visione della realtà e del lavoro nazionale.
La prima cosa di cui dobbiamo renderci conto è che noi non siamo di una realtà specifica ma operiamo nel movimento comunista e proletario a livello nazionale. Non dobbiamo adeguare la realtà nazionale alla realtà locale, ma l'inverso, rapportare la realtà locale dove operiamo quotidianamente alla realtà nazionale; facendo un'analisi concreta della situazione concreta e una visione esatta dei problemi e dello stadio delle questioni che affrontiamo nella lotta generale contro il governo, il moderno fascismo, contro la guerra, lo Stato di polizia, ecc., nel lavoro per il partito della rivoluzione.

In questo lavoro è importante anche il metodo di lavoro. Non si tratta di far cadere ciò che facciamo e diciamo dal cielo o da una pura applicazione dei principi alla realtà. Prima dobbiamo fare, poi nella verifica ci rendiamo conto di quello che è solido, giusto, che serve e di quello che invece non lo è; quindi “ripuliamo” continuamente il nostro agire per renderlo adeguato, non a un livello astratto, ma a una funzione storica imprescindibile. Questo ci permette di avanzare nella teoria marxista-leninista-maoista per renderla viva e attuale e di avanzare nella pratica.

intervento alla recente riunione nazionale di proletari comunisti - maggio 2026

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