E’ il programma “Make in India” del governo guidato dal fascista hindutva di Modi con cui “punta a sviluppare una supply chain tecnologica domestica nei settori aeronautico e della difesa, riducendo progressivamente la dipendenza dalle importazioni estere” che attrae sempre più gli imperialisti italiani, come dimostra l’articolo che riportiamo sotto, e soprattutto nel settore militare di altra tecnologia.
Mentre punta a “indigenizzare” la produzione, Modi continua a svendere il Paese alle multinazionali di tutto il mondo. In questo articolo si spiegano bene i motivi che spingono tante aziende italiane, sostenute dal governo tramite la SACE ad "impiantarsi" in India.Sempre grande disponibilità di forza lavoro a basso costo un “mercato con il tasso di crescita più elevato nel nostro settore e può contare su un bacino di competenze straordinario, con una popolazione molto giovane e un numero elevato di ingegneri. Tutti questi elementi la rendono una piattaforma altamente strategica … per servire altre aree, in particolare l’Asia-Pacifico”… dice al padrone della Poggipolini e spiega anche le forme in cui agisce in questi paesi l’imperialismo.
Questa politica
del “Make in India” alla quale si affiancano gli imperialisti italiani, e non
solo, significa distruzione dell’ambiente e repressione per chi si oppone, dalle
popolazioni tribali delle foreste che vengono distrutte per fare posto agli
stabilimenti industriali (compreso la vendita dei fiumi!!!), ai gruppi e alle masse delle città, dagli studenti universitari agli intellettuali... che denunciano le azioni
del governo, dal riarmo continuo (l’India è il primo importatore di armi del
mondo) alle pratiche genocidarie!
Anche per tutto questo l'imperialismo italiano è complice della repressione dell'opposizione.
L’opposizione più minacciosa
dichiarata apertamente dal governo fascista hindutva è la guerra popolare in corso diretta
dal Partito Comunista dell’India (Maoista) che si sviluppa in diversi stati del
Paese! È per questo che Modi e il suo ministro dell’interno Shah hanno detto
che metteranno fine entro il 31 marzo prossimo alla guerra popolare che resiste
e persiste!
A questa resistenza,
alle masse indiane, alla guerra popolare bisogna che arrivi la solidarietà
concreta di tutto il movimento progressista e rivoluzionario: e il 28 marzo a
Zurigo è prevista una manifestazione internazionale e internazionalista!
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Il make in India è
un’opportunità per le imprese italiane. Poggipolini spiega perché
L’India punta a rafforzare la propria industria e a indigenizzare la produzione, ma ha bisogno di partner internazionali capaci di fornire a Nuova Delhi il know-how e le capacità per farlo. In questo contesto Poggipolini, azienda bolognese specializzata nella componentistica aeronautica critica, ha acquisito la maggioranza Aero Fasteners, società indiana che vanta collaborazioni con i principali stakeholder del subcontinente. Al centro dell’operazione, un modello win-win in grado di sostenere lo sviluppo locale e di diversificare gli investimenti. L’intervista di Airpress a Michele Poggipolini
24/03/2026
La scorsa settimana Poggipolini, azienda italiana leader
nella progettazione e nella produzione di sistemi e componenti critici per il
settore aeronautico, ha acquisito la maggioranza di Aero Fasteners, realtà
indiana specializzata nella componentistica aerospaziale mission-critical.
L’operazione segna l’ingresso strutturato dell’azienda bolognese
nell’ecosistema industriale indiano e si inserisce nella più ampia strategia di
localizzazione produttiva di Nuova Delhi, nota come “Make in India”. Si tratta
di una partnership sui generis per il settore, ma che potrebbe rappresentare un
nuovo modello di sviluppo industriale per le realtà del nostro Paese. Airpress ne
ha parlato con l’amministratore delegato della società, Michele Poggipolini.
Partiamo dal
contesto. Perché oggi l’India rappresenta un mercato così strategico per il
settore dell’Aerospazio italiano (e non solo)?
L’India è un mercato che analizziamo da circa due anni e
l’interesse è aumentato nettamente con il programma governativo “Make in
India”. Si tratta di una politica industriale che punta a sviluppare una supply
chain tecnologica domestica nei settori aeronautico e della difesa, riducendo
progressivamente la dipendenza dalle importazioni estere. Questo significa,
concretamente, che i grandi player occidentali già presenti nel Paese (con
stabilimenti propri o joint venture) dovranno aumentare il
contenuto locale delle loro produzioni. Per un’azienda come la nostra, che
opera nella componentistica critica, questo scenario crea una domanda molto forte
di fornitori qualificati in grado di portare tecnologia, processi e know-how. L’India,
inoltre, è il mercato con il tasso di crescita più elevato nel nostro settore e
può contare su un bacino di competenze straordinario, con una popolazione molto
giovane e un numero elevato di ingegneri. Tutti questi elementi la rendono una
piattaforma altamente strategica.
Come siete arrivati a
individuare proprio Aero Fasteners e cosa vi ha convinto a procedere con
l’acquisizione?
Analizzando il mercato indiano, abbiamo visto che il numero
di aziende realmente qualificate per operare nel nostro segmento è molto
limitato. Circa un anno e mezzo fa abbiamo conosciuto Aero Fasteners e, dopo
averla visitata, abbiamo trovato un’azienda molto ben strutturata, con
competenze già solide sia sul mercato domestico sia sull’export. Un elemento
per noi decisivo è stato il fatto che l’azienda in questione lavorasse già
materiali e processi molto vicini ai nostri, come leghe speciali – inconel e titanio
– stampate a caldo. Questo rendeva l’integrazione industriale particolarmente
naturale. Inoltre, si tratta di un player già qualificato con clienti di primo
livello, incluso Rolls-Royce, e attivo con il gruppo Hal (Hindustan Aeronautics
Limited), che rappresenta un punto di riferimento per l’aeronautica indiana.
Parliamo quindi di un’azienda con basi solide, non di un operatore emergente.
L’India sta puntando
convintamente sull’indigenizzazione della propria industria. Qual è il
contributo che Poggipolini porterà all’azienda e, più in generale, al sistema
industriale locale?
Il contributo principale è legato alla tecnologia, ai
processi e al know-how. L’azienda (Aero Fasteners, ndr) aveva già una buona
capacità produttiva, ma si è resa conto di avere bisogno di un partner per
aumentare e rispondere a una domanda in forte crescita. Il nostro obiettivo è
rendere l’azienda scalabile, rafforzarne le competenze e accompagnarla in un
percorso di crescita che la porti a diventare un riferimento assoluto in India
per i fissaggi critici. La famiglia fondatrice rimarrà coinvolta nella gestione
e questo faciliterà molto il processo, perché c’è una condivisione chiara della
visione industriale.
Come si inserisce
questa operazione nel rapporto con i vostri clienti globali, molti dei quali
sono già presenti in India?
Questo è uno degli aspetti più rilevanti. In India sono già
presenti tutti i nostri principali clienti, dai grandi Oem aeronautici ai
player della difesa. Queste aziende, proprio in virtù delle politiche locali,
devono aumentare la quota di acquisti realizzati nel Paese. La nostra presenza
ci consente di supportarli direttamente, offrendo prodotti con contenuto
tecnologico indiano e contribuendo così alle loro strategie industriali. Allo
stesso tempo, ci permette di sviluppare nuove linee di prodotto da esportare
verso Europa e Stati Uniti, ampliando la nostra offerta.
Come si articolerà la
produzione tra Italia e India?
La logica è quella di una forte complementarità. In India
svilupperemo sia prodotti standard sia componenti più avanzati. In particolare,
per i mercati internazionali e per gli Stati Uniti, punteremo su una categoria
specifica, come i rivetti più semplici e standardizzati. In Italia, invece,
continueremo a concentrarci sui prodotti a più alto contenuto tecnologico, come
i rivetti critici in leghe speciali e i fissaggi in titanio. Parallelamente, in
India lavoreremo anche su prodotti complessi che già realizziamo oggi, come i
bulloni critici per applicazioni motoristiche ed elicotteristiche. Questa
distribuzione ci consentirà di ottimizzare la competitività e, allo stesso
tempo, di rafforzare l’intera offerta del gruppo. Il mercato dei fissaggi
aerospaziali è caratterizzato da lead time estremamente lunghi, che possono
arrivare anche a cento settimane. Questo è dovuto al numero limitato di player
qualificati e alla complessità dei processi produttivi. Noi, infatti, stiamo
investendo in modo significativo per aumentare la capacità produttiva: a
Bologna con nuove linee, ma anche in India su produzioni che non avremmo
altrimenti realizzato in Italia. Questo ci permette di dare una risposta più
efficace ai clienti, riducendo i tempi e aumentando la flessibilità complessiva
del sistema.
Dal punto di vista
istituzionale e regolatorio, come avete trovato l’interlocuzione con l’India,
anche alla luce della spinta governativa verso l’indigenizzazione?
Abbiamo trovato una grandissima apertura, sia da parte degli
attori pubblici sia privati. Il tipo di operazione che abbiamo realizzato
(investire, acquisire una quota di maggioranza e contribuire allo sviluppo
tecnologico locale) è esattamente quello che il Paese sta cercando. C’è una
forte consapevolezza del fatto che, per sviluppare una vera industria
aeronautica e della difesa, non basta avere capacità produttiva generica ma
servono competenze specifiche, materiali avanzati e processi complessi. E questo
richiede partnership con player internazionali di questo tipo. Anche
l’export è un elemento centrale dell’iniziativa. Non vediamo l’India solo come
un mercato locale, ma come una piattaforma per servire altre aree, in
particolare l’Asia-Pacifico. La posizione geografica è estremamente favorevole
e ci consentirà di raggiungere mercati che stanno crescendo rapidamente e che
hanno bisogno di componenti come quelli che produciamo. In questo senso,
l’India rappresenta per noi un vero e proprio avamposto strategico.
Possiamo quindi
parlare di un modello win-win?
Sì, perché consente di ottimizzare la produzione su più
livelli. Da un lato produciamo in India ciò che il mercato locale richiede e
ciò che è più competitivo realizzare lì; dall’altro manteniamo in Italia le
lavorazioni più avanzate e ad alto valore aggiunto. Inoltre, in India potremo
sviluppare prodotti che in Europa non avremmo mai realizzato, o che sarebbe
stato molto più complesso realizzare. Questo equilibrio rafforza
complessivamente il gruppo.
In conclusione, come
riassumerebbe il significato di questa operazione nel vostro percorso di
crescita?
È un passaggio fondamentale. Ci consente di presidiare le
tre principali aree geografiche del settore – Europa, Stati Uniti e India – con
quest’ultima che rappresenta il mercato più dinamico. Allo stesso tempo, ci
permette di accedere a un bacino di competenze molto ampio e di accelerare il
nostro percorso di crescita. È un investimento strategico, che guarda al lungo
periodo.
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Tratto da https://formiche.net/2026/03/il-make-in-india-e-unopportunita-per-le-imprese-italiane-poggipolini-spiega-perche/

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