mercoledì 20 maggio 2026

pc 20 maggio - 60° Anniversario della Rivoluzione culturale proletaria - Intervento del PCm Italia nell'evento del 17 maggio


La Grande rivoluzione culturale proletaria in Cina è l'effettiva alternativa alla situazione attuale, il suo programma è l'alternativa. La Grande rivoluzione culturale proletaria è stata la terza grande rivoluzione del secolo scorso: dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d'Ottobre alla rivoluzione culturale proletaria.

La GRCP, il suo programma, la sua esperienza storica, è la linea della Comune del ventunesimo secolo, per chiudere il ciclo della preistoria dell'umanità per l'ingresso nella storia dell’umanità, nella storia del potere proletario, della dittatura del proletariato fino alla società socialista, in marcia verso il comunismo, che comporta l'abolizione delle classi, l'estinzione dello Stato, comporta l'ingresso in una storia in cui gli uomini siano padroni del loro destino e si liberino dei mostri che la storia stessa ha prodotto. La congiuntura storica è questo secolo, tutti non possono non riconoscere che o da questo secolo usciremo con il socialismo o con la barbarie.

L’umanità, quando si trova in un bivio storico, sceglie di andare avanti, e quindi abbiamo fiducia che anche questa volta l'umanità sceglierà di andare avanti.

In questo senso il sessantesimo della Grande rivoluzione culturale proletaria ricorda a noi stessi dove vogliamo andare, chi siamo e cosa vogliamo: essere parte del movimento storico di liberazione del proletariato, di liberazione dal lavoro salariato, di abolizione, cancellazione dalla faccia della terra, dell'imperialismo, del capitalismo.

La Grande rivoluzione culturale proletaria è però innanzitutto un problema nostro perché, di fronte alle

sfide di questo secolo, noi siamo la soluzione ma siamo stati come movimento comunista anche parte del problema.

I giornali scrivono, dopo l'incontro Trump - Xi Jinping, quello che realmente emerge: ci sono due superpotenze, e quindi che la Cina è una superpotenza imperialista con caratteristiche interne non simili a quelle degli americani e in parte perfino non simili a quelle della Russia. In commemorazione del centenario della nascita di Lenin i compagni del Partito Comunista Cinese guidati da Mao Zedong uscirono con un opuscolo che si chiama “Leninismo o socialimperialismo”, che riguardava la Russia. Questo è il problema della Cina: socialismo a parole e imperialismo nei fatti. Neanche una parola di ciò che ha detto Xi Jinping non è socialimperialista, cioè socialista a parole e imperialista nei fatti.

La Rivoluzione culturale proletaria è stata la marcia del proletariato, del popolo per costruire l'alternativa storica, per correggere i suoi limiti e i suoi errori.

Qui c'è da fare chiarezza, quando si dice culturale deve essere intesa nel linguaggio della Cina tutta la sovrastruttura, quindi la politica, l'organizzazione dello Stato.

La Rivoluzione culturale dice che nel partito comunista, nella frazione che domina il partito comunista, c'è il germe della restaurazione del capitalismo e quindi si ribella. Si ribella prima nelle università, come di solito è avviene - anche nel ‘68 italiano si sono ribellati prima nelle università e poi sono state contagiate le masse popolari, la classe operaia innanzitutto.

E’ la classe operaia che impugna la Rivoluzione culturale. La classe operaia realizza l’esperienza della Comune di Shanghai, in cui dice che il potere deve passare interamente nelle mani della classe operaia, che la classe operaia deve dirigere tutto.

Questa era la risposta da dare al fatto che il socialismo a un certo punto diventa dittatura di partito, dittatura di una nuova classe.

Questo è un processo inevitabile nella marcia dell'umanità dalla schiavitù fino al socialismo. La rivoluzione borghese ha avuto la stessa dinamica finché non si è affermata definitivamente. Anche la rivoluzione socialista non può che avere la stessa dinamica.

Quindi la grande rivoluzione culturale parte dalle università, mette sotto accusa dirigenti del Partito comunista. Mao, capo del partito, su questa lotta nel partito è in assoluta minoranza. Il primo agosto del 1966 manda una lettera alle guardie rosse della scuola media dell'università. Dice: “Compagni guardie rosse della scuola media dell'università di Chinghua, ho ricevuto sia i manifesti a grandi caratteri che mi avete mandato il 28 luglio che la lettera in cui mi chiedete una risposta. (I grandi manifesti sono i famosi giganteschi dazibao che diventano la forma espressiva della lotta – ndr) I due manifesti a grandi caratteri esprimono la vostra rabbia e denunciano tutti i proprietari terrieri, i borghesi, gli imperialisti, i revisionisti e i loro lacchè che sfruttano e opprimono gli operai, i contadini, gli intellettuali rivoluzionari, i gruppi e i partiti rivoluzionari. Voi dite che è giusto ribellarsi contro i reazionari e io vi sostengo con entusiasmo. (E' questa dichiarazione di Mao che cambia improvvisamente lo scenario – ndr). Io sostengo con entusiasmo anche il manifesto a grandi caratteri del Gruppo di combattimento Bandiera rossa della Scuola media dell'università di Pechino in cui si dice che è giusto ribellarsi contro i reazionari; sostengo anche l'ottimo discorso rivoluzionario tenuto dal compagno Peng Hsiaomeng rappresentante del Gruppo di combattimento Bandiera rossa alla grande riunione del 25 luglio cui hanno partecipato tutti insegnanti, gli studenti, il personale amministrativo e i lavoratori dell'università di Pechino.

Qui voglio dirvi che io stesso, come tutti i miei compagni d'arme rivoluzionari, abbiamo assunto lo stesso atteggiamento. Io darò il mio entusiastico sostegno a tutti coloro che, ovunque si trovino, a Pechino o in qualsiasi altra parte della Cina, assumeranno un atteggiamento simile al vostro nel movimento della Rivoluzione culturale.

Un'altra cosa: mentre vi sosteniamo, vi chiediamo nel contempo di tenere presente la necessità di unirsi con tutti coloro con i quali è possibile farlo. Per quanto riguarda coloro che hanno commesso gravi errori, dopo aver denunciato questi errori, voi dovreste offrir loro una via d'uscita, dando loro un lavoro da svolgere in modo che possano correggere i propri errori e diventare uomini nuovi.

Marx ha detto che il proletariato non deve emancipare solo se stesso, ma tutto il genere umano. Se non riuscite a emancipare tutto il genere umano, allora il proletariato non sarà in grado di emancipare neppure se stesso. Prego i compagni di tenere presente anche questa verità”.


Questa è la base della rivoluzione culturale.

E lì c'è la grandezza di Mao che ci fa dire che noi siamo maoisti. Siamo maoisti per il contributo che ha dato Mao in tutti i campi del pensiero rivoluzionario. Naturalmente questi contributi hanno vinto perché erano incarnati nella pratica del proletariato e di milioni di uomini nel più grande paese del mondo.

Affermano ancora una volta che il principio base è: il popolo è solo il popolo e la forza motrice della storia. Quando l'ideologia, la teoria marxista, si incarna nel popolo, è nello stesso tempo vera ed efficace a realizzare la trasformazione. E questo è avvenuto in Cina.

La Rivoluzione culturale si è ribellata alla dittatura del proletariato, al partito comunista nelle forme in cui esso andava prendendo la via capitalista, che nella fase intermedia è la via dell'Unione Sovietica del post Stalin, in cui una parte rilevante della classe dominante esisteva anche nel periodo pre Stalin, e la morte di Stalin è una specie di liberazione generale di tutti i mostri della restaurazione capitalista che in Cina si realizzava.

E' attraverso questo processo che il più grande paese socialista del mondo si è trasformato in un paese socialimperialista, in un paese in cui il gruppo dirigente controllava lo Stato, le fabbriche e tutto e li gestiva in modo capitalista.

Il modo capitalistico di produzione era reintrodotto nelle fabbriche. Marx ci ha insegnato che è la condizione operaia, la cartina di tornasole che permette di giudicare un regime, non per quello che dice di essere, ma per quello che realmente è.

E non c'è alcun dubbio che in Cina attualmente la classe più sfruttata sono gli operai. Il modello cinese attuale si basa sullo sfruttamento intensivo degli operai, anche con l'utilizzo pieno dei grandi sviluppi tecnologici che esistono. La Cina così diventa moderna, grande, come gli Stati Uniti. Ma siamo dentro il sistema capitalista e tutto questo avviene con uno sfruttamento massivo, selvaggio della classe operaia, oltre che con l'estensione delle leggi capitalistiche a tutti i campi della società e a tutti i settori del lavoro. La Cina per numero di miliardari è seconda solo agli Stati Uniti.

La Rivoluzione culturale per dieci anni ha ostacolato questo sviluppo della Cina. La GRCP in questo senso è come la Comune di Parigi. La Comune di Parigi per tre mesi ha mostrato al mondo che poteva essere il potere in mano agli operai, che voleva dire il potere in mano agli operai, alle masse. I decreti della Comune di Parigi sono ancora oggi, tranne alcuni che andrebbero scritti leggermente differenti, siamo sempre in un'altra epoca storica, sono il programma che noi abbiamo.

Il programma della Rivoluzione culturale proletaria è il programma del futuro e affronta tutti i problemi a partire dalla fabbrica.

C'è un libro importante che si chiama “L'organizzazione industriale in Cina e la rivoluzione culturale”, che affronta tutti i problemi che stiamo affrontando dal lato dei lavoratori, tutti i problemi che un paese sviluppato deve affrontare: l'organizzazione della produzione, la direzione, l'amministrazione della fabbrica, la politica eseguita dalla Rivoluzione culturale nella fabbrica, l'organizzazione delle unità di produzione, la pianificazione industriale, le differenti proprietà dell'industria, la proprietà di Stato, proprietà collettiva, le modalità di gestione del settore industriale di Stato; e poi: i rapporti tra le unità di produzione, la trasformazione nella divisione sociale del lavoro, i compiti di direzione e i compiti di esecuzione, il lavoro intellettuale e il lavoro manuale, lo sviluppo socialista delle forze produttive, il rapporto che hanno con la rivoluzionarizzazione dei rapporti di produzione, ecc. Tutto questo è avvenuto in un periodo brevissimo, perché dieci anni in un paese di oltre un miliardo di persone, sono i tre mesi della Comune di Parigi.


La Rivoluzione culturale ha messo in moto un gigantesco processo in cui si sono scontrati la via capitalista e la via socialista. Per dieci anni la via socialista ha vinto, e quello che è avvenuto in dieci anni in Cina non era mai avvenuto nell'epoca storica precedente.

Una trasformazione radicale nelle scuole, nelle fabbriche, nelle campagne, nelle arti, in tutti i campi. Basta leggere tutti i libri usciti nel ‘68.

E’ la Rivoluzione culturale che dà origine a organizzazioni come, in Italia, Magistratura democratica, Medicina democratica, alla psicanalisi di Basaglia, ecc. E' la rivoluzione culturale che dà respiro e senso a tutto il movimento delle donne.

L'affermazione che il movimento delle donne è la “metà del cielo” e che tutta la vita deve cambiare, che le donne devono fare una “rivoluzione nella rivoluzione”, sono tutte formule in cui poi si appropriano tutti ma le deformano a loro modo. Ma non esistevano prima della Rivoluzione culturale. Così le scuole, la cultura, il modo di insegnare nelle scuole, il fatto che dovesse essere trasformato ogni aspetto della vita.

I rapporti familiari, la droga, la criminalità..., non c'è campo in cui la Rivoluzione culturale non attua una rivoluzione assolutamente radicale, in cui ogni aspetto viene affrontato dal punto di vista del proletariato e delle masse popolari, il problema della convivenza tra industria e ambiente, tra sicurezza su posti di lavoro e raggiungimento di obiettivi produttivi necessari per assicurare il benessere a tutto il popolo, potenziando la produzione non eliminandola.

La Rivoluzione culturale è stata una grande rivoluzione in cui le masse hanno preso in mano i loro destini e hanno dato vita a un gigantesco processo. Un processo che ha attraversato il Partito, un Partito Comunista che si stava trasformando in borghese, in cui i grandi dirigenti del Partito, ad esclusione di Mao e pochi altri che erano vicini a lui, sono stati tutti deposti, sono stati rovesciati.

Per questo la Rivoluzione culturale e il pensiero di Mao Tse tung sull'onda della Rivoluzione culturale sono in grado di generare un gigantesco movimento che contribuisce al cambiamento, alla ricostruzione dei partiti comunisti in tutto il mondo, in netta rottura con i partiti comunisti degenerati in riformisti e revisionisti. E questo avviene anche nel nostro Paese.

Al maoismo si rifanno in tutti i paesi del mondo tutte le forze che si ribellano.

In Palestina i Fedayn, i guerriglieri, i combattenti della resistenza palestinese leggono le leggi della Rivoluzione possibile, di liberazione del proprio popolo. Lo fanno anche gli afroamericani, la componente proletaria più importante degli Stati Uniti d'America che da vita al Black Panther Party uno dei partiti più clamorosi che si siano visti in un Paese imperialista e nel Paese più grande e più importante del mondo. Il vento dell'Est contagia le università, è dietro l'esplosione del ‘68, del Maggio francese, e di tutti gli analoghi movimenti; la via della guerra di popolo diventa componente organica di tutti i movimenti di liberazione – (chiaramente, quando si dice componente organica non significa applicata nella stessa maniera, è molto spesso intesa in senso diverso).

La nostra proposta è la guerra di popolo. La guerra di popolo non è un fenomeno solamente armato, la guerra di popolo intende in una certa maniera il partito comunista, il sindacato, il movimento di massa; così come le questioni del salario, del lavoro, della casa, della sanità, dell'immigrazione, ecc. Questo significa che la guerra di popolo non è un fenomeno puramente militare ma è la via per applicarla.

La guerra di popolo va applicata alle diverse realtà. Per esempio, che significano le “Basi rosse? Una cosa sono nelle campagne sterminate dalla Cina, altro in un Paese come l'Italia o in Palestina in cui tutta la Palestina è a sua volta una base rossa.

Nel 2000 le organizzazioni maoiste riunite, per l'ultima volta in realtà, nel Movimento rivoluzionario internazionalista hanno fatto una cosa giusta e storica, hanno definito questo il secolo delle guerre popolari. Poi nessuno può sapere quanto tempo ci vorrà. Marx per primo si rifiuterebbe di fare previsioni di questo genere.

Nella società divisa in classi le rivoluzioni e le guerre rivoluzionarie sono inevitabili. Senza di esse è impossibile compiere qualsiasi salto nello sviluppo sociale, è impossibile rovesciare le classi dominanti dei reazionari e permettere al proletariato di prendere il potere.

Noi non proponiamo la guerra perché siamo un gruppo con una certa matrice ideologica, con una certa mentalità, ma perché è questa l'unica soluzione. Quando diciamo: la guerra imperialista si può affermare solo se avanza la guerra popolare, è successo questo, dalla Resistenza, a Stalingrado, alla Rivoluzione cinese. Sono queste le più grandi battaglie che il proletariato ha condotto.

La battaglia di Stalingrado, in cui l'esercito nazista è stato sconfitto e battuto, è alla base della vittoria della sconfitta dell’olocausto, del nazismo nella seconda guerra mondiale, quindi alla base della vittoria della Resistenza. La battaglia di Stalingrado è una battaglia in cui casa per casa, momento per momento, si realizza l'incarnazione pratica della rivoluzione del proletariato armato che riesce a battere l'armata nazista e che lo fa assumendosi tutto il peso delle questioni del mondo che gli passano davanti agli occhi mentre usa il fucile e capisce, vince perché questo si riesce a capire.

La storia dimostra, come dice Mao Tse tung, che le guerre si dividono in due categorie: le guerre giuste e le guerre ingiuste. Tutte le guerre progressiste sono giuste e tutte le guerre che impediscono il progresso sono ingiuste.

Questo è alla base del fatto che noi appoggiamo tutte le guerre di liberazione, indipendentemente da chi le fa. Siamo con l'Iran rispetto all'imperialismo americano, perché la resistenza dello Stato iraniano, della nazione iraniana, è una guerra progressista rispetto all'aggressione imperialista e sionista; e quindi è una guerra giusta, mentre la guerra che fanno l'imperialismo americano e sionismo aggredendo l'Iran è una guerra ingiusta.

Noi comunisti ci opponiamo a tutte le guerre ingiuste che impediscono il progresso, ma non ci opponiamo alle guerre giuste, progressiste.

I comunisti se la guerra è giusta vi devono partecipare. In ogni guerra noi ci schieriamo, distinguiamo ciò che è guerra giusta e guerra ingiusta. La guerra dell'Iraq contro l'Iran era una guerra ingiusta, l'opposizione alla guerra dell'Iraq era una guerra giusta, e quindi era giusto che i comunisti partecipassero alla guerra contro l'Iraq e così via.

La guerra, questo mostro che porta gli uomini a massacrarsi gli uni con gli altri, sarà eliminata dal progresso della società umana e in un futuro non molto lontano. Ma per eliminarla vi è un solo mezzo opporre la guerra alla guerra, opporre la guerra rivoluzionaria alla guerra contro rivoluzionaria.

Il potere politico nasce dalla canna del fucile” – diceva Mao - la conquista del potere con la lotta armata è il compito centrale e la più alta forma di rivoluzione. Questo principio rivoluzionario, marxista, leninista, maoista è valido ovunque, in Cina come in tutti i paesi.

Un comunista che non sia a favore della lotta armata, che non propaganda la lotta armata, non è un comunista.

I comunisti non nascondono mai, ci dice Marx, quello che dicono e pensano realmente. Non parlare di lotta armata in Italia alle masse è considerare le masse dei sottosviluppati e non fare i comunisti. Questo è il principio universale, sancito da Marx, applicato da Lenin e Mao. Ogni comunista deve comprendere questa verità.


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