domenica 8 marzo 2026

pc 8 marzo - Tajani, Meloni, Crosetto mentono: l'Italia è già in guerra


Tajani ha dichiarato che l'Italia non è in guerra con nessuno. Si tratta dell'ennesima balla a cui il governo Meloni ci sta abituando da quando è al governo, ma in particolare lo fa in questi giorni drammatici per la guerra d'aggressione Usa-Israele all’Iran, che sta progressivamente diventando un incendio di tutta l'area e anche oltre, se si pensa a quello che sta succedendo in Turchia, a Cipro, in Sri Lanka.

Ritorniamo a quello che abbiamo detto all'inizio. Il governo dice che non è in guerra, ma in realtà lo è. Lo è perché ha già messo a disposizione, anche se su questo il governo mente, prima di qualsiasi dibattito parlamentare le Basi presenti sul nostro territorio, basi USA-NATO, basi italiane, e già appare l'elenco delle basi militari già predisposte e messe a disposizione dell'imperialismo americano e di ogni forza che è in allerta ed è pronta a intervenire o già interviene nella guerra contro l'Iran, sia in forme dirette sia in forme indirette, sia in forme di predisporsi a intervenire. Tra queste vi sono chiaramente le basi che già conosciamo, segnaliamo quelle su cui noi intendiamo fare massima opposizione: la base navale di Taranto, le altre basi militari in Puglia e in particolare tutto lo scenario siciliano.

Sullo scenario siciliano auspichiamo che i compagni siciliani di vario ordine e tipo prendano posizione, documentino, scendano in piazza, cosa che ancora non avviene. Non avviene a Palermo, dove pure noi ci siamo, non avviene ancora nelle altre città, mentre sappiamo per certo che la base di Sigonella è già in azione in questo intervento. Sappiamo pure della documentata denuncia preventiva e in campo di Antonio Mazzeo, un ricercatore e attivista del movimento che svolge un lavoro permanente assolutamente necessario per armare di dati e fatti documentati l'azione contro la guerra e non solo contro la guerra, ma in solidarietà con la Palestina, eccetera.

Quindi in realtà l'Italia è già in guerra, è già in guerra perché questo governo appoggia in toto l'azione

di Trump, come appoggia in toto l'azione dello Stato sionista di Israele e lo fa buttando la pietra e nascondendo la mano, come è tipica della vigliaccheria del modo di fare dei fascisti in generale e del governo di stampo moderno fascista in particolare. L'Italia è in guerra perché già sta preparando l'invio di parti rilevanti della Marina, di missili stamp.

Ma non vogliamo tanto insistere sulla documentazione dei singoli particolari perché primo, non ne siamo esperti, ma in secondo luogo, perché non è tanto questo che serve ai proletari, alle masse popolari, al movimento per scatenare l'opposizione alla guerra imperialista e alla partecipazione italiana a questa guerra.

L'Italia è già in guerra perché è già presente nell'area, abbiamo un contingente sotto attacco in un certo senso nel Libano, abbiamo già una presenza militare nel Mar Rosso, già nella fase precedente delle aggressioni e della vicenda più generale della Palestina e del Medio Oriente, volta a tutelare le vie commerciali che passano per il nodo centrale dello Stretto di Hormuz che chiaramente in questo momento è sotto il controllo, dichiarato, delle forze militari per l'interno e per l'esterno è chiaramente uno dei nodi principali della guerra in corso.

L'Italia è in guerra perché da tempo, in violazione aperta dell'articolo 11 della Costituzione, ha scelto la guerra, ha scelto perché dentro l'alleanza aggressiva della Nato è nettamente affiliato all'ala trumpista, guerrafondaia e aggressiva dell'imperialismo americano e cerca in Europa di fare da portavoce di essa, di favorire l'unità tra le parti più reazionarie dei governi imperialisti europei con gli americani che guidano questa fase della guerra aggressiva.

Quindi l'Italia è in guerra e noi dobbiamo ragionare secondo questa logica.

Secondo questa logica il primo problema è smascherare le balle del governo e quindi è molto importante la controinformazione su ciò che il governo dice che è il contrario di ciò che fa e opporsi chiaramente a quello che fa proprio perché tutto questo avviene al di sopra e sulla pelle dei lavoratori e in questo caso anche dei cittadini italiani; perché questo avviene da parte di un governo in cui il personale politico è inadeguato non solo per noi ma anche per parte della borghesia e delle classi dominanti di questo Paese, sia quelle indirettamente rappresentato dall'opposizione parlamentare, sia quelle che pur non esprimendosi guardano in senso critico l'azione del governo.

Quindi è giusto chiedere le dimissioni del governo, le dimissioni dei ministri in prima fila. Non torniamo sulla vicenda Crosetto che è scandalosa e grottesca, ma il punto che bisogna aprire è un braccio di ferro parlamentare e istituzionale sulle dimissioni di Crosetto che chiaramente, come è stato per i precedenti ministri, è anello di una catena che comprende tutto il governo e tutti sanno bene che se cade uno possono cadere tutti, per il legame di complicità e di ricatti esistenti anche tra i diversi ministri e ministeri.

È importante che i proletari e le masse popolari non stiano a guardare la televisione o appiccicati al telefonino e ai social. La televisione mente ed esprime innanzitutto la posizione del governo Meloni, i social sono pieni di sciocchezze e comunque non sono la forma con cui l'informazione che si riceve si può fare usare in opposizione. Chi pensa che attraverso i propri post su Facebook o attraverso il chiacchiericcio dei social o attraverso la pura documentazione dei fatti, contribuisce alla lotta contro la guerra e di svolgere una partita attiva, si sbaglia, è un illuso e anche se fosse nelle file dei nostri compagni e compagne. Noi non esitiamo a dire che non è così, non è quello che dobbiamo fare, se c'è un momento in cui i social li dobbiamo lasciar perdere come forma principale della nostra azione è proprio questo, in cui i compagni e le compagne devono sviluppare iniziative, devono mettersi in contatto con i proletari, le masse popolari, devono andare alle fabbriche, devono partecipare alle manifestazioni per dire la nostra, non certo per fare numero.

Tutto questo è il nostro lavoro e su questo i proletari e le masse popolari debbono avere alcune certezze e alcuni elementi di fiducia, certezze che i compagni e compagne di proletari comunisti, ORE 12 Controinformazione rossoperaia, dello Slai Cobas per il sindacato di classe, sono persone coerenti, non solo sono compagni ed espressione degli interessi del proletariato e delle masse popolari per scelta e per vita quotidiana, ma sono innanzitutto compagni coerenti che se dicono una cosa quella fanno, e soprattutto prima fanno e poi dicono, perché dire una cosa e farne un'altra non è nel nostro costume e non può esserlo. Chi si comporta così non può stare nelle nostre file, perché noi dobbiamo essere esemplari in questo per poter chiedere ai proletari, alle masse popolari, ai giovani di essere a loro volta coerenti con i loro interessi particolari e generali che sono interessi del proletariato, del popolo, della maggioranza di questo Paese.

Le nostre indicazioni sono di partecipare a tutte le manifestazioni con una linea precisa che denuncia l'aggressione, esprime la solidarietà all'Iran e alle masse popolari iraniane e che si lega al movimento di resistenza palestinese e a tutte le forze che combattono l'aggressione e lotta nel nostro Paese per fermare la macchina bellica del nostro governo e denunciarne la funzione a favore degli interessi delle classi dominanti e contro gli interessi dei proletari e delle masse popolari italiane.

In questo senso invitiamo il 14 di questo mese a promuovere manifestazioni, a far sì che le manifestazioni diventino progressive e sempre più grandi, non rituali e siano collocate anche via via nelle città in cui è principale lo scontro sul terreno della guerra, per esempio nelle aree in cui vi sono basi militari interessate a questo stato delle cose.

Torniamo poi agli effetti della guerra. Gli effetti della guerra sono sotto gli occhi di tutti, si traducono nell'immediato aumento dei costi dell'energia, della benzina, quindi il prezzo della benzina, del disel schizza altissimo, e i lavoratori, i cittadini devono mettere mano al proprio portafoglio già falcidiato da carovita, tasse, multe, costi della scuola, dei trasporti, giganteschi costi della salute scaricati quasi sempre sul cittadino.

Tutti gli altri hanno la possibilità di scaricare sui prezzi innanzitutto l'aumento dei costi dell'energia e quindi scaricarli sui proletari e le masse popolari, quindi non siamo affatto tutti sulla stessa barca, la benzina non aumenta per tutti, aumenta ma c'è chi la fa pagare a te proletario, a te cittadino e chi invece se ne scarica e può continuare a fare i suoi affari e non c'è governo che tenga. Il sistema del capitale su questo non può fare niente, non fa niente perché la logica è quella della proprietà privata, la logica è quella che i costi privati si scaricano sulla collettività e su questo sono sempre gli stessi a pagare, sia come proletari, sia come cittadini colpiti dall'azione dello Stato.

Quindi è chiaro che i lavoratori non possono accettare di essere ulteriormente impoveriti e quindi la lotta per aumentare i salari è la prima lotta da fare perché innanzitutto dobbiamo aumentare i nostri salari per poter fronteggiare i costi, che si siano firmati contratti o no, che peraltro sono stati firmati con un recupero dei salari infinitesimale. Oggi noi abbiamo bisogno di un secco aumento, non dell'illusione del blocco dei prezzi, ma di un secco aumento dei salari. Sappiamo che su questo predichiamo nel deserto e quando diciamo deserto, parliamo delle organizzazioni sindacali confederali che più che qualche articolo di giornale, incontro di governo e dichiarazione alla stampa non sono in grado di promuovere un'immediata battaglia sul salario, anche nella forma dello sciopero generale, del blocco della produzione che permetta ai lavoratori di fermare lo scarico su di essi dell'aggravamento del costo della vita, in particolare in questa fase di alti costi dell'energia.

Il secondo problema è il lavoro. A fronte dell'aumento dei costi dell'energia molte imprese che già erano in difficoltà si trovano in ulteriore difficoltà e scaricano anche questo sui lavoratori con i licenziamenti, con l'aggravamento dello sfruttamento della condizione operaia; e quanto questo incide sulla vita stessa, la sicurezza in fabbrica degli operai lo stiamo vedendo quotidianamente con la strage dei lavoratori, con alcune fabbriche che stanno ancora una volta emergendo come “prime della classe”, vediamo l'ex Ilva Taranto con le recenti due morti operaie all'interno dello stabilimento e dell'appalto.

In sostanza i proletari devono rispondere NO alla partecipazione italiana alla guerra. Nello stesso tempo devono difendere le loro condizioni di vita e di lavoro a fronte della guerra.

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