Questo il dilemma tra gli operai dopo la presentazione dei nuovi incentivi all’esodo per il 2026. L’ala dura: “Non conviene, resisteremo fino all’ultimo”
"L’azienda non va mai a perdere, siamo noi che potremmo perderci, se non abbiamo gli anni di contributi per la pensione”. Calcolatrice alla mano, impazza il dibattito tra gli operai Stellantis di Melfi, da quando, ieri, è stato reso noto il piano di incentivi all’esodo per l’anno 2026. Incentivo, Naspi e (ovviamente) tfr per chi accetta di lasciare “su base volontaria” fino al raggiungimento di “425” unità entro l’anno. Il licenziamento con incentivo cambia in base all’età e si va dalle ’12 mensilità più 20mila euro’ per chi ha tra 35 e 39 anni, fino a 33 mensilità più 30mila euro per chi supera la soglia dei 55 anni. Con fasce intermedie. Al di là del calcolo economico, è proprio però sull’ultima fascia di età, quella a cavallo dei 55 e oltre, che si proietta “l’offerta”.
“Non bisogna mollare, senza i contributi giusti arriveremmo alla pensione con grosse perdite, abbiamo sacrificato una vita nel prato verde voluto da Gianni Agnelli”. Ma, tra calcoli e sogni di una vita migliore, il dibattito è aperto, anzi infiammato. Infine un dato. Con gli incentivi di quest’anno la forza lavoro direttamente impegnata a San Nicola di Melfi con Stellantis si ridurrà a 4mila unità, se non meno. Mentre 5 anni fa, con l’arrivo della multinazionale italofrancese, erano ben 7200. “Forse l’obiettivo è proprio quello, ridurci all’osso come numeri, per poi dire che non vale la pena mantenere aperto lo stabilimento”. Chiude così uno dei lavoratori con cui abbiamo parlato. Amara sintesi: con l’Indotto già a pezzi, ridurre ancora di più la fabbrica madre sarebbe un’altra piccola tessera nel mosaico della deindustrializzazione in corso a San Nicola di Melfi.

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