Il
piano di allestire 20 grandi centri con 92.600 posti letto entro il 30
novembre solleva le preoccupazioni della Conferenza episcopale
americana: «Ricordano i campi di internamento della Seconda Guerra
Mondial

Profonde
preoccupazioni per un piano senza precedenti nella storia recente degli
Stati Uniti, che interroga la coscienza del Paese. Il presidente del Comitato per le migrazioni della Conferenza episcopale americana ha lanciato, sul sito ufficiale dei vescovi Usa, un
allarme durissimo contro il progetto dell’Amministrazione Trump di
espandere massicciamente la detenzione degli immigrati attraverso la
creazione di grandi strutture, veri e propri “magazzini” capaci di
internare migliaia di persone. «Il pensiero di tenere migliaia di
famiglie in enormi capannoni dovrebbe mettere alla prova la coscienza di
ogni americano — ha detto il vescovo Brendan Cahill di Victoria, in
Texas —. Qualunque sia il loro status migratorio, queste persone sono
esseri umani creati a immagine e somiglianza di Dio. Siamo davanti a un
punto di svolta morale per il nostro Paese». Secondo documenti interni
del dipartimento per la Sicurezza Interna, l’Immigration and Customs
Enforcement (Ice) punta ad acquistare almeno 20 magazzini in tutto il Paese per creare 92.600 posti letto entro il 30 novembre. Almeno
otto strutture, già individuate o acquisite in Stati come Georgia,
Texas, Pennsylvania e Maryland, sarebbero dei “mega-centri” in grado di
detenere tra le 7mila e le 10mila persone ciascuno. Altri siti sono allo
studio in Missouri, New Jersey, New Hampshire, North Carolina,
Tennessee e Utah.
Il
progetto costerà 38,3 miliardi di dollari, finanziati attraverso la
«Grande, bellissima legge», la misura di bilancio voluta dalla Casa
Bianca. Una cifra che, sottolinea la Conferenza episcopale, equivale a
quasi cinquanta volte il bilancio annuale dell’intero sistema
giudiziario per l’immigrazione. Secondo un rapporto del 2025 della
Conferenza e del gruppo World Relief, sei immigrati detenuti dal governo
su dieci sono cattolici, e i cristiani rappresentano l’80 per cento
delle persone a rischio di detenzione e deportazione. Quasi un cattolico
su cinque negli Stati Uniti vive inoltre una «condizione di
vulnerabilità diretta o indiretta» rispetto alle politiche di
deportazione.
«Non
esiste un precedente storico per strutture di questa scala, se non i
campi di internamento dei cittadini giapponesi durante la Seconda guerra
mondiale», ricorda Cahill. Tra il 1942 e il 1946 oltre 125mila persone,
molte delle quali con cittadinanza americana, furono incarcerate in
campi remoti; almeno 1.600 morirono durante la detenzione. I vescovi
denunciano anche le condizioni già presenti nei centri Ice: scarsa
igiene, carenza di cure mediche, limitazioni all’assistenza legale e
pastorale, oltre a episodi di violenza. Attualmente, secondo i dati
della Syracuse University, tre quarti dei detenuti non hanno alcuna
condanna penale. Già lo scorso novembre i vescovi Usa si opposero con
forza alla deportazione di massa indiscriminata lanciata da Washington e
espressero preoccupazione per le condizioni esistenti nei centri di
detenzione, sottolineando in particolare la mancanza di accesso
all’assistenza pastorale per i detenuti. In molte occasioni si sono
anche opposti all’ampliamento della detenzione familiare. Nel 2024 sono
morte 32 persone in custodia dell’Ice, il numero più alto degli ultimi
vent’anni; altre sei sono decedute nei primi mesi del 2026.
«Il
governo federale non ha una storia positiva quando si tratta di
detenere grandi numeri di persone, soprattutto famiglie», ha avvertito
il presule. Richiamandosi alla dottrina sociale della Chiesa, i vescovi
Usa chiedono al Congresso e all’Amministrazione di «abbandonare l’uso
improprio dei fondi pubblici» per cercare soluzioni che non trasformino
la detenzione di massa in una nuova normalità. Una situazione che, nelle
parole del vescovo, non riguarda solo i migranti, ma tocca «l’anima
stessa dell’America».
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