Il cosiddetto decreto sicurezza sta cambiando natura sotto i nostri occhi. Non è più un intervento mirato, né un insieme coerente di norme. È diventato un contenitore espansivo, dentro cui la maggioranza sta inserendo tutto ciò che può rafforzare un indirizzo politico preciso: estendere la capacità repressiva dello Stato.
La quantità di emendamenti presentati è già di per sé indicativa. Non si tratta di correzioni tecniche o aggiustamenti marginali, ma di una vera e propria offensiva normativa. Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati competono nel rilanciare misure sempre più dure, in una sorta di gara interna a chi riesce a spingersi più avanti nella torsione sicuritaria. Il risultato è un testo che perde qualsiasi equilibrio e assume una funzione chiara: trasformare problemi sociali, economici e politici in questioni di ordine pubblico.
Uno dei terreni su cui questa trasformazione appare più evidente è quello dei CPR. Qui il salto è
netto. Non siamo più di fronte a strutture amministrative, ma a spazi sempre più assimilabili a carceri, dove il diritto viene progressivamente piegato alle esigenze dell’espulsione.L’idea di incentivare economicamente gli avvocati che convincono i migranti ad accettare il rimpatrio rivela una concezione profondamente distorta della difesa: non più tutela dei diritti, ma ingranaggio di una macchina che ha un unico obiettivo, allontanare.
Ancora più significativa è la proposta di spostare le visite mediche dopo l’ingresso nei centri. Non è una scelta neutra. Serve a evitare che condizioni di salute possano bloccare i rimpatri. In altre parole, la garanzia sanitaria viene ridotta a ostacolo da aggirare.
Parallelamente, il decreto rilancia una delle narrazioni più funzionali alla costruzione del consenso: quella delle cosiddette baby gang. Anche qui, la risposta non è sociale ma penale. L’inasprimento delle pene per i minorenni, l’introduzione di aggravanti vaghe e facilmente estendibili, fino alla possibilità – mai del tutto abbandonata – di abbassare l’età dell’imputabilità, segnano un passaggio preciso. Non si interviene sulle condizioni che producono marginalità giovanile, ma si anticipa la soglia della punizione. Si costruisce il deviante prima ancora che il reato.
La stessa logica attraversa le norme dedicate alle manifestazioni. Qui il messaggio è ancora più esplicito. Il conflitto sociale viene trattato come un problema di sicurezza.
L’introduzione di strumenti come le pallottole di vernice per “marcare” i manifestanti o le capsule al peperoncino per disperdere i cortei non è solo un aggiornamento tecnico: è un cambio di paradigma. La piazza diventa uno spazio da controllare, tracciare, neutralizzare.
A questo si aggiunge un forte inasprimento delle pene per i danneggiamenti, con aggravanti automatiche quando le azioni sono collettive. È un passaggio decisivo, perché colpisce non il singolo comportamento, ma la dimensione stessa della protesta.
Dentro questo quadro si inserisce anche un principio particolarmente rivelatore: chi si ferisce durante un’azione ritenuta illecita non ha diritto ad alcun risarcimento. È una rottura simbolica prima ancora che giuridica. Significa affermare che chi si oppone, chi protesta, chi entra in conflitto, perde ogni tutela. Non è più un soggetto di diritto, ma un corpo su cui il potere può esercitarsi senza limiti.
Accanto alla repressione diretta si sviluppa poi un’altra dimensione, più silenziosa ma altrettanto incisiva: quella della sorveglianza. L’estensione dei sistemi di videosorveglianza anche in luoghi come asili nido e strutture per anziani, con l’uso di algoritmi e intelligenza artificiale, segnala un passaggio ulteriore. Non si tratta più di controllare situazioni specifiche, ma di costruire un ambiente in cui la sorveglianza diventa permanente. La sicurezza si trasforma in osservazione continua, preventiva, diffusa.
A completare il quadro, nuovi finanziamenti alle forze di polizia locale e l’estensione delle aggravanti a sempre più categorie professionali. Anche qui il segnale è chiaro: il diritto penale si espande, ingloba nuovi ambiti, diventa la risposta standard a ogni forma di conflitto o tensione sociale.
Tutto questo non avviene nel vuoto. Avviene dentro un contesto segnato dal progressivo arretramento del welfare, dalla precarizzazione del lavoro, dall’aumento delle disuguaglianze. Ma invece di intervenire su queste cause, il potere politico sceglie un’altra strada: trasformare l’insicurezza sociale in un problema di ordine pubblico. Non ridurre la paura, ma governarla.
Il decreto sicurezza, in questo senso, non è una risposta alla crisi. È la sua gestione politica. Non produce più sicurezza, ma più controllo. Non rafforza i diritti, ma li restringe. Non affronta le contraddizioni, ma le sposta sul terreno della punizione.
È qui che il nodo diventa evidente. Quando la sicurezza smette di essere una condizione materiale – fatta di lavoro, casa, servizi, diritti – e diventa una tecnica di governo, ciò che si costruisce non è una società più sicura. È una società più disciplinata. Più sorvegliata. Più diseguale.

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