venerdì 20 febbraio 2026

pc 20 febbraio - Il Festival di Berlino cede alle pressioni sioniste/imperialiste e si "prostituisce" - protesta degli artisti

Berlinale 2026: Kaouther Ben Hania rifiuta il premio al Cinema for Peace

La regista tunisina Kaouther Ben Hania rifiuta il riconoscimento “Most Valuable Film” per Berlinale, un rifiuto che accende il dibattito.

La Berlinale 2026 si trova al centro di una nuova controversia internazionale dopo la decisione della regista tunisina Kaouther Ben Hania di rifiutare un premio durante la cerimonia Cinema for Peace, evento collaterale al Festival internazionale del cinema di Berlino.

L’autrice del documentario The Voice of Hind Rajab ha scelto di non ritirare il riconoscimento “Most Valuable Film”, lasciando il trofeo nella sala della premiazione. Il gesto è arrivato in seguito all’assegnazione, nello stesso evento, di un riconoscimento al generale israeliano in pensione Noam Tibon, coinvolto nel documentario canadese The Road Between Us, dedicato agli eventi del 7 ottobre 2023.

Durante il suo intervento, la regista ha spiegato di percepire più una responsabilità che un motivo di gratitudine, trasformando la premiazione in una presa di posizione pubblica.

Il film e il caso Hind Rajab

Il documentario The Voice of Hind Rajab racconta la vicenda della bambina palestinese di cinque anni uccisa a Gaza nel 2024 mentre era intrappolata in un’auto colpita da centinaia di proiettili. La

narrazione si concentra su una lunga telefonata tra la piccola e i soccorritori della Mezzaluna Rossa Palestinese.

La morte della bambina aveva già suscitato forte reazione internazionale, anche per le contestazioni legate alla ricostruzione dei fatti. Ben Hania, nel suo discorso, ha collegato direttamente il rifiuto del premio alla richiesta di responsabilità e giustizia per le vittime civili del conflitto.

La regista ha dichiarato che non avrebbe portato a casa il trofeo finché la pace non fosse perseguita come “obbligo legale e morale”.

La premiazione parallela e la polemica

Nella stessa serata è stato premiato Noam Tibon per la sua presenza nel documentario The Road Between Us, che racconta le sue azioni durante gli attacchi del 7 ottobre 2023.

La coincidenza delle due premiazioni ha amplificato il significato del gesto della regista, trasformando la cerimonia in un momento di confronto simbolico sul rapporto tra memoria, guerra e rappresentazione cinematografica.

La lettera aperta degli artisti

Il caso si inserisce in un clima già teso attorno al festival. Più di 80 attori, registi e professionisti del settore — tra cui Tilda Swinton, Javier Bardem, Brian Cox e Mike Leigh — hanno firmato una lettera aperta indirizzata agli organizzatori della Berlinale.

Nel documento si chiede al festival di esprimere una posizione chiara sulla guerra a Gaza e di garantire agli artisti libertà di parola sul tema. Gli autori criticano il silenzio istituzionale della manifestazione e invitano a riconoscere esplicitamente il diritto alla vita dei civili palestinesi.

La lettera di Javier Bardem e Tilda Swinton contro la Berlinale per il silenzio su Gaza

Oltre 80 partecipanti attuali ed ex partecipanti hanno condannato sia il “silenzio” del Festival del Cinema sul conflitto a Gaza, sia la “censura” imposta agli artisti che “si oppongono al genocidio in corso perpetrato da Israele contro i palestinesi a Gaza e al ruolo chiave dello Stato tedesco nel renderlo possibile”. La lettera è arrivata dopo le discusse dichiarazioni del presidente della giuria, Wim Wenders, sul rapporto tra cinema e politica

Oltre 80 partecipanti attuali ed ex partecipanti alla Berlinale hanno condannato in una lettera aperta sia il “silenzio” del Festival del Cinema sul conflitto a Gaza, sia la “censura” imposta agli artisti che “si oppongono al genocidio in corso perpetrato da Israele contro i palestinesi a Gaza e al ruolo chiave dello Stato tedesco nel renderlo possibile”. I firmatari, che hanno ribadito che “ci aspettiamo che le istituzioni del nostro settore rifiutino la complicità nella terribile violenza che continua a essere perpetrata contro i palestinesi”, includono non solo gli attori Tilda Swinton, Javier Bardem, Angeliki Papoulia, Saleh Bakri, Tatiana Maslany, Peter Mullan e Tobias Menzies, ma anche i registi Mike Leigh, Lukas Dhont, Nan Goldin, Miguel Gomes, Adam McKay e Avi Mograbi. La lettera è arrivata a metà dell’edizione 2026, già segnata dalle dichiarazioni nella conferenza stampa di apertura del presidente della giuria, Wim Wenders. Giovedì 12 febbraio, infatti, mentre rispondeva alle domande dei giornalisti sulla situazione attuale nel mondo, compresa la guerra a Gaza, il regista aveva espresso la propria opinione sulla capacità dei film di influenzare il cambiamento in ambito politico. “I film possono cambiare il mondo, ma non in senso politico”, aveva dichiarato. “Nessun film ha davvero cambiato le idee di un politico. Ma possiamo cambiare l’idea che le persone hanno di come dovrebbero vivere. C’è una grande discrepanza su questo pianeta tra le persone che vogliono vivere la propria vita e i governi che hanno idee diverse. Quindi penso che i film colmino questa discrepanza”. Wenders aveva aggiunto che, come registi, “dobbiamo rimanere fuori dalla politica perché se realizziamo film che sono espressamente politici, entriamo nel campo della politica. Ma noi siamo il contrappeso della politica, siamo l'opposto della politica. Dobbiamo fare il lavoro delle persone, non quello dei politici”. A causa del clamore seguito alle sue affermazioni, la direttrice del festival, Tricia Truttle, aveva a sua volta dichiarato: “Non ci si dovrebbe aspettare che gli artisti commentino tutti i dibattiti più ampi sulle pratiche passate o attuali di un festival, sulle quali non hanno alcun controllo”. Ora, nella lettera aperta, si legge invece che "siamo fermamente in disaccordo con l'affermazione del presidente della giuria della Berlinale 2026, Wim Wenders, secondo cui il cinema è “l'opposto della politica”. Non si può separare l'una dall'altra”. I firmatari hanno invece sottolineato che “la tendenza sta cambiando nel mondo del cinema internazionale”, un riferimento al rifiuto di oltre 5.000 lavoratori del cinema, inclusi grandi nomi di Hollywood, di lavorare con “compagnie e istituzioni cinematografiche complici”.

LA RICHIESTA: "OPPOSIZIONE AL GENOCIDIO DI ISRAELE"

“Eppure, la Berlinale non ha ancora accolto le richieste della sua comunità di rilasciare una dichiarazione che affermi il diritto dei palestinesi alla vita, alla dignità e alla libertà; condanni il genocidio israeliano in corso ai danni dei palestinesi; e si impegni a sostenere il diritto degli artisti a esprimersi senza restrizioni a sostegno dei diritti umani dei palestinesi. Questo è il minimo che può – e dovrebbe – fare”, prosegue la lettera. “Come ha affermato il Palestine Film Institute, “siamo sconvolti dal silenzio istituzionale della Berlinale sul genocidio dei palestinesi e dalla sua riluttanza a difendere la libertà di parola e di espressione dei registi”. Proprio come il festival ha rilasciato dichiarazioni chiare in passato sulle atrocità commesse contro le popolazioni in Iran e Ucraina, invitiamo la Berlinale ad adempiere al suo dovere morale e a dichiarare chiaramente la sua opposizione al genocidio di Israele, ai crimini contro l'umanità e ai crimini di guerra contro i palestinesi, e a porre fine completamente al suo impegno nel proteggere Israele dalle critiche e dalle richieste di responsabilità”.

Al momento della pubblicazione, il festival non ha rilasciato commenti ufficiali.

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