martedì 19 maggio 2020

pc 19 maggio - ArcelorMittal rilancia il suo piano/ricatto puntando su governo a suo favore - ma riparte la lotta operaia

La lotta operaia comunque organizzata deve essere autonoma da padroni e governo - così finora non è stato

La piattaforma dello Slai cobas per il sindacato di classe è e resta l'unica alternativa di parte operaia a Taranto/ come a Genova e Novi..

 a Genova, davanti agli stabilimenti della ex Ilva, i caschi gialli hanno manifestato contro la nuova cassa integrazione annunciata dall'azienda (a Genova e a Taranto dove c'è la più grande acciaieria d'Europa) e con la drammatica crisi del gruppo siderurgico italiano che ArcelorMittal e il governo non sono ancora riusciti ad affrontare, nonostante l'accordo raggiunto a marzo per una partnership pubblico-privato e per una trasformazione green degli impianti. E' di questi giorni, peraltro, la notizia della mancata assegnazione alla ex Ilva da parte dell'esecutivo, di una garanzia pubblica (in base al decreto Rilancio) per un prestito da 400 milioni di euro. Una ulteriore doccia fredda per gli oltre 10mila addetti del gruppo e per le migliaia di lavoratori delle aziende dell'indotto.


ArcelorMittal Genova, in corteo con la mascherina contro la cassa integrazione

A Taranto i sindacati annunciano una manifestazione di piazza per il 22 maggio, in realtà si tratta di un presidio di delegati in Prefettura senza sciopero e senza reale mobilitazione operaia

Il ministro dello Sviluppo Economico ha convocato i sindacati e ArcelorMittal per il 25.

Ilva, a Genova operai in piazza per difendere il lavoro. La prima manifestazione della Fase 2Dall'intervento all'ArcelorMittal Taranto di giovedì scorso dello Slai cobas sc.
Noi non siamo d'accordo con la linea della cogestione con l'azienda seguita attualmente dalle organizzazioni sindacali confederali, in particolare sulla cassa integrazione, su cui viene data sostanzialmente mano libera all'azienda. Tenendo conto che non è stato affatto risolto il problema della integrazione salariale che permetta ai lavoratori, anche in cassa integrazione, di recuperare
integralmente il salario. Hanno fatto promesse a livello di governo su questo ma tuttora, nonostante ci siano i fondi per la cassa integrazione, non ci sono i fondi per l'integrazione salariale che dovrebbe pagare la Regione, sì che la cassa integrazione possa essere al 100% del salario.
Ora invece la cig per Covid-19 è al 60/58% del salario, e i lavoratori prendono la miseria di 900/800 euro al mese, che non bastano assolutamente a vivere con la famiglia. Questo vuol dire che padroni, Governo e Regione stanno scaricando anche questa volta sui lavoratori il costo della crisi, dell'emergenza pademica.

Sulle questioni ArcelorMittal. Siamo dentro un accordo tra Governo e azienda sul futuro dello stabilimento che doveva essere perfezionato a maggio da un nuovo accordo sindacale. Ma non sappiamo se dentro l’emergenza corona virus questo termine sarà rispettato.
Comunque, ArcelorMittal sta procedendo a tappe forzate verso ulteriori esuberi, altri 1000 lavoratori in cig  con la prospettiva di tagli definitivi al numero di operai.
Va tenuto in conto che siamo di fronte a una nuova crisi generale dell'acciaio, una crisi di sovrapproduzione, in corso già prima della pandemia da coronavirus, che può diventare ancora più grave per effetto della recessione economica che tocca l'intera economia nazionale e internazionale. Poche a settimane fa l’Arcelor Mittal ha dismesso lo stabilimento di Marsiglia e ha già comunicato che anche lo stabilimento di Novi è a rischio.
Quindi, è fondamentale che i lavoratori si attrezzino per rispondere alla nuova richiesta di esuberi strutturali, che l'azienda, anche approfittando dell'emergenza coronavirus riproporrà.

Rispetto a questa ipotesi non ci pare che le organizzazioni sindacali abbiano le idee chiare e una piattaforma che tuteli effettivamente i lavoratori in questa situazione. In particolare, non bisogna accettare in nessuna maniera la denuncia di nuovi esuberi strutturali da parte dall'azienda, comunque siano mascherati. A fronte di piani fumosi di ambientalizzazione, la sostanza di questi esuberi sarebbe un'ulteriore riduzione dell'occupazione dei lavoratori dipendenti diretti di ArcelorMittal, che seguirebbe quella che ci fu dopo l'accordo del 2018, a cui si aggiungerebbero inevitabilmente licenziamenti e chiusure di Ditte dell'appalto.
Quindi, dobbiamo ritornare a difendere strenuamente il posto di lavoro.

Siamo dentro un film dalla fine annunciata, quando a suo tempo ArcelorMittal aveva parlato di 5000 esuberi. In una maniera o nell'altra, con una scusa o l'altra, a questo intende arrivare.
Per questo lo Slai Cobas ritiene che sia necessaria porre in questa fabbrica, come in tutte le fabbriche che possano avere gravi problemi di occupazione, la rivendicazione, oltre che della cassa integrazione al 100%, di una riduzione generalizzata dell'orario di lavoro a parità di paga. Perché è evidente che in questa crisi generale non devono essere i lavoratori a pagare e i fondi che vengono dati alle aziende non devono essere senza condizioni. Il governo dà fondi alle aziende, assicura la piena ripresa della loro attività e i lavoratori perdono il posto di lavoro. Non può essere così! Perciò la riduzione dell'orario di lavoro a parità di paga è una necessità che i sindacati tutti, al di là della loro auto-definizione, devono porre.

L'altra questione è che i piani annunciati di ambientalizzazione della fabbrica devono partire realmente.
Non ci è sembrata certo una cosa buona che appena c’è stata per il coronavirus l’esigenza di ridurre la forza lavoro in fabbrica, ArcelorMittal ha scelto di sospendere proprio i lavori di bonifica e ambientalizzazione. Quindi, il rapporto tra operai in organico ArcelorMittal e gli operai impegnati nell’ambientalizzazione, tra cui si devono recuperare tutti gli attuali cassintegrati in amministrazione straordinaria, deve essere rivendicato che sia realizzato ora, perché se non realizzato ora, la crisi generale dell'acciaio porterà a mettere in discussione di nuovo la stessa vita dello stabilimento.
Altra questione è la rivendicazione che ci sia un provvedimento massiccio di prepensionamento, utilizzando i benefici amianto e utilizzando l'emergenza inquinamento nella nostra città. Noi stimiamo che circa 2500 lavoratori potrebbero andare in prepensionamento, attraverso misure straordinarie da adottare nel contesto della crisi di Taranto e della crisi coronavirus.

Quindi, i lavoratori non possono stare ad aspettare, né tanto meno si può iniziare uno sciopero, una lotta, senza sapere esattamente che cosa vogliamo e dove vogliamo andare. In questo senso, riteniamo che questo mese debba essere il mese in cui si torni a fare le assemblee in fabbrica, perché non possiamo accettare che i lavoratori siano solo oggetti

Dal mese scorso l’Arcelor Mittal non è più il primo produttore di acciaio a livello mondiale ed è evidente che sta scaricando la sua crisi sui lavoratori. Le crisi di sovrapproduzione di acciaio e recessione mondiale comportano nuovi esuberi, comunque mascherati, che l'azienda tornerà chiedere anche nello stabilimento di Taranto. Per questo i lavoratori si devono attrezzare per tempo per rispondere seriamente, perché, a Taranto e nell'emergenza generale della crisi da coronavirus, tutto ci possiamo permettere tranne un ulteriore taglio dell'occupazione.

È tempo di chiedere non solo che genericamente gli organici non vengano toccati, ma che ci sia, come abbiamo detto, una riduzione generalizzata dell'orario di lavoro a parità di paga, che è l'unica soluzione che, in tempi di crisi, può garantire l'occupazione dei lavoratori. Così come va posta con urgenza un provvedimento straordinario che favorisca il prepensionamento dei lavoratori, con l'estensione dei benefici amianto, dei “25 anni bastano in siderurgia”, e con una legge Taranto anti-inquinamento, che deve prevedere risarcimenti .
Si tratta di obiettivi che i lavoratori devono rivendicare e che i sindacati devono raccogliere, se vogliamo realmente pensare di uscire vivi, non solo quanto a salute ma vivi anche quanto al lavoro e al salario da questa crisi generale che l'emergenza coronavirus ha amplificato.

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