giovedì 7 maggio 2026

pc 7 maggio - Nella Piana del Sele si muore di lavoro - Ucciso il lavoratore indiano Paul Neeraj


Di Salvatore Lucente - il manifesto

Un ricovero fatto troppo tardi e le sovrainfezioni, dovute a esposizione continuata ad agenti chimici, è quello che il 24 aprile ha ucciso Paul Neeraj, il giovane indiano ricoverato all'Ospedale Ruggi di Salerno. Era stato portato in Pronto Soccorso nella notte tra venerdì 10 e sabato 11 aprile, incosciente, le gambe in cancrena, dopo giorni e giorni in cui non aveva ricevuto cure. Una sovra - infezione attecchita su ferite già gravi, che avevano compromesso muscoli e organi interni. Ha lottato tra la vita e la morte per altre due settimane, camere iperbariche e continue trasfusioni non lo hanno salvato da una vita passata ai margini. Sfruttato e lasciato a morire, dopo giorni di agonia.

La salma, trasferita in obitorio, è ora sotto sequestro. Da fonti interne all'ospedale si viene a sapere che il quadro clinico, gli esami di laboratorio e gli esami strumentali propendono per un quadro di insufficienza multiorgano talmente estesa da essere spiegabile con una intossicazione sistemica, da diretto contatto o esposizione indiretta a urticanti, chimici, solventi. Sostanze che potrebbe anche avere inalato, visto il massimo versamento pleurico, ma stando alla condizione degli arti inferiori, con impegno di cute sottocute derma e finanche muscolo, sembrerebbe piuttosto una ustione da azione corrosiva di sostanze chimiche con cui è stato a contatto. Paul, nei momenti in cui aveva ripreso conoscenza, non ha parlato. Per sciogliere ogni dubbio, erano stati inviati campioni per analisi

tossicologiche, i cui risultati arriveranno troppo tardi per salvare la vita al giovane ma che permetteranno di capire a cosa sia stato esposto il giovane. Da quello che è emerso fino ad ora, pur non potendo escludere che lavorasse in serra o nei campi, dove pure l'uso di fertilizzanti e diserbanti è massivo, è più probabile che lavorasse in uno dei tanti allevamenti bufalini della zona, alcuni dei quali hanno anche dei laboratori di lavorazione del pellame.

Paul aveva 32 anni, era arrivato in Italia dall'lndia trovando una sistemazione di fortuna e un layoro nella Piana del Sele, l'ampia zona agricola che si estende tra Pontecagnano, Eboli, Capaccio e Bellizzi, circa 450 chilometri di estensione ed oltre seimila ettari di serre, nella provincia di Salerno. È il regno della quarta gamma italiana, agroindustria florida dai grandi fatturati,ª e uno dei poli di eccellenza della zootecnia. Tutti conoscono le insalatine in busta di marchi come Bonduelle e Rago o la mozzarella di bufala di Battipaglia, pochi invece sanno degli almeno 12 mila lavoratori immigrati impiegati tra serre ed allevamenti. Marocchini, rumeni, indiani in prevalenza, ma anche persone che provengono dall'Africa sub-sahariana.

Lavoratori sfruttati all'osso, con paghe da fame e condizioni di vita precarie, a due passi dalla ridente Amalfi e dai paesaggi quieti del Cilento. Nella Piana sono in pochi a parlare, il benessere è arrivato tardi, alla fine degli anni Ottanta, ed è difficile esporsi nel clima cupo che awolge la zona.

A esprimersi sulla vicenda è il deputato Avs Franco Mari, componente della commissione d'inchiesta sullo Sfruttamento e sulla sicurezza sul lavoro. «Bisogna fare luce al più presto su questa vicenda di cui sappiamo troppo poco. E poi ci sono stati altri decessi. Ho già richiesto in ufficio di presidenza della Commissione che venga fatto un accertamento ispettivo sulla Piana del Sele. Non è un caso singolo», dice Mari.

Ma sono poche le voci che si levano dal territorio e che non riescono a rompere il silenzio delle istituzioni. Dagli organi inquirenti niente è ancora trapelato sulle altre morti che hanno riguardato Iavoratori della zona: almeno sei solo nelíultimo anno e mezzo, da quando, I'8 novembre 2024, Manjinder Singh Rimpa moriva schiacciato da un trattore. Ci prova qualche sindacalista, che non si rassegna a vedere persone lavorare 365 giorni l'anno per ventiquattr'ore al giorno negli allevamenti, senza pause né ferie. «Le paghe non sono sicuramente quelle contrattuali, si lavora sotto salario e in continuazione», racconta un sindacalista della zona che ci chiede l'anonimato. «Che io sappia, sono poche le aziende che fanno turnazioni, al massimo due turni giornalieri che permettono ai lavoratori di avere un po' più di respiro». Schiavi contemporanei, costretti a obbedire al padrone per restare attaccati ad un permesso di soggiorno o ripagare il debito contratto per arrivare in Italia tramite i vari Decreti Flussi. Vivendo in stalle, catapecchie, casolari abbandonati, e lavorando in condizioni spesso terribili. «La sicurezza sui luoghi di lavoro è approssimativa, non credo che un paio di stivali possa essere uno scudo agli infortuni o alle possibili malattie, parliamo di mandrie di bufale che arrivano fino a seicento capi, che sguazzano nel fango. Ma non so se queste cose possono produrre il tipo di danni che ha avuto questo ragazzo», continua il sindacalista.

E la situazione di chi lavora nei campi o nelle serre non è certa migliore, con paghe che si aggirano tra i trenta e i quaranta euro per un'intera giornata di lavoro e una continua esposizione ad agenti chimici come diserbanti e fertilizzanti. «L'agricoltura è chimicizzata in tutta la Piana, ma naturalmente il bombardamento chimico è maggiore nelle serre - dice il sindacalista - quando si lavora bisognerebbe avere indumenti adeguati, se si fanno alcune operazioni non si potrebbe entrare in serra per diversi giorni e non penso che queste precauzioni vengano prese, almeno non da tutti». Una realtà fatta di sfruttamento, sofferenza, emarginazione estrema, per la quale non sembra esserci soluzione. «Non sappiamo ancora se quest'uomo fosse impegnato nei campi o in altri settori, ma sappiamo con certezza che nessuno dovrebbe ridursi in questo stato in una società civile», ha dichiarato la segretaria generale della Flai Cgil Silvia Guaraldi nei giorni scorsi, sottolineando come, pur nell'incertezza, «aver ridotto un uomo in queste condizioni significa averlo lasciato marcire nel silenzio, lontano dagli occhi del mondo, per paura di ripercussioni legali o per coprire lavoro nero e caporalato». Per la Flai si tratta «del fallimento del sistema della sicurezza sul lavoro e della concretizzazione delle operazioni di disumanizzazione delle persone migranti che il governo sta attuando da anni»,

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