La “nuove linee guida” introdotte dal ministro leghista dell’Istruzione e del merito aumentano ulteriormente la distanza e la differenza fra gli istituti tecnici e professionali e i licei. I primi per addestrare i figli delle classi subalterne al lavoro sfruttato e precario, i secondi per formare i figli delle élite borghesi a una “missione di civiltà” funzionale alla retorica di guerra.
Gli operai hanno da dire qualcosa sulle
“nuove linee guida” del ministro leghista dell’Istruzione e del merito
Valditara per gli istituti tecnici e professionali e per i licei che
entreranno in vigore dal prossimo anno scolastico? Sì, gli operai hanno
da dire molto. Sia perché, in quanto portatori di una nuova visione
della società, hanno la propria posizione di classe su tutto, sia perché
sulla questione della riforma scolastica e in particolare degli
istituti tecnici e professionali hanno un interesse realmente diretto.
In
Italia la scuola secondaria superiore è stata sempre classista,
specchio della società ferreamente divisa in classi. Già prima
dell’unificazione la legge Casati del 13 novembre 1859, estesa poi a
tutto il regno d’Italia, codificò l’impostazione classista istituendo il
liceo classico (già introdotto in Italia da
Questo è stato finora. Le “nuove linee guida” dettate dal ministro Valditara costituiscono una riforma fortemente ideologica che allarga ulteriormente la distanza e la differenza fra i due tipi di scuola secondaria di secondo grado. Valditara nasconde il progetto classista sostenendo che tutte le scuole diventeranno licei, quindi gli istituti saranno sostituiti da licei meccanici, licei agrari, licei tessili, ecc., ma non è la mascheratura semantica a coprire la sostanza. Le scuole a indirizzo classico, scientifico, linguistico, ecc. saranno sempre più deputati a formare, anche sotto il profilo ideologico, la classe dirigente di domani. Le scuole a indirizzo tecnico-pratico a formare la classe operaia di domani.
Le “nuove linee guida” degli istituti tecnici e professionali prevedono la “filiera 4+2”, cioè l’accorciamento del percorso scolastico da 5 a 4 anni, a cui si aggiungeranno altri due anni di carattere più pratico. L’obiettivo dichiarato è la funzionalità produttiva della scuola. Lo svela il testo della riforma, per la quale occorre “adeguare i curricoli alle esigenze in termini di competenze del settore produttivo” e realizzare “l’implementazione della connessione al tessuto socioeconomico-produttivo del territorio”. In pratica meno ore a scuola e più ore in aziende locali. “Meno ore a scuola” significa togliere ore allo sviluppo della capacità critica della cultura generale e della formazione integrale degli studenti, ridurre il tempo dedicato al pensiero logico, alla elaborazione concettuale, al confronto e alla discussione. “Più ore in azienda” significa l’evoluzione dell’alternanza scuola-lavoro in autentico lavoro subordinato e sottopagato al servizio delle aziende private. La retorica delle competenze è uno strumento ideologico con cui la riforma sabota il sapere critico e addestra le giovani menti a piegarsi e adattarsi al lavoro sfruttato.
Infatti la riforma degli istituti tecnici e professionali segna la fine dei Pcto (Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento) e il debutto ufficiale della “Formazione scuola-lavoro”. In pratica consegna la formazione dei figli delle classi subalterne direttamente nelle mani delle imprese private, piega i programmi alle esigenze produttive dei territori, svuota la formazione generale e critica, avvia gli studenti a diventare manodopera qualificata su misura per il distretto industriale territoriale. Non è orientamento scolastico, è selezione di classe. Non è innovazione didattica, è privatizzazione del sapere. Formazione scuola-lavoro significa sfruttamento di lavoro minorile travestito da esperienza formativa, che è già costata la vita a troppi giovani. La scuola viene ridotta a struttura formatrice e produttrice di “risorse umane” da mettere a disposizione delle imprese per accrescerne competitività e profitto.
Invece le “nuove linee guida” per i licei prevedono il mantenimento dei cinque anni e una formazione pressoché esclusivamente teorica, in vista del successivo proseguimento universitario; solo il liceo del made in Italy punta a un forte collegamento con le imprese. Ma soprattutto destinano ai licei tradizionali, frequentati in gran parte dai figli della borghesia e dei ceti medi, la costruzione di una “coscienza” identitaria dichiaratamente eurocentrica e nazionalista. La revisione dei programmi prevede, non a caso, la centralità della storia dell’Italia e dell’Occidente, la soppressione della geostoria (che univa geografia e storia), la preminenza assoluta della cultura occidentale moderna e l’esaltazione del “mondo” euro-occidentale come depositario universale di diritti e civiltà, che mette ai margini “fenomeni” attuali come l’imperialismo e il neocolonialismo e loro conseguenze come guerre, genocidi e migrazioni umane. Tale revisione non è una scelta didattica neutra, ma una precisa impostazione ideologica e politica, che alla fine giustifica e trasferisce nei programmi scolastici e nelle aule scolastiche le politiche guerrafondaie, l’aumento delle spese militari e la riduzione delle spese sociali.
Le “nuove linee guida” per gli istituti tecnici e professionali e quelle per i licei sono, quindi, due facce della stessa riforma. Questa da un lato vuole addestrare i figli delle classi subalterne al lavoro sfruttato e precario, dall’altro punta a formare i figli delle élite borghesi a una “missione di civiltà” funzionale alla retorica di guerra. Ecco le ragioni per cui va bocciata e respinta tutta intera.
L.R.
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