martedì 31 marzo 2026

pc 31 marzo – Ex Fiat Termini Imerese, “il rilancio industriale resta sulla carta” dopo oltre 14 anni di cassa integrazione…

 

Il 27 marzo scorso Il Sole 24 Ore ha pubblicato un articolo dal tono rassegnato sulla ex Fiat-ex Blutec di Termini Imerese proprio con il titolo  “Termini Imerese, il rilancio industriale resta sulla carta”.

Come sanno i lettori del nostro blog, è fin dalla chiusura dello stabilimento ex Fiat di Termini Imerese avvenuta il 31 dicembre del 2011, che diciamo che lasciare l’iniziativa nelle mani dei padroni, dei sindacati confederali e della burocrazia parassitaria della Regione Sicilia, significava dare per persa la battaglia per la salvaguardia dei posti di lavoro per gli oltre 700 operai dell’epoca, adesso ridotti a circa 300. E così è. Non aver preso la lotta nelle proprie mani e soprattutto aver fatto affidamento alla cassa integrazione (che è diventata una vera e propria trappola) che da breve diventa sempre più lunga e che di fatto “accompagna” gli operai fuori dalla fabbrica, ha portato a questo risultato.

L’articolo che riportiamo in parte sotto è un riassunto della vicenda. Nel frattempo il nome dell’assessore alle attività produttive Tamajo che doveva risolvere la crisi, è saltato fuori in una intercettazione fra mafiosi che avrebbero contribuito alla sua campagna elettorale per le Europee.

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Termini Imerese, il rilancio industriale resta sulla carta

Sicilia

A rilento la riconversione dell’area ex Fiat; a novembre scade la cassa integrazione. Molti imprenditori pronti a investire ma le zone Asi in liquidazione sono bloccate

A Termini Imerese (Palermo) il futuro arriva sempre per annunci. È accaduto nel 2015, quando Blutec

ha rilevato lo stabilimento Fiat promettendo una nuova stagione industriale. È accaduto a maggio 2024, quando il ministro Adolfo Urso ha presentato l’imprenditore italo-australiano Ross Pelligra come l’uomo capace di riaccendere l’ex stabilimento Fiat. Oggi, a quasi due anni di distanza, la fabbrica è ancora ferma, gran parte dei 350 lavoratori assunti dalla nuova società sono in cassa integrazione e il rilancio continua soprattutto nei documenti.

Sulla carta il progetto esiste e i lavori, almeno in parte, sono partiti. Da marzo 2025 sono state avviate attività preliminari, rilievi, ricostruzione documentale, mappatura degli impianti, organizzazione del personale. In cantiere opera una sessantina di addetti. Ma si resta ancora nella fase preparatoria: pulizia, smantellamento, messa in sicurezza. Il cronoprogramma indicava i lotti 2 e 3 pronti nel primo trimestre del 2026 e una disponibilità parziale del lotto principale non prima del secondo trimestre. In altre parole: la produzione vera è rimasta lontana.

Nel frattempo è cambiata anche la governance dell’operazione. Ross Pelligra è sceso al 10% della società, mentre la maggioranza è passata all’imprenditore catanese Gaetano Nicolosi insieme al Consorzio Caec di Comiso. Un passaggio che ha aperto un contenzioso legale ancora in corso e che ha aggiunto ulteriore incertezza a un progetto che avrebbe dovuto attrarre grandi player industriali. Ma di grandi aziende, finora, non se n’è vista neanche una. Il bando da 15 milioni, pensato come leva per richiamare investitori, ha raccolto l’interesse di appena tre piccole imprese locali. Nessun gruppo internazionale.

Dentro lo stabilimento qualcosa si muove. Sono in corso smantellamenti, bonifiche, adeguamenti strutturali, rifacimento di reti e impianti. È previsto anche un impianto fotovoltaico da 30 MW, con un investimento stimato attorno ai 20 milioni di euro. I lavori sui lotti 2 e 3, per circa 17.500 metri quadrati complessivi, valgono quasi 5 milioni. L’obiettivo è rendere le aree disponibili per futuri insediamenti produttivi. Ma questi insediamenti non ci sono.

Sul tavolo restano oltre 100 milioni pubblici, tra fondi nazionali e regionali, a cui si aggiungono circa 20 milioni che la nuova proprietà sostiene di aver già investito. Gli impegni economici, confermano anche i sindacati, vengono rispettati anche se in ritardo. Ma il nodo non è finanziario. È industriale. Senza aziende che entrano e producono, il sito resta un cantiere. E il tempo stringe: a novembre 2026 scadono i due anni di cassa integrazione in deroga previsti. Se non arriverà una svolta, il problema sociale rischia di riesplodere.

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