mercoledì 1 aprile 2026

pc 1 aprile - Dalla vittoria del NO alla manifestazione dei 300.000 di Roma, avanti per la caduta del governo Meloni!

Da ORE 12 Controinformazione rossoperaia 

La grande manifestazione del 28 marzo a Roma, che ha visto la partecipazione di 300.000 persone, è stata la prima dimostrazione fisica e di piazza del risultato politico rappresentato dal No al referendum col quale Meloni, mettendo le mani sulla giustizia per porla al suo servizio, voleva scrivere un tassello della marcia moderno fascista, da Stato di polizia e di dittatura aperta.

Che questo referendum fosse il frutto della mobilitazione dal basso e che fosse il frutto dell'entrata in campo dell'ampia realtà dell'astensionismo proletario, sociale, giovanile per dire No al governo, la manifestazione di Roma lo ha pienamente dimostrato. In nessuna maniera è possibile trasformare questa manifestazione in un sostegno all'opposizione parlamentare.

L'opposizione parlamentare PD, 5 Stelle, eccetera, rappresenta l'anello debole dell'opposizione di massa che la manifestazione ha espresso e ancora prima il voto al referendum. Il voto al referendum incoraggia la lotta contro il governo. Questo è stato il suo più grande risultato.

La manifestazione di Roma, lo spirito e il tipo di mobilitazione che l’ha caratterizzata, è un'altra tappa di un'onda lunga; quando le masse vengono realmente chiamate a manifestare, qualunque sia il suo contenitore, irrompono, e irrompe quella che potremmo definire l'estrema sinistra delle masse, quella

che non si riconosce nei partiti parlamentari dell'opposizione, anche se di essa fanno parte tanti che sono elettori di questi partiti. Quindi è possibile costruire un'opposizione di massa nelle piazze, un'opposizione di massa politica, che metta in discussione questo governo, lo indebolisca e ne provochi le contraddizioni interne e poi la caduta.

In questo senso valutiamo positivamente non solo la manifestazione, ma anche le cose dette nell'assemblea che ha fatto seguito a questa manifestazione. L'assemblea ha ascoltato coloro che si fanno portavoce delle istanze stesse della manifestazione e le rappresentano in forme ragionevole e in qualche maniera riconoscibile e riconosciuta. È stato detto che daremo continuità a tutti gli aspetti di questa manifestazione, dalla lotta dei lavoratori, della cultura, a quella contro il regime di guerra.

È chiaro che hanno pesato per la manifestazione la questione dei decreti di sicurezza, insieme chiaramente alla contesa referendaria sulla giustizia, la questione della guerra, la questione della Palestina, la questione dell'avanzare di una forma fascista del governo - e su questo è importante che soprattutto alcune componenti dell'estrema sinistra proletaria non siano la parte più arretrata di questo movimento ma la sua parte più avanzata.

Si sta combattendo il fascismo con la costruzione di una mobilitazione antifascista che naturalmente deve essere anche anticapitalista e antimperialista. Battersi perché questa mobilitazione sia antifascista ma anche anticapitalista, nel senso che riconosce nel sistema capitalistico, nella sua fase imperialista, nel potere della borghesia, dei padroni, dei ricchi, delle oligarchie finanziarie e bancarie, il cuore del problema di chi detiene il vero potere e di chi è il beneficiario finale della reazione della guerra, questo è l'anticapitalismo, perché l'anticapitalismo ripropone la necessità di radicalizzare il contrasto tra capitale e lavoro che poi significa il contrasto tra operai e padroni.

Questa battaglia riduce e combatte lo spazio del sindacalismo collaborazionista, rappresentato in primo luogo dai quei sindacati, la CISL ma non solo, che sono passati armi e bagagli col governo, e tutta la politica comunque di concertazione o di aspirante concertazione, di unità nazionale tra padroni e sindacati che è l'esatto contrario della radicalizzazione del contrasto anticapitalista nelle fabbriche e nei posti di lavoro.

La mobilitazione deve essere antimperialista, perché l'imperialismo mondiale rappresentato oggi principalmente dall'aggressione feroce e selvaggia all'Iran, da parte dell'imperialismo americano e del regime sionista, trasforma questa guerra in un altro tassello del genocidio palestinese, dell'attacco ai popoli e alle masse proletarie del Medio Oriente e del Golfo Persico e fa di questa guerra un altro tassello della marcia verso la guerra imperialista mondiale.

Ma chiaramente imperialista è il nostro governo, la sua struttura economica, la sua classe dominante, le sue leggi e quindi i partiti che lo rappresentano. Individuare il carattere imperialista dell'Italia e il carattere antimperialista della lotta generale dei proletari e delle masse è fondamentale per non diventare portavoce del pacifismo, del riformismo e dell'idea assolutamente dannosa dell'imperialismo buono, dell'appoggio al contrasto tra Europa e Stati Uniti ponendosi dalla parte dell'Europa.

La manifestazione del 28 ha avuto tutti questi contenuti ed è stata rappresentativa di istanze sociali, perché 300.000 persone sono le rappresentanze attive di un movimento che è radicato nella maggior parte del paese che si è espresso sia sul piano del voto con il No al referendum, sia in questa grande manifestazione di Roma.

Qual è il lato debole di tutto questo? L'idea che tutto questo debba finire, come dice Tipaldi, nell’immaginare insieme il cambiamento; un'altra forma per dire che il fine sarebbe un generico cambiamento, un cambiamento possibile all'interno delle leggi e della realtà di questo sistema. Questo tipo di posizione, che definiamo riformista e che non può che avere unicamente un versante elettorale, non è quella che ci serve.

Bisogna invece radicalizzare i contenuti di questa manifestazione sul terreno del No intransigente, No allo Stato di polizia, No alla guerra, No alla riforma reazionaria della giustizia, No alla negazione dei diritti dei lavoratori, No all'attacco alle libertà, No al razzismo, No alla costruzione di una cultura reazionaria, e così via.

Sempre ne Il manifesto un articolo è apprezzabile, ha definito l'attualità del movimento antifascista ed è a firma di Marco Bascetta che solleva l'inserimento dell'azione del governo italiano nella più generale azione che è il fascismo, il fascismo di Trump, il fascismo di Orban, peraltro simbolicamente rappresentato dall'idea di mettere fuori legge l'antifascismo, rovesciando i verdetti della storia della II guerra mondiale. Chi vuol mettere fuori legge l'antifascismo se non il moderno fascismo e il moderno nazismo? Chi vuol mettere fuori legge l'antifascismo se non chi identifica nell'antifascismo tutta la sostanza più radicale del movimento di lotta che contesta la guerra, la Palestina e la repressione. Quindi è come se il potere dominante, dice Marco Bascetta, si autodefinisse fascista: mettiamo fuori legge l'antifascismo perché noi siamo il fascismo. Ecco, questo coincide obiettivamente con l'analisi politica che fa proletari comunisti della natura del cambiamento.

Chiaramente l'analisi di proletari comunisti inserisce questo nella fase dell'imperialismo. L'imperialismo è guerra, fascismo, miseria, oppressione dei popoli, questo semplice messaggio che ci viene dal pensiero rivoluzionario autentico, da Marx a Lenin a Mao Tse Tung, trova oggi la sua sostanza politica ed è l'unica effettiva analisi scientifica e nello stesso tempo chiara e netta dei due fronti contrapposti e della polarizzazione che bisogna creare nel nostro paese.

Noi come comunisti dobbiamo nuotare come pesci nell'acqua in questo nuovo movimento, non farci imbrigliare dall'estremismo infantile, dall'ideologismo e dalle forme povere e marginali con cui una parte dell'estrema sinistra tende ad auto rappresentarsi, ma immergerci nel fuoco delle masse, non con l'idea che il movimento è tutto e che questo movimento sia rivoluzionario, ma che questo movimento è il brodo di coltura della nuova sinistra rivoluzionaria che per noi non può che essere marxista-leninista-maoista, non può che essere rivoluzionaria ed esprimere chiaramente l'alternativa del potere proletario e del socialismo.

Ci vuole il tempo necessario, bisogna guidare l'esperienza diretta delle masse. Senza la guida dell'esperienza diretta delle masse, i nostri maestri ci insegnano, è impossibile trasformare il movimento reale, il movimento esistente in un movimento rivoluzionario che abolisce lo stato di cose presente e che trasforma la dinamica del movimento sociale in movimento politico e trasforma il movimento politico in una effettiva prospettiva di insurrezione, perché, questo sì noi lo pensiamo, senza l'insurrezione è impossibile rovesciare il moderno fascismo. Si può ostacolare e contrastare il singolo governo, provocarne perfino la caduta, ma avendo ben chiaro che la borghesia imperialista nello stadio attuale sostituirebbe l'attuale governo con uno ancora più di destra, ancora più radicale.

I segnali di questo sono presenti anche nelle attuali contraddizioni della compagine governativa della Meloni.

L'altra questione però che appare ancora fragile nel movimento che ha votato No e che si è espresso nella manifestazione di Roma è la comprensione del carattere di classe di questa battaglia. Qui ci si aspetta che i sindacati vi partecipino, ma i sindacati oggi non sono i rappresentanti della classe, i sindacati proprio nei luoghi di produzione sono il fattore debole della lotta operaia, un fattore che influisce nello spirito di collaborazione, nella confusione, che influisce nella passività degli operai.

La passività della classe operaia e del movimento dei lavoratori è stata causata dalla linea collaborazionista e perdente del sindacalismo confederale, a cui il sindacalismo di base ha cercato di imporre una linea di lotta, ma chiaramente in forme assai limitate e spesso confuse o perfino sbagliate.

C’è da dire che in realtà nella dinamica del voto No vi è stato l'ingresso di una parte degli operai passati dall'astensionismo al voto, vi è stato uno schieramento di una parte degli operai sul fronte del No al governo, del No al moderno fascismo. Ma chiaramente si tratta di un'espressione non ancora corrispondente a una forma sindacale, politica alternativa all'attuale quadro rappresentato dal sindacalismo confederale.

Il sindacalismo confederale e i limiti del sindacalismo di base sono parte del problema che bisogna tutti comprendere riconquistando la trincea delle fabbriche con una lotta “corpo a corpo” che passa dagli interessi materiali e dalle quotidiane vicende degli operai, ma che eleva questo conflitto a conflitto di classe, a guerra di classe, ad essere parte della guerra sociale politica dell'intero movimento.

Su questo ci sarà molto da dire ma soprattutto molto da fare e in particolare molto da chiarire. Ma per oggi diciamo: il No ha incoraggiato la lotta al governo, la manifestazione di Roma l'ha visibilizzata, avanti verso la caduta di questo governo, avanti verso uno sciopero generale che trasformi le esigenze economiche dei lavoratori in un movimento politico per rovesciare l'attuale governo e diventare una forza di opposizione alternativa ad ogni governo dei padroni, ad ogni governo della guerra, della repressione, dello scaricamento della crisi sui proletari e le masse popolari, ad ogni governo che non sia saldamente a fianco dei popoli oppressi in lotta dalla Palestina a tutto il Medio Oriente, all’India, all'America Latina, eccetera.

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