martedì 19 maggio 2026

pc 19 maggio - NO alla missione imperialista e guerrafondaia dell'invio della missione navale nello stretto di Hormuz

 info stampa

  • L'Italia progetta una missione navale nello Stretto di Hormuz con circa 400-450 militari, subordinata alla fine del conflitto in Iran
  • Le spese per la difesa rappresentano una spina nel fianco per il governo, che chiede flessibilità alla UE e valuta l'accesso a fondi Safe
  • Il governo punta a raggiungere il 5% del PIL in spesa per la difesa entro il 2035, anche tramite riclassificazioni di voci esistenti.

Dai 400 ai 450 militari, due cacciamine, una nave per il sostegno logistico, un’altra nave da combattimento con funzione di “scorta”, dotata di sistemi missilistici di difesa da attacchi di velivoli, e probabilmente una copertura aerea. Il pacchetto italiano per contribuire allo sminamento dello Stretto di Hormuz e garantire il libero transito delle petroliere è stato sostanzialmente definito ed è pronto a diventare operativo, a condizione che si arrivi alla conclusione del conflitto in Iran o, almeno, a una solida tregua.

La palla passa al parlamento

Ma, prima di salpare, le navi della Marina militare dovranno anche attendere il via libera del parlamento alla richiesta del governo, che riguarderà di fatto pure i costi da sostenere. E quello della

crescita delle spese per la difesa sta diventando - insieme alle risorse da trovare per fronteggiare il “caro energia” - una delle spine nel fianco dell’esecutivo, anche a causa dell’asticella del deficit 2025 che, essendo rimasta sopra il 3% di deficit (3,1%) impedisce per il momento l’uscita dalla procedura Ue per disavanzo eccessivo, con il risultato di restringere gli “spazi fiscali” utilizzabili in primis per attutire le ricadute della crisi energetica.

Di qui la pressante richiesta del governo alla Ue di estendere la National Escape Clause, la clausola di salvaguardia nazionale prevista per le spese legate alla difesa, anche a misure straordinarie per sostenere famiglie e imprese, messa nero su bianco da Giorgia Meloni con una lettera alla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.

Nel caso in cui Bruxelles dovesse mantenere la sua contrarietà, il nostro governo sarebbe pronto a non attivare il programma Safe, ovvero l’accesso agevolato ai fondi Ue per rafforzare la produzione militare europea, che per l’Italia, sulla base della richiesta abbozzata nelle scorse settimane, dovrebbero incidere per quasi 15 miliardi. Dal ministero della Difesa hanno già chiesto al Mef una risposta sull’accesso a questi fondi, in vista di un’indicazione da dare alla Ue entro maggio.

Con “l’operazione Hormuz”, tra l’altro, saliranno i costi sostenuti per le missioni internazionali di pace, che allo stato attuale si aggirano attorno agli 1,8 miliardi l’anno.

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